Archivio per aprile 2015

“Expò, la fiera della schiavitù che si inaugura il Primo Maggio!”.

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Questo Primo Maggio sarà senza l’articolo 18. Basterebbe questa constatazione per sottolineare che ogni vuota e retorica celebrazione della ricorrenza, ogni sanremese Concertone, sono oramai totalmente fuori contesto .

Il Primo Maggio è nato come data di lotta e ora torna ad esserlo. Giornata di lotta per i tanti lavoratori che rischiano i diritti, il salario o il proprio lavoro, ultimi quelli della Whirpool e dell’Auchan, che il Primo Maggio saranno costretti a lavorare in attesa di essere licenziati.

Questo Primo Maggio sarà prima di tutto una giornata di lotta contro il governo. Renzi ha dimostrato quanto fosse vera l’affermazione di Giuseppe Di Vittorio che la Costituzione doveva entrare nelle fabbriche per realizzarsi davvero.

Completando l’opera avviata dal suo grande sponsor Marchionne e dai suoi predecessori, l’attuale presidente del consiglio con il Jobsact ha definitivamente abolito ogni libertà di chi lavora e garantito all’impresa un potere assoluto di stampo medievale.

Reduce da questo successo, il governo ha quindi iniziato a procedere allo smantellamento anche della costituzione formale, dopo aver cancellato quella reale. L’Italicum e le altre riforme cancellano l’equilibrio tra i poteri previsto dalla nostra Carta e creano la figura di un capo del governo padrone assoluto delle istituzioni del paese. Si chiude così il cerchio, dalla fabbrica, alla società, alle istituzioni.

Questo è proprio ciò che chiedeva l’ ufficio studi della Banca Morgan, quando il 28 maggio 2013 scriveva che le costituzioni antifasciste europee sono troppo segnate dal pensiero socialista e dal peso della sinistra e che per questo sono un ostacolo da rimuovere, per realizzare le riforme liberiste chieste della finanza internazionale.

Come scriveva Primo Levi , il fascismo si ripresenta in ogni epoca e sempre in forme diverse. Ed è bene ricordare che tra gli scopritori di Renzi c’è quel Tony Blair che è consigliere lautamente retribuito della banca Morgan.

Naturalmente Renzi non avrebbe mai realizzato la sua resistibile ascesa da solo o con i suoi pur considerevoli appoggi finanziari. Decisivo, come per un’altra scalata al potere negli anni 20 del secolo scorso, è stato il sostegno istituzionale della più alta carica dello stato, quel presidente Napolitano verso il quale la storia democratica futura non sarà impietosa nel paragone con Vittorio Emanuele III. E ancora più importante è stato il potere bancario e finanziario europeo, impersonato da Mario Draghi. Che assieme al suo predecessore Trichet scrisse il 5 agosto del 2011 una lettera nella quale sono contenute tutte le disposizioni attuate e in via di realizzazione da parte dei governi della Repubblica; dalle pensioni, ai licenziamenti, allo smantellamento dei contratti nazionali e dello stato sociale, alle privatizzazioni. Così da noi viene realizzata in modo e per vie diverse quella stessa politica che la famigerata Troika ha imposto e vuol continuare ad imporre alla Grecia.

Per questo chi vuole difendere i diritti del lavoro, lo stato e l’eguaglianza sociale oggi ha di fronte a sé il governo Renzi come primo e più diretto avversario. Ora l’accelerazione brutale sulle riforme fa sì che l’opposizione oggi comprenda anche vasti settori del sindacalismo confederale, la Cgil in primo luogo, e gran parte della vecchia classe dirigente del PD e del centro sinistra. Ma costoro, pur nella onesta indignazione che esprimono, sono destinati a mostrare le stesse debolezze e contraddizioni dei liberali di novant’anni fa verso il fascismo. La vecchia leadership del centrosinistra e CGIL CISL UIL sono corresponsabili di molte delle riforme economiche e politiche liberiste, fino a quelle dei governi Monti e Letta. La loro opposizione attuale è quindi debolissima e sostanzialmente inefficace, cosa che Renzi ha compreso perfettamente e che usa per rafforzare il proprio potere.

La resistenza sociale che sicuramente vedremo crescere ed organizzarsi è quella che sarà in corteo a Milano il Primo Maggio contro Expo. Quella fiera è diventata la prima grande opera del nuovo regime.

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L’Expo si è avvolta nella bandiera della nazione, si alimenta della propaganda a reti unificate, condanna come antipatriottico chiunque la contesti. Che invece ne ha ben motivo, tra lavoro sottopagato gratuito, speculazione sulle aree, ruberie varie, il tutto sotto la sponsorizzazione e l’occhio vigile delle peggiori multinazionali del cibo.

Expo è la vetrina del peggio di questo paese e delle peggiori ipocrisie della globalizzazione, e per questo è diventata così importante. Expo è la fiera di tutto ciò che il mondo del lavoro nei suoi momenti più duri e veri ha combattuto con la data del Primo Maggio e non è un caso che ora essa sia diventata anche una scusa per cancellare il diritto di sciopero.

I movimenti ambientalisti, i precari, le lavoratrici ed i lavoratori organizzati nel sindacalismo conflittuale si troveranno assieme contro il modello Expo, e saranno l’embrione di quella coalizione sociale che può davvero contrastare il governo Renzi e ciò che rappresenta.

Il Primo Maggio sarà di lotta contro il governo in tutta Italia, ma la sua capitale quest’anno è a Milano.

Giorgio Cremaschi da “Controlacrisi”

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La realtà ben oltre ogni più tetra immaginazione

Discutendo di immigrazione, sempre più spesso la vulgata popolare finisce per parlare inevitabilmente ed ignobilmente di terrorismo. Sarà perchè indotta dalle dotte elucubrazioni di Matteo Salvini o di Daniela Santanchè ed altri fenomeni che si aggirano per il bestiario politico di casa nostra. O forse  sarà perchè la natura un po’ xenofoba che è dentro ognuno di noi non vede l’ora di emergere in tutta la sua grassa ignoranza.

Così davanti all’ennesima strage che si manifesta nel canale di Sicilia, quando dal Nord Africa migliaia di uomini, donne e bambini cercano la fuga attraversando il Mar Mediterraneo, ci troviamo al cospetto delle più bieche ed abiette strumentalizzazioni politiche. Chi insegue la valutazione dei costi per l’ospitalità dei migranti, chi inizia ad arruolarli armi e bagagli nel lotto degli invasori che presto taglieranno gole e chi valuta il da farsi ricorrendo immediatamente a proposte belligeranti, chiedendosi perchè l’Europa non sia capace di dare un minimo cenno.

Ed allora arriva garrulo il Presidente del Consiglio italiano, tale Matteo Renzi, che dichiara a gran voce che il vecchio continente ha finalmente ascoltato le preci e le richieste della misera Italietta.

 

Ma cosa siamo andati a chiedere all’Europa ? Abbiamo chiesto che si posssa ripristinare Mare Nostrum con mezzi e finanziamenti gestiti e dosati dall’Unione Europea ?? Abbiamo chiesto che la politica dell’accoglienza diventi basilare per affrontare le difficoltà di chi fugge da paesi in guerra per vincere le persecuzioni, le carestie, la fame, le malattie ed i genocidi ??

Niente di tutto questo !! L’Europa ha finalmente ascoltato il Premier italiano ed il suo ministro degli Interni Angelino Alfano che si sono fatti portatori di una proposta realmente dirimente e capitale. L’Italia chiede la collaborazione internazionale, di ONU, della UE e di altri soggetti perchè è intenzionata a bombardare ed affondare i barconi che servono per il traghettamento dei migranti dalle coste libiche a quelle italiane !! Tutto questo non avviene con un governo presieduto da Salvini, che minaccia un giorno sì e l’altro pure di dare fuoco ai campi rom, ma con il governo del PD di Renzi, che alcuni si ostinano ad imbarcare tra le forze di centrosinistra del nostro misero paese.

Sarebbe bello che la comunità internazionale fosse oggi in grado di valutare gli effetti delle malaugurate ed indicibili pruriginose voglie di conflitto alimentate 3 anni or sono partecipando insieme a Sarkozy ed altri benefattori del civile occidente alla spedizione in Libia. Si eliminò sicuramente un dittatore sanguinario come Gheddafi, ma senza la benchè minima capacità di comprendere quale tipo di situazione e di scenario post-bellico avremmo generato. Da notare che proprio tre anni fa in chiave anti-Gheddafi i primi nuclei dell’ISIS vennero foraggiati ed addestrati dal’occidente così munifico e generoso, ma anche così strabico. Oggi si piange per Charlie Hebdo e per altri attentati kamikaze in Europa ed altrove. Allora si partì invece lancia in resta perchè le commesse libiche ed il petrolio che ancora abbondante esce da quei territori erano  una motivazione “buona e giusta” e facevano chiaramente gola.

Oggi sempre più di frequente ci si imbatte nella penosa conta dei cadaveri che popolano il canale di Sicilia ed il Mediterraneo. Qualche giorno fa la sciagura più triste di tutti i tempi. Circa 800 morti, oggi probabilmente già dimenticati e finiti nel tritacarne della politica nostrana che si occupa della Legge Elettorale, ma non riesce ad andare oltre qualche sparuto ed ormai ridicolo minuto di silenzio. Questi morti sono il risultato più che prevedibile e già previsto quando venne abbandonato Mare Nostrum per fare spazio all’insipiente missione Triton sotto l’egida UE. Eppure, allora, tronfi e gongolanti Renzi ed Alfano annunciavano la fine di Mare Nostrm come una liberazione, la fine di una costosa operazione che mai come allora aveva dato al nostro paese un po’ di lustro ed ai nostri connazionali un po’ di orgoglio di appartenere ad un paese che “restava umano”. Invece nell’ottica della normalizzazione, qualcosa che inseguiamo da almeno vent’anni, da che ci dicono che il paese ha bisogno di riforme, si è deciso di rinunciare a salvare vite umane e si è deciso di comportarci come ignobili  e disumani abbandonando ad un destino di morte certa i profughi ed i migranti.

Qualche tempo fa, su questo blog abbiamo già avuto modo di commentare in modo aspro e certamente senza mezzi termini la ignobile miopia che alberga nelle persone che governano il nostro paese

Lascia realmente interdetti pensare che una persona pur con poco sale in zucca possa pensare alle soluzione della eliminazione dei barconi come modus operandi per eliminare il problema dell’immigrazioone. Oggi con un gesto di questo tipo, che è una dichiarazione di guerra in piena regola, ma molti forse non lo sanno e nemmeno i ministri, non si leniscono e non si intaccano in alcun modo le ragioni per cui chi fugge da paesi in guerra possa smettere di farlo. L’affondamento di un barcone oggi e l’eliminazione di qualche scafista porta semplicemente alla cattura di qualche pesce piccolo che non scalfisce per nulla il business terribile di chi traffica con gli esseri umani. Non attraversa il Mare colui che ha intascato il prezzo salato della traversata pagata dai profughi. Il pesce piccolo cadrà anche nella rete, ma lo schiavista che sta a capo delle organizzazioni dei trafficanti non viene nè individuato nè catturato.

Non si contribuisce a far terminare i conflitti in quei paesi dove chi fugge non ha alternative. Strumento diverso sarebbe forse quello di far terminare il traffico di armi e forse qui il nostro premier potrebbe fare qualcosa visto che si fa ambasciatore del Made in Italy nel mondo e visto che l’esportazione di armi da parte del nostro amato stivaletto è stimabile nell’ordine di oltre 2,9 miliardi di euro nel 2012 e nonostante le crisi di oltre 2,7 miliardi di euro nel 2013.

Forse chi osserva i migranti solo con lo sguardo irrequieto e sospettoso non pensa ad una cosa. Chi lascia le terre dove è nato è di fronte ad un bivio. Un bivio drammatico e tragico: può rimanere in patria ed accettare consapevolmente il proprio ineluttabile destino di morte oppure può scegliere di rischiare di morire attraverando il canale di Sicilia. Ora credo che ognuno di noi, anche Renzi, Alfano, Santanchè, Sallusti, Borghezio e Salvini, tra la certezza della morte ed il rischio della morte propenderebbe per la seconda ipotesi. Vedete alternative ??

Mi pare che nelle scelte italiane proposte all’Unione Europea, e nelle consuetudini della stessa unione di cui i bombardamenti ai barconi sulle coste libiche fanno parte, vi sia un po’ quell’adagio che un grande scrittore che ci ha lasciato qualche settimana fa, Eduardo Galeano, diceva relativamente alla povertà. Il mondo ha deciso di eliminare la povertà e lo farà nel modo più diretto e forte: eliminando direttamente i poveri.

Lo stesso Galeano scrisse in uno dei suoi libri più belli “A testa in giù. La scuola del mondo alla rovescia” una frase iù che mai identificativa del nostro mondo occidentale e sviluppato: “Il neoliberismo è l’espressione più efficiente del crimine organizzato”.

Verrebbe voglia di riconsegnare ogni documento di identificazione nazionnale e rinunciare alla nazionalità italiana.

 

 

Fermata la parata nazifascista del 29 aprile: ma la mobilitazione antifascista non si deve fermare

Comunicato stampa della Rete Antifascista Nord Ovest Milano

29 aprile 2015 – Vietata la parata nazifascista, ma la mobilitazione degli antifascisti non si deve fermare.

La forza della mobilitazione antifascista che in questi due anni è riuscita a creare nuove condizioni nella città di Milano ha prodotto un risultato importante: la parata nazifascista che da alcuni anni sfilava indisturbata il 29 aprile è stata vietata.
Ma questo obiettivo raggiunto si accompagna a un inaccettabile atteggiamento del Prefetto e del Questore che, in nome di una offensiva ‘equidistanza’, vietano anche le mobilitazioni degli antifascisti. Una scelta che non possiamo accettare.

Nella repubblica nata dalla Resistenza tutti hanno diritto di esprimere e manifestare le proprie opinioni, tranne i fascisti. Gli eredi di chi ha gettato il paese nella tragedia non hanno diritto di cittadinanza. Lo sosteneva il grande presidente Pertini. Lo stesso presidente Mattarella ha recentemente affermato che non si deve equiparare chi ha ridato la libertà all’Italia e chi l’ha
straziato con una feroce dittatura.
Gli antifascisti milanesi tengono ferma la mobilitazione prevista per il 29 aprile, perché solo la presenza di massa organizzata può impedire le provocazioni che la galassia dei gruppi nazifascisti non manca mai di mettere in campo.

Per questo lanciamo fin da ora una manifestazione il 29 aprile alle 20. Nella assemblea di giovedì prossimo all’ARCI Bellezza definiremo le caratteristiche dell’iniziativa: una serata di lotta e testimonianza nella quale intendiamo rendere omaggio alla lapide del nostro compagno Gaetano Amoroso, assassinato nell’aprile 1976 in via Uberti nei pressi di Piazza Dateo, da una squadraccia fascista uscita dalla sede del Msi di via Guerrini.

Milano: nazisti e razzisti, No Grazie                                 Milano meticcia, antifascista e antirazzista

Quando la democrazia è un accessorio.

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Non c’è mai attenzione, nel dibattito pubblico, alla sostanza dei problemi ma solo agli “effetti che fa” questa o quella mossa di questo o quel leader. Un teatro del conformismo, insomma.

Questo accade non per caso. Accade perché viviamo in un’epoca di residualità democratiche e costituzionali, che non parlano più al cuore delle persone né rispondono più alle esigenze, ai desideri, ai sogni delle loro vite. La democrazia è un bene deperibile, tale che se non si nutre di passione democratica, larga e condivisa, come si dovrebbe avere verso un bene prezioso, non possono che vincere i Renzi, che ne possono fare a meno. L’hanno infatti sostituita con quella che chiamano la democrazia decisionale, di ispirazione neoliberista, che è tutt’altra cosa, ma a molti appare ormai un’alternativa al niente della vecchia politica. Un’alternativa rischiosa. Ma vallo a spiegare.

Residualità democratiche e residualità costituzionali, utilizzabili come va il vento e di cui si alimentano il notabilato e il trasformismo dilagante. Il partito della nazione in costruzione ne sta diventando l’emblema.

In Italia l’unità del sistema costituzionale non c’è più. Il problema andrebbe affrontato, se si vuole dar vita davvero al rilancio di una politica di sinistra diversa. Alcuni articoli della Carta del ’48 sono stati profondamente modificati nella loro “funzione”, oltre che nel loro senso; altri sono stati svuotati di significato, altri ancora semplicemente non sono mai stati applicati. E, soprattutto in Costituzione è stata inserita la “regola aurea” del pareggio di bilancio, con la “riforma” dell’articolo 81. E il tutto è avvenuto attraverso il voto di un Parlamento delegittimato e nel silenzio compiacente dei media. Con quell’inserimento è lo stesso assetto dei poteri “pubblici” su cui poggiava la Carta del ’48 a essere stato modificato. Ma il tutto è passato come acqua fresca.

Questo per dire che la concentrazione dei poteri, di cui si sta rendendo responsabile l’attuale premier, con il combinato disposto di riforma del Senato e legge elettorale, si nutre di un processo di svuotamento del carattere strettamente ordinamentale della Costituzione, che altri prima di lui hanno avviato e alimentato.

L’Italicum per Renzi è, per tutto questo, la sfida delle sfide. Se ce la farà è perché dimostrerà di essere come si presenta e il senso della sua sfida è proprio questo.

Ha ricevuto l’ennesimo endorsement da parte di Giorgio Napolitano, che, a proposito delle difficoltà che il premier incontra per concludere l’iter parlamentare della legge elettorale, ha sprezzantemente parlato di “spregiudicate tecniche emendative che hanno l’unico scopo di affossare le riforme”, chiarendo che non si torna indietro rispetto al testo già passato al Senato.

Mossa tra l’altro, quella di Napolitano, al limite dello sgarbo istituzionale nei confronti del nuovo Presidente della Repubblica, che, si presume, sarà ben libero di esprimere liberamente il suo parere quando la legge arriverà sul suo tavolo. E’ noto d’altra parte il parere dell’attuale Presidente Mattarella, già giudice della Consulta, sul Porcellum, che la Corte ha bocciato, e di cui la nuova legge ricalca gli aspetti deteriori, tra magici cerchi di nominandi e insopportabili esorbitanze premiali da attribuire a chi vince. Forse Napolitano teme perplessità presidenziali su questo versante e reinterpreta a favore del premier il ruolo già ampiamente svolto di Lord Protettore del “giovane” leader.

Di suo, d’altra parte, Renzi ci mette di tutto. Minaccia che salirà al colle, che farà sfracelli, che se la vedranno con lui, i riluttanti agli ordini di scuderia.

Minaccia soprattutto il voto di fiducia sulla legge elettorale. Ne parlano apertamente la ministra Boschi e un po’ più sobriamente il braccio destro di Renzi Guerini: un atto di insolenza istituzionale degna della politica corsare di Renzi e della sua squadra, nonché un grave strappo costituzionale, come scrivono le opposizioni, tra cui Sel, al Presidente della Repubblica. Ma questo strappo non solo è una tipica e ovvia mossa renziana, ma, soprattutto, insisto, è il frutto del tempo che viviamo, di un Parlamento ridotto a ufficio del bollo delle decisioni di Palazzo Chigi e sottoposto nei fatti a una torsione ordinamentale che attribuisce all’esecutivo poteri pressoché totali su tutto, deprivando la rappresentanza democratica della propria funzione di legislatore. Perché no, allora, il voto di fiducia sulla materia elettorale? Ma è materia di tutti, legge fondamentale che deve trovare d’accordo il più possibile tutti, dice sacrosantamente Bindi. Tutti chi? Può rispondere uno dei tanti giovani no future che percorrono le piazze reali del Paese alla ricerca della propria vita.

Discutiamo quanto volete – va cantilenando gioiosa Elena Boschi – “bella e impossibile” ministra delle riforme – ma intanto noi abbiamo deciso quello che gli italiani vogliono e voi dovete stare alla disciplina di partito.

Disciplina di partito e Renzi. Sembra un ossimoro concettuale e invece è il frutto di un inaridimento della democrazia. Una volta il problema era più democrazia nei partiti, oggi è più disciplina in quel che sopravvive alla crisi dei partiti. Spesso solo filiere di notabilati quando non vere e proprie bande di politici d’assalto.

Con Renzi e la sua squadra di fedelissimi sembra di essere stati catapultati in piena epoca di disciplinamento, dopo quella del godimento festaiolo di Berlusconi e dopo quella della contrizione per debito di Monti e Letta. Ma anche sulla disciplina c’è oggi conformismo mediatico.

La scommessa di Renzi sull’Italicum, l’ostinazione con cui difende l’indecoroso testo così denominato, fino alla sfida finale con la minoranza del suo partito, hanno ovviamente poco a che vedere con la preoccupazione politica di portare a temine il “necessario, sono vent’anni che se ne parla” percorso di rinnovamento degli assetti istituzionali, e di rispondere così alle attese degli italiani, come Renzi stesso e la sua squadra amano ripetere fino allo sfinimento. Le attese degli italiani non c’entrano nulla. Non c’entra nulla persino l’Europa. Non c’entra nulla, soprattutto, la ripresa che forse un po’ c’è ma poi si vedrà se c’è davvero.

L’Italicum è per Renzi soltanto lo strumento per assicurare a se stesso il tempo e i modi del suo futuro politico. Gli offre infatti l’opportunità di riorganizzare i ranghi del partito democratico con una robusta risciacquatura in Arno delle parti che sono rimaste fuori dai lavacri della Leopolda ma che nel frattempo hanno subito il fascino del nuovo leader e sono già saltate o pronte a saltare sul carro del vincitore. Serve per questo uno strumento per selezionare la “nuova classe dirigente” da collocare nelle istituzioni, nazionali e territoriali, che sia fedele, fidelizzata e al massimo disponibile alla fidelizzazione, come richiede il modello “partito della nazione” a cui Renzi aspira. Per questo non si può rinunciare all’Italicum che ha tutte le caratteristiche necessarie: il ferreo sistema di nomina della rete dei fedeli e lo strabocchevole premio di maggioranza alla lista vincitrice. E il tempo è adesso, ancora segnato dal successo delle europee e dallo spirito di perdurante attesa fiduciosa dell’elettorato. Nonché dalla possibilità di utilizzare a sfacciati fini di beneficio elettorale, nell’imminente voto regionale, il tesoretto all’improvviso sgusciato fuori dalle pieghe dei conti. L’imperativo è non lasciar sfuggire l’occasione d’oro, che forse potrà non ripresentarsi più.

Il tempo è adesso, per lui e per la nuova leva politica che intorno a lui e grazie a lui è cresciuta e che grazie all’insipienza politica e all’autoreferenzialità degli altri – quella che oggi è la composita galassia delle minoranze – è arrivata sulla tolda dl comando e accumula nelle proprie mani poteri a gogò.

Insipienza e autoreferenzialità delle minoranze dem che tutti gli accadimenti continuano a confermare. Anche, ahinoi, l’ultima “incandescente” riunione del gruppo della Camera. Se ne vedranno delle belle? Vedremo.

Elettra Deiana

Renzismo versione post moderna del Berlusconismo

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La discussione su quanto sta accadendo nel Pd ha raggiunto da ultimo vette di ineguagliabile futilità. Ora si discute, in quel partito e intorno a quel partito, sulla misura del legittimo dissenso. Niente di meno. Tutto pur di evitare di guardare in faccia la realtà e le proprie smisurate responsabilità. Cerchiamo di fare almeno noi uno sforzo di serietà e di ragionare politicamente su questa partita che tutto è meno che una discussione interna a un gruppo dirigente. Perché c’è di mezzo, lo si voglia o meno, una buona fetta del destino di noi tutti e di questo paese.

Un buon modo per cominciare è chiedersi che cosa sia il renzismo. Che si può ormai definire, in modo sintetico e preciso, un fenomeno di destra mascherato da vaghe sembianze di centro-sinistra. È inutile attardarsi in esempi, anche se è bene non dimenticare che una delle ragioni del disastro italiano (e non la minore delle responsabilità di chi ha diretto la mutazione genetica del Pci prima, del Pds e dei Ds poi) risiede nel fatto che gran parte dell’elettorato progressista non è in grado di comprendere. Per cui rimane sotto ipnosi e vota per il Pd indipendentemente da ciò che esso è diventato e fa, nell’astratta convinzione di compiere una scelta «di sinistra».

Ma da quando il renzismo è un fenomeno di destra travestito? Meglio: da quando lo è in modo evidente, almeno agli occhi di chi è in grado di decifrare la politica? Ammettiamo che la preistoria fiorentina del presidente del Consiglio non fosse univoca sotto questo punto di vista.

Concediamo che le parole d’ordine della rottamazione e il braccio di ferro per le primarie aperte potessero ingannare gli ingenui (o gli sprovveduti). Fingiamo quindi che si dovesse stare per qualche tempo a vedere che cosa combinava il nuovo governo dopo l’occupazione manu militari di palazzo Chigi. Resta che la maschera Renzi se l’è tolta clamorosamente già l’estate scorsa, nel primo scontro durissimo su una «riforma» costituzionale dichiaratamente volta ad accentrare nelle mani del governo il potere legislativo e a trasformare il parlamento della Repubblica in una riedizione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni

È trascorso poco meno di un anno e moltissima acqua è passata sotto i ponti.

Acqua inquinata e inquinante che ha investito, travolgendoli, diritti e condizioni materiali di vita e di lavoro (o di non lavoro) di milioni di persone. Acqua limacciosa e putrida che si chiama jobs act e italicum; tagli lineari al welfare e ancora soldi pubblici alle scuole private; acquisto di decine di cacciabombardieri e aumento della pressione fiscale sul lavoro dipendente ed eterodiretto; la bufala populista degli 80 euro e l’urto frontale con i sindacati; la cancellazione del Senato elettivo e decine di voti di fiducia e di decreti-legge; deleghe legislative in bianco e continue violazioni dei regolamenti parlamentari; patto del Nazareno e indecorose tresche con Marchionne e Confindustria. E ancora migliaia di tweet di autoincensamento compulsivo, da fare invidia al dittatore dello Stato liberodiBananas.

Bene: che cosa ha fatto la fronda interna del Pd in questo non breve arco di tempo?

Quali risultati ha portato a casa nel suo infinito psicodramma (esco non esco, scindo non scindo, voto non voto, mi dimetto no resto, mugugno ma mi allineo)? Di questo bisognerebbe parlare finalmente, senza tante chiacchiere sui massimi sistemi. E forse si evita con cura di farlo perché il bilancio è semplicemente disastroso.

Non solo perché Renzi ha potuto sin qui fare e disfare a proprio piacimento, nonostante non avesse (e a rigore non abbia ancora) i numeri, almeno in Senato.

Non solo perché si è fatto in modo che la confusione aumentasse a dismisura nel paese, e con essa il disgusto per la politica politicante.

Non solo perché si è alimentata la vergogna del trasformismo parlamentare, regalando ogni mese nuove truppe mercenarie al padrone trionfante, secondo le migliori tradizioni del paese.

Ma anche, soprattutto, perché, con uno stillicidio di penultimatum e di voltafaccia e di finte trattative e ancor più finte concessioni strappate al dominus, si è impedito al popolo della sinistra di orientarsi in una battaglia per la difesa della Costituzione e per un minimo di giustizia sociale che è ormai la più drammatica emergenza all’ordine del giorno.

Ora, si dice, qualcosa sta cambiando. Persino il teorico della ditta – sino a ieri l’alleato più zelante del premier – non si fida più (ma lo dice già da un mese) e fa la faccia truce. O l’italicum cambia o saranno sfracelli. Peccato che le cose davvero inaccettabili – il divieto di apparentamento e il premio stratosferico al partito di maggioranza relativa – nessuno le metta sul serio di discussione. Che si continui a invocare «un segno di attenzione» per poter continuare la manfrina. E che si fugga come la peste, invece, qualsiasi iniziativa unitaria volta a mandare a casa un governo che è un serio pericolo per la democrazia.

Perché di questo si tratta e chi si ostina a negarlo non rappresenta un problema né per Renzi né per la sua impresa. I sedicenti oppositori continuano a fraintendere la questione pensando che lo scontro riguardi il loro partito, se non la loro fazione. No. La verità è che siamo al gran finale di una storia più che ventennale di liquidazione della sinistra italiana.

Il generoso tentativo della Fiom di unire le forze sociali colpite dalla crisi e dalle politiche padronali del governo ne è a ben vedere la conferma più netta perché dimostra in modo flagrante che nulla di buono si muove nei paraggi della politica e che il sindacato – la sua componente più avanzata – è al momento l’unica risorsa disponibile per una rinascita.

Ma questa situazione deve cambiare perché non ci sarà coalizione sociale che tenga finché il mondo del lavoro resterà senza una rappresentanza politica. E già si è perso troppo tempo. Questa è la verità obiettiva sottesa allo (e nascosta dallo) psicodramma del Pd. Prima si avrà l’onestà di riconoscerlo e meglio sarà.

Alberto Burgio da “il Manifesto”

Renzi, la Waterloo dell’occupazione

condL’Istat ha messo il bastone tra le ruote alla pro­pa­ganda incon­te­ni­bile del governo Renzi sul pre­sunto aumento dell’occupazione. E il mini­stro del lavoro Poletti è stato smen­tito dal suo stesso mini­stero che lunedì ha dif­fuso i dati reali sulle atti­va­zioni com­ples­sive dei con­tratti e quelli sui con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato. La disoc­cu­pa­zione è tor­nata a cre­scere a feb­braio (+12,7%), i disoc­cu­pati sono cre­sciuti di 67 mila unità nell’ultimo anno, i gio­vani tra i 15 e i 24 anni senza lavoro sono aumen­tati di 34 mila unità. L’occupazione a tempo inde­ter­mi­nato non è aumen­tata di 79 mila unità negli ultimi due mesi. I gene­rosi incen­tivi alle imprese con­cessi dal governo nella legge di sta­bi­lità 2014 sono stati insi­gni­fi­canti. Per i cac­cia­tori di far­falle di Palazzo Chigi la gior­nata di ieri è stata una «Water­loo». L’esecutivo si è sfra­cel­lato con­tro il muro della realtà dopo avere preso la ricorsa gio­vedì 26 marzo. Quel giorno Renzi e Poletti hanno cin­guet­tato sull’aumento di 79 mila con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato nel periodo gennaio-febbraio 2015. Il plauso dei media è stato imme­diato. Poi sono cre­sciute le ombre.

Al netto del dome­stico e della pub­blica ammi­ni­stra­zione, le tabelle del mini­stero del lavoro hanno invece regi­strato l’incremento di 78.927 atti­va­zioni in più (303.648) rispetto al bime­stre 2014 (224.721). Le ces­sa­zioni per tipo­lo­gia con­trat­tuale sono aumen­tate di 75.535. E sono aumen­tati i con­tratti pre­cari: più 73.902. In totale, i posti pre­cari sono 847.487 sui com­ples­sivi 1.382.978 posti di lavoro. Tra aumento delle ces­sa­zioni (+8,9%) e ege­mo­nia incon­tra­stata del pre­ca­riato (il 61,2%, sei posti di lavoro su dieci) non c’è dun­que alcuna ripresa. I dati sull’occupazione dif­fusi da Poletti non erano atten­di­bili. Quelli «veri» sul primo bime­stre 2015 saranno pub­bli­cati dal sistema infor­ma­tivo sta­ti­stico delle comu­ni­ca­zioni obbli­ga­to­rie solo il 20 aprile. Dati più certi ver­ranno fuori solo quando saranno con­so­li­dati i risul­tati del tri­me­stre, vale a dire a luglio. Tra tre mesi i titoli strap­pati dal governo saranno archi­viati come pagine inu­tili. I gufi e gli scia­calli non c’entrano. Il disa­stro media­tico è stato pro­dotto dalla sua ansia di pre­sta­zione. Fru­stata dalla realtà della crisi.

L’altra maz­zata è arri­vata dall’Istat. Quei bene­detti 78.927 con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato pos­sono essere il risul­tato delle tran­si­zioni dal tempo deter­mi­nato a tempo inde­ter­mi­nato. In più i con­tratti atti­vati non equi­val­gono neces­sa­ria­mente a nuovi occu­pati. I dati prov­vi­sori su feb­braio 2015 pub­bli­cati ieri dicono anche que­sto. I disoc­cu­pati sono aumen­tati su base men­sile: –0,2%, 44 mila unità in meno. Non con­tano dun­que le varia­zioni men­sili, quelle a cui Renzi si è aggrap­pato inge­nua­mente. Conta l’andamento annuale per­ché un’eventuale cre­scita si regi­stra se dura tre tri­me­stri. Da dicem­bre l’occupazione «è rima­sta sostan­zial­mente sta­bile» ha avver­tito l’Istat. E la disoc­cu­pa­zione è dimi­nuita non per­ché è rico­min­ciata la «ripresa», ma «per la risa­lita del tasso di inat­ti­vità». Que­sto l’Istat l’ha sem­pre ripe­tuto nei ultimi mesi.

Ina­scol­tata dal governo che vive in una realtà paral­lela. Ad ogni report, insieme agli «esperti» del Par­tito Demo­cra­tico, inscena una danza della piog­gia. Ma in que­sto deserto non piove mai. Si resta in attesa della sospi­rata pre­ca­riz­za­zione impo­sta via Jobs Act. Gli uomini della piog­gia annun­ciano grandi tem­po­rali. Il cielo gli darà ragione?

Il bol­let­tino Istat ha con­fer­mato le carat­te­ri­sti­che della disoc­cu­pa­zione strut­tu­rale di massa cre­sciuta negli anni della crisi. I più col­piti sono i gio­vani e le donne. Il tasso di disoc­cu­pa­zione dei primi è cre­sciuto di 1,3 punti per­cen­tuali a feb­braio e di 0,1 nell’ultimo anno. E si è atte­stato al 42,6%. I gio­vani occu­pati tra i 15 e i 24 anni sono dimi­nuiti di 34 mila unità, +3,8%. È un’altra prova del fal­li­mento del pro­gramma «Garan­zia gio­vani». For­te­mente pena­liz­zata resta l’occupazione fem­mi­nile. A feb­braio il tasso è sceso di 42 mila unità (-0,4%). Stesso anda­mento si regi­stra sul tasso di occu­pa­zione. Quello maschile è sta­bile al 64,7%, quello fem­mi­nile è dimi­nuito di 0,2 punti per­cen­tuali. Se il tasso di inat­ti­vità cre­sce per gli uomini di 0,4 punti, men­tre dimi­nui­sce quello di disoc­cu­pa­zione, per le donne la situa­zione è oppo­sta. Le inat­tive dimi­nui­scono, men­tre aumen­tano le disoc­cu­pate (+0,9%). La ten­denza ad una risi­cata cre­scita dell’economia senza occu­pa­zione fissa (Jobless reco­very) è stata con­fer­mata dai dati Istat sul Pil: «Si raf­for­zano i primi segnali posi­tivi per l’economia ita­liana, all’interno di un qua­dro ancora ete­ro­ge­neo». «Nel com­plesso, l’indicatore anti­ci­pa­tore dell’economia ita­liana per­mane su livelli posi­tivi, sup­por­tando l’ipotesi di un miglio­ra­mento dell’attività eco­no­mica nel primo trimestre».

Quello di Renzi è «un nau­seante bal­letto sui numeri dell’occupazione –ha com­men­tato la segre­ta­ria della Cgil, Susanna CamussoBiso­gne­rebbe smet­terla di dire che la ripresa è die­tro l’angolo –ha aggiunto — per­ché non si può con­ti­nuare a soste­nere che la situa­zione sta miglio­rando se la disoc­cu­pa­zione con­ti­nua a salire e se anche per chi lavora le con­di­zioni con­ti­nuano a peg­gio­rare». Per Bar­ba­gallo (Uil) «Se si con­ti­nua ad andare a scuola dalla Mer­kel — che pre­dica auste­rità — piut­to­sto che da Obama — che pra­tica la cre­scita inve­stendo in infra­strut­ture, inno­va­zione, ricerca e cul­tura — i dati occu­pa­zio­nali non miglio­re­ranno». Secondo Fur­lan (Cisl) per creare nuova occu­pa­zione «occorre favo­rire gli inve­sti­menti, con una nuova poli­tica indu­striale» Per Damiano (Pd): «l’eccesso di otti­mi­smo o di pes­si­mi­smo rivela un’ansia da pre­sta­zione che dovrebbe lasciare il passo a una rifles­sione più medi­tata». Per i Cin­que Stelle «i dati Istat ripor­tano Renzi sulla terra». Per gli stu­denti della Rete della Cono­scenza «la reale alter­na­tiva sta nella crea­zione di forme uni­ver­sali di Wel­fare come il red­dito di dignità pro­po­sto da Libera. Un oriz­zonte di tra­sfor­ma­zione che, tut­ta­via, è fuori dalla pro­spet­tiva di que­sto governo».

ROBERTO CICCARELLI da “Il Manifesto”


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