Lavoro, è legge della giungla

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Diciamo la verità: ci eravamo quasi dimenticati, assorti in surreali discussioni sulle “tutele crescenti”, della presentazione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del “ Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale – anno 2014”, redatto dalla Direzione Generale per l’Attività Ispettiva . Documento questo di significativa importanza perché, lungi dal costituire il solito sondaggio dalla dubbia attendibilità o per il tipo di campione prescelto o per la natura delle domande rivolte, è al contrario il dettagliato resoconto dell’attività ispettiva svolta sul campo, nel corso dell’intero anno, dalle unità di vigilanza del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail: è, per intenderci, l’ “analisi del sangue” dello stato del lavoro in Italia nel 2014, anno di entrata in vigore del “Jobs Act” 1.0.

Trovo un breve trafiletto informativo, dopo un lungo navigare in rete, proprio sul sito del Ministero del Lavoro, dove si fa riferimento alla conferenza stampa del Ministro Poletti che – cito testualmente – ha sottolineato l’importanza di azioni maggiormente efficienti ed efficaci al fine di evitare la ripetitività di azioni di controllo da parte di soggetti istituzionali diversi. Questo per consentire alle imprese, fra l’altro, la possibilità di operare in maniera tranquilla ed ordinata”.

Tranquilla ed ordinata ”: mi risuonano in testa queste suadenti parole mentre sto quasi per abbandonare la pagina web – in cui, a parte le dichiarazioni del Ministro, non vi è alcuna sintesi dei risultati del rapporto –, quando la curiosità viene colpita da un link posto in calce alla notizia.

Clicco e, tutto d’un tratto, eccomi di fronte ad un vero e proprio “museo degli orrori” o, volendo far riferimento agli “spiriti animali del capitalismo”, ad una vera e propria giungla.

Due dati su tutti colpiscono la mia attenzione, posti in evidenza dalla stessa Direzione Generale per l’Attività Ispettiva: su 221.476 aziende ispezionate appartenenti a tutti i settori produttivi, ben il 64,17% sono risultate irregolari (ovverosia 142.132, oltre un’azienda su due) e su 181.629 lavoratori irregolari, il 42,61% si è rivelato totalmente in nero (ovvero 77.387 ), comportando un’evasione di contributi e di premi assicurativi pari all’astronomica somma di 1.508.604.256,00. Cifre da “legge di Stabilità”.

Che si tratti, poi, di accertamenti relativi a significativi illeciti di natura sostanziale” e non a mere contestazioni formali, è lo stesso rapporto che lo sottolinea evidenziando, nella lista degli illeciti sanzionati, fattispecie quali il “lavoro nero”, l’utilizzo abusivo di forme contrattuali flessibili volte a dissimulare veri e propri rapporti di lavoro subordinato in funzione elusiva della normativa vigente”, fenomeni di “ appalto/distacco illecito o di somministrazione abusiva e/o fraudolenta volti a realizzare illegittimamente un consistente abbattimento del costo del lavoro”, abuso nella fruizione della Cassa Integrazione Guadagni in deroga, illeciti in materia di orario di lavoro, sfruttamento di categorie di “lavoratori svantaggiati” quali extracomunitari clandestini, minori, lavoratrici madri e gestanti.

Percentuali notevoli e tuttavia addirittura in calo rispetto ai precedenti anni, calo che l’Autorità ispettiva imputa non ad una maggiore “virtuosità” nelle condotte dei soggetti controllati ma, al contrario, alla contrazione occupazionale in atto nel mercato del lavoro, alla crisi economica generale e alla diminuzione degli interventi ispettivi (questi ultimi dovuti ai continui interventi di “razionalizzazione economica”, ovverosia al progressivo taglio delle risorse disponibili). Rilievo, questo, già svolto alcuni mesi prima dalla stessa Corte dei Conti che, in una deliberazione del 20 ottobre 2014, se da un parte registrava “ una significativa e costante riduzione del numero dei controlli”, dall’altra rilevava “ un incremento percentuale delle aziende inadempienti rispetto a quelle ispezionate e in assoluto della manodopera irregolarmente occupata”, in poche parole, la classica equazione meno ispezioni – più violazioni.

Tranciante è dunque il giudizio del redattore del “ Rapporto ”, che afferma come tali dati (ed in particolare quelli sul lavoro sommerso), siano sintomatici “ della completa assenza – in un’ampia percentuale di casi della sia pur minima attenzione ai diritti e alle tutele fondamentali dei lavoratori, nonché ai connessi profili della salute e della sicurezza”.

È davvero “la legge della giungla”, certificata nero su bianco in un documento di provenienza istituzionale: gli “spiriti animali del capitalismo” paiono “animaleschi”, più vicini all’ hobbesiano “ homo homini lupus” che alla “intrinseca razionalità” veicolata dal “pensiero unico” neoliberista. Il mercato, la cui “mano invisibile” dovrebbe correggere ogni asperità e disfunzione, nella concreta fotografia del mercato del lavoro delineata dal “Rapporto” ora esaminato è al contrario una mano ben visibile, ripresa nel tentativo di demolire l’alveo in cui sono incanalate le forze produttive.

Eppure, a fronte della concreta “esondazione” delle esigenze organizzative, tecniche e produttive aziendali, che hanno “allagato” l’intero contesto socio-economico e in cui sono letteralmente affondate le forze e le istanze del lavoro, si registra “ un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l’unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l’impresa”.

L’impresa e l’imprenditore dunque, unici interlocutori e soggetti ormai solitari in un modello di società quasi totalmente desertificata: la società ad una dimensione, che esaurisce il suo significato nel ristretto perimetro semantico delle società di capitali.

Logico corollario, naturalmente, è la libertà dell’impresa da qualsivoglia controllo di legalità, considerato un fastidioso laccio, un ostacolo al libero dispiegamento delle “spontanee” forze di mercato. Sotto tale angolo visuale possono dunque essere letti due recenti fenomeni, che al contempo acquistano una sinistra luce: la “ razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva” prevista dalla legge delega 183/2014 e oggetto di un prossimo decreto attuativo, e il progressivo ridimensionamento del ruolo della magistratura del lavoro.

Partiamo dal progetto di “Agenzia unica per le ispezioni del lavoro”, prevista dall’art. 1 comma 7 lett. l della legge delega e funzionale alla creazione di un’unica struttura in cui dovrebbero essere accorpate le funzioni ispettive oggi svolte separatamente – e con duplicazione di costi ed oneri – dal Ministero del Lavoro, dall’Inps e dall’Inail: potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione, all’insegna dell’aumento di efficienza e del potenziamento della struttura di vigilanza, se non fosse che tale “rivoluzione” è prevista dalla legge “ senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Nella realtà, invece, sembra concretarsi la traduzione in norma di legge della proprietà associativa: sostituendo due addendi con la loro somma, il risultato non cambia. O addirittura peggiora, se solo si pensa al denunciato – da più parti smantellamento delle funzioni ispettive, con una riduzione del 20% dell’organico negli ultimi quattro anni.

Ormai dichiarato, invece, è il ripetuto tentativo del legislatore, da alcuni anni a questa parte, di “mettere la museruola” alla magistratura del lavoro, tentativo dagli alterni esiti.

Si è cercato, infatti, di vincolare l’attività dei giudici già nel 2010, con l’approvazione nel corpo del cosiddetto “collegato lavoro” di una norma (l’art. 30 della L. 183/2010) con cui si tentava di “imbrigliare” l’attività interpretativa del giudicante, stabilendo che nel caso in cui la disposizione di legge contenesse “clausole generali” (ovverosia termini aperti ad una più ampia valutazione discrezionale del Giudice, quali ad esempio “buona fede”, “giusta causa”, giustificato motivo”) il controllo giudiziale dovesse limitarsi esclusivamente “ all’accertamento del presupposto di legittimità”, essendogli del tutto precluso ogni “ sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente”. Principio di per sé meramente propagandistico, essendo già stato recepito da tempo dalla giurisprudenza nel costante rispetto dell’art. 41 Cost. (secondo il cui disposto “ L’iniziativa economica privata è libera” ), a meno di non voler intendere la norma come un tentativo di sottrarre dal controllo di legittimità l’apprezzamento degli elementi di fatto (ovverosia la sussistenza in concreto delle dichiarate ragioni tecniche, organizzative e produttive alla base di determinati provvedimenti datoriali).

Tale norma, se è stata del tutto ininfluente nella prassi applicativa degli anni successivi, ciononostante rileva tutt’oggi come significativo indice di un precisa diffidenza del legislatore nei confronti dei giudici del lavoro. Diffidenza che si è definitivamente espressa, questa volta con impatto prevedibilmente devastante, con l’ultimo decreto attuativo inerente il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, dove il controllo di legittimità relativo a tutti i licenziamenti si riduce per il giudicante, nella maggior parte dei casi, alla mera dichiarazione dell’eventuale assenza della giusta causa o del giustificato motivo, all’accertamento della cessazione del rapporto di lavoro nonostante un provvedimento dichiarato illegittimo e all’automatica liquidazione, con meccanismo “da contabile”, della scarna indennità matematicamente determinata dalla legge in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore. Basterà riprendere l’acuta analisi svolta da Giancarlo De Cataldo sulle colonne dell’Espresso, secondo cui “ Il Jobs Act… ridisegna la disciplina dei rapporti di lavoro di fatto ridimensionando il ruolo dei giudici. Giudici estromessi dal controllo sui licenziamenti disciplinari, possibili quando il datore di lavoro provi un fatto materiale ancorché incolpevole: sei arrivato in ritardo perché il tram ha avuto un incidente? Sei fuori. In cambio, qualche mensilità e l’alternativa di una causa lunga, con il giudice relegato a ruolo di comparsa”.

Al sindacato del Giudice, ormai, “ resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento”: viene archiviato, con un tratto di penna, il millenario principio giuridico della proporzionalità.

Anche l’ordinamento si pone, dunque, al totale servizio dell’impresa la cui assoluta centralità e preminenza si esprime, secondo il vocabolario della contemporanea neolingua, nell’ormai incontrastata esigenza “ad operare in maniera tranquilla”

Domenico Tabasco da “Micromega”

ed ordinata”.

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