Archivio per marzo 2015

Lavorare fino alla morte, in pensione a 66 anni e sette mesi

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Puntuale come lo sceriffo di Nottingham è arrivato l'”adeguamento” dell’età pensionabile alle “aspettative di vita”, come previsto dalla legge Fornero (“la più amata dagli italiani”, durante il governo Monti). Dal primo gennaio del prossimo anno si potrà lasciare il lavoro (più probabilmente la cassa integrazione e la mobilità) solo a 66 anni e sette mesi nel caso degli uomini e delle donne del settore pubblico. Mentre per le donne impegnate nel settore privato sarà sufficiente un anno in meno (ma dal 2018 arriveranno all’agognata “parità” con tutti gli altri: 66 e 7 mesi). Mentre le lavoratrici autonome andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e un mese (66 anni e sette mesi nel 2018). Vengono contestualmente innalzati anche i limiti relativi agli anni di carriera necessari per poter accedere alla pensione di anzianità. La pensione anticipata dal 2016 rispetto all’età di vecchiaia si potrà percepire con 42 anni e 10 mesi se uomini e 41 anni e 10 mesi se donne.

In tutti i casi si tratta di quattro mesi in più, senza alcuna seria distinzione neanche per i cosiddetti “lavori usuranti”, dove ante-Fornero l’età pensionabile coincideva quasi con le aspettative di vita (macchinisti, minatori, siderurgia, ecc).  E poi dicono che vogliono ridurre la disoccupazione giovanile…

Il decreto del ministero dell’economia è arrivato all’Inps che ha immediatamente inviato una “nota esplicativa” a tutti gli uffici interessati (Caf compresi, dunque).

Nel 2019 verrà fissato un nuovo adeguamento, a meno che – nel frattempo – le molte “riforme strutturali” e i tanti tagli di spesa (sanità, welfare, ecc) non riescano, come sperato in alto loco, a ridurre la vita media della popolazione. Del resto, se la logica del collegamento tra età pensionabile e speranza di vita vuole avere un senso, o si va verso un regime per cui – per ipotesi estrema – si lavora fino a 90 anni se la vita media avvicina i 100, oppure si mira a far morire prima una quota maggioritaria della popolazione, costringendola a lavorare oltre ogni limite di forze mentre al contempo le si tolgono buona parte dell’assistenza sanitaria e altri “ammortizzatori sociali”. Una tendenza individuata già da anni (si veda http://contropiano.org/news-politica/item/2107-in-pensione?-possibilmente-mai).

Il nuovo presidente dell’Inps – quel Tito Boeri autore alcuni anni fa di una proposta basata su “riduzioni attuariali” delle pensioni (semplificando: un taglio del 2-3% dell’assegno per ogni anno in meno rispetto all’età pensionabile – ha tirato fuori la necessità di pensare ad ammortizzatori sociali specifici per quegli ex lavoratori tra i 55 e i 66 anni che proprio nessuno è disposto ad assumere. Naturalmente formulerà, entro giugno, una sua nuova proposta. Volete scommettere che sarà uguale alla vecchia?

Claudio Conti da “Contropiano.org”

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“Scusate se vi chiediamo un salario”

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“Una persona che conosco possiede dei call center e, quando ci incontriamo, mi racconta della sua impresa che dà lavoro a tanta gente, nel sud Italia. Li paga 3-4 euro l’ora ma «sono tutte persone che altrimenti sarebbero a casa far niente o finirebbero nella malavita», dice lui, quindi lui svolge un’utilissima funzione sociale, infatti gli vogliono bene.

Mi sono venuti in mente, i suoi orgogliosi racconti, mentre leggevo la testimonianza di un muratore siciliano che, su 1.300 euro al mese di stipendio, deve restituirne 300 al datore di lavoro: «È pur sempre meglio di niente», dice lui.

La prassi, rivela l’inchiesta, è tutt’altro che isolata ed è un nuovo spettacolare passo nella direzione che conosciamo. Non solo ci sono meno diritti e meno salario, ma c’è un convincimento che è ormai entrato nella testa di tutti – a partire dai più giovani – e cioè che qualsiasi forma di lavoro, a qualsiasi reddito e in qualsiasi condizione è ormai benvenuta, perché «è meglio di niente».

È questa, la prigionia mentale in cui ci hanno ridotto trent’anni di lotta di classe dall’alto verso il basso. Ed è stata una vittoria epocale, in termini di egemonia culturale e di pensiero diffuso: aver portato alla gratitudine per condizioni di lavoro sempre più infime, perché «è meglio di niente».

Così è avvenuto, in questo Paese e non solo: riforma del lavoro dopo riforma del lavoro, con tutto l’apparato mediatico a reti unificate a spiegarci ogni volta «che così si crea più occupazione».

L’erba cattiva – pessima – ha cacciato quella buona, ma ci hanno persuaso che è l’unica cosa che siamo degni di mangiare: ragion per cui la troviamo ottima.”

Alessandro Gilioli da  “L’ Espresso”.

Lavoro, è legge della giungla

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Diciamo la verità: ci eravamo quasi dimenticati, assorti in surreali discussioni sulle “tutele crescenti”, della presentazione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del “ Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale – anno 2014”, redatto dalla Direzione Generale per l’Attività Ispettiva . Documento questo di significativa importanza perché, lungi dal costituire il solito sondaggio dalla dubbia attendibilità o per il tipo di campione prescelto o per la natura delle domande rivolte, è al contrario il dettagliato resoconto dell’attività ispettiva svolta sul campo, nel corso dell’intero anno, dalle unità di vigilanza del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail: è, per intenderci, l’ “analisi del sangue” dello stato del lavoro in Italia nel 2014, anno di entrata in vigore del “Jobs Act” 1.0.

Trovo un breve trafiletto informativo, dopo un lungo navigare in rete, proprio sul sito del Ministero del Lavoro, dove si fa riferimento alla conferenza stampa del Ministro Poletti che – cito testualmente – ha sottolineato l’importanza di azioni maggiormente efficienti ed efficaci al fine di evitare la ripetitività di azioni di controllo da parte di soggetti istituzionali diversi. Questo per consentire alle imprese, fra l’altro, la possibilità di operare in maniera tranquilla ed ordinata”.

Tranquilla ed ordinata ”: mi risuonano in testa queste suadenti parole mentre sto quasi per abbandonare la pagina web – in cui, a parte le dichiarazioni del Ministro, non vi è alcuna sintesi dei risultati del rapporto –, quando la curiosità viene colpita da un link posto in calce alla notizia.

Clicco e, tutto d’un tratto, eccomi di fronte ad un vero e proprio “museo degli orrori” o, volendo far riferimento agli “spiriti animali del capitalismo”, ad una vera e propria giungla.

Due dati su tutti colpiscono la mia attenzione, posti in evidenza dalla stessa Direzione Generale per l’Attività Ispettiva: su 221.476 aziende ispezionate appartenenti a tutti i settori produttivi, ben il 64,17% sono risultate irregolari (ovverosia 142.132, oltre un’azienda su due) e su 181.629 lavoratori irregolari, il 42,61% si è rivelato totalmente in nero (ovvero 77.387 ), comportando un’evasione di contributi e di premi assicurativi pari all’astronomica somma di 1.508.604.256,00. Cifre da “legge di Stabilità”.

Che si tratti, poi, di accertamenti relativi a significativi illeciti di natura sostanziale” e non a mere contestazioni formali, è lo stesso rapporto che lo sottolinea evidenziando, nella lista degli illeciti sanzionati, fattispecie quali il “lavoro nero”, l’utilizzo abusivo di forme contrattuali flessibili volte a dissimulare veri e propri rapporti di lavoro subordinato in funzione elusiva della normativa vigente”, fenomeni di “ appalto/distacco illecito o di somministrazione abusiva e/o fraudolenta volti a realizzare illegittimamente un consistente abbattimento del costo del lavoro”, abuso nella fruizione della Cassa Integrazione Guadagni in deroga, illeciti in materia di orario di lavoro, sfruttamento di categorie di “lavoratori svantaggiati” quali extracomunitari clandestini, minori, lavoratrici madri e gestanti.

Percentuali notevoli e tuttavia addirittura in calo rispetto ai precedenti anni, calo che l’Autorità ispettiva imputa non ad una maggiore “virtuosità” nelle condotte dei soggetti controllati ma, al contrario, alla contrazione occupazionale in atto nel mercato del lavoro, alla crisi economica generale e alla diminuzione degli interventi ispettivi (questi ultimi dovuti ai continui interventi di “razionalizzazione economica”, ovverosia al progressivo taglio delle risorse disponibili). Rilievo, questo, già svolto alcuni mesi prima dalla stessa Corte dei Conti che, in una deliberazione del 20 ottobre 2014, se da un parte registrava “ una significativa e costante riduzione del numero dei controlli”, dall’altra rilevava “ un incremento percentuale delle aziende inadempienti rispetto a quelle ispezionate e in assoluto della manodopera irregolarmente occupata”, in poche parole, la classica equazione meno ispezioni – più violazioni.

Tranciante è dunque il giudizio del redattore del “ Rapporto ”, che afferma come tali dati (ed in particolare quelli sul lavoro sommerso), siano sintomatici “ della completa assenza – in un’ampia percentuale di casi della sia pur minima attenzione ai diritti e alle tutele fondamentali dei lavoratori, nonché ai connessi profili della salute e della sicurezza”.

È davvero “la legge della giungla”, certificata nero su bianco in un documento di provenienza istituzionale: gli “spiriti animali del capitalismo” paiono “animaleschi”, più vicini all’ hobbesiano “ homo homini lupus” che alla “intrinseca razionalità” veicolata dal “pensiero unico” neoliberista. Il mercato, la cui “mano invisibile” dovrebbe correggere ogni asperità e disfunzione, nella concreta fotografia del mercato del lavoro delineata dal “Rapporto” ora esaminato è al contrario una mano ben visibile, ripresa nel tentativo di demolire l’alveo in cui sono incanalate le forze produttive.

Eppure, a fronte della concreta “esondazione” delle esigenze organizzative, tecniche e produttive aziendali, che hanno “allagato” l’intero contesto socio-economico e in cui sono letteralmente affondate le forze e le istanze del lavoro, si registra “ un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l’unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l’impresa”.

L’impresa e l’imprenditore dunque, unici interlocutori e soggetti ormai solitari in un modello di società quasi totalmente desertificata: la società ad una dimensione, che esaurisce il suo significato nel ristretto perimetro semantico delle società di capitali.

Logico corollario, naturalmente, è la libertà dell’impresa da qualsivoglia controllo di legalità, considerato un fastidioso laccio, un ostacolo al libero dispiegamento delle “spontanee” forze di mercato. Sotto tale angolo visuale possono dunque essere letti due recenti fenomeni, che al contempo acquistano una sinistra luce: la “ razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva” prevista dalla legge delega 183/2014 e oggetto di un prossimo decreto attuativo, e il progressivo ridimensionamento del ruolo della magistratura del lavoro.

Partiamo dal progetto di “Agenzia unica per le ispezioni del lavoro”, prevista dall’art. 1 comma 7 lett. l della legge delega e funzionale alla creazione di un’unica struttura in cui dovrebbero essere accorpate le funzioni ispettive oggi svolte separatamente – e con duplicazione di costi ed oneri – dal Ministero del Lavoro, dall’Inps e dall’Inail: potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione, all’insegna dell’aumento di efficienza e del potenziamento della struttura di vigilanza, se non fosse che tale “rivoluzione” è prevista dalla legge “ senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Nella realtà, invece, sembra concretarsi la traduzione in norma di legge della proprietà associativa: sostituendo due addendi con la loro somma, il risultato non cambia. O addirittura peggiora, se solo si pensa al denunciato – da più parti smantellamento delle funzioni ispettive, con una riduzione del 20% dell’organico negli ultimi quattro anni.

Ormai dichiarato, invece, è il ripetuto tentativo del legislatore, da alcuni anni a questa parte, di “mettere la museruola” alla magistratura del lavoro, tentativo dagli alterni esiti.

Si è cercato, infatti, di vincolare l’attività dei giudici già nel 2010, con l’approvazione nel corpo del cosiddetto “collegato lavoro” di una norma (l’art. 30 della L. 183/2010) con cui si tentava di “imbrigliare” l’attività interpretativa del giudicante, stabilendo che nel caso in cui la disposizione di legge contenesse “clausole generali” (ovverosia termini aperti ad una più ampia valutazione discrezionale del Giudice, quali ad esempio “buona fede”, “giusta causa”, giustificato motivo”) il controllo giudiziale dovesse limitarsi esclusivamente “ all’accertamento del presupposto di legittimità”, essendogli del tutto precluso ogni “ sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente”. Principio di per sé meramente propagandistico, essendo già stato recepito da tempo dalla giurisprudenza nel costante rispetto dell’art. 41 Cost. (secondo il cui disposto “ L’iniziativa economica privata è libera” ), a meno di non voler intendere la norma come un tentativo di sottrarre dal controllo di legittimità l’apprezzamento degli elementi di fatto (ovverosia la sussistenza in concreto delle dichiarate ragioni tecniche, organizzative e produttive alla base di determinati provvedimenti datoriali).

Tale norma, se è stata del tutto ininfluente nella prassi applicativa degli anni successivi, ciononostante rileva tutt’oggi come significativo indice di un precisa diffidenza del legislatore nei confronti dei giudici del lavoro. Diffidenza che si è definitivamente espressa, questa volta con impatto prevedibilmente devastante, con l’ultimo decreto attuativo inerente il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, dove il controllo di legittimità relativo a tutti i licenziamenti si riduce per il giudicante, nella maggior parte dei casi, alla mera dichiarazione dell’eventuale assenza della giusta causa o del giustificato motivo, all’accertamento della cessazione del rapporto di lavoro nonostante un provvedimento dichiarato illegittimo e all’automatica liquidazione, con meccanismo “da contabile”, della scarna indennità matematicamente determinata dalla legge in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore. Basterà riprendere l’acuta analisi svolta da Giancarlo De Cataldo sulle colonne dell’Espresso, secondo cui “ Il Jobs Act… ridisegna la disciplina dei rapporti di lavoro di fatto ridimensionando il ruolo dei giudici. Giudici estromessi dal controllo sui licenziamenti disciplinari, possibili quando il datore di lavoro provi un fatto materiale ancorché incolpevole: sei arrivato in ritardo perché il tram ha avuto un incidente? Sei fuori. In cambio, qualche mensilità e l’alternativa di una causa lunga, con il giudice relegato a ruolo di comparsa”.

Al sindacato del Giudice, ormai, “ resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento”: viene archiviato, con un tratto di penna, il millenario principio giuridico della proporzionalità.

Anche l’ordinamento si pone, dunque, al totale servizio dell’impresa la cui assoluta centralità e preminenza si esprime, secondo il vocabolario della contemporanea neolingua, nell’ormai incontrastata esigenza “ad operare in maniera tranquilla”

Domenico Tabasco da “Micromega”

ed ordinata”.

La politica non è proprietà privata

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Ecco la lettera di Landini che convocava la riunione di oggi a Roma per preparare la manifestazione del 28 e lanciare la coalizione sociale

Nelle scorse settimane abbiamo incontrato molte associazioni, reti, movimenti e “personalità” , con cui abbiamo ragionato sulla necessità di un momento assembleare, lontano dal clamore e dalle attenzioni dei media, per dibattere in modo libero e aperto l’ipotesi di costruire una “coalizione sociale”.

Ho avuto la fortuna di potermi confrontare, prima e dopo l’assemblea nazionale delle e dei delegati della Fiom, con molti e di condividere sin da subito l’idea che il tentativo di costruire una coalizione sociale muove da una certezza: la politica non è proprietà privata. Questo convincimento deriva dalla nostra Costituzione, che promuove esplicitamente la partecipazione alla vita pubblica e sostanzia la democrazia con la centralità della cittadinanza, a partire dal lavoro e dalla rimozione degli ostacoli sociali e culturali che dovessero impedire il contributo di ciascuno al bene comune.

La necessità di provare a costruire una coalizione sociale è dettata da due assunti che si stanno affermando, dettati dallo “stato di necessità” che la crisi economica e sociale veicola e dalle politiche di austerità europee. “La fine del lavoro” e “la società non esiste, esistono solo gli individui e il potere che li governa” credo diano vita allo spettro di un futuro già presente con cui siamo chiamati a fare i conti in tutta Europa.

La riflessione e le pratiche, a mio avviso, devono avere l’obiettivo di una Europa democratica e solidale come spazio di coesione per impedire la competizione tra i lavoratori e la “guerra tra poveri”. Le politiche della Commissione e della troika, anche in Italia, oltre che nel resto d’Europa, stanno mettendo in discussione la democrazia (modificando la Costituzione con l’introduzione del pareggio in bilancio e riscrivendone più di un terzo), il lavoro e i suoi diritti (da ultimo con il Jobs Act), l’istruzione e la formazione (con un disegno di legge, ignorando la legge di iniziativa popolare sulla scuola), la salute (con la cancellazione delle politiche di prevenzione e della sanità pubblica), i beni comuni e la cultura (privatizzando sia il nostro patrimonio sia i luoghi e i mezzi della cultura e distruggendo l’ambiente, senza rispettare il mandato popolare dei referendum), la giustizia (attraverso la sostanziale impunibilità dei reati connessi alla finanza e all’economia e la riduzione delle iniziative di contrasto alle mafie).

Tutto sta cambiando in tempi rapidi e indietro non si tornerà: per questo è necessario superare le divisioni, il frazionamento, le solitudini collettive e individuali e coalizzarsi insieme per una domanda di giustizia sociale sempre più inascoltata e senza rappresentanza. Con questo spirito condiviso da molti dovremmo trovare il modo di dare forma e forza ad un progetto innovativo, individuando punti di programma condivisi nello spazio nazionale, ma fondamentale è che la coalizione abbia radice e si sviluppi nei territori. I territori e la rete debbono essere i due spazi di partecipazione e di integrazione fra contatto umano e comunicazione digitale e di un nuovo mutualismo nelle pratiche: conta quello che si dice ma di più quello che si fa.

La coalizione sociale potrà esistere se ognuno stabilirà di esserne parte e il suo futuro sarà deciso da tutti e insieme. Per noi deve essere la realizzazione di una visione nuova del lavoro, della cittadinanza, dei diritti, del welfare e della società. Per realizzare questo percorso, la coalizione sociale dovrà essere indipendente e autonoma: significa che per camminare dovrà potersi reggere sulle proprie gambe e pensare collettivamente con la propria testa.

Queste poche righe per invitarti\vi ad incontrarci a Roma presso la Fiom nazionale – corso Trieste 36 – sabato, 14 marzo 2015 alle ore 10.00.

Cari saluti Maurizio Landini

Crisi e democrazia; Vittime e carnefici.

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Martedì scorso il manifesto ha pubblicato un articolo di Jospeh Stiglitz che ha il merito di disegnare un quadro limpido della situazione sociale ed economica dell’Unione europea dopo otto anni di crisi, e dei pericolosi contraccolpi politici (crisi democratica e impetuosa crescita della destra radicale) che ne conseguono. Stiglitz insiste sulle responsabilità delle leadership europee (scrive di un «malessere autoinflitto») e punta il dito sulle «pessime decisioni di politica economica» (l’austerity) ispirate a teorie fallimentari. È una base di partenza per una seria discussione, e anche un utile contributo per la ricostruzione di una pratica critica che riapra un quadro politico stagnante, imprigionato (non solo in Italia, ma soprattutto qui da noi) in una camicia di forza che sta rapidamente soffocando la democrazia. Con gravi responsabilità delle sinistre socialiste, che hanno cooperato alla costruzione dell’architettura istituzionale e monetaria di questa Europa.

C’è solo un aspetto dell’analisi di Stiglitz che non convince e forse merita un supplemento di riflessione. Come molti altri anche Stiglitz parla di «errori», di «modelli viziati», della «follia» che accecherebbe le classi dirigenti impegnate in politiche rovinose. Questa rappresentazione suggerisce che la costruzione europea prima, la gestione della crisi via austerity e deflazione salariale poi, abbiano danneggiato indiscriminatamente tutti, risolvendosi in un incomprensibile esercizio di autolesionismo collettivo. Le leadership europee avrebbero «sbagliato» e persevererebbero diabolicamente, nonostante gli effetti negativi delle loro scelte danneggino tutti gli attori coinvolti: Stati, economie nazionali, classi sociali.

Se le cose stessero così, lo storico di domani si troverebbe di fronte a un bel dilemma. Beninteso, non sarebbe la prima volta che un intero continente sembra imboccare senza ragioni evidenti la strada del suicidio. La storiografia si divide ancora sulle cause della prima guerra mondiale. Quello che fu l’evento inaugurale del nostro mondo somiglia tanto a un gesto suicidario dell’Europa uscita dalla belle époque, e forse non è casuale che solo dopo la guerra Freud cominci a riflettere sulla «pulsione di morte».

Ma forse nel caso dell’Unione europea e della gestione recessiva della crisi le cose non sono altrettanto misteriose. Forse il quadro si semplifica, almeno in parte, se, rinunciando alla chiave semplicistica degli errori e dell’impazzimento collettivo, si suppone che quella che stiamo vivendo sia una transizione, e che le politiche adottate dai sovrani della troika e dai governi nazionali più forti, Germania in testa, rientrino in un processo governato di ristrutturazione delle nostre società: in una distruzione creatrice, finalizzata alla sostituzione del modello sociale postbellico (il capitalismo democratico incentrato sul welfare pubblico e sulla riduzione delle sperequazioni in un’ottica inclusiva) con un modello oligarchico (postdemocratico) affidato alla «giustizia dei mercati globali» e caratterizzato dal binomio povertà pubblica – ricchezza privata. Che poi questa grande trasformazione generi anche effetti indesiderati (la crescita del neofascismo euroscettico) non cambia il discorso di una virgola, visto che notoriamente non tutte le ciambelle riescono col buco.

Non è escluso che, se leggessimo questo decennio (e gli ultimi quarant’anni) come una rivoluzione passiva, l’analisi di Stiglitz ne guadagnerebbe in completezza. Alcuni dati sembrano infatti confermare la coerenza del processo e la sua pur perversa razionalità. La crisi ha debilitato le economie nazionali, molti paesi europei sono da anni in recessione e registrano un calo del pil rispetto agli anni pre-crisi. Se consideriamo l’Italia al netto della fanfara propagandistica, i principali indicatori (le curve del pil, della ricchezza media pro capite e della disoccupazione) denotano una situazione di coma economico e di grave regresso sociale. Ma queste sono, come dice Stiglitz, «fredde statistiche». Dietro le quali non si cela un paesaggio omogeneo.

La crisi (proprio come la guerra) non è un guaio per tutti. Non lo è nel mondo, dove – ricordava l’inserto di «Sbilanciamoci!» del manifesto del 27 febbraio – i primi 80 miliardari hanno visto aumentare la propria ricchezza del 50% negli ultimi quattro anni. Non lo è in Italia, dove, per ragioni che non è qui possibile analizzare ma che non hanno nulla a che fare con il caso né con il destino, il reddito annuo dei sempre più precari lavoratori dipendenti è calato, tra il 2000 e il 2013, di ben 8.312 euro, mentre quello dei professionisti ne ha guadagnati 3.142. Sempre in Italia, negli ultimi cinque anni le dieci famiglie più ricche (proprietarie di quasi metà della ricchezza netta totale) hanno raddoppiato il proprio patrimonio, mentre il 30% più povero della popolazione (18 milioni di individui) ha visto il proprio ridursi quasi di un quinto. La metà più povera degli italiani (concentrata nel Mezzogiorno) ha perso oltre l’11% di quanto possedeva inizialmente; anche la metà più ricca ha perso, ma solo l’8%, e con una perdita concentrata nelle classi medie, sempre più povere.

Si potrebbe continuare a lungo, per esempio ricordando ancora che nel 2012, mentre il pil italiano cadeva del 2,4%, il patrimonio delle famiglie più ricche (con un patrimonio superiore a 500mila euro) aumentava in media del 2%. Ma il quadro è abbastanza chiaro. Lo si potrebbe riassumere in tre semplici slogan: sta (ri)nascendo un’Europa delle caste, incompatibile con la democrazia; capire la crisi è possibile solo leggendo i mutamenti che essa produce in termini di rapporti di forza tra le classi; capire non basta, e la sinistra italiana ed europea non esisterà – se non come figurante nello spettacolo dei teatrini istituzionali – finché resterà complice di questa grande trasformazione e non aprirà una lotta senza quartiere contro il nuovo (arcaico) modello sociale che, grazie alla crisi, sta prendendo forma.

Alberto Burgio

“Perdonaci Silvio non abbiamo capito che stiamo diventando schiavi”

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Alcuni giorni fa si è suicidato ad Alessandria un certo Ghisolfi, imprenditore, passato nei grandi titoli dei giornali come il banchiere di Renzi. In realtà ha partecipato a una delle tante cene per finanziare i “giocattoli del pupo”. E questo dà al suo atto estremo un valore particolare, chissà perché poi, a parte certa dietrologia d’accatto che ormai non sa più su come infiocchettare banalità.
Continuano intanto i “suicidi anonimi”, quelle morti che non fanno notizia. Perché la crisi non ha smesso di mordere, checché ne dica il pupo e il suo scribacchino dei numeri, alias il signor ministro Padoan, che ha infilato una serie interminabile di previsioni economiche errate e senza senso. E sembra non voler smettere.
I suicidi anonimi sono di quelli che invece con la crisi ci fanno i conti, veri. Un dare e un avere preciso e netto. Che per alcuni ha sul piatto della bilancia la propria vita. Chiaro signor Padoan?
Due giorni fa si è suicidato nei pressi di Rieti un certo signor Silvio. Ne hanno scritto in qualche breve di qualche sconosciutissimo giornale “locale” giusto per conforto e indignazione della comunità. Non ha senso dire come e perché. Ha senso parlare di Silvio, perché la sua storia ci racconta di una crisi economica che, come diceva mammà, “sta portando via i migliori”. C’è chi si sta arricchendo con la crisi (questo Padoan non lo dice mai nonostante i numeri abbondino) e chi la sta pagando duramente. C’è chi la crisi la vede da una comoda poltrona in pelle. E chi ci sbatte la faccia contro, nella più perfetta solitudine che solo un raffinato sistema “democratico” sa regalarti. Dobbiamo trovare la forza di dire basta.

Silvio aveva un dono che tutti gli riconoscevano, la luce della semplicità. Una semplicità inadeguata ai tempi, potrebbe dire qualcuno, eppure radiosa. Nell’ipotetica Antologia di Spoon River della crisi 2007-2015, la sua storia occuperebbe le prime pagine. Quella luce della semplicità lo rendeva unico. Ne aveva fatto, del resto, una scelta di vita. Viveva in modo frugale, faceva un mestiere antico, forse più antico di tanti altri, produceva farine con il suo molino.
La semplicità non è bastata a fermare i draghi che un giorno si sono presentati davanti a lui al posto del vento. Ma su un punto, Silvio, ha lottato come un leone: ha preteso che gli restiuissero la pietra. La pietrra sulla quiale aveva edificato l’opera. Un atto d’amore e di rispetto verso se stesso che i draghi hanno oltraggiato in modi irriferibili.
Sapeva macinare il grano Silvio, ma non aveva ancora imparato a triturare le follie degli uomini. O forse non gli interessava. Al mercato contadino che frequentava insieme al suo amico Pietro, appunto, medico che sapeva triturare i malanni dell’anima attraverso la cura dei corpi, lo ricordano tutti come una persona degna di stare tra gli angeli. Perché gli angeli sono proprio la forza della semplicità. E cos’altro?

Quella pietra a Silvio serviva per ancorare al mondo la sua semplicità, perché non diventasse evanescenza e acquistasse forza. Il mondo gli ha impedito di farlo, con violenza. Siamo tutti in qualche modo in debito con lui. Di non aver cantato la sua semplicità, di non aver cambiato il mondo. Di solito cantiamo gli sguardi miti, ma solo perché avvertiamo che non possono nuocerci. Silvio va cantato perché tutto ciò che in lui era leggero e mite, dalle farine al suo sguardo, in realtà aveva il peso della saggezza. E sapeva illuminare la strada del nostro cammino impervio. Quello che non sanno fare quelli che pretendono di governarci, di imbonirci, di costringerci con la violenza a seguire dettami di un interesse generale che sono i primi a rinnegare. Stiamo scivolando nella schiavitù senza accorgerci del passo estremo. E questo a Silvio, almeno, dobbiamo riconoscerlo.

Fabio Sebastiani da “Controlacrisi”

ANPI se ci sei batti un colpo

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L’antifascismo è oggi stretto fra derive opposte. Tra la parte istituzionale incarnata dall’Anpi e l’antifascismo antagonista e giovanile.

L’Anpi in questi ultimi anni ha cercato di rinnovarsi. Un’operazione riuscita a metà. Sono arrivate nuove iscrizioni, spesso di militanti in fuga dai partiti di sinistra, e si è assistito a una ripresa di vitalità. Ma in diverse situazioni si sono anche manifestate chiusure e indisponibilità al dialogo con le nuove generazioni. Un panorama vario e articolato, città per città. Prevalente è stato però, nel complesso, l’affermarsi di un profilo marcatamente istituzionale, con un’attività di tipo celebrativo quasi esclusivamente rivolta al passato. Lontano dal cogliere nella sua portata l’attualità e il pericolo delle nuove spinte xenofobe e razziste, quanto dell’irrompere sulla scena di nuove destre, nostalgiche e populiste.

Emblematico il caso milanese, dove l’Anpi ha considerato pericoloso mobilitarsi il 18 ottobre scorso contro la manifestazione nazionale della Lega e di Casa Pound, con migliaia di camicie nere e verdi in piazza Duomo. Sistematica la rinuncia, anche in seguito, a contrastare ulteriori iniziative dell’estrema destra, tra l’altro in piazza Della Scala, sotto il comune, come di recente accaduto. L’opposto di Roma dove, invece, l’Anpi è scesa in piazza, senza tentennamenti, sempre contro Lega e Casa Pound, a fianco dei centri sociali, in un vasto schieramento antifascista, mobilitando decine di migliaia di persone. Due linee.

Una Repubblica antifascista?
Vi sono certamente, sullo sfondo, le difficoltà del gruppo dirigente nazionale dell’Anpi a comprendere appieno alcuni mutamenti in corso nelle stesse istituzioni, sempre meno rispondenti al dettame costituzionale. In tutta Italia si tengono da anni iniziative pubbliche apologetiche del “ventennio”, con il costituirsi di formazioni apertamente neofasciste e neonaziste, con tanto di corollario di atti violenti, senza alcun vero contrasto istituzionale (si perseguono solo “i casi limite”). Ciò a prescindere dal succedersi di governi, ministri dell’interno, questori e prefetti, in una sorta di assoluta continuità. Un dato di fatto. Come la sospensione dell’applicazione di leggi ordinarie, in primis la legge Mancino, istituita proprio per contrastare l’istigazione all’odio razziale, etnico e religioso.

Alla stessa Anpi, quando protesta, si replica asserendo la legittimità di tutti a esprimersi, fascisti compresi. Allo stesso modo si risponde alle interrogazioni parlamentari, a volte di deputati e senatori del Pd, paradossalmente da parte di altri esponenti del Pd al governo. Una rilegittimazione dei fascisti ormai avvenuta. Una nuova fase nella storia della Repubblica, al passaggio epocale del cambiamento della sua carta costituzionale.
Affidarsi alle istituzioni democratiche per combattere i fenomeni neofascisti sta divenendo un evidente controsenso. Bisognerebbe prenderne coscienza. La crisi dell’antifascismo passa anche da qui.

Lo stesso futuro dell’Anpi appare incerto all’avvicinarsi del suo prossimo congresso nazionale. L’opposizione manifestata alle riforme in campo, sia elettorali sia costituzionali, sta producendo continui tentativi di contenimento, soprattutto attraverso l’azione del Pd ai livelli locali, volta a
depotenziare, sfumare, se non apertamente intralciare, la linea ufficiale. Il rinnovo, in programma, del presidente nazionale dell’associazione sarà probabilmente l’occasione per cercare di “riallineare” l’Anpi, confinandola a funzioni meramente celebrative. Un’eventualità più che concreta.

L’altro movimento
Lontano dall’antifascismo istituzionale si muove ormai da diversi anni un’area composita di giovani organizzati in centri sociali, collettivi e associazioni, presente su una parte importante del territorio nazionale. Quasi un mondo a parte con cui l’Anpi il più delle volte rifiuta il dialogo. A questa realtà si deve spesso l’iniziativa di contrasto, in tante città, delle iniziative razziste e neofasciste. La loro generosità ricorda da vicino i «reietti e gli stranieri» di cui parlava negli anni Sessanta Herbert Marcuse ne L’uomo a una dimensione, quando negli Stati uniti scendevano nelle strade per chiedere «i più elementari diritti civili», affrontando «cani, pietre e galera», a volte «persino la morte» negli scontri con la polizia.

Rappresenta un antifascismo diverso, non istituzionale e poco propenso al perbenismo, cresciuto con propri simboli (le due bandiere dell’“antifa” sovrapposte, mutuate dalle battaglie di strada dei comunisti tedeschi a cavallo degli anni Trenta contro le squadre d’assalto naziste) e propri modelli storici, gli Arditi del Popolo, in primo luogo, espressione di un’unità dal basso dei militanti di sinistra oltre le appartenenze politiche.

Come nel caso recente di Cremona (gli scontri a gennaio dopo il ferimento quasi mortale di un militante di un centro sociale da parte degli squadristi di casa Pound), quest’area, a volte, fa prevalere l’azione diretta rispetto a ogni altro calcolo politico, restando priva di sbocchi e isolata anche dalla sinistra politica.

L’esigenza di un nuovo movimento antifascista è più che matura. Un movimento necessariamente plurale, aperto alle nuove generazioni, privo di steccati e istituzionalismi fuori tempo, in grado di relazionarsi con il presente e i pericoli rappresentati dagli attuali movimenti razzisti e neofascisti. La stessa capacità di trasmettere la memoria della Resistenza non può che partire da qui, per non ridursi a vuota retorica. Un rischio già presente. Questo nuovo movimento non può che nascere dal confronto e dalla capacità di dialogo fra i diversi antifascismi. Sarebbe il caso che per prima l’Anpi battesse un colpo.

Saverio Ferrari da “Il Manifesto”


Rifondazione c’è!

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