“PROVIAMO CON IL SOCIALISMO NON SI SA MAI” – discorso (semiserio) di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica

“Cari compagni e compagne del Parlamento e del Senato riuniti in seduta comune.
Innanzi tutto, siete troppi. Sfoltitevi. Fate in modo di ridurvi a cento, che altrimenti fate solo casino e combriccola. Mi avete eletto Presidente della Repubblica e tuttavia non vi siete accorti, che in Italia non vi è mai stata una Repubblica. Sono dodici volte che in questa sede istituzionale viene commesso il medesimo errore.

Ecco, care compagne e cari compagni, questo sarà il mio cruccio: fare in modo che in Italia possa finalmente nascere una Repubblica. Per riuscire in questa impresa, nella quale hanno fallito tutti i miei predecessori, è abbastanza chiaro che occorre tornare indietro nel tempo. Almeno all’unità d’Italia e a Camillo Benso conte di Cavour. Costui, nel pronunciare la fatidica frase: “abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”, rivelò per intero il suo bassissimo quoziente intellettivo, peraltro e comunque più grande del vostro. E’ infatti abbastanza chiaro come fosse vero il contrario. Gli italiani erano già fatti, ci avevano pensato le loro madri e i loro padri a farli; a lui e agli altri toccava invece fare l’Italia. Da questo volgare gioco di parole, da questo grossolano ribaltamento delle carte in tavola, da questo lavarsi le mani in via preliminare che è il nostro atto di nascita; nascono praticamente tutti i problemi che finora abbiamo dovuto affrontare. Era il suo sporco, fottuto lavoro, quello di fare l’Italia e già nel primo discorso dichiarava di non volerlo fare.
Ecco il primo problema che abbiamo di fronte, onorevoli colleghi, se i politici italiani, mettessero metà dell’energia che disperdono per piazzare in cariche di prestigio famigliari e amici a vantaggio del Paese, vivremmo da decenni nel migliore dei mondi possibili. Tra l’altro non sono molte le cose che dovrebbero fare, che dovreste fare; anzi, meno ne fate e meglio è. Poche, ma buone, diciamo così e soprattutto nell’interesse degli italiani e non nel vostro.
Dite di voler correre, fate decreti su decreti, ma cosa fanno, in definitiva questi decreti? Creano problemi. Aggiungono confusione a confusione. Voi dovete mettervi in testa e io con voi, che non siamo qui per creare i problemi, ma per risolverli. Non so se vi è chiara la differenza. E’ inutile che in cinque anni di legislatura facciate mille leggi, che poi, nella legislatura successiva dovranno essere cancellate con altre mille leggi di senso opposto; perchè è lavoro sprecato, inutile danno. Ben che vada, il computo tra due legislature consecutive sarà pari e non avrete fatto nulla, che abbiamo stabilito essere il vostro obiettivo, ma che è precisamente la prima cosa da cambiare. Il più delle volte però, i conti non torneranno neppure e le leggi, per quanto inutili, si ammucchieranno negli armadi. Ricordo in questo senso a tutti voi, che siamo l’unico Paese al mondo, dove il numero delle leggi è inferiore numericamente solo al numero di cittadini che fanno politica per mestiere.
Per stringere e arrivare al dunque, le poche cose che farò in questo primo mese da Presidente di una ancora non nata Repubblica saranno le seguenti.

Primo, farò issare a fianco della bandiera italiana, sul palazzo del Quirinale, una bandiera rossa e questo per un semplice motivo: perché in Italia abbiamo avuto l’Imperatore, il Papa, l’Imperatore e il Papa insieme, gli Imperatori degli altri Paesi, i re, i marescialli, il fascismo, il duce, Claretta e Rachele, la Democrazia Cristiana, il liberismo, Berlusconi, Veronica e Ruby; ma mai abbiamo provato il socialismo. Bene, è venuto il momento di provare. Anche solo per curiosità.

Secondo, avrei potuto fare un discorso tutto chiacchiere e distintivo, infarcito di politichese della prima o della seconda ora, con le solite litanie tipo “riforme”, “italicum”, “mattarellum”, che poi non ci capisce un cazzo nessuno; ma mi sono guardato bene dal farlo. Allo stesso modo, avrei potuto dire le solite frasi senza seguito sulla mia vicinanza teorica agli indigenti, ai poveri; avrei potuto spendere parole che sarebbero state molto apprezzate dal mainstream su quanto questi poveri, vecchi e nuovi,i suscitino la mia pena, su quanta sofferenza provochi in me anche il solo pensarli; ma il punto è proprio questo, io non devo provare pena per loro, preoccuparmi per loro, devo fare in modo concretamente che non ve ne siano più, perché in una Repubblica che si rispetti, non c’è l’infinitamente ricco e l’infinitamente povero. In una Repubblica che si rispetti, tutti i suoi componenti devono avere dignità morale e materiale, perché se non sono verificate queste due pre-condizioni, non potranno mai sentirsene parte. Nessuno deve essere costretto a chiedere, elemosinare e soprattutto, ognuno ha diritto di capire quello che dice il Presidente.

E qui viene il terzo punto, che spetta a me, ma anche agli italiani e naturalmente a tutti voi, che da questo punto di vista, ne avete più bisogno di chiunque altro. Si tratta di un monito, diciamo così, tanto per mantenere la tradizione ereditata dal mio predecessore. Un monito che tra l’altro ci è stato dato circa sette secoli fa da Dante Alighieri e che anche in questo caso, sarebbe utile mettere in pratica: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

Bene compagni e compagne, rivediamoci tra un mese, con la bandiera rossa sopra al Quirinale, ottocento parlamentari in meno e due o tre leggine che ho in mente, ma che non vi dico. Voi nel frattempo seguite la conoscenza e la virtù come proverò a fare anch’io, male non vi farà di certo. In questo modo, vedrete che la famosa luce in fondo al tunnel di cui molti straparlano, non sarà un TAV che ci viene addosso nella direzione contraria.

Se poi dovessi fallire, cari compagni, compagne, onorevoli colleghi e colleghe, bè, allora, ognuno per conto suo e amici come prima”.

Carmelo Albanese da “Controlacrisi”

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