Archivio per febbraio 2015

Tutti allenatori al bar.

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La giornata di oggi ha visto esultare tutti coloro che sperano che il governo greco fallisca. E’ l’apoteosi dei commentatori che danno i voti all’allenatore al lunedì al bar. La cosa più impressionante è la convergenza tra critiche da destra e da sinistra che dipingono Tsipras come uno sconfitto e come un illuso.

Io penso al contrario che il governo greco non sia stato sconfitto: l’accordo registra i rapporti di forza e la vittoria di Syriza ha già cominciato a modificarli positivamente, altrimenti il programma della troika sarebbe stato unicamente confermato.

Il governo greco ha quindi fatto la cosa giusta:
in primo luogo perché aveva da risolvere il problema immediato di pagare stipendi e pensioni a fine mese e non esistevano altre strade per farlo se non questo accordo ponte.
In secondo luogo perché non è possibile – e non lo abbiamo mai pensato – che le cose potessero cambiare da un giorno all’altro solo in virtù della vittoria della sinistra in un paese, per di più debole. Qualcuno pensa che la realtà si cambi magicamente attraverso la proposta giusta – magari l’uscita dall’Euro – noi pensiamo che esistano i rapporti di forza e che il problema della sinistra non è di far finta che non esistano ma piuttosto di lavorare attivamente a cambiarli.
L’accordo di ieri dà tempo e apre spazi di manovra per il governo greco, per questo è una sua vittoria.

Adesso, invece di fare i commentatori su cosa fa Tsipras, il nostro problema è utilizzare il tempo per costruire in Italia e in tutta Europa un movimento di massa contro l’austerità che metta in difficoltà i governi di tutta Europa nel proseguire le politiche neoliberiste. Il nostro obiettivo è quello di aprire uno spazio per una trattativa vera in cui l’uscita dalle politiche neoliberiste non sia solo uno slogan ma diventi un obiettivo di milioni e milioni di lavoratori, disoccupati, precari. Vedremo alla fine se l’Europa si può cambiare o meno. Dopo aver fatto la battaglia sul serio. Il risultato si vede alla fine della partita, non dopo tre palleggi di riscaldamento: perlomeno per chi la partita la vuole giocare e vincere, non limitarsi a fare l’allenatore del lunedì.

Paolo Ferrero da Rifondazione.it

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“Governi di sinistra” in Europa? Solo uno…

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Bisogna ringraziare l’Ansa, che forse senza volerlo ci ha dato una notizia: in Europa fino a un mese fa non c’erano “governi di sinistra”. Con buona pace dei fan di Renzi (Vendola compreso, visto che continua a farci accordi in Parlamento e per le elezioni regionali), gli imbonitori di Repubblica e Tg3…

“E siccome nessuno pensa a dare carta bianca all’unico Governo di sinistra europeo, l’intesa raggiunta non lascia molto spazio alla Grecia: sarà monitorata passo dopo passo in tutte le decisioni che prende, e non riceverà nemmeno un euro se le misure che prenderà non saranno approvate dall’Eurogruppo”.

Il redattore Ansa sta descrivendo il lavoro improbo del governo Tsipras, che domani dovrà presentare la sua lista di riforme tenendo conto però della cornice (gabbia, più precisamente) dell’equilibrio dei conti preteso dalla “grande Troika” (Bce, Ue, Fmi). In pratica, dovrà far quadrare la propria volontà di ridare un po’ di respiro alla popolazione e all’economia usando una massa di risorse che più micragnosa non potrebbe essere. Quel che produrrà, in un senso o in un atro, sarà anche la misura del “riformismo possibile” nell’Unione Europea attuale.

Una novità comunque rispetto agli altri governi del continente, che prendono e “riforme strutturali” consigliate (è un eufemismo, sia chiaro) e le applicano senza fiatare. La novità è riconosciuta da tutti, a denti stretti (persino da Repubblica, è tutto dire); ma naturalmente si spera che duri un attimo.

Sì, perché altri governi servi stanno per affrontare il giudizio degli elettori e la sola presenza di un esecutivo che prova almeno a “contrattare” può risultare fatale. Non è un caso che nel vertice europeo i più duri con Varoufakis e Tsipra siano stati – tedeschi a parte, che non fa più notizia – gli spagnoli Rajoy e De Guindos, che a un certo punto non volevano firmare il testo finale. Lo si può capire, Rajoy guarda i sondaggi di casa sua e sente che la distanza con Podemos è già grandissima oggi; se la Grecia di Syriza resiste fino al voto spagnolo per il vecchio franchista corrotto non  c’è scampo…

In termini diversi, la questione al centro è ormai quella della sovranità. Non quella “nazionale” cara ai fascisti, ma quella popolare, che dovrebbe invece stare a cuore di chi si dice “di sinistra”. E’ curioso come molti attivisti “comunisti” siano rimasti affascinati, anni fa, dalla retorica capitalista antisovranista. Come se non potessero proprio arrivare a capire che in ballo non c’era davvero “la nazione”, ma il diritto di una popolazione di scegliersi il modo di vivere. E di cambiare, se quello vecchio non gli piace più. Un diktat travestito da “europeismo” (e condito con cazzate immonde, come “la pace in Europa dal ’45 ad oggi”, quasi che Jugoslavia e Ucraina fossero in un altro emisfero), che ha convinto in realtà chi voleva confondere “la politica” con un seggio da consigliere, senza più alcuna voglia di rompere le scatole ai manovratori.

Se bisognasse dar retta a questi social-confusi, bisognerebbe oggi dire che il governo Syriza è “sovranista”…E invece, come è costretto a far notare anche Andrea Bastasin de IlSole24Ore,

“La sovranità democratica nazionale non è la vittima del negoziato tra Atene e Bruxelles. La dura alternativa imposta al governo greco – e in futuro potenzialmente ad altri paesi – tra uscire dall’euro o tradire le promesse elettorali, ha solo reso espliciti i limiti della sovranità di un paese ad alto debito“.

Chiaro? Se sei indebitato, non hai sovranità; se sei in creditore – tedesco, of course – sì.

In molti casi durante la crisi, le democrazie nazionali hanno dovuto fare i conti con le compatibilità europee: referendum (in Irlanda e in Grecia), elezioni (in Spagna e in Italia), sentenze delle corti costituzionali (in Germania e in Portogallo) sono stati oggetto di un tiro alla fune con Bruxelles. L’Italia lo sa meglio di altri: nell’ottobre 2011 arrivarono a Roma una ventina di tecnici della Commissione europea e della Bce. Al successivo vertice di Cannes, il governo accettò l’invio degli esperti del Fondo monetario. Anche noi, come oggi i greci, abbiamo taciuto il nome della “Troika”.

Di questo c’eravamo sicuramente accorti il tempo reale, scrivendo di “invasione” all’atto di nascita del governo Monti (quando gli stessi imbecilli, semplici “antiberlusconiani”, non certamente “di sInistra”, andavano a festeggiare sotto il Quirinale). Ma accettiamo volentieri la tardiva confessione del giornale di Confindustria.

Il problema è che persino le “politiche di austerità” – se si accetta di restare entro quella gabbia logica e operativa – sono comunque “flessibili” abbastanza da consentire a un governo di scegliere una soluzione o l’altra per raggiungere lo stesso obiettivo.

La fine della sovranità è un alibi: nei paesi dell’euro, il 50% del Pil resta intermediato dagli stati; i divari nei livelli di tassazione sono molto ampi. Ci sono i margini fiscali per realizzare politiche nazionali che assecondino le preferenze dei cittadini. Il vero discrimine è tra politiche – nazionali ed europee – favorevoli alla crescita e politiche, in tal senso, inefficienti a fronte di debiti eccessivi.

Traduciamo: è vero, la Troika preferisce e consiglia “riforme strutturali” favorevoli al capitale finanziario (debito da ripagare) e imprese multinazionali (compressione di salari e diritti dei lavoratori dipendenti). Ma i governi potrebbe, in qualche misura, scegliere tra opzioni diverse a parità di conti. Se non lo fanno – tutti i governi d’Europa, meno uno, finora – è perché sono complici “di classe”. Renzi per primo, per quanto ci riguarda direttamente.

Alesssandro Avvisato

L’Europa dei banchieri; gretta, ipocrita e meschina

austerity 
La doppia morale è sempre stata una costante delle classi dirigenti europee. Almeno da quando i governi e le rivoluzioni liberali alla fine del 1700 proclamarono i diritti umani, escludendo però da essi gli schiavi d’oltremare e gran parte del mondo del lavoro. Questa Europa dalla doppia morale collassò esattamente cento anni fa con la prima guerra mondiale. Dopo venti anni di massacri il continente che uscì dalla sconfitta del fascismo sembrò proprio voler cambiare strada.

La competizione tra est comunista ed ovest democratico liberale fu anche sulla realizzazione dell’eguaglianza sociale e sulla estensione dei diritti. Si sviluppò così lo stato sociale, quella che tuttora a me pare la più grande conquista collettiva della storia dell’umanità. Il crollo del socialismo reale assieme alla svolta liberista nella politica economica mondiale, hanno messo in discussione in Europa la sostanza di fondo di quella conquista e hanno imposto una regressione di cui ogni giorno che passa misuriamo estensione e portata. È così tornata a governare la doppia morale, i diritti sociali e del lavoro sono diventati costi e le libertà materiali si fermano alla soglia della libertà di mercato.

I nobili princìpi che sono a caposaldo della costruzione della Unione Europea sono diventati strumenti delle politiche di austerità e rigore. Chi ha concepito quel disastro economico e sociale che si è rivelato l’Euro lo ha spesso giustificato spiegando che la moneta unica avrebbe dovuto essere il primo passo per una Europa unita, giusta e solidale. Ora questi buoni principi vengono proclamati per giustificare la continuità dell’Euro, dei patti fiscali e dei memorandum che lo sostengono. In pochi anni cinquanta milioni di cittadini europei sono sprofondati in una povertà vicina a quella del vecchio terzo mondo. Il livello della disoccupazione è superiore a quello degli anni trenta del secolo scorso, la concentrazione della ricchezza e la diseguaglianza sociale, ci dicono diverse ricerche, stanno tornando a cento anni fa. E forse per questo la moderna Europa sta restaurando i suoi più antichi linguaggi della politica.

Era dall’estate del 1914 che non risuonava così nettamente la parola ultimatum nella diplomazia continentale. Allora fu l’Austria Ungheria ad usarla nei confronti della piccola Serbia, oggi è tutta la UE a rivolgerla alla piccola Grecia. Come tutti sanno al centro dell’aut aut rivolto da tutta Europa al governo greco non sta la questione del debito . Che esso sia inesigibile e che sia interesse degli stessi creditori dilazionarlo e persino abbuonarlo è economicamente scontato. Se ci fosse una manleva sul debito greco le borse festeggerebbero. Il punto è che questo non può avvenire mettendo in discussione le politiche di austerità sociale. La privatizzazione della sanità, della scuola, delle stato sociale e dei beni comuni, i licenziamenti di massa, il taglio brutale dei salari la disoccupazione strutturale, tutto questo deve continuare. La Grecia potrà avere altri soldi solo alla condizione di continuare quelle politiche economiche che l’hanno portata al collasso.

Come un barone medico della letteratura, che preferisce veder diffondersi una epidemia piuttosto che cambiare la cura, l’Europa esige la continuazione dell’austerità guidata dalla Troika . Al governo greco son concessi piccoli margini di facciata, ma la sostanza è ubbidire all’ultimatum. Piegarsi o perire questo il linguaggio antico della guerra che si costituzionalizza nell’Europa dell’austerità. Parole di guerra che sempre più fanno scivolare i conflitti economici in situazione belliche vere e proprie. In Ucraina l’Europa rinnega il principio di autodeterminazione dei popoli, nel nome del quale ha bombardato Belgrado nel 1999 per dare indipendenza al Kosovo. E verso la Libia tornano le cannoniere, oggi si chiamano droni, senza che ci sia alcuna critica per venti anni di guerre umanitarie che son solo riuscite ad allevare e alimentare mostruosità. L’ipocrisia domina una Europa ove ci si proclama “Charlie” dopo il massacro di Parigi, ma poi si condannano le vignette che ritraggono come nazista il ministro delle finanze della Germania. L’Europa dei diritti umani non riesce a salvare chi muore di freddo nei barconi del Mediterraneo, quando con il costo di un paio di F35 si potrebbe tranquillamente farlo per anni.

Chi governa questo continente oggi usa come primo strumento di consenso la paura . L’Europa imperialistica dell’800 si vantava di avere una missione imperiale nel mondo, il fardello civilizzatore dell’uomo bianco, scriveva Kipling, imponeva l’obbedienza agli altri popoli. Era orribile, ma oggi questa Europa delle banche chiede a tutto il mondo di salvare sé stessa e minaccia i propri popoli con la paura di perdere tutto se non saranno obbedienti .
Questa Europa non è più un punto di riferimento, ma un ostacolo alla ripresa del progresso della umanità. Questa Europa gretta e ipocrita ispira una vergogna che potrà cessare solo quando i suoi popoli, come hanno già fatto nel corso della storia, la rovesceranno dai suoi troni. Fino ad allora mi vergognerò di essere europeo.

di Giorgio Cremaschi da “Controlacrisi”

L’accanimento neo-coloniale

06est1-libia-jetIl vento s’è por­tato via tutte le scioc­chezze dette e scritte per moti­vare, quat­tro anni fa, l’intervento Nato in Libia. La disin­for­ma­zione, le chiac­chiere anti-pacifiste dei guer­rieri da salotto, l’enfasi nazio­na­li­stica e pseudo-umanitaria che spin­geva l’allora oppo­si­zione di centro-sinistra a pre­mere su Ber­lu­sconi per far la guerra al suo ex-amico Ghed­dafi. E oggi la stessa reto­rica bel­li­ci­sta pro­rompe dalle parole di due mini­stri come Gen­ti­loni e Pinotti. Con la dif­fe­renza che il ber­sa­glio non è più un dit­ta­tore inde­bo­lito e desti­nato pre­ve­di­bil­mente a fare una fine orrenda, ma un nemico in larga parte sco­no­sciuto e che appare ubi­quo e capace di mobi­li­tare alleati in mezzo mondo, dal Magh­reb

all’Iraq. Natu­ral­mente, per quanto le parole dei due mini­stri siano state avven­tate, è impos­si­bile che si siano inven­tate di sana pianta. È quindi pro­ba­bile che il nostro governo stia già lavo­rando per un inter­vento armato che allon­tani i taglia­gole dalle coste della Libia. Que­sta volta a sof­fiare sul fuoco c’è anche Ber­lu­sconi, che mira, con la scusa dell’interesse nazio­nale, a met­tere in dif­fi­coltà Renzi e a far dimen­ti­care le sue respon­sa­bi­lità nel 2011.

E allora è neces­sa­rio ricor­dare ai nostri mini­stri con l’elmetto alcune ovvietà. L’Isis è un’invenzione dell’Arabia sau­dita e della Tur­chia, in fun­zione anti-Assad, e degli Stati Uniti, che ini­zial­mente l’hanno appog­giato, per accor­gersi poi che era infi­ni­ta­mente più peri­co­loso del dit­ta­tore siriano. Le armi desti­nate a un’imbelle oppo­si­zione laica e filo-occidentale fini­vano nelle mani dei qae­di­sti e soprat­tutto dell’Isis che li ha sop­pian­tati. Lo stesso è suc­cesso in Iraq dove il Calif­fato è ormai la prin­ci­pale espres­sione della rivolta sun­nita con­tro il governo cor­rotto e inetto soste­nuto dagli occi­den­tali. E qual­cosa del genere avviene nella Libia attuale, risul­tato dell’intervento Nato. Dei due governi atte­stati a Tri­poli e Tobruk, il primo è vicino alle posi­zioni dell’Isis e il secondo resi­ste solo per­ché soste­nuto dall’Egitto.

In altri ter­mini, la Libia è già nelle mani del Califfo. Que­sto è il risul­tato del genio stra­te­gico di Sar­kozy e Came­ron, per non par­lare di Obama, e da noi dell’ignavia di Ber­lu­sconi e dell’incompetenza del Pd. Ma il punto è che una guerra in Libia è insen­sata e con­dur­rebbe a disa­stri inim­ma­gi­na­bili. I bom­bar­da­menti coin­vol­ge­reb­bero ine­vi­ta­bil­mente i civili, aumen­tando il risen­ti­mento con­tro gli occi­den­tali, men­tre un inter­vento a terra espor­rebbe le truppe Nato a rischi che nes­sun governo oggi vuol cor­rere. Ecco allora la geniale pro­po­sta di affi­darsi ad Alge­ria ed Egitto, o magari al Ciad o al Niger, cioè a far com­bat­tere quelli lì, arabi e afri­cani, in nostro nome. Un’idea vera­mente bril­lante che, oltre al suo signi­fi­cato neo-colonialista, ha il deci­sivo difetto di esporre i paesi con­fi­nanti con la Libia, con tutte le loro gatte da pelare, a con­trac­colpi interni impre­ve­di­bili e letali.

E allora? Ebbene, i disa­stri in Siria, Iraq e Libia sono il risul­tato di stra­te­gie neo-coloniali di lungo periodo, avviate subito dopo il 1989 e per­se­guite con sto­lido acca­ni­mento dai neo-cons ame­ri­cani e dai loro emuli euro­pei. Pen­sare di capo­vol­gere il qua­dro con qual­che bom­bar­da­mento sotto il para­sole Onu è pro­prio degno del nostro governo. Ma è l’intera Europa che sa solo sba­gliare, acca­nen­dosi con­tro la Gre­cia e aprendo un fronte con­tro Putin, come è già avve­nuto con l’Iran e poi, la Siria e la Libia.

La strada per libe­rare Tri­poli e le altre città costiere dall’Isis non passa da Sigo­nella, ma da un ripen­sa­mento stra­te­gico di cui però le can­cel­le­rie occi­den­tali sem­brano pro­prio incapaci.

ALESSANDRO DAL LAGO da “Il Manifesto”

Chi ha stabilito che gli Usa sono l’arbitro del mondo.

La guerra globale è alle porte, è ora che la sinistra italiana si mobiliti. Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia.

Mentre La Francia, la Germania, la Russia e l’Ucraina siedono alla ricerca di una faticosa trattativa, dall’altra parte dell’oceano gli Usa si preparano e sono pronti ad un intervento con propri mezzi e uomini a sostegno del governo filonazista di Kiev.

ucraina

Quando uno dei “potenti della terra”, il presidente francese Hollande, arriva a fare affermazioni che non escludono la possibilità dello scatenamento, nello scenario ucraino, di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili tra l’Occidente imperialista e la Russia, non occorre essere particolarmente ferrati in politica internazionale per capire che ormai si corre il rischio di essere arrivati a un punto di non ritorno.

L’ipotesi di una spaventosa guerra globale non viene avanzata più solamente dalle voci isolate di qualche esperto preveggente, come quelle di coloro che già tempo fa la ipotizzavano nelle prime fasi del conflitto del Donbass, attribuendo all’imperialismo statunitense persino la volontà di utilizzare le armi più devastanti per affermare definitivamente il proprio progetto egemonico nell’intero spazio post-sovietico.

Ora, di fronte a quanto sta accadendo, con l’intenzione ormai dichiarata dell’amministrazione USA di scendere in campo prepotentemente a fianco dell’esercito dei golpisti di Kiev, rendendo esplicito il sostegno di armi e istruttori che già, sottobanco, era stato garantito fin dall’inizio alle operazioni “antiterroriste” nell’Ucraina sud orientale avviate dai dirigenti nazional-fascisti della giunta ucraina e sfociate in un autentico genocidio delle popolazioni dell’Ucraina sud orientale, si precisa un quadro che dovrebbe terrorizzare l’opinione pubblica dell’intero nostro continente.

Nella prospettiva dell’eventuale fallimento degli ultimi tentativi di composizione negoziata del conflitto, in grado di garantire almeno una parziale distensione della situazione, e della evidente determinazione degli Stati Uniti (e dei vertici della NATO) di procedere con le soluzioni estreme, le conseguenze più catastrofiche rischiano di investire anche l’Italia che sarebbe inghiottita nel vortice di un’avventura pianificata nell’altra parte dell’Oceano. E non bastano certo le dichiarazioni dei nostri ministri, di allineamento alle posizioni più possibiliste di Francia e Germania. Nel momento in cui le operazioni più aggressive verso la Russia fossero avviate, i vincoli che legano noi (e tutti gli altri alleati) alla NATO non lascerebbero alcuno spazio di manovra anche ai più riluttanti. Come afferma, senza timore di essere smentito, il presidente francese Hollande, “noi sappiamo che l’unico scenario può essere la guerra”. Del resto, a cosa, se non a una guerra micidiale, servirebbe ora la forza di intervento rapido di 30.000 soldati della NATO, che si sta dislocando nella regione baltica e nell’Europa orientale?

Ce ne sarebbe a sufficienza per rabbrividire e apprestarsi a una mobilitazione capillare delle coscienze in difesa della pace e per scongiurare un conflitto che già nelle dimensioni attuali comporta costi umani e materiali terribili, nel cuore stesso del nostro continente. Eppure i segnali che arrivano in merito alla reazione dell’opinione pubblica, nel nostro paese e in Europa, non sono certo confortanti.

A questa desolante inerzia non si sottrae neppure la sinistra. E nel nostro paese la sua sottovalutazione della pericolosità della situazione assume contorni persino deprimenti.

Stendiamo un pietoso velo sul comportamento della sinistra oggi presente in parlamento. Mentre quella interna al PD sembra allineata, senza particolari distinguo, alle posizioni ufficiali del partito di sostegno esplicito al golpe di Kiev e ai suoi dirigenti nazional-fascisti e di demonizzazione della Russia (è di pochi giorni fa la sconcertante esibizione televisiva della stessa segretaria generale della CGIL a giustificazione delle sanzioni alla Russia, con l’utilizzo degli argomenti propagandistici dei settori più oltranzisti dell’imperialismo), “Sinistra ecologia e libertà”, dopo avere inizialmente simpatizzato per i protagonisti del golpe di Kiev, continua a mantenere il più rigoroso (e complice) silenzio sulle vicende che sconvolgono le terre violentate dall’aggressione nazista ai confini della Russia, come se la cosa non la riguardi o le crei imbarazzo.

Ma, a essere obiettivi, non è che la sinistra extra-parlamentare se la passi meglio. Neppure da queste parti, con qualche lodevole eccezione, il tema della pace messa a repentaglio nel cuore dell’Europa sembra riscuotere un particolare successo. In tutte le ultime iniziative allestite all’insegna dell’unità della sinistra, pur caratterizzate da temi importanti e pregnanti come quelli del lavoro e della difesa della Costituzione, minacciata dalle manovre del governo Renzi, non sembra essercene traccia. Se si prova a leggere gli interventi di autorevoli dirigenti delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare, di sue personalità storiche, a esaminare i contenuti di molti siti web di riferimento di partiti e componenti della cosiddetta “sinistra radicale”, si rimane colpiti dalla quasi completa assenza di contenuti che vadano oltre la semplice e sporadica registrazione delle notizie su quanto accade sul fronte di guerra del Donbass.

Fanno eccezione e meritano la massima considerazione e rilievo le iniziative messe in campo da tenaci personalità del giornalismo e della cultura (come Giulietto Chiesa, Manlio Dinucci, Domenico Losurdo e Vauro Senesi), da gruppi informali e da alcuni siti web (oltre al nostro Marx21.it che ha dato ampio spazio a materiali e campagne promossi dai comunisti ucraini e russi, ricordiamo quelli di Contropiano e del CIVG), le campagne di sensibilizzazione come quella che ha visto come protagonisti i musicisti della Banda Bassotti con i loro concerti nelle zone interessate dalla guerra, i presidi e le manifestazioni di comitati locali spesso purtroppo scollegati dalle forze più organizzate della sinistra, numerose pagine facebook (come “con L’Ucraina antifascista” e “Fronte Sud”) e, tra le forze politiche, il Partito Comunista d’Italia e la Rete dei comunisti che, fin dall’inizio, hanno messo a disposizione le loro strutture e i loro militanti per manifestazioni e dibattiti su quanto accade in Ucraina, che hanno coinvolto alcune migliaia di cittadini. Spicca poi il lavoro straordinario di Pandora TV che ha garantito una quotidiana controinformazione che ha cercato di contrastare il torrente di menzogne rovesciatoci addosso dall’apparato mediatico dominante. E mi scuso se ho dimenticato qualcuno.

Ma è la questione della nostra appartenenza alla NATO quella che ormai non può più essere derubricata dall’agenda dell’iniziativa politica di quella che si suole chiamare “sinistra” nel nostro paese. E’ la parola d’ordine dell’uscita dell’Italia dall’alleanza militare imperialista che oggi dovrebbe essere posta all’ordine del giorno della più grande mobilitazione di massa. E non è più giustificabile che iniziative come quelle che, negli ultimi mesi, sono state avviate con la proposta della creazione di un Comitato No Nato (http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/24863-perche-dobbiamo-uscire-dalla-nato.html) siano delegate a un gruppo di attivisti volonterosi e determinati. Attorno a questa iniziativa non è più rinviabile la partecipazione e l’adesione di un vasto schieramento di forze che hanno a cuore la pace.

E invece la questione che più dovrebbe essere all’ordine del giorno, non solo per il popolo italiano ma per tutti i popoli del nostro pianeta, la questione della pace compromessa dalle guerre, dalle aggressioni e dall’ingerenza sfacciata dell’imperialismo e dei suoi disegni egemonici, che rischiano di trasformarsi in catastrofe globale, è quasi completamente assente nel confronto di chi si propone di chiamare a raccolta le forze della sinistra. Come se le sorti dell’umanità su cui incombe questa minaccia non riguardassero gli uomini e le donne del nostro paese, più di ogni altro problema.

E’ invece venuto veramente il momento di prendere piena consapevolezza della gravità della situazione che stiamo vivendo in queste ore. La guerra globale è alle porte. Non ci sono più giustificazioni. I comunisti, la sinistra, tutti i democratici si mobilitino finalmente, con tutte le loro forze, in modo corrispondente alle gloriose tradizioni del movimento per la pace del nostro paese, contro la scalata aggressiva di USA e NATO nel Donbass, contro la guerra imperialista. Prima che sia troppo tardi.

Mauro Gemma da “Associazione Marx XXI”

No a una seconda guerra in Libia

GUERRA IN SIRIA 6

L’abbattimento del regime di Gheddafi ha riportato la Libia al clima politico ed economico di due secoli fa, prima della colonizzazione italiana e ancora prima della presenza ottomana. In altre parole, si è tornati ad una tribalizzazione del territorio. Scomparsi i confini amministrativi, ogni tribù difende le proprie frontiere e sfrutta le risorse petrolifere.

Non c’è alcun dubbio che Muammar Gheddafi è stato un crudele dittatore, ma nei suoi 42 anni di regno ha mantenuta intatta la nazione libica, l’ha dotata di un forte esercito e di un’eccellente amministrazione al punto che il reddito pro-capite del libico era il più alto dell’Africa e si avvicinava a quello dei paesi europei. Ma soprattutto ha dato ai libici una fierezza che non avevano mai conosciuto.
A tre anni dal suo assassinio (avrebbe meritato un processo), la Libia è nel caos più completo e già si parla con insistenza di risolvere la questione inviando truppe dall’estero per organizzarvi una seconda, micidiale e sciagurata guerra. Nel corso della prima infausta guerra, voluta soprattutto dalla Francia di Sarkozy, il paese ha subìto danni immensi, 25 mila morti e distruzioni valutate dal Fondo Monetario Internazionale in 35 miliardi di dollari.
Poichè le voci di un intervento militare italiano si fanno più frequenti, noi chiediamo alle autorità del nostro Paese di non commettere il gravissimo errore compiuto nel 2011 quando offrimmo sette delle nostre basi aeree e più tardi una flotta di cacciabombardieri per aggredire un paese sovrano, violando, per cominciare, gli articoli 11, 52, 78 e 87 della nostra Costituzione.
In un solo caso l’Italia può intervenire, nell’ambito di una missione di pace e dietro la precisa richiesta dei due governi di Tripoli e di Tobruk che oggi si affrontano in una sterile guerra civile. Ma anche in questo caso l’azione dell’Italia deve essere coordinata con altri paesi europei e l’Unione Africana(UA).
Animati soprattutto dal desiderio di riportare la pace in un paese la cui popolazione ha già sofferto abbastanza.
Ci appelliamo al nostro ministro degli esteri Gentiloni, chè non si faccia catturare dai venti di guerra che stanno soffiando insistenti. Ma sopratutto chiediamo a tutto il movimento per la pace perchè faccia pressione sul governo Renzi perchè l’Italia , come ex-potenza coloniale, porti i vari rivali libici attorno a un tavolo. Questo per il bene della Libia, ma anche per il bene nostro e dell’Europa.
Angelo Del Boca – Alex Zanotelli  Torino, 8 febbraio 2015

Nel freddo della gelida e rigida Europa

Fino a qualche mese fa l’Italia era impegnata nell’operazione “Mare Nostrum”, nella quale la Marina militare pattugliava le coste in acque internazionali intervenendo per aiutare imbarcazioni di profughi in difficoltà provenienti in particolar modo dal Nord Africa. Questa operazione umanitaria ha permesso di salvare migliaia di immigrati che fuggivano da realtà disperate, da carestie e guerre. Matteo Salvini e qualche altro genio della politica di casa nostra, a cui si spera vivamente venga sempre negata solidarietà almeno a Senago, lamentavano un costo di questa iniziativa decisamente esorbitante e non più sopportabile. Così anche nel Governo presieduto dal lungimirante e spregiudicato Matteo Renzi, il Ministro degli Interni Angelino Alfano, certamente non in disacccordo con il giovin e audace signore fiorentino abolivano l’operazione per sostituirla con un’altro intervento questa volta sotto l’egida dell’Europa.

La nuova operazione, dall’altisonante nome Triton, continuava nel pattugliamento delle coste, ma limitandosi ai confini dell’area Schengen e quindi sostanzialmente rimanendo in acque italiane senza intervenire in soccorso di imbarcazioni e passeggeri in pericolo che si trovano oltre una certa distanza dalla costa italiana e quindi in acque internazionali.

La spesa per lo stato italiano in questa nuova tipologia di intervento era ed è sostanzialmente nulla.

Questo dato venne immediatamente sottolineato con grande vanto ed enfasi dal titolare del Viminale all’atto di chiusura dei battenti di Mare Nostrum. Tutti quanti, nel governo e nelle opposizioni, con qualche rara eccezione a sinistra e soprattutto nel mondo della cooperazione e del volontariato, hanno salutato con grande sollievo la fine di Mare Nostrum e l’arrivo di Triton. Per tutti si trattava di far risparmiare soldi alla pubblica amministrazione italiana e di investire l’Europa del problema immigrazione. Ovviamente i soliti idioti, non quelli cinematografici o sanremesi, che ci divertono, ma quelli più tristemente appollaiati su alcuni scranni parlamentari insistevano ancora per la reintroduzione del reato di immigrazione clandestina.

C’è un fondo di verità nel pretendere che l’Europa si occupi del tema dell’immigrazione, ma c’è un gran fondo di menefreghismo e di lassismo da parte di chi ha voluto chiudere i conti con l’esperienza di Mare Nostrum abbandonando al proprio destino cittadini nordafricani in fuga da paesi in guerra. E fu così che intervenne l’europa (assolutamente minuscola) di Angela Merkel e del banchiere Jean Claude Juncker, sostanzialmente lasciando al proprio destino di morte chi rischia la vita nel Canale di Sicilia, tutto ciò si intende col benestare ed il sollievo dei vari politicanti di casa nostra. I limiti e le differenze oltre alle deficienze dell’operazione Triton, rispetto a quella che l’aveva preceduta, sono del tutto evidenti. Anche gli stessi mezzi a disposizione per l’intervento non sono minimamente paragonabili.

 

Oggi, ma non solo, gli sbarchi e le fughe dal Nord Africa continuano ad un ritmo sostenuto, sebbene la stagione invernale avesse fatto prevedere ad alcuni illuminati che vi sarebbe stato un rallentamento quando non addirittura un blocco delle partenze dalle coste libiche. Ieri 29 persone sono morte assiderate nell’attraversamento del tratto di mare che separa la Libia dalla Sicilia. Sono morte perchè i mezzi su cui sono stati ospitati non potevano salvarli dalle intemperie, dal freddo e dal mare grosso. Sono morti perchè al posto di imbarcazioni di media e grande dimensione, l’operazione Triton viene condotta con piccoli scafi che non permettono ai profughi di rifugiarsi al coperto. Sono morti nel freddo della rigida e gelida Europa. L’intervento dell’operazione Triton, con i mezzi messi a disposizione si rivela ovviamente sempre più tardivo ed inadeguato ! 

Questi giovani che attraversavano il Mar Mediterraneo in cerca di una vita migliore sono sulla coscienza di Renzi, di Alfano, di Salvini, della Merkel, di Hollande così fiero sostenitore dell’intervento armato francese in Libia.

Oggi L’Europa è quella stessa Europa che si indigna se un paese non vuole e non può saldare un debito contratto ed imposto da altri (vedi le banche). L’Europa non lascia scampo alla Grecia e vuole venga stretto il cappio al collo di un paese che per primo cerca la fuga da un’austerità che è un autentico suicidio. Un’Europa pronta a sottolineare ogni minimo scostamento da una linea politica che rasenta la follia fondamentalista delpareggio di bilancio e non perdona alla Grecia la ricerca di soluzioni politiche, economiche e sociali diverse da quelle di rigidi e stupidi protocolli continentali. Questa Europa è responsabile del fatto che la vita umana oggi vale meno di qualunque altro parametro economico che solo imbecilli tecnocrati o banchieri ottusi hanno deciso di far rispettare ad un intero continente.

La vita umana, anche la più misera e abbietta, forse anche quella di Salvini, di Alfano e di Renzi e di Merkel, anche quella del più stronzo che possa abitare un misero angolo di questo sempre più ignobile e disumano pianeta vale più di una compatibilità fiscale ed economica.  

 

Oggi l’Europa e lorsignori italiani che hanno buttato a mare una delle poche operazioni di cui l’Italia negli ultimi anni potesse andare fiera, hanno avuto il loro tributo di sangue. Quando i parenti delle 29 vittime, e di altre che li hanno preceduti e di altri che purtroppo seguiranno, cercheranno un colpevole per l’assurda morte dei loro congiunti sapranno dove volgere i loro sguardi. Da Strasburgo a Firenze, da Berlino a Roma, da Parigi a Bruxelles speriamo solo che i fantasmi di coloro che hanno perso la loro giovane vita nel Canale di Sicilia continueranno a perseguitare chi sgoverna questo paese e questo continente. Quanti ancora devono pagare il prezzo di una disumana inettitudine ??

Strano e triste dover leggere che si parla sempre di immigrati per vicende drammatiche e tragiche. Probabilmente questi immigrati non interessavano troppo nemmeno a Renzi che non li aveva ancora contattati e iscritti a qualche Elezione Primaria del PD.

Numeri da paura da Eurispes

Cala il potere d’acquisto, il 28% di chi lavora deve ricorrere all’aiuto di genitori e parenti. Lo afferma il Rapporto Eurispes 2015. La metà degli italiani paga a rate le spese mediche e il 45,4% si trasferirebbe all’estero se ci fossero le condizioni

Il 65% dei lavoratori teme di non poter sostenere	(foto Lif, da flickr) (immagini di Foto Lif (da Flickr))
Cresce il numero di coloro che non si sentono in grado di dare garanzie alla propria famiglia con il proprio lavoro (64,7%). Eurispes aggiunge che il 28% di chi lavora deve ricorrere all’aiuto di genitori e parenti. Inoltre, secondo l’indagine, riuscire a risparmiare qualcosa in futuro è un miraggio per 8 italiani su 10. Per il 38,5% “certamente no”, per il 41,2% “probabilmente no”.

Ancora in calo il potere d’acquisto. Sette italiani su dieci (71,5%) hanno visto nell’ultimo anno diminuire nettamente o in parte il proprio potere d’acquisto, un dato in linea con quanto rilevato nel 2014 (70%). Dall’inchiesta emerge che l’82,1% dei cittadini ha ridotto le risorse per i regali, l’80,8% ha tagliato sui pasti fuori casa, il 74,7% ha tagliato le spese per viaggi e vacanze, l’80,1% ha ridotto quelle per articoli tecnologici (+8,5%).

Forse per tutte queste ragioni quattro italiani su 10 (40,1%) pensano che sarebbe meglio uscire dall’Euro, mentre a inizio 2014 la quota di delusi dalla moneta unica si attestava al 25,7%. Il 55,5% degli euroscettici è convinto che l’Italia debba uscire dall’euro perché sarebbe la moneta unica il motivo principale dell’indebolimento della nostra economia.

Quasi la metà degli italiani (il 45,4%), poi, si trasferirebbe all’estero se ci fossero le condizioni. Una percentuale cresciuta di quasi otto punti dal 2006. ‘I dati appaiono come una conferma del fatto che oggi le condizioni di vita nel nostro Paese sono più difficili che in passato per molti cittadini al punto da indurre una parte di loro a valutare l’opportunità di trasferirsi’.

Aumentano anche le rateizzazioni per far fronte a spese mediche. Secondo l’inchiesta Eurispes, nel 2014 il 46,7% degli intervistati ricorre alle rate per pagare cure mediche, si tratta di un incremento di 24,3 punti percentuali rispetto al 2013. Si pagano a rate anche automobili (62,4%), elettrodomestici (60,4%), computer e telefonini (50,3%).

da “www,Rassegna.it”

“PROVIAMO CON IL SOCIALISMO NON SI SA MAI” – discorso (semiserio) di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica

“Cari compagni e compagne del Parlamento e del Senato riuniti in seduta comune.
Innanzi tutto, siete troppi. Sfoltitevi. Fate in modo di ridurvi a cento, che altrimenti fate solo casino e combriccola. Mi avete eletto Presidente della Repubblica e tuttavia non vi siete accorti, che in Italia non vi è mai stata una Repubblica. Sono dodici volte che in questa sede istituzionale viene commesso il medesimo errore.

Ecco, care compagne e cari compagni, questo sarà il mio cruccio: fare in modo che in Italia possa finalmente nascere una Repubblica. Per riuscire in questa impresa, nella quale hanno fallito tutti i miei predecessori, è abbastanza chiaro che occorre tornare indietro nel tempo. Almeno all’unità d’Italia e a Camillo Benso conte di Cavour. Costui, nel pronunciare la fatidica frase: “abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”, rivelò per intero il suo bassissimo quoziente intellettivo, peraltro e comunque più grande del vostro. E’ infatti abbastanza chiaro come fosse vero il contrario. Gli italiani erano già fatti, ci avevano pensato le loro madri e i loro padri a farli; a lui e agli altri toccava invece fare l’Italia. Da questo volgare gioco di parole, da questo grossolano ribaltamento delle carte in tavola, da questo lavarsi le mani in via preliminare che è il nostro atto di nascita; nascono praticamente tutti i problemi che finora abbiamo dovuto affrontare. Era il suo sporco, fottuto lavoro, quello di fare l’Italia e già nel primo discorso dichiarava di non volerlo fare.
Ecco il primo problema che abbiamo di fronte, onorevoli colleghi, se i politici italiani, mettessero metà dell’energia che disperdono per piazzare in cariche di prestigio famigliari e amici a vantaggio del Paese, vivremmo da decenni nel migliore dei mondi possibili. Tra l’altro non sono molte le cose che dovrebbero fare, che dovreste fare; anzi, meno ne fate e meglio è. Poche, ma buone, diciamo così e soprattutto nell’interesse degli italiani e non nel vostro.
Dite di voler correre, fate decreti su decreti, ma cosa fanno, in definitiva questi decreti? Creano problemi. Aggiungono confusione a confusione. Voi dovete mettervi in testa e io con voi, che non siamo qui per creare i problemi, ma per risolverli. Non so se vi è chiara la differenza. E’ inutile che in cinque anni di legislatura facciate mille leggi, che poi, nella legislatura successiva dovranno essere cancellate con altre mille leggi di senso opposto; perchè è lavoro sprecato, inutile danno. Ben che vada, il computo tra due legislature consecutive sarà pari e non avrete fatto nulla, che abbiamo stabilito essere il vostro obiettivo, ma che è precisamente la prima cosa da cambiare. Il più delle volte però, i conti non torneranno neppure e le leggi, per quanto inutili, si ammucchieranno negli armadi. Ricordo in questo senso a tutti voi, che siamo l’unico Paese al mondo, dove il numero delle leggi è inferiore numericamente solo al numero di cittadini che fanno politica per mestiere.
Per stringere e arrivare al dunque, le poche cose che farò in questo primo mese da Presidente di una ancora non nata Repubblica saranno le seguenti.

Primo, farò issare a fianco della bandiera italiana, sul palazzo del Quirinale, una bandiera rossa e questo per un semplice motivo: perché in Italia abbiamo avuto l’Imperatore, il Papa, l’Imperatore e il Papa insieme, gli Imperatori degli altri Paesi, i re, i marescialli, il fascismo, il duce, Claretta e Rachele, la Democrazia Cristiana, il liberismo, Berlusconi, Veronica e Ruby; ma mai abbiamo provato il socialismo. Bene, è venuto il momento di provare. Anche solo per curiosità.

Secondo, avrei potuto fare un discorso tutto chiacchiere e distintivo, infarcito di politichese della prima o della seconda ora, con le solite litanie tipo “riforme”, “italicum”, “mattarellum”, che poi non ci capisce un cazzo nessuno; ma mi sono guardato bene dal farlo. Allo stesso modo, avrei potuto dire le solite frasi senza seguito sulla mia vicinanza teorica agli indigenti, ai poveri; avrei potuto spendere parole che sarebbero state molto apprezzate dal mainstream su quanto questi poveri, vecchi e nuovi,i suscitino la mia pena, su quanta sofferenza provochi in me anche il solo pensarli; ma il punto è proprio questo, io non devo provare pena per loro, preoccuparmi per loro, devo fare in modo concretamente che non ve ne siano più, perché in una Repubblica che si rispetti, non c’è l’infinitamente ricco e l’infinitamente povero. In una Repubblica che si rispetti, tutti i suoi componenti devono avere dignità morale e materiale, perché se non sono verificate queste due pre-condizioni, non potranno mai sentirsene parte. Nessuno deve essere costretto a chiedere, elemosinare e soprattutto, ognuno ha diritto di capire quello che dice il Presidente.

E qui viene il terzo punto, che spetta a me, ma anche agli italiani e naturalmente a tutti voi, che da questo punto di vista, ne avete più bisogno di chiunque altro. Si tratta di un monito, diciamo così, tanto per mantenere la tradizione ereditata dal mio predecessore. Un monito che tra l’altro ci è stato dato circa sette secoli fa da Dante Alighieri e che anche in questo caso, sarebbe utile mettere in pratica: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

Bene compagni e compagne, rivediamoci tra un mese, con la bandiera rossa sopra al Quirinale, ottocento parlamentari in meno e due o tre leggine che ho in mente, ma che non vi dico. Voi nel frattempo seguite la conoscenza e la virtù come proverò a fare anch’io, male non vi farà di certo. In questo modo, vedrete che la famosa luce in fondo al tunnel di cui molti straparlano, non sarà un TAV che ci viene addosso nella direzione contraria.

Se poi dovessi fallire, cari compagni, compagne, onorevoli colleghi e colleghe, bè, allora, ognuno per conto suo e amici come prima”.

Carmelo Albanese da “Controlacrisi”


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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