I documenti raccontano le storie dei disertori

Gli atti e le sentenze conservati all’Archivio centrale dello Stato che testimoniano la memoria delle esecuzioni

di Pier Vittorio Buffa
reditaliaUccisi dal capitano. Dal diario di Duilio Faustinelli, 13° fanteria, conservato nell’archivio di Pieve Santo Stefano e pubblicato nei “Diari raccontano”. 
«Questo capitano, a gridato le sue ultime parole: avanti soldati che siamo venuti qui per morire per la patria. Savoia! Savoia! E di lì ancora il nemico che mi attendeva anno infuriato una tremenda fuciglieria su di noi, 
e di qui un’altra volta si salvi chi può, e nel medesimo tempo due poveri soldati dei nostri si sono riparati in una buca d’una grossa granata, questo infame Capitano apenna prima d’essere uciso, che li era quasi vicino, li a ucisi colla propria rivoltella: poi cadde anche lui, è rimasto crivelato dal piombo nemico”.
LEGGI Il diario
“Passati per le armi”. È un unico foglio con l’intestazione Comando del XXVII Corpo d’armata – Stato maggiore. 19 dicembre 1917, protocollo 10043, indirizzato al comando della 59^ divisione. C’è scritto, testualmente: «Essendo risultato dalle indagini condotte dall’Ufficiale a ciò incaricato che i seguenti militari: Soldato Mauro Ciriaco…Soldato Folino Giuseppe… Soldato Iamazzo Francesco… 
tutti del battaglione Alpini Moncenisio del 3° Reggimento, hanno abbandonato il posto di combattimento e sono stati arrestati dai RR.CC (Carabinieri reali, Ndr) presso Ca’ Cornaro, quando ancora il loro reparto era in linea ORDINO che siano passati per le armi in presenza di una rappresentanza dei corpi più vicini nella località che sarà per designare il Comandante della 59^ divisione». La firma è del maggior generale Antonino Di Giorgio, comandante del corpo d’armata, poi ministro della guerra di Mussolini tra il 1924 e il 1925.
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“Pur non essendo provato”. Vengono trovati due biglietti “che incitano alla rivolta”. Un soldato, Clerici Giovanni, della 7^ compagnia del 138° fanteria, , il 16 luglio 1916 viene processato dal tribunale straordinario convocato dal comandante della 13^ divisione. Ecco la sentenza: “Letti i documenti a carico dell’imputato. Uditi i testimoni, il P.M. la difesa 
e l’imputato che per ultimo ebbe la parola. Considerato che pur non essendo provato ch’egli sia l’autore dei due biglietti incitanti 
alla rivolta, risulta però da prove testimoniali com’egli abbia ripetutamente pronunciato verso compagni frasi in cui l’incitamento alla rivolta è esplicito… Il Tribunale ad unanimità ritiene il soldato Clerici Giovanni reo di incitamento alla rivolta e lo condanna alla pena di morte previa degradazione da eseguirsi immediatamente sul posto”.
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“Il coraggio è un dovere”. Astuto Salvatore ha 26 anni, è di Caltagirone, analfabeta e di professione conducente. È un bersagliere del 49° battaglione. Il 14 maggio 1916 il suo reparto deve andare in linea. Lui non ce la fa, ha paura, scappa. Il capitano lo fa cercare, prima si rifiuta di tornare in prima linea, poi la sera fa per raggiungerla ma si ferma “intimorito dallo scoppio di alcuni proiettili 
di artiglieria”, dice di “non sentirsi di andare avanti”. La sera del giorno dopo, infine, segue docilmente la pattuglia che lo accompagna in trincea. Viene accusato di codardia e arrestato il 3 giugno. Il 10 il tribunale lo dichiara colpevole anche perché, è scritto nella sentenza, “il coraggio è per il soldato che combatte per la difesa della patria, un dovere giuridico imprescindibile”. La pena è quella della morte “col mezzo della fucilazione al petto” e la sentenza è eseguita la mattina del 12 giugno.
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Nessuna grazia. Nel fascicolo non c’è la sentenza della condanna a morte del caporale Vignoni Roberto e del soldato Ciaccheri Giovanni per diserzione. Ma c’è la disperazione delle loro famiglie. Il 21 ottobre 1915 un certo avvocato Coletti manda un telegramma al comando del primo corpo d’armata comunicando che i due militari “presenteranno direttamente S.Maestà domanda grazia. Scongiurasi nome desolate famiglie ordinare sospensione esecuzione fino esito grazia”. 
Il 29 ottobre, dopo otto giorni, un foglio non firmato chiede al tribunale di guerra “se sia stata eseguita o meno la sentenza”. Dopo due giorni il telegramma che sancisce l’inutilità dell’iniziativa della famiglia: “Onoromi comunicare che sentenze riguardanti 
Giacchetti (e non Ciaccheri, come si chiamava 
il condannato, ndr) e Vignoni vennero eseguite rispettivamente giorni 25 e 27”.
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Fucilato per errore. Il tribunale straordinario di guerra convocato dal comandante della 63^ divisione aveva deciso che il soldato Sanguannini Battista, nato nel 1889 a Gerola Nova, in provincia di Brescia, non doveva morire. Per gli ufficiali-giudici il Sanguannini era stato sì uno degli “agenti principali” della “rivolta” del 227° fanteria 
ma “stimano” di “accordare le attenuanti generiche” Così su 17 imputati quattro vengono condannati alla fucilazione, gli altri 
al carcere militare, a vent’anni il Sanguannini. Ma vicino al suo nome c’è scritto, con la matita rossa, “fucilato” perché subito dopo la sentenza, alle 6,30 del 16 agosto 1917 viene portato lui davanti al plotone di esecuzione 
al posto di uno dei quattro condannati. 
Nel rapporto dell’ufficiale che ha comandato
il plotone di esecuzione, leggiamo: «Verificati 
i medaglioncini delle salme risultò che anziché il Caporal Maggiore Ferrari Lorenzo vi era il soldato Sanguannini Battista». Il Ferrari venne fucilato dopo tre giorni, il 19 agosto.
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L’esempio. Moglia Giovanni è un ventottene torinese con moglie e figli, sergente del 162° reggimento di fanteria addetto alle salmerie. Insieme a Lanza Natale, un soldato addetto alle cucine, il 29 maggio si allontana dal reparto. Lo conferma ai giudici e spiega che erano tutti e due sotto «l’impressione nervosa dei bombardamenti dei giorni precedenti» perché, è scritto nella sentenza, sulle «posizioni retrostanti dove il Moglia e il Lanza asseriscono di essersi trovati, infuriava il fuoco di artiglieria e di fucileria». A Lanza vengono riconosciute, senza nessuna motivazione, le attenuanti generiche e viene inflitta una condanna a venti anni di reclusione militare. Moglia viene invece condannato alla «pena di morte col mezzo della fucilazione nel petto». La fucilazione avviene dopo 5 giorni, l’11 giugno 1916, e viene eseguita «per la maggiore esemplarità della pena, presso le truppe cui apparteneva».
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“Non si può avanzare”. Per il 144° reggimento di fanteria, come per tutti i reggimenti impegnati nelle battaglie dell’Isonzo, il 1916 è un anno terribile. I morti sono quasi 400, 1354 i dispersi, quasi duemila i feriti. 
Il 12 marzo è stata annunciata una delle tante azioni. I soldati sono stanchi, rumoreggiano, cercano di convincere gli ufficiali a non portarli al massacro. Dicono «Non si può». Arriva il colonnello e fa uscire un uomo dal gruppo, 
il soldato Annaloro Antonino «uno dei più scalmanati». Cosa non si può? gli chiede. «Non si può avanzare», risponde. Perché non si può? incalza il colonnello. «Perché non si può», ripete il soldato. Il 13 aprile il soldato Annaloro viene condannato 
a morte in base 
al quarto comma dell’articolo 72 
del codice penale dell’esercito che punisce con la morte chi ha «partecipato a complotti, fatto tumulti, usato violenze o minacce, o sollevato grida allo scopo di obbligare il comandante a non impegnare un combattimento, a cessare da esso, 
a retrocedere od arrendersi».
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Morto e basta . Il 19 agosto 1917 la brigata Mantova, schierata nel settore di Monfalcone, partecipa alle «azioni contro 
le posizioni di Jamiano». La battaglia è sanguinosa, restano uccisi 10 ufficiali e 245 militari della brigata. Un soldato non va all’attacco, si allontana dai suoi compagni e dopo tre giorni viene arrestato dai carabinieri non molto lontano, a Doberdò. Quattro giorni dopo, il 27 agosto, Stuppia Rosario, un contadino messinese analfabeta, viene condannato alla fucilazione alla schiena con una sentenza di poche righe. Nel certificato 
di morte la riga dove dovrebbe essere indicata la causa di morte è vuota.
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“Codardia”. Il soldato Versari Sante, un toscano trentaquattrenne, viene condannato 
a morte per “codardia” il 25 settembre 1917 
e immediatamente fucilato, alle undici del mattino. Il suo reggimento, il 216° della brigata Tevere, è schierato sul Carso, nel settore del Dosso Faiti. Durante i combattimenti del mese di agosto la brigata aveva perso 42 ufficiali e 1478 “gregari”. Dal 5 al 24 settembre Versari vede morire, durante gli attacchi, 201 uomini del suo reggimento. Il 24, è scritto nella sentenza, Sante Versari «abbandonava il posto in faccia al nemico, sul Faiti, e portavasi senza alcun giusto motivo nella linea retrostante, 
ove veniva trovato dal suo comandante di compagnia». Non oppone resistenza il soldato Versari, segue il suo comandante. Torna in prima linea il soldato toscano. La sua “codardia” è durata pochi minuti, forse nemmeno un’ora.
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