Archivio per gennaio 2015

Riabilitare i condannati a morte della prima guerra

Settecentocinquanta sentenze di pena capitale. Più i tanti uccisi in esecuzioni sommarie. Tutte vittime del primo conflitto mondiale che un movimento crescente vuole riabilitare

di Pier Vittorio Buffa
alpDegni della pena di morte per mezzo della fucilazione alla schiena. Parole scritte da uomini contro altri uomini. Scritte in una sentenza di cent’anni fa, pronunciata durante la Prima guerra mondiale. Un tribunale composto da un colonnello, due maggiori e tre capitani decise, come se avesse potere divini, che due soldati venticinquenni di Firenze non meritavano altro che di essere uccisi. E questo perché avevano lasciato il reparto in seconda linea, erano andati in un vicino paese a mangiare, bere e dormire per poi, la mattina dopo, presentarsi spontaneamente alla Guardia di Finanza e tornare dai compagni, nell’accampamento.
Così i nomi di Cappelli Vittorio e Ciullini Gino, del 69° fanteria, sono entrati, il 20 agosto 1915, a far parte della lunga lista dei reietti, dei dimenticati ( qui il documento originale ): i settecentocinquanta soldati fucilati dopo una sentenza, gli almeno trecento delle esecuzioni sommarie, i non si sa quanti uccisi per le decimazioni, quando gli uomini da giustiziare venivano estratti a sorte, o durante le battaglie.
Sono i condannati a morte della Quindici-Diciotto. Soldati vittime di una guerra nella guerra. La guerra dell’esercito italiano contro se stesso, condotta per diventare la forza armata di un paese con poco più di 50 anni di vita. Guerra di cui oggi non si può tornare a parlare se non partendo da una semplice constatazione: i condannati alla fucilazione furono vittime, come i 650 mila italiani morti combattendo, di un conflitto che il papa di allora, Benedetto XV, definì una «inutile strage». Vittime che finora nessuno ha riconosciuto come tali. I loro nomi, semplicemente, non ci sono. Non sono conteggiati tra i morti e dispersi dei rispettivi reggimenti (più di cinquemila in quello di Cappelli e Ciullini) né, tantomeno, sono nell’albo d’oro dei caduti della Prima guerra mondiale.

Eppure queste vittime dimenticate spesso hanno ricevuto, prima di morire, il massimo onore che un militare possa tributare a un altro militare, l’onore delle armi, un presentatarm ordinato per riconoscere il valore di quel sacrificio. Persino il crudele generale Leone di Emilio Lussu (“Un anno sull’altipiano”) s’irrigidisce sull’attenti davanti al cadavere di un soldato che pensa di aver fatto fucilare: «Salutiamo i martiri della patria! In guerra», dice, «la disciplina è dolorosa ma necessaria. Onoriamo i nostri morti!».

In questo racconto di un tenente del 116° fanteria, invece, il presentatarm lo eseguono i soldati schierati. «All’alba, verso le 4, mi recai coi miei soldati sul posto dove c’erano già molte truppe regolarmente inquadrate coi propri Ufficiali e che vennero disposte a rettangolo nella vasta radura. Il condannato non era ancora giunto. Quando arrivò in autocarro fra tre o quattro carabinieri; urlava e gemeva come un fanciullo. Fu fatto scendere, e, sorretto da alcuni soldati, messo a sedere su di una sedia. Intanto un Ufficiale Superiore lesse la sentenza, al che tutta la truppa presentò le armi… venne bendato; era in uno stato pietoso, non si reggeva sul tronco, parlò col prete e prima che la squadra di esecuzione facesse fuoco, volle alzarsi e orinare: “Lasciatemi almeno orinare”, disse, e invocava sempre la mamma. Alla prima scarica cadde in avanti emettendo tre grida: ah, ah, ahhhhh!, di cui l’ultima più lunga e più fioca. Il Tenente Medico si avvicinò e ne constatò la morte». ( Dal diario di Paolo Ciotti che fa parte dei “ Diari raccontano ”, la raccolta pubblicata dal nostro giornale con l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano). A esecuzione avvenuta partivano i telegrammi, tutti cifrati e scritti con lo stesso tenore, che rimbalzavano da un comando all’altro: «Onoromi comunicare che 76680 (in linguaggio cifrato significava “le sentenze”, Ndr) vennero eseguite…».

La linea dura era stata decisa dall’alto. Le direttive del comandante supremo, Luigi Cadorna, erano categoriche: «Non vi è altro mezzo idoneo a reprimere reato collettivo che quello della immediata fucilazione dei maggiori responsabili, allorché l’accertamento dei responsabili non è possibile, rimane il diritto e dovere dei comandanti di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte». Bisognava punire, senza andare tanto per il sottile:. Così si può leggere, in un suo proclama, che il Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, «ha approvato… che alcuni, colpevoli o no (testuale, Ndr), fossero immediatamente passati per le armi».
È illuminante la testimonianza di un giudice militare che, prima di un processo, riceve un fonogramma dal comando di corpo d’armata: «Il dovere dei giudici è di essere severi… Vorrà dare nel giudizio attuale un esempio salutare». Delle condanne a morte si occupò anche la commissione che indagò sul disastro di Caporetto, a guerra in corso e fino al giugno ’19. Nella relazione finale, ripubblicata quest’anno dalla Rodorigo editore, la conclusione è chiara: «Esistono responsabilità specifiche gravi nell’arbitrario uso della pena capitale oltre i limiti del codice penale e… senza le garanzie, sia pure sommarie, dalla legge volute».

Adesso, dopo cent’anni, qualcosa si sta facendo per cercare di ricostruire questa brutta pagina della nostra storia e colmare un vuoto nella memoria collettiva. È di maggio la lettera con cui l’ex magistrato militare Sergio Dini, oggi sostituto procuratore a Padova, chiede al ministro della Difesa un «provvedimento clemenziale di carattere generale, a favore di tutti i condannati a morte del I° conflitto mondiale». «Anche i caduti sotto il fuoco di un plotone d’esecuzione», scrive, «sono morti in guerra, e, perché no?, sono morti “per la Patria”; essi furono mobilitati contro la loro volontà, per una guerra di cui non ben comprendevano gli scopi, come fu per la maggior parte dei morti in combattimento o in prigionia. E come loro avevano patito la fame e il freddo, il fango delle trincee e i pidocchi, e la quotidiana incombente presenza di una morte impersonale. Fino al sacrificio finale, loro imposto come per tutti gli altri, per arrivare alla vittoria». Un appello, quello di Dini, raccolto dal ministro della Difesa Roberta Pinotti. È tempo, ha detto il ministro, «di fare luce sui soldati italiani fucilati nel corso della Grande Guerra, vittime di singole esecuzioni o di decimazioni sommarie effettuate “sul posto”, senza processo». E ha costituito un comitato scientifico per avviare una «riflessione sul tema del “fattore umano” nella grande guerra» chiamando a presiederlo un suo predecessore, Arturo Parisi.

Allora cerchiamo di conoscerli questi soldati. Per capire come e perché sono morti, per nutrire la nostra memoria collettiva e per includerli a pieno titolo tra le vittime di quella tragedia che fu la Prima guerra mondiale. In questa pagina , dieci storie esemplari. Una trascritta dal diario di un caporale di fanteria. Nove estratte dai faldoni che, all’Archivio centrale dello Stato, conservano la memoria di quelle esecuzioni.

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TUTTI SUL CARRO (PURE LE DESTRE) DEL VINCITORE

atene 11.2.12C’è un rischio che tutti i cre­di­tori del mondo cono­scono: se mandi qual­cuno in fal­li­mento i tuoi cre­diti diven­tano carta strac­cia. E se il cre­dito è stato con­cesso da uno stato, sia pure con altri della Ue, i suoi con­tri­buenti potranno chie­der conto della per­dita subita.

Il governo di Angela Mer­kel lo sa bene e, incal­zato da destra, molto se ne pre­oc­cupa. Insomma, anche nella più nera delle crisi c’è sem­pre qual­cuno “too big to fail”, troppo grosso per fal­lire. Se la Gre­cia si trovi effet­ti­va­mente in una simile con­di­zione è mate­ria assai con­tro­versa, ma certo è che la ragione eco­no­mica pro­pen­de­rebbe, sem­pre e comun­que, per il nego­ziato, per recu­pe­rare almeno il recu­pe­ra­bile. Quando si decide di man­dare qual­cuno in ban­ca­rotta è sostan­zial­mente per ragioni poli­ti­che o “morali”, mai “con­ta­bili”. Si accetta un sacri­fi­cio per sal­va­guar­dare la regola. Si mette in conto una per­dita per con­ser­vare un potere. Se ne col­pi­sce uno, insomma, “per edu­carne cento”. Il rap­porto tra cre­di­tori e debi­tori è assai più poli­tico che non contrattuale.

La linea dura con­tro Atene è det­tata infatti dal timore, tutto poli­tico, di un “effetto domino”, cioè della pos­si­bile emu­la­zione da parte di altri paesi dell’eurozona, in par­ti­co­lare quelli dell’area medi­ter­ra­nea, della ribel­lione greca con­tro la tiran­nia del debito. Ma, d’altro canto, effetti domino potrebbe com­por­tarne anche lo stran­go­la­mento della Gre­cia o la sua esclu­sione dall’Eurozona, in ter­mini di tur­bo­lenza sui mer­cati finan­ziari e di di tenuta stessa del pro­cesso euro­peo nel suo insieme. I fal­chi che vol­teg­giano tra Ber­lino e Bru­xel­les non hanno affatto le carte euro­pei­ste in regola e quando la ren­dita finan­zia­ria e i poteri delle éli­tes sen­tono allen­tarsi la presa sulle poli­ti­che euro­pee la fede nell’Unione e nel pro­gre­dire dell’integrazione vacilla paurosamente.

Il primo schema che con­verrà dun­que destrut­tu­rare è quello che vede con­trap­po­sti un fronte nor­dico “indub­bia­mente” euro­pei­sta a un’Europa medi­ter­ra­nea “indub­bia­mente” votata al popu­li­smo euro­scet­tico non appena i suoi governi accen­nino a disco­starsi di un passo dal cate­chi­smo ordo­li­be­ri­sta di Bru­xel­les. Jens Weid­mann, il pre­si­dente della Bun­de­sbank, per esser chiari, è assai meno euro­pei­sta di Ale­xis Tsi­pras. Tut­ta­via l’entusiasmo mani­fe­stato da pres­so­ché tutta la destra euro­scet­tica per la vit­to­ria di Syriza in Gre­cia, inter­pre­tata in chiave “sovra­ni­sta”, costi­tui­sce una insi­dia da non sot­to­va­lu­tare, desti­nata a inqui­nare peri­co­lo­sa­mente il pro­ba­bile brac­cio di ferro tra il governo di Tsi­pras e l’attuale gover­nance europea.

Marine Le Pen plaude allo “schiaffo di Atene”, Nigel Farage gon­gola per la vit­to­ria di “quelli che sono stati impo­ve­riti dall’euro”, Came­ron si com­piace di aver messo i cit­ta­dini bri­tan­nici al riparo dai sus­sulti dell’Unione, la nostra Lega si com­pli­menta con il pre­sunto corso anti­eu­ro­peo affer­ma­tosi in Gre­cia, e per­fino Bernd Lucke, pre­si­dente di Alter­na­tive fuer Deur­schland, il par­tito più nazio­na­li­sta e anti­eu­ro­peo dello scac­chiere polico tede­sco, dichiara: «il debito greco deve essere tagliato; in que­sto Syriza ha per­fet­ta­mente ragione». Dopo­di­ché il paese dovrebbe abban­do­nare l’euro.

La destra nazio­na­li­sta sem­bra voler caval­care con deci­sione il suc­cesso elet­to­rale del par­tito di Tsi­pras, ser­ven­do­sene per appro­fon­dire le con­trad­di­zioni interne all’Unione e fre­nare i pro­cessi di inte­gra­zione euro­pea. Saranno que­ste forze le prime a trarre van­tag­gio da una totale chiu­sura di Bru­xel­les nei con­fronti delle richie­ste gre­che. Ser­ven­do­sene come argo­mento per dimo­strare che nes­suna Europa è pos­si­bile, se non quella della Troika.

In que­sto qua­dro l’alleanza di governo con la destra nazio­na­li­sta di Anel, cui Tsi­pras è stato costretto per aver man­cato di un sof­fio la mag­gio­ranza asso­luta, rischia di man­dare un segnale peri­co­loso. Non tanto nella sostanza, data l’enorme spro­por­zione di peso tra le due forze poli­ti­che, ma sul piano dell’immagine. Molti hanno inte­resse, tanto sul ver­sante anti­eu­ro­peo quanto su quello del rigore, a con­fon­dere la novità del labo­ra­to­rio greco con il popu­li­smo euro­scet­tico che cre­sce nel resto d’Europa. Per non par­lare delle sue rami­fi­ca­zioni “rosso-brune” che com­bi­nano nazio­na­li­smo e disa­gio sociale. E’ vero che sem­pre, e ripe­tu­ta­mente nel corso della sua cam­pa­gna elet­to­rale, Tsi­pras ha insi­stito sullo spi­rito euro­pei­sta del suo pro­getto, ma ora, da capo di governo e di una alleanza sulla quale molti, a sini­stra, stor­cono il naso, sarebbe altret­tanto urgente quanto met­ter mano al disa­stro sociale, un forte gesto di segno europeista.

Vinta la bat­ta­gli elet­to­rale interna, è nella dimen­sione euro­pea che biso­gna rilan­ciare e non solo nei ter­mini di una ver­tenza con Bruxelles.

In con­tra­sto con l’espansione del nazio­na­li­smo euro­peo, sta pren­dendo forma un altro corso poli­tico: quello che sospinge Pode­mos in Spa­gna verso una cre­scita e una affer­ma­zione che potrebbe rag­giun­gere dimen­sioni simili a quelle con­se­guite da Syriza in Gre­cia. A Bar­cel­lona e a Madrid risiede dun­que, sia pure a par­tire da una sto­ria e da carat­te­ri­sti­che del tutto diverse, il natu­rale pro­se­gui­mento del pro­cesso avviato ad Atene. Entro que­sta pro­spet­tiva euro­pea, movi­menti e forze poli­ti­che pos­sono mobi­li­tarsi per impe­dire che la Gre­cia venga iso­lata e accer­chiata. In que­sto caso l’alleanza con i “Greci indi­pen­denti” reste­rebbe , una paren­tesi, una fasti­diosa neces­sità con­tin­gente. Altri­menti, tra gli applausi delle destre anti­eu­ro­pee, rischierà di essere il primo passo di un arroc­ca­mento inin­fluente sul destino futuro della demo­cra­zia europea.

Marco Bascetta da “Il Manifesto”

I documenti raccontano le storie dei disertori

Gli atti e le sentenze conservati all’Archivio centrale dello Stato che testimoniano la memoria delle esecuzioni

di Pier Vittorio Buffa
reditaliaUccisi dal capitano. Dal diario di Duilio Faustinelli, 13° fanteria, conservato nell’archivio di Pieve Santo Stefano e pubblicato nei “Diari raccontano”. 
«Questo capitano, a gridato le sue ultime parole: avanti soldati che siamo venuti qui per morire per la patria. Savoia! Savoia! E di lì ancora il nemico che mi attendeva anno infuriato una tremenda fuciglieria su di noi, 
e di qui un’altra volta si salvi chi può, e nel medesimo tempo due poveri soldati dei nostri si sono riparati in una buca d’una grossa granata, questo infame Capitano apenna prima d’essere uciso, che li era quasi vicino, li a ucisi colla propria rivoltella: poi cadde anche lui, è rimasto crivelato dal piombo nemico”.
LEGGI Il diario
“Passati per le armi”. È un unico foglio con l’intestazione Comando del XXVII Corpo d’armata – Stato maggiore. 19 dicembre 1917, protocollo 10043, indirizzato al comando della 59^ divisione. C’è scritto, testualmente: «Essendo risultato dalle indagini condotte dall’Ufficiale a ciò incaricato che i seguenti militari: Soldato Mauro Ciriaco…Soldato Folino Giuseppe… Soldato Iamazzo Francesco… 
tutti del battaglione Alpini Moncenisio del 3° Reggimento, hanno abbandonato il posto di combattimento e sono stati arrestati dai RR.CC (Carabinieri reali, Ndr) presso Ca’ Cornaro, quando ancora il loro reparto era in linea ORDINO che siano passati per le armi in presenza di una rappresentanza dei corpi più vicini nella località che sarà per designare il Comandante della 59^ divisione». La firma è del maggior generale Antonino Di Giorgio, comandante del corpo d’armata, poi ministro della guerra di Mussolini tra il 1924 e il 1925.
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“Pur non essendo provato”. Vengono trovati due biglietti “che incitano alla rivolta”. Un soldato, Clerici Giovanni, della 7^ compagnia del 138° fanteria, , il 16 luglio 1916 viene processato dal tribunale straordinario convocato dal comandante della 13^ divisione. Ecco la sentenza: “Letti i documenti a carico dell’imputato. Uditi i testimoni, il P.M. la difesa 
e l’imputato che per ultimo ebbe la parola. Considerato che pur non essendo provato ch’egli sia l’autore dei due biglietti incitanti 
alla rivolta, risulta però da prove testimoniali com’egli abbia ripetutamente pronunciato verso compagni frasi in cui l’incitamento alla rivolta è esplicito… Il Tribunale ad unanimità ritiene il soldato Clerici Giovanni reo di incitamento alla rivolta e lo condanna alla pena di morte previa degradazione da eseguirsi immediatamente sul posto”.
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“Il coraggio è un dovere”. Astuto Salvatore ha 26 anni, è di Caltagirone, analfabeta e di professione conducente. È un bersagliere del 49° battaglione. Il 14 maggio 1916 il suo reparto deve andare in linea. Lui non ce la fa, ha paura, scappa. Il capitano lo fa cercare, prima si rifiuta di tornare in prima linea, poi la sera fa per raggiungerla ma si ferma “intimorito dallo scoppio di alcuni proiettili 
di artiglieria”, dice di “non sentirsi di andare avanti”. La sera del giorno dopo, infine, segue docilmente la pattuglia che lo accompagna in trincea. Viene accusato di codardia e arrestato il 3 giugno. Il 10 il tribunale lo dichiara colpevole anche perché, è scritto nella sentenza, “il coraggio è per il soldato che combatte per la difesa della patria, un dovere giuridico imprescindibile”. La pena è quella della morte “col mezzo della fucilazione al petto” e la sentenza è eseguita la mattina del 12 giugno.
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Nessuna grazia. Nel fascicolo non c’è la sentenza della condanna a morte del caporale Vignoni Roberto e del soldato Ciaccheri Giovanni per diserzione. Ma c’è la disperazione delle loro famiglie. Il 21 ottobre 1915 un certo avvocato Coletti manda un telegramma al comando del primo corpo d’armata comunicando che i due militari “presenteranno direttamente S.Maestà domanda grazia. Scongiurasi nome desolate famiglie ordinare sospensione esecuzione fino esito grazia”. 
Il 29 ottobre, dopo otto giorni, un foglio non firmato chiede al tribunale di guerra “se sia stata eseguita o meno la sentenza”. Dopo due giorni il telegramma che sancisce l’inutilità dell’iniziativa della famiglia: “Onoromi comunicare che sentenze riguardanti 
Giacchetti (e non Ciaccheri, come si chiamava 
il condannato, ndr) e Vignoni vennero eseguite rispettivamente giorni 25 e 27”.
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Fucilato per errore. Il tribunale straordinario di guerra convocato dal comandante della 63^ divisione aveva deciso che il soldato Sanguannini Battista, nato nel 1889 a Gerola Nova, in provincia di Brescia, non doveva morire. Per gli ufficiali-giudici il Sanguannini era stato sì uno degli “agenti principali” della “rivolta” del 227° fanteria 
ma “stimano” di “accordare le attenuanti generiche” Così su 17 imputati quattro vengono condannati alla fucilazione, gli altri 
al carcere militare, a vent’anni il Sanguannini. Ma vicino al suo nome c’è scritto, con la matita rossa, “fucilato” perché subito dopo la sentenza, alle 6,30 del 16 agosto 1917 viene portato lui davanti al plotone di esecuzione 
al posto di uno dei quattro condannati. 
Nel rapporto dell’ufficiale che ha comandato
il plotone di esecuzione, leggiamo: «Verificati 
i medaglioncini delle salme risultò che anziché il Caporal Maggiore Ferrari Lorenzo vi era il soldato Sanguannini Battista». Il Ferrari venne fucilato dopo tre giorni, il 19 agosto.
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L’esempio. Moglia Giovanni è un ventottene torinese con moglie e figli, sergente del 162° reggimento di fanteria addetto alle salmerie. Insieme a Lanza Natale, un soldato addetto alle cucine, il 29 maggio si allontana dal reparto. Lo conferma ai giudici e spiega che erano tutti e due sotto «l’impressione nervosa dei bombardamenti dei giorni precedenti» perché, è scritto nella sentenza, sulle «posizioni retrostanti dove il Moglia e il Lanza asseriscono di essersi trovati, infuriava il fuoco di artiglieria e di fucileria». A Lanza vengono riconosciute, senza nessuna motivazione, le attenuanti generiche e viene inflitta una condanna a venti anni di reclusione militare. Moglia viene invece condannato alla «pena di morte col mezzo della fucilazione nel petto». La fucilazione avviene dopo 5 giorni, l’11 giugno 1916, e viene eseguita «per la maggiore esemplarità della pena, presso le truppe cui apparteneva».
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“Non si può avanzare”. Per il 144° reggimento di fanteria, come per tutti i reggimenti impegnati nelle battaglie dell’Isonzo, il 1916 è un anno terribile. I morti sono quasi 400, 1354 i dispersi, quasi duemila i feriti. 
Il 12 marzo è stata annunciata una delle tante azioni. I soldati sono stanchi, rumoreggiano, cercano di convincere gli ufficiali a non portarli al massacro. Dicono «Non si può». Arriva il colonnello e fa uscire un uomo dal gruppo, 
il soldato Annaloro Antonino «uno dei più scalmanati». Cosa non si può? gli chiede. «Non si può avanzare», risponde. Perché non si può? incalza il colonnello. «Perché non si può», ripete il soldato. Il 13 aprile il soldato Annaloro viene condannato 
a morte in base 
al quarto comma dell’articolo 72 
del codice penale dell’esercito che punisce con la morte chi ha «partecipato a complotti, fatto tumulti, usato violenze o minacce, o sollevato grida allo scopo di obbligare il comandante a non impegnare un combattimento, a cessare da esso, 
a retrocedere od arrendersi».
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Morto e basta . Il 19 agosto 1917 la brigata Mantova, schierata nel settore di Monfalcone, partecipa alle «azioni contro 
le posizioni di Jamiano». La battaglia è sanguinosa, restano uccisi 10 ufficiali e 245 militari della brigata. Un soldato non va all’attacco, si allontana dai suoi compagni e dopo tre giorni viene arrestato dai carabinieri non molto lontano, a Doberdò. Quattro giorni dopo, il 27 agosto, Stuppia Rosario, un contadino messinese analfabeta, viene condannato alla fucilazione alla schiena con una sentenza di poche righe. Nel certificato 
di morte la riga dove dovrebbe essere indicata la causa di morte è vuota.
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“Codardia”. Il soldato Versari Sante, un toscano trentaquattrenne, viene condannato 
a morte per “codardia” il 25 settembre 1917 
e immediatamente fucilato, alle undici del mattino. Il suo reggimento, il 216° della brigata Tevere, è schierato sul Carso, nel settore del Dosso Faiti. Durante i combattimenti del mese di agosto la brigata aveva perso 42 ufficiali e 1478 “gregari”. Dal 5 al 24 settembre Versari vede morire, durante gli attacchi, 201 uomini del suo reggimento. Il 24, è scritto nella sentenza, Sante Versari «abbandonava il posto in faccia al nemico, sul Faiti, e portavasi senza alcun giusto motivo nella linea retrostante, 
ove veniva trovato dal suo comandante di compagnia». Non oppone resistenza il soldato Versari, segue il suo comandante. Torna in prima linea il soldato toscano. La sua “codardia” è durata pochi minuti, forse nemmeno un’ora.
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Nel 94° dell’Anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia

PciMi sono chiesto cosa potesse essere più utile per fare della ricorrenza dell’anniversario della nascita del Partito comunista italiano, nel lontano 1921, il motivo di una riflessione per nulla reclinata sulla pura retorica d’occasione ma, al contrario, carica di presente e di futuro.

Fra le tante opzioni possibili, la più convincente ( forse perché la meno conosciuta) per parlare ai giovani e per tornare a farlo ai non più giovani, gli uni e gli altri disillusi e sconfortati di fronte alla miseria del tempo presente, mi è parsa quella di raccontare come, all’indomani della vittoriosa rivoluzione democratica e antifascista, nel 1947, il Partito comunista italiano impegnò tutto se stesso, la propria forza e il proprio prestigio – conquistati nella lunga lotta al fascismo e nella guerra di Liberazione – per la costruzione della “Legge delle leggi”, per l’edificazione di quella Carta costituzionale oggi oggetto di una totale manomissione da parte della cultura liberista divenuta tratto costitutivo non soltanto della Destra tradizionale ma, certo non di meno, del Partito democratico.

L’obiettivo tenacemente perseguito dal Pci fu quello di incardinare la sovranità nazionale sul lavoro e creare le condizioni, anche di carattere normativo, perché il compromesso raggiunto fra le forze popolari rappresentasse un terreno sempre più avanzato per la lotta di classe e per uno sviluppo progressivo della democrazia, tale da rendere possibile una trasformazione radicale della società in senso socialista.

Lo scontro che nella prima sottocommissione dell’Assemblea costituente si sviluppò intorno ai principi che dovevano informare i rapporti economico-sociali (che si sarebbero materializzati nei 14 articoli del Titolo III della Carta) fu di grande durezza.

Protagonista di quella memorabile battaglia fu il segretario del partito comunista italiano, Palmiro Togliatti.

Ricapitolarne i tratti salienti farà scoprire (o riscoprire) al lettore la formidabile attualità (e, nello stesso tempo, la siderale distanza) di quell’ingaggio politico e del respiro politico e morale di quel pensiero, rispetto alla supina subordinazione al capitale di tutte le forze che compongono l’attuale arco parlamentare.

Togliatti, in contrasto aperto con l’altro relatore della sottocommissione, Roberto Lucifero, pone subito, in apertura, la questione cruciale.

Il tema è quello della libertà di iniziativa economica privata (la libertà d’impresa) rivendicata da Lucifero …“ nomen omen ”… come la condizione perché ad ognuno sia garantita un’esistenza libera e dignitosa.

Togliatti non ci sta e replica secco, letteralmente, che “ tutto questo suona irrisione ”. Perché in un sistema capitalistico ove regna la pura libertà economica, i rapporti sociali, cioè i rapporti di proprietà che nel suo seno si generano, tendono a concentrare la ricchezza nelle mani di ristretti gruppi privilegiati, mentre dall’altra parte aumentano povertà e diseguaglianza.

Togliatti prende cioè di petto l’intera cultura economica, l’intera impalcatura del dottrinarismo liberale per dire che se si resta alla superficie, se non si va alla radice della contraddizione fra il carattere sociale della produzione e quello privato dell’appropriazione, si riproduce fatalmente l’ordine di cose esistente :

“La proprietà dei mezzi di produzione e quindi la ricchezza – dice Togliatti – si concentrano nelle mani di pochi gruppi di plutocrati, che se ne servono per dominare la vita di tutto il Paese, per dirigerne le sorti nel proprio interesse esclusivo, per sostenere movimenti politici reazionari, per mantenere ed instaurare le tirannidi fasciste, per scatenare guerre imperialistiche di rapina, operando sistematicamente contro l’interesse del popolo, della nazione”.

Merita qui rilevare come per Togliatti gli interessi della classe operaia, a differenza di quelli della borghesia capitalistica, coincidono con gli interessi generali (che non sono mai, dunque, in questa accezione, la media aritmetica, il luogo geometrico, degli interessi di tutte le classi).

Togliatti non usa artifizi o giri di parole. Dice, esplicitamente: “ Bisogna colpire i gruppi privilegiati!”.

Questo è il nesso vitale, teorico e pratico, con quello che diverrà, a fine percorso, l’articolo 1 della Costituzione.

Per fare questo – prosegue Togliatti – occorre “un’ampia e radicale riforma della struttura della società”. Perché soltanto così è possibile difendere le istituzioni democratiche che le classi al potere hanno portato alla rovina.

Insomma, non basta declamare aulicamente gli immarcescibili princìpi: “ Vano sarà avere scritto nella nostra Carta il diritto di tutti i cittadini al lavoro, al riposo e così via, se poi la vita economica continuerà ad essere retta secondo i princìpi del liberalismo”.

A questo punto, Togliatti pone una seconda questione decisiva. E cioè: quale carattere deve avere la Carta? Soltanto quello prescrittivo di una Costituzione o piuttosto quello di un programma fondamentale?

Nella sua argomentazione, Togliatti prende in prestito la costituzione sovietica del ’36, per dire che “quella poteva essere una costituzione in senso proprio perché registrava e sanzionava in formule giuridiche trasformazioni economico-sociali (cioè rapporti di produzione) già avvenute o in atto”. Ma in Italia no, perché quella italiana è stata sì una rivoluzione democratica e antifascista, il fascismo è crollato sotto i colpi di una grande sollevazione popolare, ma non ha gettato le basi di un ordinamento nuovo. La guerra combattuta contro il fascismo è stata sì anche una guerra di classe, combattuta con straordinaria forza dalle classi lavoratrici. Ed è questa fortissima presenza che oggi ci permette di porre la questione del potere a questo livello. Ma “le basi della nuova società devono essere ancora costruite ”: il vecchio edificio, le vecchie strutture devono essere trasformate in qualcosa di profondamente diverso. Solo così sarà possibile coniugare libertà, democrazia, uguaglianza.

Togliatti passa poi ad indicare le linee di questo processo:

Il piano economico (nel senso che lo Stato deve coordinare ed indirizzare a fini sociali l’attività dei singoli;

la compresenza di diverse forme di proprietà (privata, di Stato, pubblica, comunitaria, cooperativa);

la nazionalizzazione delle fondamentali branche industriali e la nazionalizzazione di quelle imprese che per la loro rilevanza devono essere sottratte all’iniziativa privata;

la limitazione del diritto di proprietà, ove questo non si conformi all’interesse sociale.

Si tratta, precisamente, del processo di una trasformazione economica di tipo socialista, da attuarsi attraverso uno sviluppo “progressivo” della democrazia, la cui molla è nella lotta di classe. Un processo, dunque, guidato dai lavoratori che devono potere accedere a forme di controllo diretto della produzione.

In filigrana, si legge qui il tema del partito della classe operaia, come architrave insostituibile di un processo rivoluzionario in divenire, non soltanto teorizzato, ma incarnato in una forza sociale reale, quella che può – gramscianamente – disorganizzare le idee delle classi dominanti e divenire il glutine di un nuovo blocco storico.

Dunque, Togliatti vede la Costituzione non solo come “Legge delle leggi”, dotata, come pure dev’essere, di un valore prescrittivo, ma anche come strumento di lotta per la trasformazione politico-sociale del paese.

E’ triste, in ragione di questo grande passaggio della nostra storia, constatare quale gigantesca rivoluzione concettuale abbia sradicato, anche dal senso comune, la portata progressiva della Costituzione italiana.

Al punto che il capo del governo e segretario del Partito democratico, a conclusione di un devastante processo di demolizione dei diritti del lavoro, ha potuto affermare, senza incontrare che un labile contrasto, che “è inammissibile che un giudice possa intromettersi nel rapporto di lavoro fra dipendente e datore di lavoro per infliggere a quest’ultimo il sopruso di non potersi liberare di un lavoratore che non gli aggrada più”.

Insomma, nel rapporto di lavoro, il lavoratore non deve più entrare come persona, dotata di diritti e prerogative inalienabili, ma come merce che produce altre merci.

D’un sol colpo, Matteo Renzi ha solennemente sancito che l’intero impianto costituzionale, a partire dal suo articolo 1, non esiste più.

Questo è lo stato odierno del nostro paese e dell’Europa colonizzata dalla parte più reazionaria, aggressiva, e violenta del capitale finanziario.

Sembrerebbe un solido motivo per i non rassegnati a rimettersi in cammino. Magari attingendo ad un poco della migliore storia e della migliore cultura politica che la tradizione comunista è stata capace di produrre.

Dino Greco da ControLaCrisi.org

L’Importanza vitale della stampa comunista

Ufficio-stampaSono i giorni della reclame per gli abbonamenti. I direttori e gli amministratori dei giornali borghesi riassettano la loro vetrina, passano una mano di vernice sulla loro insegna e richiamano l’attenzione del passante (cioè il lettore) sulla loro merce. La merce è quel foglio a quattro o sei pagine che va ogni mattino od ogni sera ad iniettare nello spirito del lettore le maniere di sentire e di giudicare i fatti dell’attuale politica, che convengono ai produttori e venditori di carta stampata.
Vogliamo tentare di discorrere, con gli operai specialmente, dell’importanza e della gravità di quell’atto apparentemente così innocente, che consiste nel scegliere il giornale cui si vuole abbonarsi. E’ una scelta piena di insidie e di pericoli che dovrebbe essere fatta con coscienza, con criterio e dopo maturata riflessione.
Anzitutto l’operaio deve negare recisamente qualsiasi solidarietà col giornale borghese (qualunque sia la sua tinta) è uno strumento di lotta mosso da idee e da interessi che sono in contrasto con i suoi.
Tutto ciò che stampa è costantemente influenzato da un’idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice. E difatti, dalla prima all’ultima riga, il giornale borghese sente e rivela questa preoccupazione.

Ma il bello, cioè il brutto, sta in ciò: che invece di domandare quattrini alla classe borghese per essere sostenuto nell’opera di difesa spietata in suo favore, il giornale borghese riesce a farsi pagare…. dalla stessa classe lavoratrice che egli combatte sempre. E la classe lavoratrice paga, puntualmente, generosamente.

Centinaia di migliaia di operai danno regolarmente ogni giorno il loro soldino al giornale borghese, concorrendo così a creare la sua potenza. Perchè? Se lo domandate al primo operaio che vedete nel tram o per la via con un foglio borghese spiegato dinanzi, voi vi sentite rispondere: “Perchè ho bisogno di sapere cosa c’è di nuovo”. E non gli passa neanche per la mente che le notizie e gli ingredienti coi quali sono cucinate possono essere esposti con un’arte che diriga il suo pensiero e influisca sul suo spirito in un determinato senso. Eppure egli sa che il tal giornale è codino, che il tal altro è palancaio, che il terzo, il quarto, il quinto, sono legati a gruppi politici che hanno interessi diametralmente opposti ai suoi.

Tutti i giorni poi, capita a questo stesso operaio di poter constatare personalmente che i giornali borghesi raccontano i fatti anche più semplici in modo di favorire la classe e la politica borghese a danno della politica e della classe proletaria.

Scoppia uno sciopero? Per il giornale borghese gli operai hanno sempre torto. Avviene una dimostrazione? I dimostranti, sol perché siano operai, sono sempre turbolenti, dei faziosi, dei teppisti. Il governo emana una legge? E’ sempre buona , utile e giusta, anche se è… viceversa. Si svolge una lotta elettorale, politica od amministrativa? I candidati e i programmi migliori sono sempre quelli dei partiti borghesi. E non parliamo di tutti i fatti che il giornale borghese o tace, o travisa, o falsifica, per ingannare, illudere, o mantenere nell’ignoranza il pubblico dei lavoratori.
Malgrado ciò, l’acquiscenza colpevole dell’operaio verso il giornale borghese è senza limiti.

Bisogna reagire contro di essa e richiamare l’operaio all’esatta valutazione della realtà.
Bisogna dire e ripetere che quel soldino buttato là distrattamente nella mano dello strillone è un proiettile consegnato al giornale borghese che lo scaglierà poi, al momento opportuno, contro la massa operaia.

Se gli operai si persuadessero di questa elementarissima verità, imparerebbero a boicottare la stampa borghese con quella stessa compattezza e disciplina con cui la borghesia boicotta i giornali degli operai, cioè la stampa socialista. Non date aiuti di danaro alla stampa borghese che è vostra avversaria: ecco quale deve essere il nostro grido di guerra in questo momento che è caratterizzato dalla campagna per gli abbonamenti fatta da tutti i giornali borghesi.
Boicottateli, boicottateli, boicottateli.

Antonio Gramsci da “Avanti”, 1916

La Fornero ha fatto 30, Renzi fa 31

imagesIl 23 dicembre sono usciti i primi due decreti applicativi del Jobs act, sulle nuove norme in tema di licenziamento e sugli ammortizzatori sociali. Entro un mese, i decreti ripasseranno in Parlamento per un ulteriore parere, non vincolante. A quel punto, una volta pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, diventeranno a tutti gli effetti legge. È poco probabile che dal testo del decreto possano esserci ulteriori modifiche, ma non è possibile escluderlo a priori. In questo numero del Notiziario, interamente dedicato agli effetti del Jobs act, tentiamo una prima analisi del testo degli attuali decreti.
Purtroppo il Jobs act non finisce qui. La legge delega prevede molti altri aspetti, tra cui video-sorveglianza e demansionamento, che pure a breve saranno convertiti in decreto.

Una avvertenza è obbligatoria. Sui licenziamenti, il Jobs act porta a compimento un processo già iniziato con la legge Fornero nel 2012, introducendo definitivamente il contratto a tutele crescenti. Si può dire che, se la Fornero fece trenta, il Jobs act ha fatto trentuno, rendendo il licenziamento ancora meno caro, più facile e “certo” (nel senso di ridurre ancora la discrezionalità dei giudici). La novità è l’estensione della cancellazione della reintegra anche nel caso dei licenziamenti collettivi e l’ulteriore aggravarsi delle differenziazioni interne al mondo del lavoro dipendente. Non più soltanto quella storica legata alla dimensione d’impresa (cioè tra chi lavora in imprese con più o meno di 15 dipendenti), ma anche quella determinata dalla data di assunzione. Le nuove norme in tema di licenziamento si applicheranno infatti ai nuovi assunti. Persino all’interno della stessa impresa, due licenziamenti avvenuti per identiche ragioni (addirittura nell’ambito di un licenziamento collettivo) saranno tutelati in modo diverso. I lavoratori già assunti al 23 dicembre 2014 avranno la tutela prevista dalla legge Fornero (per quanto debole essa sia); quelli assunti dopo il 23 dicembre quella prevista dal decreto. Secondo Umberto Romagnoli, questo rappresenta l’elemento potenzialmente incostituzionale e discriminatorio della riforma, quello che per ciò stesso viola il principio di uguaglianza stabilito dalla Costituzione.

Dobbiamo contrastare questo modello. Lo sciopero del 12 dicembre è stato proclamato in colpevole ritardo e non è stato in condizione di fermare l’approvazione del Jobs act. Ma ancora più colpevole oggi sarebbe fermarsi e rassegnarsi al nuovo regime di ricattabilità. Bisogna riprendere la mobilitazione subito e denunciare le intimidazioni. A cominciare da quanto già accaduto alla Piaggio, dove durante la pausa di Natale molti operai hanno ricevuto una lettera dall’esplicito carattere intimidatorio in cui vengono “avvertiti” del rischio che corrono se continuano a stare “troppo” in malattia. Non rassegnamoci, perchè questo modello non può e non deve passare!

a cura di Eliana Como e Giuliana Righi da Notiziario controinformazione sindacale

L’UNICA MALATTIA E L’OMOFOBIA

4UF7FTTP6M35Z   Mentre tutta l’Europa si mobilita in difesa di basilari  libertà della persona contro i fondamentalismi, La Lombardia della Lega e delle destre rilancia l’integralismo familista di ciellina memoria, rispolverando tesi omofobiche pseudoscientifiche che, richiamandosi a una presunta famiglia naturale,  mettono in discussione il diritto ad esprimere l’amore nelle forme che ogni singola persona sente propria.

Per sovrappiù i familisti nostrani si producono in un cortocircuito degno di una copertina di Charlie Hebdo accostando il simbolo dell’Expo, che dovrebbe simboleggiare valori universali, a battaglie grettamente settarie e discriminatorie, ampiamente minoritarie già  nei confini Europei.

Siamo da sempre impegnati come Prc a far crescere la sensibilità e la mobilitazione pubblica contro l’integralismo familista delle destre lombarde e le scelte politiche e di governo in cui si traduce, che, come già  nel caso della fecondazione assistita, negano diritti sacrosanti per tutti con ricadute ancora più gravi sui ceti sociali più disagiati.”

Per questi motivi Il Prc della Lombardia aderisce al presidio indetto dai Sentinelli di Milano con la partecipazione di  molte associazioni  democratiche e del mondo LGBTQ, forze politiche della sinistra e sindacali per contestare il convegno e la sua impostazione omofobica, e invita tutti i democratici a partecipare.

Antonello Patta  segretario regionale PRC da Controlacrisi.org.

L’UNICA MALATTIA E L’OMOFOBIA – SABATO 17 GENNAIO

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Matteo Prencipe Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista e Anita Sonego capogruppo di Sinistra per Pisapia – Federazione della Sinistra, partecipano al presidio 17 gennaio “L’unica malattia è l’omofobia” che contesta il convegno sulla famiglia naturale organizzato dalla Regione Lombardia

Sabato 17 gennaio Rifondazione Comunista di Milano parteciperà al presidio “L’unica malattia è l’omofobia” (ORE 14.00 p.zzo della Regione Lombardia), indetto dai Sentinelli di Milano, per contestare il convegno sulla famiglia naturale organizzato da Regione Lombardia. Matteo Prencipe Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista dichiara: – “Mentre l’ONU il 17 maggio dedica una giornata mondiale contro l’omofobia, la Regione Lombardia di Maroni si vanta di essere omofoba usando anche il simbolo di Expo. Contestiamo questa scelta con forza e parteciperemo al presidio il 17 insieme alle forze democratiche, per manifestare contro la degenerazione di un’istituzione pubblica che avvalla la discriminazione di suoi cittadini  ”

Anita Sonego capogruppo Sinistra per Pisapia – Federazione della Sinistra dichiara: “Ho proposto un ordine del giorno per la discussione in Consiglio Comunale, sottoscritto anche dai gruppi PD, SEL, Radicali e Cinque Stelle, di netta presa di distanza verso un convegno che cerca di dare credibilità alle così dette ” pratiche riparative” che  dovrebbero  ‘guarire’  gli/  le  omosessuali, in  netto contrasto con la comunità scientifica internazionale. Non si era mai visto una istituzione pubblica sostenere la  discriminazione  delle  varie  forme  con  cui  si manifestano la vita e l’amore, pensando di curare una “malattia”. Sarò presente come consigliere comunale di Milano al presidio del 17 gennaio per contestare con forza questo orientamento della giunta Maroni, della destra e della Lega.”

Disegno di sangue

Non solo libertà di stampa . Un crimine che non si può non definire fascista. I disastri dell’Occidente, con la Francia in prima linea dalla Libia al Mali e alla Siria, e i jihadisti di ritorno. Troppe le zone d’ombra

Parigi, ieri sera

Scri­ve­vamo di «cru­deltà cre­scenti» con­clu­dendo il 2014 e non vole­vamo certo essere con­fer­mati nel giu­di­zio, invece ecco che da Parigi si annun­cia un 2015 altret­tanto feroce e di sangue.

La strage ter­ro­ri­sta nella sede di Char­lie Hebdo, pro­prio durante la riu­nione di reda­zione, ci feri­sce. L’uccisione a san­gue freddo di un agente ferito, l’esecuzione di tanti gior­na­li­sti, del diret­tore Char­bon­nier (Charb) e di altri tre tra i più grandi vignet­ti­sti euro­pei, Cabu, Tignous e Wolin­ski ci lascia sgo­menti. Pen­sare che qual­cuno, nel nome di Mao­metto, abbia voluto ucci­dere lo “sgua­iato” George Wolin­ski, forse tra i più grandi sati­rici del mondo e che fa sicu­ra­mente parte della nostra for­ma­zione imma­gi­na­ria dal ‘68, ci fa sol­tanto pian­gere. E ci riduce quasi al silen­zio. Pur restando con­vinti che riu­sci­remo a testi­mo­niare que­sto avve­ni­mento che non ha eguali, non con il solo sen­ti­mento di sco­ra­mento che rischia di scon­fi­nare nella reto­rica, né con la tra­di­zio­nale fred­dezza che usiamo per spie­gare il feno­meno del ter­ro­ri­smo di matrice islamista-integralista.

No, sta­volta non esi­tiamo a defi­nire que­sto orrore come fasci­smo puro. Già lo Stato isla­mico al potere in Siria e in Iraq mani­fe­sta que­sta ten­denza cru­dele punendo fisi­ca­mente o ucci­dendo in modo bar­baro ogni diverso, ogni essere umano che per i pro­pri com­por­ta­menti per­so­nali con­trad­dice le regole di quelli che si sono auto­pro­cla­mati i nuovi testi­moni del pro­feta. È un insop­por­ta­bile attacco non solo alla libertà di stampa e ai diritti occi­den­tali — spesso vili­pesi anche dai nostri governi — ma tout court al diritto di vivere. Un cri­mine quello di Parigi che intanto sem­bra fatto appo­sta per ali­men­tare il pro­ta­go­ni­smo della destra nazio­na­li­sta del Front Natio­nal, il clima isla­mo­fo­bico già latente in tutta Europa e ormai più che evi­dente in Germania.

Siamo però altret­tanto con­vinti che non sarà una piog­gia di reto­rica a illu­mi­nare la scena del cri­mine che è stato com­messo ieri per le strade di Parigi. Per il quale chia­mano erro­nea­mente in causa «cel­lule dor­mienti» o «lupi soli­tari» risve­gliati in Fran­cia (e in Europa) dall’imam inte­gra­li­sta di turno che parla dal lon­tano Medio Oriente in guerra, come per altri atten­tati recenti in Fran­cia e in Gran Bre­ta­gna. Al con­tra­rio oltre che di un attacco pre­me­di­tato, si è trat­tato di un’azione “pro­fes­sio­nale” e fredda e “in per­fetto par­lare fran­cese”, per­ché non è facile spa­rare con armi auto­ma­ti­che e tan­to­meno è facile ucci­dere con lo stile dell’esecuzione mirata dando ordini nella lin­gua d’appartenenza. O è mano­va­lanza mala­vi­tosa oppure, più cre­di­bil­mente, ci tro­viamo di fronte a mili­ziani che tor­nano dal fronte, cioè al tour ope­ra­tor ter­ro­ri­sta della guerra in Siria e in Iraq. È stato Obama solo un mese fa a dichia­rare che tra le fila del Calif­fato mili­tano almeno 15mila occi­den­tali, tanti gli ame­ri­cani e altret­tanti quelli europei.

Se non si ha il corag­gio di fare luce su que­sta zona d’ombra di con­ni­venze cri­mi­nali, non se ne viene fuori. Quei mili­tanti isla­mi­sti occi­den­tali, nel rifiuto com­pleto dei valori occi­den­tali, sono andati com­bat­tere ingros­sando le fila dello Stato isla­mico, pro­prio nel periodo in cui molti paesi euro­pei del fronte degli «Amici della Siria» si accor­ge­vano che le armi, la logi­stica e l’addestramento da loro orga­niz­zati per desta­bi­liz­zare il regime di Assad, erano finiti indi­scri­mi­na­ta­mente a tutta l’opposizione armata siriana, vale a dire anche alle frange più radi­cali come Al Nusra affi­liata ad Al Qaeda.

Insomma, se non si viene a capo del disa­stro che ha visto la Fran­cia in prima fila, prima con­tro la Libia di Ghed­dafi (ora a Derna e a Ben­gasi — la stessa che vide nel 2006 la rivolta con­tro la pro­vo­ca­zione della t-shirt del mini­stro leghi­sta Cal­de­roli — c’è l’Emirato isla­mico e le due città sono il san­tua­rio politico-militare del Calif­fato); poi con l’intervento in Mali con­tro gli inte­gra­li­sti che si erano armati, come quelli siriani, gra­zie alla crisi libica; per con­ti­nuare a inter­ve­nire dal Ciad in Libia con­tro gli stessi isla­mi­sti che Parigi aveva aiu­tato ad andare al governo a Tri­poli; e ancora con­ti­nuare a soste­nere l’armamento e l’addestramento dei com­bat­tenti anti-Assad, e intanto fare trat­tati mili­tari con le petro­mo­nar­chie come l’Arabia sau­dita impe­gnata con­tro le pro­te­ste demo­cra­ti­che degli sciiti in Barhein e alla fine, dopo averlo inco­rag­giato, con­tro il dila­gare dell’Isis in Iraq.

Non è satira pur­troppo, è quello che è acca­duto in que­sti tre anni e mezzo. A quasi quat­tor­dici anni dall’11 set­tem­bre 2001, il ter­ro­ri­smo di ritorno è il meno che ci possa acca­dere se non si sbro­glia la matassa di que­sta schi­zo­fre­nia occidentale.

 


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