Archivio per dicembre 2014

CAMBIA LA GRECIA CAMBIA L’EUROPA

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GRECIA:

Dichiarazione di Jean-Luc MELENCHON (Front de Gauche, deputato di Sinistra europea/GE)

«Finalmente! La catena sta per spezzarsi. La Grecia sta per liberarsi dall’odiosa Troika europea. Dal 2010, con il pretesto dell’ “aiuto europeo”, la Grecia è saccheggiata, la recessione è permanente e ogni anno va perduto un quarto del PIL, l’intero sistema pubblico è devastato, i beni del paese sono svenduti, la popolazione martirizzata. Nel frattempo il sistema finanziario si è gonfiato a colpi di tassi d’interesse insopportabili. La banca centrale europea, che ha rifiutato i suoi prestiti a tasso zero, ha ricomprato dalle banche i loro titoli del debito greco e incassato degli interessi pagati da un popolo dissanguato! Anche la Francia e la Germania . incassano interessi sulle somme prestate dal meccanismo europeo di stabilità. Ora questo saccheggio vergognoso può cessare se il popolo greco lo decide dando a Syriza la maggioranza parlamentare. Un nuovo memorandum europeo doveva essere inflitto all’inizio di febbraio sotto la bacchetta della Troika. La finanza non mollerà la presa senza lottare con tutti i suoi mezzi. Dobbiamo essere coscienti che sta per cominciare un terribile braccio di ferro. Merkel e Hollande non molleranno i loro alleati greci di destra e del Pasok senza lottare con tutte le proprie forze. La finanza mondiale si irrigidirà. Per quanto sia dura la prova che i greci stanno per affrontare, sarà sempre meno dell’agonia senza fine inflitta dall’Unione Europea. La lotta investirà tutto il vecchio continente. Finalmente! La catena sta per spezzarsi. Il 2015 può essere l’inizio della liberazione del vecchio continente. Grazie alla Grecia! Oggi Atene domani Madrid. E non vediamo l’ora che sia Parigi! JLM».

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La strada della speranza è aperta: la Sinistra Europea con il popolo greco e Syriza

Le elezioni anticipate in Grecia: la strada della speranza è aperta!

La sconfitta del governo di coalizione greco nella votazione finale di oggi per l’elezione del Presidente della Repubblica porta il paese a elezioni anticipate il 25 gennaio.
Si tratta di una sconfitta delle politiche di austerità estrema imposte al popolo greco da parte della troika, in accordo con la governance autoritario del governo di Samaras.
La strada della speranza è ora aperta, non solo per la Grecia, ma per l’Europa nel suo complesso. Con un mandato determinante dato a SYRIZA attraverso il verdetto popolare, un governo di sinistra in Grecia può porre uno stop al regime del memorandum e innescare progressivi sviluppi in tutta Europa.
La Sinistra europea ei suoi alleati impegnano tutte le loro forze in una campagna europea dinamica di solidarietà e sostegno politico al popolo greco e a SYRIZA..
Gli occhi e le speranze di tutti i popoli d’Europa sono ora in Grecia.

Partito della sinistra europea
lunedi, december 29, 2014

Gli smemorati di Berlino (tutti i debiti che la Germania non ha mai pagato)

porta di brandeburgoLa Germania, che fa tanto la moralizzatrice con gli altri Paesi europei, è andata in default due volte e le sono stati condonati i debiti di due Guerre mondiali per consentirle di riprendersi. Frai i Paesi che le hanno condonato i debiti, la Grecia, prima di tutto, che pure era molto povera e l’Italia.

Dopo la Grande Guerra, John Maynard Keynes sostenne che il conto salato chiesto dai Paesi vincitori agli sconfitti avrebbe reso impossibile alla Germania di avviare la rinascita. L’ammontare del debito di guerra equivaleva, in effetti, al 100% del Pil tedesco. Fatalmemte, nel 1923 si arrivò al grande default tedesco, con l’iperinflazione che distrusse la repubblica di Weimar. Adolf Hitler si rifiutò di onorare i debiti, i marchi risparmiati furono investiti per la rinascita economica e il riarmo, concluso, come si sa, con una seconda guerra, ben peggiore, in seguito alla quale a Berlino si richiese un secondo, enorme quantitativo di denaro da parte di numerosi Paesi. L’ammontare complessivo aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora!)

La Germania sconfitta non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre, peraltro da essa stessa provocate.
Mentre i sovietici pretesero e ottennero il pagamento della somma loro spettante, fino all’ultimo centesimo, ottenuta anche facendo lavorare a costo zero migliaia di civili e prigionieri, il 24 agosto 1953 ben 21 Paesi, Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia, con un trattato firmato a Londra le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto. L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie, ma nel 1990 l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto.
Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro.
Senza l’accordo di Londra che l’ha favorita come pochi, la Germania dovrebbe rimborsare debiti per altri 50 anni. E non ci sarebbe stata la forte crescita del secondo dopoguerra dell’economia tedesca, né Berlino avrebbe potuto entrare nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale e nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Quindi: che cos’ha da lamentare la Merkel, dal momento che il suo Paese ha subito e procurato difficoltà ben maggiori e che proprio dall’Italia e dalla Grecia ha ottenuto il dimezzamento delle somme dovute per i disastri provocati con la prima e la seconda guerra mondiale? La Grecia nel 1953 era molto povera, aveva un grande bisogno di quei soldi, e ne aveva sicuramente diritto, perché aggredita dalla Germania. Eppure… Perché nessun politico italiano ricorda ai tedeschi il debito non esigito?

Roberto Schena su Informare per resistere

SCIOPERO GENERALE 12 DICEMBRE

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Contro il Governo Renzi, contro l’Europa dell’austerità

Lo sciopero generale promosso da Cgil e Uil per il 12 dicembre rappresenta un momento della presa di coscienza della complicità di Renzi con le politiche di austerità della Merkel, che stanno impoverendo il Paese e distruggendo Welfare, diritti e democrazia.

Con il Jobs Act si vuole precarizzare totalmente il lavoro e la vita stessa di quei giovani cui Renzi aveva promesso più diritti; con la cancellazione dell’articolo 18 e l’attacco allo statuto dei lavoratori si colpiscono i fondamenti del diritto del lavoro; con lo sblocca Italia si favorisce la speculazione ai danni del territorio e dell’ambiente; con la legge di stabilità continuano i tagli che colpiscono i servizi sociali e svuotano il ruolo degli enti locali; con le privatizzazioni si riduce il ruolo pubblico, prosegue l’indebolimento del sistema produttivo, favorendo lo shopping delle multinazionali, si trasformano i beni comuni in merci.

Mentre vengono così messe in crisi le basi sociali e culturali della democrazia, la si attacca direttamente, demolendo il sistema parlamentare e della rappresentanza sancito dalla Costituzione.

Renzi opera per gli interessi della grande finanza, delle banche, della Germania della Merkel contro la dignità del lavoro, la democrazia, il welfare e la scuola pubblica, i beni comuni, i diritti.

Bisogna fermarlo per cambiare!

Il Prc della regione Lombardia parteciperà e invita tutti i suoi iscritti a partecipare ai cortei organizzati in Lombardia. Per il corteo di Milano L’appuntamento è in corso Venezia angolo via Palestro alle ore 9

Segreteria regionale del Prc della Lombardia

PERCHE L’ITALIA DEVE USCIRE DALLA NATO

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L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che il Sipri quantifica in 72 milioni di euro al giorno.

Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.

È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, che potrebbe essere fortemente ridotto se l’Italia uscisse dalla Nato.

L’Alleanza Atlantica persegue una strategia espansionistica e aggressiva.

Dopo la fine della guerra fredda, ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava; ha inglobato tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex Urss e due della ex Jugoslavia; ha occupato militarmente l’Afghanistan; ha demolito con la guerra la Libia e tentato di fare lo stesso con la Siria.
Ha addestrato forze neofasciste e neonaziste ucraine, organizzando il putsch di piazza Maidan che ha riportato l’Europa a una situazione analoga a quella della guerra fredda, provocando un nuovo pericoloso confronto con la Russia.

Ha iniziato a proiettare le sue forze militari nell’Oceano Indiano nel quadro di una strategia che mira alla regione Asia-Pacifico, provocando un confronto militare con la Cina.

In tale quadro, le forze armate italiane vengono proiettate in paesi esterni all’area dell’Alleanza, per missioni internazionali che, anche quando vengono definite di «peacekeeping», sono guerre finalizzate alla demolizione di interi Stati (come già avvenuto con la Federazione Jugoslava e la Libia).

Uscendo dalla Nato, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola la nostra Costituzione, in particolare l’Art. 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali.

L’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.

La più alta carica militare della Nato, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati uniti. E anche gli altri comandi chiave della Nato sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La Nato è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici.

L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati uniti, esemplificata dalla rete di basi militari Usa/Nato sul nostro territorio che ha trasformato il nostro paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo.

Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.

L’Italia, uscendo dalla Nato, riacquisterebbe la piena sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.

LE MALE INTESE

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Questione morale. Un ruolo-chiave, in questo disastro, lo ha svolto anche l’ideologia o, meglio, la sedicente liquidazione delle ideologie.

«I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono talvolta interessi loschi, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello. Non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile: sono piuttosto federazioni di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi e di soffocare in una palude». A quanti sono tornate in mente in queste ore le parole di Enrico Berlinguer nella famosa intervista alla Repubblica del febbraio 1981? Sono trascorsi più di trent’anni e la palude ormai ci sommerge.
Nel venticinquesimo della morte ci si ricorda finalmente di Leonardo Sciascia. Anche Sciascia lanciò l’allarme. «La palma va a nord», scrisse: marcia alla conquista del paese. Alludeva al modello siciliano d’impasto tra politica e mafia.
Un impasto nel quale dapprincipio la mafia intimidisce e corrompe, poi penetra le istituzioni e si fa Stato. Ripetutamente Sciascia mise in guardia dal rischio che questo modello si generalizzasse. Oggi fingiamo di scoprire che mafia e ‘ndrangheta si sono stabilite a Milano e controllano vasti settori dell’economia nazionale. E guardiamo atterriti al nuovo romanzo criminale della mafia romana, edizione aggiornata di quell’universo orrendo che ruotava intorno alla banda della Magliana, coinvolgendo anche allora mafia, politica e terrorismo neofascista.
In questi trenta-quarant’anni non solo non si è fatto argine contro il malaffare. Lo si è assecondato, lo si è favorito. Gli anni Ottanta dell’«arricchitevi!» di craxiana memoria. Della Milano da bere e del patto scellerato tra Stato e capitale privato che aprì le voragini del debito pubblico e dell’evasione fiscale. Poi venne l’unto di Arcore: la politica usata (con la complicità di gran parte della «sinistra») per salvare le aziende di famiglia; la legalizzazione dei reati finanziari; l’esplosione delle ineguaglianze. E vennero le «riforme istituzionali» che, proprio per iniziativa della sinistra post-comunista, diedero avvio allo stravolgimento maggioritario-presidenzialistico della forma di governo disegnata in Costituzione.
 Il presidenzialismo negli enti locali ha reso le istituzioni più fragili e permeabili ai clan anche per effetto di un apparente paradosso. L’accentramento monocratico del comando è andato di pari passo con la disarticolazione dei partiti politici, culminata nella farsa delle primarie aperte. Questo processo ha da un lato azzerato la dimensione partecipativa e la funzione di orientamento culturale svolta in precedenza dai partiti di massa; dall’altro ha promosso una selezione perversa del ceto politico-amministrativo, premiando chi aveva le mani in pasta nel mondo degli affari. Così i partiti – soprattutto i maggiori – si sono ritrovati sempre più spesso alla mercé delle consorterie e delle cupole, secondo un meccanismo analogo a quello che in altri tempi permise a Cosa nostra di comandare nella Palermo di Lima, Ciancimino e Gioia.
Ma un ruolo-chiave, in questo disastro, lo ha svolto anche l’ideologia o, meglio, la sedicente liquidazione delle ideologie: l’avvento di una politica che si pretende post-ideologica, che ha significato in realtà il congedo di gran parte della sinistra italiana dalle lotte del lavoro e da una prospettiva critica nei confronti degli spiriti animali del capitalismo. Non è necessario, certo, essere comunisti per comprendere che moralità e buona politica sono strettamente connesse tra loro nel segno del primato della giustizia e del bene comune. Né in linea di principio aderire senza riserve alle ragioni del capitalismo impedisce di riconoscere l’importanza della questione morale e di essere «onesti», per riprendere un lemma sul quale si è ancora di recente dibattuto. Ma se della moralità e dell’onestà non si ha una concezione povera e astratta, allora si comprende facilmente che entrambe coinvolgono direttamente il modo in cui si giudicano l’ingiustizia sociale e il persistere dei privilegi. Non è un caso che, riflettendo sulla questione morale, Berlinguer in quella stessa intervista parli proprio di questo. Della necessità di difendere «i poveri, gli emarginati, gli svantaggiati» e di metterli davvero in condizione di riscattarsi. Non è un caso che rivendichi le lotte del movimento operaio e dei comunisti, non soltanto contro il fascismo e con gli operai, ma anche al fianco dei disoccupati e dei sottoproletari, delle donne e dei giovani. Né è casuale che insista sulle gravi distorsioni, gli immensi costi sociali, le disparità e gli enormi sprechi generati dal «tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico». Per concluderne che esso – «causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie» – deve essere superato, pena il verificarsi di una catastrofe sociale «di proporzioni impensabili».
Oggi come allora la questione morale investe frontalmente la politica anche per questa via: è una faccia della sua complessiva degenerazione. Non si tratta soltanto di illegalità, ma anche di irresponsabilità di fronte alla devastazione sociale provocata da trenta e passa anni di dominio del mercato, del capitale privato, dell’interesse particolare. Questione morale e irresponsabilità sociale della politica non sono, qui e ora, fenomeni indipendenti tra loro, bensì manifestazioni della stessa patologia.

da il manifesto autore ALBERTO BURGIO

(100.000 posti di lavoro) Propaganda o realtà ?

Propaganda e realtà

lavoratoreIstat. Il governo tenta di mettere la sordina al record della disoccupazione anticipando i dati sui nuovi contratti. Renzi: «100mila posti da quando ci sono io». In realtà da marzo siamo a meno 30mila. Mai così alti i senza lavoro in Italia. Ma dal ministero del lavoro si brinda per il ritorno dei tempi indeterminati. Dell’Aringa (Pd): aumenta solo la disperazione sociale

Con una tem­pi­stica assai sospetta, ieri mat­tina alle 9 e mezza il mini­stero del Lavoro ha reso pub­blica «un’anticipazione dei dati sulle Comu­ni­ca­zioni obbli­ga­to­rie rela­tivi al terzo tri­me­stre del 2014». Mezz’ora dopo — «come da pro­gramma reso noto anno per anno» — l’Istat ha dif­fuso i dati sugli occu­pati del mese di otto­bre. E alla stessa Istat — nono­stante lo scio­pero dei pre­cari in attesa di rin­novo che ha fatto sal­tare la pre­sen­ta­zione del bol­let­tino — ammet­tono di non ricor­dare un altro caso di comu­ni­cato del mini­stero, spe­cie se in con­tro­ten­denza con i loro dati.

Numeri «come mele e pere, da non met­tere assieme»: nel primo caso riguar­dano i con­tratti avviati da luglio a set­tem­bre; nel secondo il saldo delle per­sone che risul­tano occu­pate nel mese di otto­bre. Dati che difatti hanno un segno pra­ti­ca­mente opposto.

Lecito dun­que pen­sare che il mini­stero del Lavoro abbia voluto dare una buona noti­zia — «oltre 400mila nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato in tre mesi con un aumento del 7,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno pre­ce­dente» — anti­ci­pando i dati nega­tivi dell’Istat. Il tasso di disoc­cu­pa­zione tocca un nuovo mas­simo sto­rico: 13,2 per cento, in aumento di 0,3 punti per­cen­tuali rispetto al mese pre­ce­dente e di 1,0 punti nei dodici mesi. Così come cala il tasso di occu­pa­zione — al 55,6 per cento, meno 0,1 punti rispetto al mese pre­cen­dente. La disoc­cu­pa­zione gio­va­nile — Under 25 — è pari al 43,3 per cento, in aumento di 0,6 punti per­cen­tuali rispetto al mese pre­ce­dente e di 1,9 punti nel con­fronto tendenziale.

Se «mele e pere non sono para­go­na­bili», il frut­teto è sem­pre lo stesso: il mondo del lavoro in Ita­lia, che non se la passa di certo bene. La verità sta nel mezzo. I dati dell’Istat sono obiet­ti­va­mente molto nega­tivi, ma ne con­ten­gono uno posi­tivo: la dimi­nu­zione degli inat­tivi — coloro che un lavoro non lo cer­ca­vano nean­che — dello 0,2 per cento rispetto al mese pre­ce­dente (-32mila unità) e del 2,5 per cento rispetto a dodici mesi prima (-365 mila). «Un dato che è sin­tomo di una mag­giore mobi­lità del mer­cato del lavoro, seb­bene in un qua­dro alta­mente alta­le­nante», fanno sapere dall’istituto. Per il resto i dati del terzo tri­me­stre dell’Istat sono «non desta­gio­na­liz­zati» e quindi poco attendibili.

D’altra parte, nello stesso comu­ni­cato del mini­stero del Lavoro ci sono dati tutt’altro che posi­tivi. Le ces­sa­zioni dei rap­porti di lavoro da luglio a set­tem­bre sono state 2milioni 415mila, con una aumento dello 0,9 per cento rispetto all’anno pre­ce­dente. Tra le cause di ces­sa­zione che spie­gano anche l’aumento dei nuovi con­tratti — va sot­to­li­neato il deciso aumento di pen­sio­na­menti: addi­rit­tura il 55 in più rispetto al 2013.
Ma il segno «più» basta al governo per lasciarsi andare alla pro­pa­ganda, affer­mando che «que­sti dati, in con­ti­nuità con quelli rela­tivi al secondo tri­me­stre, con­fer­mano che il cosid­detto decreto Poletti ha pro­dotto l’esito che era auspi­ca­bile, cioè un incre­mento dei con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato e dei con­tratti di apprendistato».

Da Cata­nia invece Renzi con­ti­nuava con la disin­for­ma­zione: «Il tasso di disoc­cu­pa­zione ci pre­oc­cupa ma guar­dando i numeri il dato di occu­pati sta cre­scendo. Da quando ci siamo noi ci sono 100mila posti di lavoro in più», nascon­dendo invece che da quando è in carica il suo governo (marzo) i posti sono in calo di 31mila unità.

La situa­zione la spiega bene il pro­fes­sor Carlo Dell’Aringa, stu­dioso della mate­ria e ora par­la­men­tare della mino­ranza dia­lo­gante del Pd. «In que­sta situa­zione i dati sono sog­getti a parec­chie acci­den­ta­lità: siamo costretti a mani­fe­stare entu­sia­smo un mese e coster­na­zione il mese suc­ces­sivo». Per Dell’Aringa «una certa ten­denza da parte dell’imprese a sce­gliere con­tratti più garan­titi rispetto al pas­sato, sosti­tuendo quelli pre­cari con tempi deter­mi­nati, comun­que c’è». Allo stesso tempo «è facile pre­ve­dere che i nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato negli ultimi mesi dell’anno saranno ridotti in attesa dell’entrata in vigore del Jobs act — col con­tratto a tutele cre­scenti — e della legge di sta­bi­lità — con gli sgravi fiscali sulle assun­zioni». Il qua­dro però è ancora scon­for­tante. «Anche la dimi­ni­nu­zione degli inat­tivi è dovuta alla dispe­ra­zione della povertà che porta tutti — spe­cie al Sud — a cer­care un lavoro pur­ché sia: un aumento dell’offerta di lavoro, un fun­zio­na­mento mar­gi­nale della peri­fe­ria, men­tre il cen­tro del lavoro è ancora in gran­dis­sima sof­fe­renza, come dimo­strano i dati sugli ammor­tiz­za­tori sociali».

30/11/2014 19:35 | ECONOMIAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: Massimo Franchi

Da  ControLaCrisi.org


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