Archivio per novembre 2014

«Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»

Legale della Cgil: «Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»renzi-arrivo-io
Licenziamenti disciplinari, parla l’avvocato Alberto Piccinini, legale della Cgil: il Pd sbaglia esempio, con il nuovo statuto i tre operai Fiom non sarebbero tornati al lavoroSosten­gono alcuni depu­tati, spe­cie Nella mino­ranza del Pd che ieri ha votato sì al jobs act, che «con lo sta­tuto dei lavo­ra­tori rifor­mato i tre ope­rai di Melfi sareb­bero ancora rein­te­grati al loro posto». Il rife­ri­mento è a una famosa vicenda del 2010: tre ope­rai della Fiom — Anto­nio Lamorte, Marco Pigna­telli e Gio­vanni Baroz­zino, oggi sena­tore di Sel — furono licen­ziati dalla Fiat di Mar­chionne con l’accusa aver bloc­cato, durante uno scio­pero interno, un car­rello per il tra­sfe­ri­mento di mate­riali diretto verso chi non scio­pe­rava. Una dura bat­ta­glia legale dimo­strò che l’accusa era falsa. Nel set­tem­bre 2013 i tre furono rein­te­grati defi­ni­ti­va­mente, dopo una rein­te­gra vir­tuale in cui l’azienda non con­sen­tiva loro di ripren­dere le posta­zioni sulla linea di pro­du­zione.
Dun­que con il nuovo jobs act è vero che i tre tor­ne­reb­bero ancora in azienda? E cioè è vero che la mino­ranza Pd ha otte­nuto, su que­sto punto, un con­creto avan­za­mento del testo? Lo abbiamo chie­sto all’avvocato Alberto Pic­ci­nini, giu­sla­vo­ri­sta del Foro di Bolo­gna, legale di fidu­cia di Fiom e Cgil. Non­ché, all’epoca, difen­sore dei tre.

Avvo­cato, con il nuovo testo dello sta­tuto lavo­ra­tori un caso simile a quello dei tre di Melfifini­rebbe ancora con una reintegra?

Non vedo sulla base di cosa lo si possa sostenere. La gene­ri­cità della for­mula non con­sente ancora di capire come verrà modi­fi­cato l’art.18. Poi il rife­ri­mento è poco per­ti­nente: la rein­te­gra dei tre di Melfi in prima bat­tuta è arri­vata in base all’art.28 dello sta­tuto, quello sul com­por­ta­mento anti­sin­da­cale del datore. I licen­zia­menti sono stati in occa­sione di uno scio­pero e hanno riguar­dato (solo) due dele­gati e un iscritto Fiom su oltre cin­quanta per­sone pre­senti sul posto. Poi, ma solo in seconda bat­tuta, abbiamo chie­sto e otte­nuto la rein­te­gra anche sulla base dell’art.18. Ma mi viene da dire che se fosse già stato in vigore l’art.18 rifor­mato dalla legge For­nero i tre avreb­bero corso il rischio di otte­nere solo un risar­ci­mento eco­no­mico. Figu­ria­moci con le ulte­riori restri­zioni che si vor­reb­bero intro­durre col jobs act.

Quindi i tre potreb­bero comun­que ancora essere rein­te­grati in base all’art.28 dello statuto?

L’art.28 è una norma gene­rale, parla di com­por­ta­menti che limi­tano l’attività sin­da­cale o il diritto di scio­pero, e come tutte le norme gene­rali, com­prese quelle che defi­ni­scono la giu­sta causa e il giu­sti­fi­cato motivo, con­sen­tono al giu­dice un esame del caso con­creto: quello che il governo vor­rebbe limi­tare, quan­to­meno rispetto ai licen­zia­menti per motivi cosid­detti “eco­no­mici”. La rispo­sta è comun­que affer­ma­tiva . Quanto alla nostra seconda causa, quella ai sensi del vec­chio art.18, come ho detto, nes­suno è in grado di dire cosa acca­drebbe oggi con un testo che ancora non cono­sciamo, con­si­de­rando che già con il testo della For­nero ci sono inter­pre­ta­zioni contrastanti.

Dal momento in cui il jobs act sarà legge nei luo­ghi di lavoro alcuni avranno diritto alle resi­due tutele della legge For­nero, altri no.

Sarà una gran con­fu­sione. La legge delega pre­vede che il nuovo art.18 si appli­chi solo nei con­tratti a tutele cre­scenti. Quindi negli stessi luo­ghi di lavoro noi avremo nuovi assunti con tutele infe­riori a quelli al loro fianco che magari svol­gono le stesse man­sioni. E que­sto per sem­pre: per­ché le tutele cre­scenti non arri­ve­ranno mai a un’equiparazione con i vec­chi assunti. Per un periodo di 10–15 anni nei luo­ghi di lavoro ci sarà un dop­pio regime che discri­mi­nerà le per­sone che lavo­rano fianco a fianco, e non sotto il pro­filo eco­no­mico, cosa che in qual­che azienda può già acca­dere, ma sotto quello nor­ma­tivo. Una grave ingiu­sti­zia, e forse anche con con­se­guenze sul pro­filo di costituzionalità.

26/11/2014 08:00 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Daniela Preziosi (da controlacrisi.org)

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“Ai due Matteo va benissimo che la gente non vada a votare”.

elezioni“Ai due Matteo va benissimo che la gente non vada a votare”. L’analisi di Giorgio Cremaschi

A me non stupisce che Matteo Renzi esalti il successo del PD alle regionali ignorando , anzi persino valutando con un certo compiacimento, il fatto che in Emilia Romagna abbia votato un elettore su tre. Quando solo poco tempo fa votavano in nove su dieci. Nella concezione autoritaria della governabilità e nel decisionismo di cui il segretario presidente è solo l’ultimo esponente, la partecipazione popolare è solo un incomodo o un fastidio. Se votano solo tre persone e si ha la sicurezza di ottenere il consenso di due di esse va bene, in meno si decide è meglio è. Gli altri dovranno solo ubbidire.

Mussolini sosteneva che lui del fascismo non aveva inventato nulla, lo aveva semplicemente tirato fuori dagli italiani e organizzato. Per Renzi vale lo stesso. Sono anni che i programmi di governo sono vincolati ai diktat dei mercati, della UE, della finanza e anche a quelli del governo di un altro paese, la Germania. Sono anni che i cittadini di questo paese vengono educati alla impotenza e alla inutilità di una democrazia ove le decisioni di fondo son già prese altrove. E quando è lo stesso Presidente della Repubblica che si fa alfiere di questa sottomissione culturale e psicologica, oltre che politica, è evidente che tutto il sistema costituzionale ne risente.

La democrazia a sovranità limitata si è congiunta con due spinte che da decenni agiscono nella società italiana. La prima è la banalizzazione e la spoliticizzazione del confronto politico, di cui è stata espressione la seconda repubblica berlusconiana. La seconda è lo spirito di vandea contro il lavoro e i suoi diritti che da più di trenta anni si scatena ad ogni difficoltà economica. Il governo Craxi negli anni 80 aveva già anticipato il linguaggio ed i comportamenti di Matteo Renzi, ma perché il decisionismo liberista diventasse regime occorrevano tutte e tre le condizioni di fondo e non solo una. Una democrazia ridotta a subire gli ordini esterni sui temi stessi per i quali è nata: il bilancio dello stato. La distruzione della partecipazione e la riduzione del confronto politico a talk show. La guerra tra i poveri come unico sbocco della impotenza popolare verso le decisioni di fondo. È dalla miscela tra questi tre processi degenerativi della nostra società che nasce il successo di Matteo Renzi, e anche quello del suo omonimo Salvini.

I due Matteo si dividono gran parte del consenso dei pochi elettori residui, perché meglio rappresentano l’auto distruzione della nostra democrazia. Essi sono molto simili nel modo di pensare e di proporsi e forse persino intercambiabili. E questo non solo per il giovanilismo di palazzo , la carriera burocratica oscura trasformata in leadership grazie ai mass media mentre crollava il consenso delle vecchie direzioni, la formazione giovanile nei quiz delle Tv di Berlusconi. Il punto vero che hanno in comune è il trasversalismo reazionario. Renzi è partito volendo battere i pugni in Europa e contro i poteri forti e ora picchia solo contro sindacati, scioperi e diritti del lavoro. Che vengono indicati come i veri ostacoli, o in altre versioni come gli alibi, che fanno sì che le imprese non investano. P

Per Renzi la ruota della fortuna ha girato a lungo e alla fine si è fermata sul lavoro ancora sindacalizzato e tutelato da qualche diritto residuo. Quello è il nemico dei giovani, dei disoccupati, del merito, della crescita e naturalmente di quelle imprese che finanziano Renzi a 1000 euro a coperto. Anche Matteo Salvini lancia proclami contro banche, euro, finanza etc. Ma i mass media li buca indirizzando il rebus contro migranti e Rom e alleandosi con forze esplicitamente fasciste e razziste. Renzi e Salvini indicano all’italiano medio l’unico avversario a reale portata di mano , il vicino di casa metalmeccanico, o impiegato pubblico, o migrante. Loro vengono indicati come la causa dei guai e con loro sindacati e centri sociali. Renzi e Salvini alimentano le rispettive guerre dei poveri in competizione l’uno con l’altro, e così si presentano sempre di più come un’alternanza nell’ambito della stessa devastazione democratica. Che la gente non vada più a votare, a parte i loro sostenitori, ai due leader va benissimo. Entrambi sono figli della ideologia liberista e la privatizzazione della democrazia è la madre di tutte le altre.

Non c’è soluzione facile a tutto questo. Crisi economica e degrado democratico si alimentano reciprocamente e per uscire da entrambi bisogna ricostruire il conflitto con avversari che non sono il vicino di casa. Per questo gli scioperi, i movimenti sociali, le lotte vere fanno così paura ad entrambi i Matteo. Perché se questi dovessero crescere e consolidarsi, loro perderebbero centralità e leadership. Il voto regionale colloca la maggioranza della popolazione italiana in una posizione extraparlamentare. Oggi è un successo per Renzi e Salvini, domani potrebbe essere la loro condanna. Ma perché ciò avvenga tutto ciò che si oppone al regime dei due Matteo deve trovare la stessa determinazione, la stessa dimensione culturale e volontà di vero cambiamento, della Resistenza e della liberazione dal fascismo.

POLITICAITALIA | Autore: giorgio cremaschi(da controlacrisi.org)

GIORGIO CREMASCHI – Costruiamo una coalizione antagonista contro renzismo e lepenismo

CREMASCHI 2

Il 14 novembre in piazza Duomo a Milano mentre parlava Susanna Camusso è giunto uno spezzone dei cortei dei sindacati di base e dei centri sociali. Sul sagrato transennato ci sono stati momenti di tensione con i cordoni della polizia e alla fine un giovane è stato fermato. I metalmeccanici più vicini hanno cominciato a inveire contro la polizia e a spingere sulle transenne. È intervenuto il servizio d’ordine della FIOM che ha convinto la polizia a rilasciare il giovane fermato.

A Livorno, il giorno dopo, migliaia di persone hanno sfilato in corteo in difesa della fabbrica Trw, che la proprietà multinazionale vuole chiudere, rispondendo ad un appello di centri sociali e rappresentanze di fabbrica. Son fatti che più di tante analisi fanno capire cosa si stia rimettendo in moto. Solo poche settimane fa a Torino era andata molto diversamente, con i metalmeccanici da un lato della piazza, studenti e centri sociali caricati dalla polizia dall’altro.

Pur in mezzo a mille difficoltà e contraddizioni, sta crescendo velocemente il comune sentire di un blocco sociale di opposizione e resistenza a Renzi, all’austerità targata UE, al sistema di potere e consenso che si sta organizzando attorno al presidente del consiglio. Lo sciopero sociale non è stato solo lo sciopero della Fiom, come inizialmente veniva presentato dai mass media, ma la mobilitazione del sindacato dei metalmeccanici ha valorizzato le tante piazze di giovani precari e studenti e lo sciopero dei sindacati di base, che ha avuto partecipazioni insperate in particolare nei trasporti e nella sanità. Non siamo nel 2002, non c’è solo la Cgil che si mobilita e aggrega tutta l’opposizione a Berlusconi. D’altra parte è la prima volta che tutta la Cgil scende in lotta contro un governo guidato dal partito di riferimento.

Per questo si sta profilando una situazione inedita. Le reazioni da comparse del Bagaglino dei renziani alla proclamazione da parte della Cgil dello sciopero per il 5 dicembre, sono un segno della portata dello scontro che si sta innestando. È sempre più chiaro anche in questo paese scarsamente abituato alle rotture di fondo, che si sta aprendo un conflitto che alla fine non si chiuderà in pareggio. O Renzi rottama il conflitto sociale, o ne verrà rottamato. E una sconfitta di Renzi sarebbe doppiamente positiva, perché in Italia come in tutto il continente aprirebbe la crisi dell’austerità imposta per prima alla Grecia. E perché sarebbe anche la crisi di tutto quel sistema politico fondato sull’intesa Renzi Berlusconi, sotto la supervisione di Giorgio Napolitano.

Lo sciopero generale proclamato dalla CGIL può rappresentare un ulteriore passaggio nella costruzione di un blocco sociale alternativo a quello liberista renziano. Questo nonostante manchi nel gruppo dirigente della Cgil la consapevolezza della dimensione nuova dello scontro. Da un lato si contestano sempre più duramente le scelte del governo, dall’altro ci si augura un compromesso, un ritorno alla concertazione, magari promosso da una crisi che provochi la caduta di Renzi ed un ritorno al governo di un qualche Letta un poco più vitale. Tutto questo è impossibile.

Fare una impresa nuova con le vecchie politiche che hanno portato alla sconfitta non si può, ma questa è proprio la contraddizione di una Cgil che mentre dice di no alla politica del lavoro del governo, continua a sostenere l’accordo del 10 gennaio con la Confindustria, che di quella politica è la veste istituzionale nei luoghi di lavoro. E più in generale questo è il blocco di un mondo delle sinistre radicali che da un lato non riesce, come dovrebbe, a rompere fino in fondo con il sistema Pd, dall’altro non pensa ancora davvero ad unire le forze.

Ma la novità del 14 novembre é che quelle contraddizioni possono essere percorse e volte in positivo. Quelle contraddizioni diventano anche uno spazio, nel quale una coalizione sociale e politica antagonista intelligente e matura potrebbe sviluppare la lotta per l’egemonia nella opposizione a Renzi. Egemonia tanto più necessaria nel momento in cui nella crisi sociale delle periferie per la prima volta si vede emergere una vera spinta di estrema destra.

Solo un fronte sociale antagonista e indipendente dai vecchi schemi politici, come quello che ha promosso lo sciopero sociale, può lottare con efficacia sui due fronti, contro il renzismo e contro il lepenismo. Costruirlo, rafforzarlo ed organizzarlo è un compito urgente.

Giorgio Cremaschi

(17 novembre 2014)

(Da MicroMega)

La tagliola del jobs act

renzi

Non c’è spa­zio per media­zioni sul jobs act. «Dal primo gen­naio deve entrare in vigore, è la dead line», dice Renzi ai par­la­men­tari del suo par­tito. Un avver­ti­mento a chi è con­tra­rio: non c’è tempo per navette con il senato, il testo è quello anche per­ché biso­gnerà con­si­de­rare il tempo neces­sa­rio per far vistare alle com­mis­sioni i decreti dele­gati pre­pa­rati dal governo.

Ieri sera il pre­si­dente del Con­si­glio è com­parso in tele­vi­sione da Bal­larò. In onda con un’intervista regi­strata men­tre fisi­ca­mente era già alla riu­nione dei gruppi par­la­men­tari alla camera (esor­dio con una pro­messa: «Gio­vedì chiu­diamo con l’elezione dei giu­dici costi­tu­zio­nali, ma ora un applauso a Vio­lante»). In onda a tutti i costi, pas­sando sopra lo scio­pero degli ope­ra­tori di ripresa un po’ come l’altro giorno era sfi­lato in una fab­brica di Bre­scia dalla quale erano stati allon­ta­nati gli ope­rai. Per man­dare in onda (quasi) rego­lar­mente il talk show di prima serata su Rai3, infatti, viale Maz­zini ha dovuto fare i salti mor­tali. Coman­dando alle tele­ca­mere tre fun­zio­nari dell’azienda e per­sino un diri­gente, il vice­di­ret­tore di Rai2 Mas­simo Lava­tore — effet­ti­va­mente vice­di­ret­tore per la «pia­ni­fi­ca­zione eco­no­mica e mezzi» che ha in car­riera tra­scorsi da ope­ra­tore, e dun­que sa dove met­tere le mani. La denun­cia è del sin­da­cato auto­nomo delle tele­co­mu­ni­ca­zioni Sna­ter, che ha deciso l’astensione per pro­te­sta con­tro la pra­tica di «uti­liz­zare per coprire gli eventi uno, al mas­simo due dipen­denti, per lo più tec­nici invece di una squa­dra di ope­ra­tori». Davide Di Pie­tro della segre­ta­ria nazio­nale Sna­ter, e ope­ra­tore di Bal­larò, a fine gior­nata spiega che lo scio­pero degli ope­ra­tori di Roma è riu­scito per­fet­ta­mente, costrin­gendo la Rai a far sal­tare tutte le tra­smis­sioni in diretta (Agorà, La prova del cuoco) e a ripren­dere i Tg con solo le tele­ca­mere fisse. Porta a porta e Uno mat­tina hanno man­dato vec­chie pun­tate in replica. Ma Bal­larò, già in dif­fi­coltà con gli ascolti, non poteva rinun­ciare alla pun­tata di ieri. E per non far sal­tare Renzi negli studi di Rai3 ecco arri­vare un diri­gente in fun­zioni da ope­ra­tore, in pre­stito dall’altro canale.
Pro­ba­bil­mente a causa dei troppi pal­co­sce­nici, si evi­den­zia qual­che pro­blema di coor­di­na­mento tra le dichia­ra­zioni, visto che men­tre Renzi annun­ciava ai par­la­men­tari Pd che «la legge di sta­bi­lità è rivo­lu­zio­na­ria per­ché riduce la pres­sione fiscale», il mini­stro dell’economia Padoan spie­gava in audi­zione not­turna alla camera che la pres­sione fiscale con la mano­vra salirà dello 0,3% entro il 2017».

Intanto il pre­si­dente del Con­si­glio ha deciso di can­cel­lare la visita a Napoli, che lui stesso aveva annun­ciato per sabato pros­simo. Le ragioni sono facil­mente com­pren­si­bili, visto che in città i movi­menti gli sta­vano pre­pa­rando da tempo una pes­sima acco­glienza, con cor­teo da Fuo­ri­grotta a Bagnoli. La gior­nata si annun­ciava assai più tesa di quella già non tran­quilla appena tra­scorsa a Bre­scia. Oltre alle con­te­sta­zioni di piazza, il pre­si­dente del Con­si­glio avrebbe tro­vato l’ostilità dichia­rata della giunta de Magi­stris, rima­sta scot­tata da una fidu­cia ini­ziale ripa­gata con il com­mis­sa­ria­mento dell’amministrazione comu­nale per le opere di risa­na­mento di Bagnoli. La rinun­cia è un evi­dente fuga, così men­tre cen­tri sociali e movi­menti di lotta napo­le­tani con­fer­mano la pro­te­sta del 7 novem­bre, l’ufficio stampa di palazzo Chigi prova a spie­gare che «Renzi non è pre­oc­cu­pato da even­tuali con­te­sta­zioni» e «visi­terà alcuni comuni del sud entro la fine del mese».

Ieri ha par­lato anche Gior­gio Napo­li­tano, e alcune sue parole pro­nun­ciate in occa­sione delle cele­bra­zioni per la festa delle Forze Armate sono ser­vite a con­fer­mare e rilan­ciare l’allarmismo esi­bito a Bre­scia da Renzi. Se il pre­si­dente del Con­si­glio aveva detto che c’è «un dise­gno per divi­dere», il pre­si­dente della Repub­blica è pas­sato rapi­da­mente dall’allarme per gli atten­tati dell’Isis ai rischi interni. «Vi è il rischio — ha detto Napo­li­tano — che sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di con­trap­po­si­zioni ideo­lo­gi­che pure così datate e inso­ste­ni­bili, pren­dano corpo nelle nostre società rot­ture e vio­lenze di inten­sità forse mai vista prima».

05/11/2014 09:29 | POLITICAITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Fabozzi (da controlacrisi.org)


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