“Ma va là Fausto!”, lettera aperta di Gianni Marchetto un ex operaio sindacalista a Bertinotti

17888-fausto_bertinottimegafCaro Fausto,
con te mi lega una lunga (e affettuosa) militanza nella CGIL di Torino: tu Segretario della CGIL, io prima operaio alla FIAT, poi funzionario della FIOM alla FIAT Mirafiori. Così come l’appartenenza allo steso partito: il PCI Torinese.
Ho avuto modo di sentire la tua ultima intervista dove, con molto coraggio, tu dici che come comunisti abbiamo sbagliato (quasi tutto) e dove nel contempo rivaluti il pensiero e la pratica liberale.

Parlo per me: prima di iscrivermi al PCI (nel 1966) avevo avuto modo di leggere “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler e la “Fattoria degli animali” di George Orwell (era un opuscolo illustrato). Chi mi ha iscritto era un compagno che avevo conosciuto in FIAT (diventai suo “socio” di lavoro). Era questi un ex partigiano che insieme a pochi altri, aveva “tenuto botta” per tutti gli anni ’50 e ’60, aspettando il ’68 e ’69. Mi intrigò di più la storia e l’esperienza di questi compagni che non i libri che avevo letto: da lui accettai la mia iscrizione al PCI.

Nei primi anni ’70 mi ricordo di una polemica aspra che andavo facendo con te e altri compagni del sindacato e del PCI (quasi tutti dirigenti) sulla teorizzazione “dell’operaio massa”. Quale operaio massa? chiedevo. Io di Massa ne conosco due: Massa Attilio delle Presse e Massa Giuseppe della Carrozzeria. Era una mia polemica contro le facili (e strumentali) generalizzazioni. Chi mi dava ragione era Ivar Oddone il quale così argomentava: “l’operaio massa è un altro modo di intendere gli operai, per il padrone sono dei gorilla da addestrare per la produzione (la rabble ipothesys), per una certa sinistra sono dei gorilla da redimere per la rivoluzione, quale rivoluzione? Quella dei redentori, ovviamente!” e l’operaio? sempre gorilla rimaneva! quanta ragione aveva!
A proposito del pensiero e dell’azione dei liberali, mi viene in mente il “Manifesto del partito comunista” quello di Marx ed Engels, che è un inno alla borghesia (rivoluzionaria), ergo al pensiero che la sosteneva: il liberalesimo.

Sul finire degli anni ’70 e negli anni ’80 mi capitò di andare diverse volte nei paesi dell’Est. Per il sindacato andai in URSS per quasi un mese. E in questi viaggi ebbi la conferma che questi regimi non erano riformabili (cosa per la quale ero ormai convinto dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968) e dopo il fallimento della “Riforma Kossighin” nel 1966, nell’URSS.
Visitai parecchie aziende e con mia sorpresa (negativa) notai il compromesso che teneva in piedi la baracca: “io non rompo le balle a te, tu dai a me il tuo consenso”, un po’ alla maniera che in Italia la DC esercitava il suo consenso (specie nella pubblica amministrazione), per cui il Partito Comunista dell’URSS somigliava parecchio alla nostra Democrazia Cristiana. In fondo, in fondo il regime “comunista” stava in piedi sulla scorta di 3 P: Poca produttività, Poco salario, Pochi consumi e con tre poco chi accontentava: gli individui mediocri, quelli che si accontentano, la gente pigra. Gli individui più curiosi, i più intraprendenti erravano continuamente da un’azienda all’altra alla ricerca di posti di lavoro dove l’autoritarismo e il paternalismo fosse al minimo e dove ci fossero le occasioni di welfare aziendale migliori.
È vero, non era dappertutto così. Nelle aziende dove si producevano armamenti, c’era lì concentrato il massimo della esperienza operaia, della tecnica e del meglio della scienza. Quel tanto che i “prodotti” facevano la punta a quelli americani! e questo fin dalla nascita dell’URSS. Un bel paradosso: una società nata contro e per far finire la guerra che primeggia nella produzione di strumenti di morte!

Il nodo della “continuità”. Riporto le cose scritte nel libro di A. Minucci (La crisi generale tra economia e politica, Ed. Voland Srl) è il capitolo V° che parla del “Nodo della continuità”. Mi ha colpito nel senso di non trovare niente o quasi nello sviluppo delle rivoluzioni “socialiste” nel 20° secolo: cosa mai esisteva in quelle società che fosse in embrione il “socialismo” che poi si sarebbe instaurato? C’era in Russia? C’era in Cina? Erano completamente assenti! Anzi (ed è di questi tempi) il Partito Comunista Cinese è attualmente a capo di una modernizzazione a carattere capitalista con annesso sfruttamento dei lavoratori, di alienazione di larghe masse e tutto l’armamentario tipico della fase di costruzione del capitalismo… del tutto opposta la storia della borghesia, la quale prima di arrivare a tagliare le teste di nobili e clero (nel 1789) si era insediata in tutta la società di allora.

Veniamo a noi, in Italia. Contraddizioni: il PSI nella dottrina non era statalista, nella pratica avviò (con il primo centrosinistra) tutta una serie di nazionalizzazioni, da quella dell’energia elettrica, ad altre.
Il PCI nella dottrina era statalista, nella pratica divenne “localista”: assieme ai socialisti nei decenni dopo la Liberazione avviò un vera e propria civilizzazione nei territori dove questi avevano la maggioranza dei voti. E quasi sempre con i “bilanci in rosso”: per fare investimenti, ecc.
Negli anni ’70 specie nelle grandi fabbriche del nord, sulla scorta delle conquiste del ’68 e del ’69 in merito ai Delegati e ai Consigli di Fabbrica, si andò ad una prima sperimentazione di superamento da una parte del “leninismo” (vedi come ti “educo il pupo”) e dall’altra della sola “democrazia delle opinioni” (di marca liberale), per approdare invece alla “democrazia cognitiva” = la validazione consensuale.

Caro Fausto, non voglio tediarti oltre. Mi pare di aver messo i piedi nel piatto (così come hai fatto pure tu). A te il compito di verificare la distanza tra le tue e le mie tesi. È vero bisogna avere a mente “l’individuo” come del resto era il portato della migliore CISL degli anni ’70 (la FIM) e da cui imparammo molto tutti quanti.
Mi pare che una “ri-partenza” sia possibile se la nostra autocritica si fonda non solo sulle questioni generali (e un po’ generiche), ma se sa stare nella nostra esperienza concreta. Alcune riflessioni:

1. Nelle aziende: a) una sfida innanzi tutto a noi stessi: coniugare Maggiore Produttività a Maggiore Democrazia – b) andare oltre il “guardiano del 133 di rendimento” o superare l’esperienza dei Delegati come “bravi poliziotti” (a servizio dei lavoratori, ovviamente) e pensare alla progettazione della “carriera dell’operaio” contro la logica “dell’ascensore sociale” che lascia il lavoro così com’è agli sfigati di turno (vedi i migranti).
2. Nella società: riconoscere che esistono degli “esperti” sia tecnici che “grezzi” che sono portatori di una “mappa e di un piano”. Una volta questi erano ben presenti nelle formazioni politiche di massa (dalla DC, al PSI e maggiormente nel PCI). Senza il recupero di queste competenze, di questo saper fare diffuso credo proprio che non si va da nessuna parte.
3. Occorre andare alla produzione di un archivio di tutte le esperienze “esemplari” sia di aziende che di amministrazioni locali per poterle socializzare, per farle diventare “ordine morale per il rimanente dei cittadini” (vedi Gramsci quando dice che questa è “fare rivoluzione”: socializzare il meglio delle esperienze) e non attardarsi a “mettere continuamente il lievito sulla merda” (come ben mi diceva Emilio Pugno già nel 1970).
4. Ergo: occorre allora in ogni territori dato andare alla produzione di archivi contenenti nomi e cognomi di questi “esperti” per avere con loro un approccio positivo.
5. Domanda? C’è un soggetto politico/sindacale adatto a questa bisogna? Ovvero io vado in cerca (a 72 anni!) di soggetti che vogliano ancora rimettersi in gioco su queste questioni.

POLITICAITALIA | Autore: gianni marchetto(da controlacrisi.org)

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