Archivio per settembre 2014

AUTUNNO

vauro

Un autunno che non può essere rituale, come dimostra la lotta dei facchini.
Ieri mattina altri due facchini sono stati arrestati a Milano dopo che il loro presidio era stato attaccato dai crumiri e dalla Polizia. Renzi direbbe che questa lotta è ideologica, i grillini o altri ancora direbbero che questa lotta è violenta e non democratica dato che non si permette – attraverso il picchetto – ad altri lavoratori (i crumiri) di entrare al lavoro. In questi ultimi mesi, i facchini della logistica appoggiati da un piccolo ma combattivo sindacato come il Si Cobas hanno dato una enorme lezione di come si lotta in un paese disciplinato alla concertazione ed al “calma regaz”.
La lotta dei facchini assieme a quelle in difesa del diritto all’abitare sono state sicuramente le più interessanti e vivaci degli ultimi tempi, ed hanno visto il protagonismo di un sindacato sociale, metropolitano, che seppur dentro moltissime contraddizioni è riuscito a resistere alle ondate repressive che hanno colpito gli esponenti di spicco di queste lotte. Non è poca cosa, in un periodo di crisi. Non è un caso che la composizione sociale di questi lavoratori segni un elemento di novità da indagare, molti di loro infatti sono diventati sul campo delegati sindacali, ed hanno dimostrato una disponibilità al conflitto che non si vedeva da decenni. Forse perchè hanno tutto da guadagnare, o forse perchè hanno conosciuto altri sindacati. Fatto sta, che in alcuni casi queste lotte hanno vinto, ed in altri ancora pur avendo perso sono riuscite a dimostrare una cosa, che lottare vuol dire costruire coscienza ed organizzazione, che lottare vuol dire costruire soggettività sociale. Ora, ha davvero poco senso chiedere alla Camusso di riflettere su queste lotte, e di dialogare con i sindacati di base e movimenti conflittuali.
Si può invece chiedere alla Fiom di rifletterci. Si può chiederle di non giocarsi la carta d’autunno con la solita ritualità, come ha fatto in altre occasioni nel passato. Si può chiederle di guardare con estremo interesse allo sciopero del 16 ottobre indetto dai facchini del Si Cobas e di guardare con interesse crescente a quello che stanno facendo i sindacati di base in questi mesi. Una riflessione senza telecamere e senza proclami, e senza spirito di polemica ma per provare a capire collettivamente su cosa sarà il sindacato che verrà. Questo autunno non potrà essere l’autunno scorso e il tempo delle sole parole per provare a cavarsela è finito per tutti, anche per la Fiom. Occorre farsi domande serie sul perché poche centinaia di facchini, determinati hanno bloccato e fatto male ai padroni come si faceva un tempo. Prova a riflettere, cara Fiom, su cosa sarebbe uno sciopero sociale generalizzato, dentro il quale tutti possono collocare in autonomia la propria azione contro questo Governo e la controriforma del lavoro. Prova a riflettere se insomma gli operai oltre che fare le solite manifestazioni romane escono dalle fabbriche e si mettono in mezzo alle strade bloccando il paese, come si faceva un tempo, costi quel che costi.
Ieri mattina altri due facchini sono stati arrestati a Milano dopo che il loro presidio era stato attaccato dai crumiri e dalla Polizia. Renzi direbbe che questa lotta è ideologica, i grillini o altri ancora direbbero che questa lotta è violenta e non democratica dato che non si permette – attraverso il picchetto – ad altri lavoratori (i crumiri) di entrare al lavoro. In questi ultimi mesi, i facchini della logistica appoggiati da un piccolo ma combattivo sindacato come il Si Cobas hanno dato una enorme lezione di come si lotta in un paese disciplinato alla concertazione ed al “calma regaz”.
La lotta dei facchini assieme a quelle in difesa del diritto all’abitare sono state sicuramente le più interessanti e vivaci degli ultimi tempi, ed hanno visto il protagonismo di un sindacato sociale, metropolitano, che seppur dentro moltissime contraddizioni è riuscito a resistere alle ondate repressive che hanno colpito gli esponenti di spicco di queste lotte. Non è poca cosa, in un periodo di crisi. Non è un caso che la composizione sociale di questi lavoratori segni un elemento di novità da indagare, molti di loro infatti sono diventati sul campo delegati sindacali, ed hanno dimostrato una disponibilità al conflitto che non si vedeva da decenni. Forse perchè hanno tutto da guadagnare, o forse perchè hanno conosciuto altri sindacati. Fatto sta, che in alcuni casi queste lotte hanno vinto, ed in altri ancora pur avendo perso sono riuscite a dimostrare una cosa, che lottare vuol dire costruire coscienza ed organizzazione, che lottare vuol dire costruire soggettività sociale. Ora, ha davvero poco senso chiedere alla Camusso di riflettere su queste lotte, e di dialogare con i sindacati di base e movimenti conflittuali.
Si può invece chiedere alla Fiom di rifletterci. Si può chiederle di non giocarsi la carta d’autunno con la solita ritualità, come ha fatto in altre occasioni nel passato. Si può chiederle di guardare con estremo interesse allo sciopero del 16 ottobre indetto dai facchini del Si Cobas e di guardare con interesse crescente a quello che stanno facendo i sindacati di base in questi mesi. Una riflessione senza telecamere e senza proclami, e senza spirito di polemica ma per provare a capire collettivamente su cosa sarà il sindacato che verrà. Questo autunno non potrà essere l’autunno scorso e il tempo delle sole parole per provare a cavarsela è finito per tutti, anche per la Fiom. Occorre farsi domande serie sul perché poche centinaia di facchini, determinati hanno bloccato e fatto male ai padroni come si faceva un tempo. Prova a riflettere, cara Fiom, su cosa sarebbe uno sciopero sociale generalizzato, dentro il quale tutti possono collocare in autonomia la propria azione contro questo Governo e la controriforma del lavoro. Prova a riflettere se insomma gli operai oltre che fare le solite manifestazioni romane escono dalle fabbriche e si mettono in mezzo alle strade bloccando il paese, come si faceva un tempo, costi quel che costi.
24/09/2014 14:10 | LAVOROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (DA CONTROLACRISI.ORG)
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Paradossi e (neo)colonialismi

Premetto che è con qualche remora e molto ritardo che mi accingo a scrivere qualche commento sulla questione, ormai annosa dei Marò e sull’atteggiamento che la “politica italiana ufficiale” dedica a questo tema. Le remore sono dovute al fatto che chi leggerà, i nostri 25 piccoli affezionati lettori di manzoniana memoria, potrà in qualche modo vedere molto “anti-patriottismo” e qualche goccia di “filo-terrorismo” nello scritto che segue. Ciononostante penso che qualche voce fuori dal coro possa talvolta rendersi indispensabile sebbene destinata a divenire carne da macello nella dilagante unilateralità dell’”informazione ufficiale”. Nella caricatura generale che la enorme macina dell’informazione e della disinformazione produce, ciò che leggerete, se avrete avuto la pazienza di arrivare fino in fondo, potrà apparire qualcosa di abietto ed alieno dal “pensiero democratico” o da quello che i più ritengono democratico secondo la regola perversa ed ipocrita del “politically correct”.

Talvolta l’informazione riesce a fare rigorosamente a pugni con la logica e soprattutto con la giustizia, ma questo è sempre e comunque soggettivo o quanto meno relativo, e… purtroppo, come è noto ormai da millenni, la storia viene scritta dai vincitori a propria immagine e somiglianza oppure da chi alza di più la voce all’interno talvolta di assordanti ed imbarazzanti silenzi.

Ad ascoltare i continui appelli in difesa dei Marò e le sempre maggiori insistenze da parte dei diversi ministri degli Esteri e della Difesa che si sono in più occasioni avvicendati negli ultimi due anni, sembra che il pensiero unico abbia ormai preso completamente il sopravvento. Tutti, nessuno escluso, si sono sbracciati, chi più e chi meno animosamente, per ottenere la libertà dei due militari italiani. E tutti, nessuno escluso, hanno continuato a nascondere buona parte della verità. Negli ultimi due anni si sono avvicendati responsabili dei dicasteri e presidenti del Consiglio di diversi colori politici, e le differenti compagini governative, mai effettivamente dotate del minimo mandato da parte dei cittadini, hanno sempre e comunque espresso una posizione unanime ed unanimemente imbarazzante relativamente alla vicenda dei Marò. Alla base di tutto è sempre stata la richiesta di processare in Italia i due militari che non è altro che l’indubitabile sinonimo di un’assoluzione con formula piena e magari anche promozione con medaglia al merito ed al valor militare per Latorre e Girone.

Il Governo italiano ha in ogni occasione contribuito a celare la verità ed a mascherare quelli che sono i dati oggettivi di questa vicenda in maniera a dir poco imbarazzante. I due militari a bordo, in qualità di scorta, della Enrica Lexie, una nave commerciale, hanno sparato su di un peschereccio pensando che questo fosse una nave pirata. Hanno quindi ucciso due inermi pescatori e sotto tutti i punti di vista da cui la vicenda può essere osservata e letta sono da definirsi due assassini. Scusate l’approccio un po’ ruvido, ma al mmento non mi soviene definizione migliore. Disquisire se questo evento sia avvenuto in acque internazionali oppure indiane mi pare sinceramente una questione di lana caprina. Peccato che la natura di omicidi dei due “semieroi” per l’Italia dei La Russa, ma anche delle Pinotti, non emerga praticamente mai dal racconto che i telegiornali di casa nostra riportano. Tutti i governi, aventi come comune denominatore le “larghe intese”, non hanno saputo fare altro che ripetere la solita litania dei “nostri ragazzi” tenuti barbaramente in prigione dai cattivissimi e perfidi indiani. Discussione a parte meriterebbe la questione per cui militari italiani prestano servizio su imbarcazioni commerciali e private svolgendo un servizio di tutela e di protezione a cui il nostro esercito non dovrebbe piegarsi. Il nostro esercito fornisce invece uomini e mezzi ad imprese che meglio farebbero a procurarsi dei “contractors privati”. Siamo quindi di fronte ad un esercito che si piega ad un servizio privato per raggranellare qualche soldo e commessa; una sorta di privatizzazione dell’esercito italiano. Questa discussione porterebbe però fuori dal tema in discussione.

Ora sarebbe bene fare un po’ di chiarezza. I due militari italiani non sono mai stati tradotti in un carcere indiano, ma si trovavano in un resort nel Kerala con obbligo di firma, ed oggi stazionano presso il consolato italiano, mantenendo il medesimo vincolo. Hanno beneficiato di una licenza “premio”, che li ha condotti a casa per le feste natalizie del 2012. In quell’occasione, in modo a dir poco imbarazzante, ma che personalmente definirei vergognoso, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano li riceveva al Quirinale in pompa magna ed il fascistissimo Ministro della Difesa di allora, tale Ignazio La Russa, li scortava dall’aereoporto, con tutti gli onori come se stessimo ricevendo eroi di guerra, invece che due omicidi che hanno sparato a pescatori disarmati. Ben altro trattamento e da veri propri innocenti ebbero Sacco e Vanzetti negli Stati Uniti alla fine degli anni venti del secolo scorso. Ma questa è ovviamente un’altra storia ed ogni paragone sarebbe a dir poco inopportuno.

E’ ovviamente comprensibile che il governo si adoperi per la loro liberazione, come per risolvere qualunque eventuale situazione in cui cittadini italiani si trovano ad essere privati della libertà. Per chi scrive sarebbe ovviamente fondamentale salvare i due militari dall’eventualità della pena di morte contro cui in tutto il pianeta non viene mai fatto abbastanza. Darei altresì praticamente per scontato che la pena di morte non è un’opzione reale nel caso dei marò ed è stata ventilata soltanto perché l’India attraversava una pesante campagna elettorale in cui lo spirito nazionalista ha preso spesso il sopravvento. Oggi al termine di ogni processo propagandistico e ad urne chiuse anche la vicenda dei marò probabilmente troverà presto una soluzione e nessuno si sogna più di parlare della pena capitale per i due militari italiani. Ma i politici di casa nostra pretendono che avvenga il rilascio di Latorre e Girone che il processo sia celebrato in Italia. Sembra una pretesa un po’ azzardata da parte dell’Italia che gioca a fare la superpotenza senza esserlo mai stata.

Per inciso le famiglie dei due pescatori indiani Valentine Jalestine (48 anni) e Ajeesh Binki (20 anni) sono state indennizzate con 150mila euro ciascuna. Questo ha fatto dire qualche imbecillità ad alcuni benpensanti italiani come il conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani del programma “La zanzara” di Radio 24 che è arrivato ad affermare che le famiglie dei defunti, infischiandosene dei loro congiunti assassinati, abbiano speculato sulle vittime facendo un gruzzolo e rinunciando alla causa civile. Sarebbe invece più opportuno sottolineare la vergogna italiana che monetizza la vita di due poveri pescatori comprando il silenzio delle loro famiglie. Famiglie che indubbiamente, dato lo stato di grande povertà in cui versano, non godono certo del “libero arbitrio” per decidere se intraprendere o meno una causa giudiziaria.

Quello che indigna ancor di più è notare come lo Stato venga colto da violenti attacchi di schizofrenia e la retorica dei “nostri ragazzi” sia al solito sventolata come generalmente fanno i paesi dominatori nei confronti delle colonie. A chi può avere dimenticato cosa accadde alla fine degli anni ’90 sarebbe bene rinfrescare la memoria su di un episodio accaduto entro i nostri confini nazionali. A quei tempi un jet militare americano con a bordo quattro marines al comando del capitano Richard Ashby, facendo manovre proibite ad altitudini non consentite per puro gusto e sprezzo del pericolo e probabilmente per una ardita scommessa, tranciò le funi del tronco inferiore della funivia del Cermis. La cabina, al cui interno si trovavano venti persone, precipitò da un’altezza di circa 150 metri schiantandosi al suolo dopo un volo di sette secondi. Il velivolo, danneggiato all’ala e alla coda, fu comunque in grado di far ritorno alla base. Fu inoltre provato che Ashby ed i suoi colleghi provarono a contraffare o a far sparire la scatola nera. Nella strage morirono i 19 passeggeri e il manovratore, tutti cittadini di stati europei: tre italiani, sette tdescchi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci e un olandese.

I marines furono immediatamente trasferiti negli USA dove si tenne il proceso ed il comandante Ashby fu giudicato l’unico colpevole punito con la radiazione dal corpo dei marines. Nemmeno un giorno di carcere fu comminato ai protagonisti di questa vicenda, o per dirla più chiaramente agli assassini di 20 cittadini inermi. A ruoli invertiti la stessa retorica dei “nostri ragazzi” sembra oggi aver colto il Governo italiano ne cas dei due marò. Questa retorica è quella che permise agli statunitensi di salvaguardare i propri militari per ogni crimine commesso fuori dai confini degli Stati Uniti nello svolgimento della propria “nobile missione”. L’Italia con i Marò cerca di emulare i cugini d’oltreoceano.

La stessa piatta e trita retorica patriottarda che si respirava con i quattro mercenari sequestrati anni fa in Iraq. Tra questi Quattrocchi veniva ucciso ed in punto di morte riusciva ad affermare: “Vi faccio vedere come muore un fascista !” E molti lodarono le gesta di questi soldati di ventura o mercenari strapagati e votati a tanto nobili finalità. I tanto celebrati Martiri di Nassiriya, a cui qualcuno ha dedicato vie, piazze, parchi pubblici ed altro ancora ai tempi della loro uccisione risvegliarono gli stessi beceri sentimentalismi revanscisti da nazionalismo dell’ultima ora. E documenti alla mano anche in quel caso i “nostri ragazzi” si facevano fotografare nelle proprie camerate con una bandiera tricolore leggermente fuori ordinanza, dal momento che riportava nel campo bianco centrale un vistoso fascio littorio. Chi ha buona memoria ricorderà che chi molto sommessamente sottolineò come Nassiriya fosse per gli italiani una tragedia nazionale ma era per gli iracheni abitanti di quel territorio un atto di resistenza contro un esercito straniero, né più né meno di quelli compiuti dai gappisti contro l’esercito nazifascista nella guerra di liberazione tra il ‘43 ed il ‘45. Chi si lasciò andare a quella considerazione fu ovviamente tacciato di terrorismo, tanto quanto i gappisti nella guerra di resistenza. Qualcuno arrivò addirittura a parlare di resistenze di serie A e di resistenze di serie B. Così è l’informazione libera e sovrana nel nostro paese. Sarebbe bene che l’Italia e l’occidente in generale, abbandonino definitivamente quel falso complesso di superiorità e con esso l’atteggiamento dispotico da stato coloniale spesso esercitato per scimmiottare gli alleati d’oltreoceano. E’ bene che si giudichino i “nostri ragazzi” con molta meno indulgenza di quella che viene invece elargita a piene mani e sarebbe ancor meglio che la “ragion di stato” non offuscasse le menti di chi dovrebbe valutare e giudicare con maggiore imparzialità.

Abitiamo un paese che nei recenti conflitti internazionali, anche nella stagione dell’imperante renzismo, ha saputo prendere posizioni di grande miopia, quando non addirittura mostrando totale cecità. C’è in questo contesto chi è riuscito a tenersi imparziale ed equidistante nel confitto israelo-paestinese. Numeri alla mano nei 50 giorni dell’ultima offensiva su Gaza sono morti circa 1250 palestinesi di cui 500 bambini contro poco meno di 80 israeliani tra cui 67 militari. Ora è evidente che i morti secondo la nostra informazione si pesano e non si contano. Per sgomberare il campo da ogni possibile polemica, chi scrive non sostiene e non ha in particolare simpatia il movimento di Hamas, ma è ovviamente aberrante, oltre che falso, sostenere la tesi di Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, per cui Hamas è parte integrante del fenomeno ISIS e del califfato islamico che sta imperversando nei territori compresi tra Siria e Iraq facendo azione di proselitismo in tutto l’universo mediorientale. Sarebbe bene informare, che ISIS, tanto quanto i talebani ed Osama Bin Laden sono invece creature nate e foraggiate dal democratico occidente statunitense ed alleato alla Nato; il solito esperimento finito fuori controllo. Nel conflitto israelo-palestinese, l’accusa di antisemitismo è la più frequente da riversare sulle voci fuori dal coro. Accusa tra le più inverosimili e ridicole in quanto i palestinesi sono essi stessi semiti. Peccato che oggi chi conduca una politica tesa al genocidio sia proprio lo stato di Israele e le numerose sanzioni ONU non rispettate e le risoluzioni disattese sono un continuo richiamo a cui la sordità occidentale non è seconda a nulla e a nessuno. Ci si chiede con sempre maggiore enfasi ed interesse quando saremo in grado di bloccare l’avanzata di Israele sui territori occupati e quando ancora si riusciranno a difendere i territori palestinesi dalla colonizzazione sionista.

Nel confitto tra Russia e Ucraina, gli occidentali senza particolari imbarazzi e distinzioni stanno sostenendo il governo e la fazione ucraina nella quale senza troppi tentativi di celarsi, militano attivamente partiti neonazisti. Anche la neo Lady Pesc di casa nostra, la Ministro degli Esteri Mogherini non fa in questo caso eccezione alcuna. Ora la situazione tra Russia e Ucraina è oltremodo complessa, ma certamente non è da questo sito che si potrà trovare sostegno alle mire espansionistiche, alle lamentazioni ed alle esternazioni di Putin. All’interno di quel conflitto viene come sempre però ad operare una caricatura in cui tutto sembra solo bianco oppure solo nero, i buoni da una parte ed i cattivi dall’altra. La minoranza russa che vive in quella regione dell’Ucraina costituisce circa il 30% della popolazione e non si può pensare che possa essere schiacciata e vilipesa in modo così avvilente senza che una reazione possa sorgere spontanea.

Questo è oggi il panorama italiano e la posizionedell’Italia all’interno del consesso internazionale. Un paese sempre più allo sbando e sempre più pendente dalle labbra di uno sbiadito ed ignorante annunciatore che occupa abusivamente il posto di Presidente del Consiglio dei Ministri. Uno stato che finge di essere intransigente e non vuole avere a che fare con gli ultras che popolano le curve degli stadi della nostra penisola al punto che qualche acuto osservatore ed addetto ai lavori si sente in dovere di affermare che lo stato italiano non tratta con hooligans come Genny ‘a carogna, ultrà napoletano recentemente balzato agli onori della cronaca. Peccato che quello stesso stato non abbia avuto altrettanta intransigenza e si sia invece seduto al tavolo delle trattative con Cosa Nostra e personaggi di cristallino candore come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Bagarella e i fratelli Salvo.

Chiudo questa lunga e verbosa riflessione con la provocazione filo-terrorista di cui parlavo all’inizio. Per farlo userò le parole di un noto cantautore che ci ha purtroppo lasciato da ormai più di un decennio, ma le cui canzoni e riflessioni sono un segno di enorme limpidezza e lucidità: Fabrizio De Andrè.

“Io dicevo semplicemente che non si capiva come mai si vedevano circolare per le nostre strade e per le nostre piazze, piazza Fontana compresa, delle persone che avevano sulla schiena assassinii plurimi e, appunto, come mai il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo fuori…”

E ancora oggi nel mondo morale di chi governa il paese va bene vendere armi a paesi in guerra e che non rispettano i diritti umani, nonostante una legge lo proibisca espressamente e va bene la difesa ad oltranza di Latorre e di Girone che sono due assassini a tutto tondo mentre si condannano persone quali Erri De Luca perchè si è espressamente schierato a favore dei NO-TAV , pagando il caro prezzo di non allinearsi allo sciocco ed imbecille pensiero unico imperante e dilagante.

Per alcune approfondite disamine sul caso dei Marò non influenzate dal pensiero globalizzato e decerebrato del patriottismo fascistoide di casa nostra è consigliabile leggere quello che è stato riportato qui nel sito della Wu Ming Foundation:

http://www.wumingfoundation.com/giap/?s=marò

 

 

Pubblico impiego, ora sappiamo chi è Renzi

Pubblico impiego, ora sappiamo chi è Renzi

editoriale di Alberto Burgio – http://ilmanifesto.info

Si dice che con­ti­nui la luna di miele tra il governo e il paese. Renzi se ne vanta, con quella vanità gon­fia di vuoto che Musil defi­niva biblica. Fosse vero, si ripro­por­rebbe un clas­sico pro­blema.

Sa que­sto popolo giu­di­care?

O forse ama essere irriso, deriso, abbin­do­lato? Era meglio per­sino Monti (ci si passi l’iperbole), il nostro can­cel­lier Morte (parola del Finan­cial Times, che ebbe modo di assi­mi­larlo al rigo­ri­sta che spianò la strada a Hitler). In pochi mesi Monti rase al suolo la parte più indi­fesa del paese, ma almeno non vestiva panni altrui. Renzi non fa pra­ti­ca­mente altro che infi­noc­chiare il pros­simo, con quella sua fac­cia di bronzo da bam­bino viziato e prepotente.

Le balle più odiose riguar­dano ovvia­mente la ridu­zione delle tasse (gli 80 euro per i quali si ribloc­cano i salari del pub­blico impiego). Non­ché la difesa di ceti medi e lavoro dipen­dente. In realtà il governo col­pi­sce duro entrambi.

Nei diritti (è vero, l’art. 18 è un sim­bolo: poi c’è la sostanza, come dimo­stra que­sta novità del mana­ger sco­la­stico che arbi­trerà le car­riere dei col­le­ghi a pro­pria discre­zione). Nelle tutele (per­sino l’Ocse segnala che la «riforma» Poletti esa­gera con la pre­ca­rietà). Nei già esan­gui red­diti. Tor­nano i tagli lineari, ver­go­gnosi in sé, e tanto più per­ché val­gono a soste­nere l’indifferenza tra biso­gni essen­ziali (la salute, la for­ma­zione, la vita stessa) e spre­chi veri, a comin­ciare dalla scan­da­losa spesa mili­tare. E torna – per la quinta volta – il blocco degli scatti nelle retri­bu­zioni dei dipen­denti pub­blici. Non una por­che­ria: un vero e pro­prio furto.

Hanno lor signori idea di che signi­fi­chi di que­sti tempi in Ita­lia per milioni di fami­glie, spe­cie al Sud, per­dere mille euro l’anno? Certo, per chi ne gua­da­gna quin­di­ci­mila al mese o più, è una baz­ze­cola. Per molti invece è un dramma, come dimo­stra quel 5% di fami­glie (l’anno scorso era appena l’1%) costrette a inde­bi­tarsi con ban­che e finan­zia­rie per com­prare libri e cor­redo sco­la­stico. Anche di quella che con­ti­nua a chia­marsi scuola dell’obbligo.

Il peg­gio è la moti­va­zione for­nita cini­ca­mente dalla mini­stra Madia. «Non ci sono risorse». Il che può tra­dursi in un solo modo: «Per que­sto governo sono intan­gi­bili ren­dite e patri­moni, pur in larga misura accu­mu­lati con l’illegalità» (leggi: elu­sione ed eva­sione fiscale).

Ora final­mente chie­dia­moci: che razza di governo è mai que­sto? Chie­dia­mo­celo senza guar­dare alle eti­chette, badando alle cose che fa e pro­getta, dalla poli­tica eco­no­mica alle scelte inter­na­zio­nali, dalla con­tro­ri­forma del lavoro a quella della Costituzione.

Chie­dia­mo­celo noi. Ma se lo chie­dano prima di tutti seria­mente sin­da­cati e poli­tici. La Cgil minac­cia mobi­li­ta­zioni in difesa del pub­blico impiego. Vedremo. Parte del Pd mugu­gna e medita di dar bat­ta­glia sull’art. 81 della Costi­tu­zione. Vedremo. Ma all’una e all’altra sug­ge­riamo di guar­darsi final­mente dall’errore che ci ha por­tati a que­sto stato.

Non c’è più tempo per trac­cheg­giare. Ne va della loro resi­dua cre­di­bi­lità, ma soprat­tutto della vita di milioni di persone.

 

“Ma va là Fausto!”, lettera aperta di Gianni Marchetto un ex operaio sindacalista a Bertinotti

17888-fausto_bertinottimegafCaro Fausto,
con te mi lega una lunga (e affettuosa) militanza nella CGIL di Torino: tu Segretario della CGIL, io prima operaio alla FIAT, poi funzionario della FIOM alla FIAT Mirafiori. Così come l’appartenenza allo steso partito: il PCI Torinese.
Ho avuto modo di sentire la tua ultima intervista dove, con molto coraggio, tu dici che come comunisti abbiamo sbagliato (quasi tutto) e dove nel contempo rivaluti il pensiero e la pratica liberale.

Parlo per me: prima di iscrivermi al PCI (nel 1966) avevo avuto modo di leggere “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler e la “Fattoria degli animali” di George Orwell (era un opuscolo illustrato). Chi mi ha iscritto era un compagno che avevo conosciuto in FIAT (diventai suo “socio” di lavoro). Era questi un ex partigiano che insieme a pochi altri, aveva “tenuto botta” per tutti gli anni ’50 e ’60, aspettando il ’68 e ’69. Mi intrigò di più la storia e l’esperienza di questi compagni che non i libri che avevo letto: da lui accettai la mia iscrizione al PCI.

Nei primi anni ’70 mi ricordo di una polemica aspra che andavo facendo con te e altri compagni del sindacato e del PCI (quasi tutti dirigenti) sulla teorizzazione “dell’operaio massa”. Quale operaio massa? chiedevo. Io di Massa ne conosco due: Massa Attilio delle Presse e Massa Giuseppe della Carrozzeria. Era una mia polemica contro le facili (e strumentali) generalizzazioni. Chi mi dava ragione era Ivar Oddone il quale così argomentava: “l’operaio massa è un altro modo di intendere gli operai, per il padrone sono dei gorilla da addestrare per la produzione (la rabble ipothesys), per una certa sinistra sono dei gorilla da redimere per la rivoluzione, quale rivoluzione? Quella dei redentori, ovviamente!” e l’operaio? sempre gorilla rimaneva! quanta ragione aveva!
A proposito del pensiero e dell’azione dei liberali, mi viene in mente il “Manifesto del partito comunista” quello di Marx ed Engels, che è un inno alla borghesia (rivoluzionaria), ergo al pensiero che la sosteneva: il liberalesimo.

Sul finire degli anni ’70 e negli anni ’80 mi capitò di andare diverse volte nei paesi dell’Est. Per il sindacato andai in URSS per quasi un mese. E in questi viaggi ebbi la conferma che questi regimi non erano riformabili (cosa per la quale ero ormai convinto dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968) e dopo il fallimento della “Riforma Kossighin” nel 1966, nell’URSS.
Visitai parecchie aziende e con mia sorpresa (negativa) notai il compromesso che teneva in piedi la baracca: “io non rompo le balle a te, tu dai a me il tuo consenso”, un po’ alla maniera che in Italia la DC esercitava il suo consenso (specie nella pubblica amministrazione), per cui il Partito Comunista dell’URSS somigliava parecchio alla nostra Democrazia Cristiana. In fondo, in fondo il regime “comunista” stava in piedi sulla scorta di 3 P: Poca produttività, Poco salario, Pochi consumi e con tre poco chi accontentava: gli individui mediocri, quelli che si accontentano, la gente pigra. Gli individui più curiosi, i più intraprendenti erravano continuamente da un’azienda all’altra alla ricerca di posti di lavoro dove l’autoritarismo e il paternalismo fosse al minimo e dove ci fossero le occasioni di welfare aziendale migliori.
È vero, non era dappertutto così. Nelle aziende dove si producevano armamenti, c’era lì concentrato il massimo della esperienza operaia, della tecnica e del meglio della scienza. Quel tanto che i “prodotti” facevano la punta a quelli americani! e questo fin dalla nascita dell’URSS. Un bel paradosso: una società nata contro e per far finire la guerra che primeggia nella produzione di strumenti di morte!

Il nodo della “continuità”. Riporto le cose scritte nel libro di A. Minucci (La crisi generale tra economia e politica, Ed. Voland Srl) è il capitolo V° che parla del “Nodo della continuità”. Mi ha colpito nel senso di non trovare niente o quasi nello sviluppo delle rivoluzioni “socialiste” nel 20° secolo: cosa mai esisteva in quelle società che fosse in embrione il “socialismo” che poi si sarebbe instaurato? C’era in Russia? C’era in Cina? Erano completamente assenti! Anzi (ed è di questi tempi) il Partito Comunista Cinese è attualmente a capo di una modernizzazione a carattere capitalista con annesso sfruttamento dei lavoratori, di alienazione di larghe masse e tutto l’armamentario tipico della fase di costruzione del capitalismo… del tutto opposta la storia della borghesia, la quale prima di arrivare a tagliare le teste di nobili e clero (nel 1789) si era insediata in tutta la società di allora.

Veniamo a noi, in Italia. Contraddizioni: il PSI nella dottrina non era statalista, nella pratica avviò (con il primo centrosinistra) tutta una serie di nazionalizzazioni, da quella dell’energia elettrica, ad altre.
Il PCI nella dottrina era statalista, nella pratica divenne “localista”: assieme ai socialisti nei decenni dopo la Liberazione avviò un vera e propria civilizzazione nei territori dove questi avevano la maggioranza dei voti. E quasi sempre con i “bilanci in rosso”: per fare investimenti, ecc.
Negli anni ’70 specie nelle grandi fabbriche del nord, sulla scorta delle conquiste del ’68 e del ’69 in merito ai Delegati e ai Consigli di Fabbrica, si andò ad una prima sperimentazione di superamento da una parte del “leninismo” (vedi come ti “educo il pupo”) e dall’altra della sola “democrazia delle opinioni” (di marca liberale), per approdare invece alla “democrazia cognitiva” = la validazione consensuale.

Caro Fausto, non voglio tediarti oltre. Mi pare di aver messo i piedi nel piatto (così come hai fatto pure tu). A te il compito di verificare la distanza tra le tue e le mie tesi. È vero bisogna avere a mente “l’individuo” come del resto era il portato della migliore CISL degli anni ’70 (la FIM) e da cui imparammo molto tutti quanti.
Mi pare che una “ri-partenza” sia possibile se la nostra autocritica si fonda non solo sulle questioni generali (e un po’ generiche), ma se sa stare nella nostra esperienza concreta. Alcune riflessioni:

1. Nelle aziende: a) una sfida innanzi tutto a noi stessi: coniugare Maggiore Produttività a Maggiore Democrazia – b) andare oltre il “guardiano del 133 di rendimento” o superare l’esperienza dei Delegati come “bravi poliziotti” (a servizio dei lavoratori, ovviamente) e pensare alla progettazione della “carriera dell’operaio” contro la logica “dell’ascensore sociale” che lascia il lavoro così com’è agli sfigati di turno (vedi i migranti).
2. Nella società: riconoscere che esistono degli “esperti” sia tecnici che “grezzi” che sono portatori di una “mappa e di un piano”. Una volta questi erano ben presenti nelle formazioni politiche di massa (dalla DC, al PSI e maggiormente nel PCI). Senza il recupero di queste competenze, di questo saper fare diffuso credo proprio che non si va da nessuna parte.
3. Occorre andare alla produzione di un archivio di tutte le esperienze “esemplari” sia di aziende che di amministrazioni locali per poterle socializzare, per farle diventare “ordine morale per il rimanente dei cittadini” (vedi Gramsci quando dice che questa è “fare rivoluzione”: socializzare il meglio delle esperienze) e non attardarsi a “mettere continuamente il lievito sulla merda” (come ben mi diceva Emilio Pugno già nel 1970).
4. Ergo: occorre allora in ogni territori dato andare alla produzione di archivi contenenti nomi e cognomi di questi “esperti” per avere con loro un approccio positivo.
5. Domanda? C’è un soggetto politico/sindacale adatto a questa bisogna? Ovvero io vado in cerca (a 72 anni!) di soggetti che vogliano ancora rimettersi in gioco su queste questioni.

POLITICAITALIA | Autore: gianni marchetto(da controlacrisi.org)


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