Archivio per giugno 2014

“Quale futuro per i comunisti in Italia?”

Dichiarazione finale dell’assemblea “Quale futuro per i comunisti in Italia?”

(da: http://prcardizzone.org/2014/06/15/dichiarazione-finale-dellassemblea-quale-futuro-per-i-comunisti-in-italia/#more-272)

Sabato 14 giugno una quarantina di militanti comunisti si sono ritrovati, all’appello dei Giovani Comunisti di Milano, del nostro Circolo e dei circoli milanesi del PRC “Luca Rossi” di Affori, “Quarto Stato” del Gallaratese e “Resistenza” della zona 2, per discutere del futuro dell’organizzazione comunista. Oltre alla partecipazione dei compagni milanesi si è segnalata quella dei Giovani Comunisti di Torino e di Monza e Brianza e il saluto inviato dai Giovani Comunisti di Pavia. Riportiamo la dichiarazione conclusiva dell’incontro, cui i partecipanti si sono impegnati a dare un seguito.

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Il precipitare della crisi economica e le sue gravi ricadute sociali impongono ai comunisti italiani una riflessione circa le loro prospettive e il ruolo che essi sono chiamati a svolgere a livello nazionale e internazionale.

In tutto il mondo è in atto un’offensiva dell’imperialismo atlantico volta a contrastare l’emergere delle nuove potenze. A questa offensiva, che dall’Ucraina al Venezuela, dalla Siria alla Libia si serve come strumento privilegiato dell’azione delle forze oscurantiste e reazionarie, di matrice fascista, nazista o integralista religiosa, è necessario rispondere con un ampio e inclusivo movimento per la pace e contro la guerra, capace di chiarire all’opinione pubblica le ragioni profonde di quanto avviene e mobilitarne strati sempre più significativi nella lotta contro l’imperialismo e la barbarie in cui esso sta precipitando il mondo.

 

In Europa, il volto dell’involuzione reazionaria è quello della Trojka UE-BCE-FMI: un’associazione di rapina che scaraventa nella miseria intere nazioni in nome degli interessi del capitale monopolistico e che si fa forte di quei trattati istitutivi dell’Unione Europea con cui è necessario rompere, se si vuole riaprire al popolo italiano e agli altri popoli europei la via dello sviluppo e della democrazia. Qualunque soluzione che eluda la questione della rottura con i trattati europei è da ritenersi insufficiente per la salvaguardia degli interessi delle classi lavoratrici e inutile nella lotta contro l’imperialismo atlantico. I comunisti hanno il dovere di esprimersi in questo senso senza ambiguità.

In Italia, il governo Renzi rappresenta l’approdo conclusivo del processo di formazione del Partito Democratico come perno di un blocco di potere centrista pienamente rappresentativo degli interessi del grande capitale. Il suo piano di smantellamento della Costituzione repubblicana, già lesa seriamente e a più riprese da iniziative quali la riforma del titolo V del 2001 e la costituzionalizzazione del principio del pareggio di bilancio (la cosiddetta “regola d’oro” imposta dalla Trojka), rappresenta l’ultima fase della lunga lotta delle classi dominanti per liquidare l’eredità della Resistenza e imprimere una svolta autoritaria al Paese. Il cosiddetto “Jobs Act” prefigura un ulteriore passo in avanti sulla via della precarizzazione dei rapporti di lavoro, vero e proprio processo di svuotamento delle conquiste sociali dei lavoratori italiani e d’inasprimento dello sfruttamento del lavoro salariato.

A fronte di tutto questo, per mettersi all’altezza del compito storico della lotta per la trasformazione in senso socialista della società e per proporsi ai lavoratori come rappresentate dei loro interessi reali, il Partito della Rifondazione Comunista deve compiere un processo di chiarificazione circa la sua natura e le sue finalità. I contenuti della campagna elettorale della lista “L’Altra Europa con Tsipras”, improntati a un’impostazione di fatto compatibilista con le istituzioni dell’UE al servizio del grande capitale, hanno evidenziato una profonda contraddizione tra la natura comunista del Partito e la sua impostazione tattica. La grave negligenza dimostrata tanto a livello centrale quanto a livello periferico dai gruppi dirigenti nell’organizzare la solidarietà con l’Ucraina antifascista aggredita dall’estrema destra al soldo dell’imperialismo statunitense ed europeo, mostra un’alterazione della percezione delle priorità d’azione della nostra organizzazione che non può non preoccupare, se si concepisce il partito comunista come soggetto attore dell’organizzazione delle classi lavoratrici nella lotta per una nuova società e dunque come elemento indispensabile per cementare a livello internazionale la solidarietà tra gli oppressi di tutto il mondo in lotta contro gli oppressori, nel contesto della lotta antimperialista.

L’approvazione da parte del CPN del Partito di un dispositivo favorevole alla costruzione della “Syriza italiana” secondo il principio “una testa un voto” e con l’impegno di non fornire direttive ai militanti nella partecipazione alle assemblee della “sinistra antiliberista” che dovrebbero costruire, a partire dai comitati per Tsipras attivatisi durante la campagna elettorale per le elezioni europee, la nuova formazione politica, costituisce una rinuncia all’autonomia politica del Partito che ne prefigura la liquidazione di fatto in una formazione per sua natura incapace di porre la questione della trasformazione sociale, ostaggio dei pennivendoli di Repubblica – veri e propri intellettuali organici delle classi dominanti – e dell’ambiguità di SEL rispetto al rapporto da tenere con il PD e il PSE e al contrasto alle iniziative di guerra dell’imperialismo atlantico.

Noi pensiamo che il dibattito sul futuro del PRC vada fatto uscire dalla coltre di ambiguità in cui la risoluzione del CPN lo ha precipitato. Non è sufficiente ribadire l’impegno per il rafforzamento di Rifondazione mentre se ne prefigura la cessione di sovranità a un soggetto della sinistra genericamente “antiliberista”. Riteniamo che il PRC abbia il compito storico di fare da perno e avanguardia a un processo di riaggregazione dei comunisti nel nostro Paese, fondato su una critica impietosa e costruttiva degli errori del passato, come condizione necessaria per la costruzione di un ampio fronte politico e sociale antagonista concepito sulla base delle tre discriminanti fondamentali dell’antifascismo, dell’antimperialismo e dell’anticapitalismo. Non vogliamo la sinistra della NATO.

Occorre abbandonare ogni settarismo e dialogare a tutto campo con i soggetti politici e sociali che sulla base di queste tre discriminanti si muovono e operano nel variegato e oggi disarticolato panorama del conflitto sociale. Dal sindacalismo conflittuale (di base e confederale) ai movimenti per la casa, dalle lotte in difesa dei territori e contro le grandi opere all’antifascismo militante, i comunisti hanno una pluralità di soggetti cui indirizzarsi per dare vita a una vasta aggregazione che si muova compatta nell’organizzazione del conflitto sociale. E’ nostro dovere collocarci su questo terreno senza ambiguità, rompendo ogni residuo di compatibilismo con il capitale in crisi e facendoci organizzatori reali della lotta di classe.

Le organizzazioni e i compagni partecipanti all’assemblea “Quale futuro per i comunisti?” s’impegnano ad agire concretamente per promuovere un dibattito aperto e senza ambiguità sul futuro del PRC, richiedendo una consultazione aperta e democratica di tutti gli iscritti sul percorso avviato dal CPN, e a costruire nella lotta politica nei rispettivi territori e fronti di lavoro di massa l’unità di tutti i comunisti come centro per l’aggregazione di un ampio fronte politico e sociale con le caratteristiche sopra richiamate.

Ci impegniamo altresì a dare continuità al dibattito cominciato con l’assemblea di oggi, a estenderlo e a organizzare ulteriori momenti di scambio di esperienze e di dibattito e iniziative comuni per affrontare con sempre maggiore consapevolezza, intelligenza ed efficacia i compiti che ci siamo posti.

 

Affori, 14 giugno 2014

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Pd, il partito americano

— Luciana Castellina, 29.5.2014

Dentro il voto. Non più di sinistra, né di centrosinistra. Neanche una reincarnazione della vecchia Dc

Il risultato italiano del voto del 25 maggio non è di quelli che possono essere frettolosamente giudicati. Mi limito a qualche considerazione provvisoria.

Mentre gli spostamenti dell’elettorato negli altri paesi europei appaiono abbastanza leggibili, i nostri sono più complicati. Per molte ragioni: innanzitutto perché sono entrate in scena forze che prima non c’erano, e non solo che si sono ingrandite o rimpicciolite.

Fra queste metterei anche il Pd, che non è più la continuazione dei partiti che l’hanno preceduto. E’ un’altra cosa, nuova: non più un partito di sinistra, e nemmeno di centrosinistra. Non direi neppure una reincarnazione della vecchia Dc: anche in quel partito coesistevano interessi e rappresentanze sociali molto diverse, ma ciascuna era fortemente connotata ideologicamente, aveva proprie specifiche culture e leader di storico peso. Anche il partito renziano è un arcobaleno sociale, ma le sue correnti sono assai meno chiare, hanno un peso assai minore, scarsi riferimenti nella tradizione di tutte le formazioni che l’hanno preceduto in questi quasi 25 anni.

Se si dovesse trovare una similitudine direi piuttosto che si tratta del Partito democratico americano. Che certo non oserebbe mai prendersela a faccia aperta con i sindacati cui è sempre stato legato, ma certo include nelle sue file – basti guardare ai finanziamenti che riceve – ceti diversissimi per censo, potere reale, cultura.

Se dico Partito democratico americano è perché il nuovo partito renziano segna soprattutto un passaggio deciso all’americanizzazione della vita politica: forte astensione perché una fetta larga della popolazione è tagliata fuori dal processo politico inteso come partecipazione attiva e dunque è disinteressata al voto; assenza di partiti che non siano comitati elettorali; personalizzazione dettata dalla struttura presidenziale. Il fatto che in Italia ci si stia avvicinando a quel modello è il risultato del lungo declino dei partiti di massa, che ha colpito anche la sinistra, e della riduzione della competizione agli show televisivi dei leaders che tutt’al più i cittadini possono scegliere con una sorta di twitter: “mi piace” o “non mi piace”.

E’ un mutamento credo assai grave: immiserisce la democrazia la cui forza sta innanzitutto nella politicizzazione della gente, nel protagonismo dei cittadini, nella costruzione della loro soggettività che è il contrario della delega in bianco.

Inutile tuttavia piangere di nostalgia, una democrazia forte fondata su grandi partiti popolari non mi pare possa tornare ad esistere, o almeno non nelle forme che abbiamo conosciuto. Prima ancora di pensare a come ricostruire la sinistra dobbiamo ripensare il modello di democrazia, non abbandonando il campo a chi si è ormai rassegnato al povero scenario attuale: quello che Renzi ci ha offerto, accentuando al massimo il personalismo, il pragmatismo di corto respiro, la rinuncia alla costruzione di un blocco sociale adeguato alle trasformazioni profonde subite dalla società (che è mediazione in nome di un progetto strategico fra interessi diversi ma specificamente rappresentati e non un’indistinta accozzaglia unita da scelte falsamente neutrali.)

Detto questo credo sia necessario evitare ogni demonizzazione di quel 40 e più per cento che ha votato Pd: non sono tutti berlusconiani o populisti, e io sono contenta che dalle tradizionali zone di forza della vecchia sinistra storica siano stati recuperati al Pd voti che erano finiti a Forza Italia o a Grillo. Perché il voto al Pd per molti è stato un voto per respingere il peggio, in un momento di grande sofferenza e confusione della società italiana. Non vorrei li identificassimo tutti con Renzi, sono anche figli della storia della sinistra.

Tocca a noi adesso convincere che ci sono altri modi per respingere il peggio: assai più difficili, nei tempi più lunghi, ma ben altrimenti efficaci per avviare la ricerca di una reale alternativa. E qui veniamo al che fare nostro, di noi sinistra diffusa o organizzata in precari partiti nati dalle ceneri di altri partiti. A me l’esperienza della lista Tsipras, nonostante i tanti errori che l’hanno accompagnata, è parsa positiva. Lo dimostrano anche i dati elettorali: il risultato è stato ovunque superiore alla somma dei voti di Rifondazione e di Sel, segno che ci sono forze disponibili che non vanno sprecate e che i partiti esistenti dovrebbero essere in grado di associare al processo di ricostruzione della sinistra italiana evitando di chiudere la ricerca nei rispettivi recinti. Teniamo conto che queste forze sono molto più numerose dei dati elettori: laddove l’esistenza della lista di Tsipras era conosciuta (le grandi città) le nostre percentuali sono state il doppio di quelle raggiunte in periferia dove non è arrivata alcuna comunicazione.

Fra le forze aggregate alla lista Tsipras ci sono come sappiamo molti di quei micromovimenti quasi sempre locali, che si autorganizzano ma restano frammentati. Sono una delle ricchezze specifiche del nostro paese, dove c’è per fortuna ancora una buona dose di iniziativa sociale. Questa presenza sul territorio è la base da cui ripartire, intrecciando l’iniziativa dei gruppi con quella dei partiti e coinvolgendo nella lotta per specifici obiettivi e nella costruzione di organismi più stabili in grado di gestire le eventuali vittorie (penso all’acqua, per esempio) anche chi ha votato Pd. Un partito in cui sono tanti ad essere con noi su molti obiettivi:il reddito garantito; i diritti civili; la salvaguardia dell’ambiente; la rappresentanza sindacale,… . Accompagnando questo lavoro sul territorio con un’analisi, una riflessione comune per combattere il primitivismo di tanta protesta, il miope basismo spesso anche teorizzato: la sinistra ha bisogno di rappresentare i bisogni ma, diovolesse, anche di Carlo Marx per aiutare a capire come soddisfarli.

So, per lunga esperienza, quanto sia difficile, ma penso non si debba stancarsi di riprovare. Voglio dire che la cosa più grave che potrebbe avvenire è di limitarsi ad una opposizione declamatoria, o peggio a rifugiarsi nel calderone del Pd pensando di potervi giocare un qualsiasi ruolo. Il Pci – consentitemi questo amarcord – è stato per decenni un grande partito di opposizione, ma ha cambiato in concreto l’Italia ben più di quanto hanno fatto i socialdemocratici italiani da sempre nel governo. E però perché, pur stando all’opposizione, ha avuto un’ottica di governo: vale a dire si è impegnato a costruire alternative, non limitandosi a proteste e denunce. Ma soprattutto perché non ha ritenuto che le elezioni fossero il solo appuntamento, e che far politica coincidesse con fare i deputati o i consiglieri comunali.

E’ possibile, tanto per cominciare, consolidare la rete dei comitati Tsipras? E’ possibile che Rifondazione e Sel – cui nessuno chiede nell’immediato di sciogliersi nel movimento – si impegnino però a lavorare assieme a loro per un più ambizioso progetto di sinistra? E’ possibile cominciare a creare nuove forme di democrazia che ricostruiscano il rapporto cittadino-istituzioni?

Vogliamo almeno provarci?

Lettera agli iscritti del Prc

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Care compagne e cari compagni,

desideriamo ringraziarvi per il generoso impegno militante che avete dato nei mesi e nelle settimane scorse per la lista L’Altra Europa con Tsipras: se siamo riusciti a raccogliere le firme necessarie e poi a superare la soglia dello sbarramento, è stato grazie soprattutto all’impegno nei territori. Siamo stati oggetto di una vergognosa censura mediatica e solo i volantinaggi, i comizi e le iniziative nei territori hanno fatto sì che la lista fosse conosciuta tra le elettrici e gli elettori.

Dopo sei lunghi anni la sinistra di alternativa riesce a superare la soglia di sbarramento e torna ad eleggere senza alcuna alleanza ed in alternativa al Partito Democratico. Abbiamo ottenuto un’inversione di tendenza che apre prospettive importanti per la ricostruzione di un campo di forze che ridia alla sinistra peso e credibilità per il cambiamento necessario in Italia come in Europa.

La nostra determinazione e la nostra resistenza, il nostro rifiuto di accodarci ad una politica moderata e a scelte compromissorie – che taluni hanno scambiato per testardaggine – sono state premiate e le sconfitte di ieri hanno reso possibile il risultato di oggi. E’ stato premiato anche il nostro lavoro fatto con lungimiranza a livello europeo, dapprima tenendo a battesimo a Roma il Partito della Sinistra Europea e poi operando per il suo sviluppo. E’ del tutto evidente che il legame internazionale della lista “l’altra Europa con Tsipras” è stata la cifra politica che ha permesso il raggiungimento del risultato e ha contribuito a impedire che la tenaglia bipolare si chiudesse ancora una volta su di noi. Abbiamo perseguito la ricomposizione della sinistra di alternativa sin da quando abbiamo avanzato, per primi in Europa, la candidatura a Presidente della Commissione Europea di Alexis Tsipras e abbiamo contribuito con la giusta determinazione e la pazienza necessaria affinché una proposta in cui erano e sono presenti identità, culture politiche e provenienze diverse potesse essere offerta al Paese. Con la stessa determinazione, lungimiranza, assenza di settarismo dobbiamo lavorare oggi per consolidare questo importante risultato.

Vi ringraziamo per il lavoro svolto a sostegno delle candidate e dei candidati espressi dal nostro partito all’interno della lista: se possiamo festeggiare e salutare con soddisfazione gli ottimi risultati ottenuti in particolare dalla compagna Eleonora Forenza e dal compagno Fabio Amato – oltre al buon risultato delle altre candidature che abbiamo proposto – è anche perché tante e tanti di noi hanno dato piena attuazione alle indicazioni stabilite democraticamente nelle nostre sedi decisionali.

Il compito politico che è davanti a noi ora è quello di utilizzare il successo elettorale al fine di costruire la Syriza italiana. Come deciso nel Congresso, vogliamo costruire un polo della sinistra italiana, collegato alla Sinistra Europea, in grado di prefigurare una alternativa di sinistra alla crisi.

In questo progetto Rifondazione Comunista ha e deve avere un ruolo fondamentale: è il progetto politico che perseguiamo da molti anni e dobbiamo lavorarci con la generosità e la determinazione che ci contraddistinguono. Avanziamo questa proposta nella piena consapevolezza che il PD non ha alcun carattere di sinistra né di centro sinistra e che l’unica proposta politica di sinistra in Europa è la Sinistra Europea e in Italia lo siamo noi insieme all’Altra Europa con Tsipras. Per tutto ciò c’è bisogno di Rifondazione Comunista: ovvero di una forza politica che si ponga l’obiettivo di collegare – attorno all’obiettivo dell’uscita dal capitalismo in crisi – le lotte e le istanze di cambiamento e di liberazione che nascono, crescono e si coagulano nella società. Anche per questo, dobbiamo agire affinché Rifondazione sia più efficace e radicata nella società e nei conflitti.

Questa volta ricominciamo da 4!

Un caro saluto
La segreteria nazionale di Rifondazione Comunista

 


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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