Archivio per 19 febbraio 2014

Antifascismo e sinistra: due parole da buttare?

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Quello che sta succedendo, in questi giorni di ascesa di Matteo Renzi al vertice di un “nuovo” governo di larghe intese, non ha precedenti nella storia della Repubblica. Ragionarne non significa tanto occuparsi di una figura che mi pare minuscola rispetto all’enormità delle responsabilità che sta per assumere. Significa piuttosto cercare di capire a che punto siamo arrivati e dove rischiamo di andare a parare.

Di Renzi si sa che è sostenuto da forze plurali e potenti (poi ne citeremo alcune), a loro volta fornite di credito presso le élites tecnofinanziarie che governano i destini dell’Europa. Se così non fosse, non sarebbero bastate le resistibili capacità attoriali che lo contraddistinguono a permettergli di occupare stabilmente da mesi, insieme ai suoi, le casematte della comunicazione mediatica.

È questo (prevalentemente) che gli ha consentito di vincere le Primarie con largo margine, ottenendo l’unica – e in sé discutibilissima – fonte di legittimazione utile a scalzare Letta e occupare il suo posto, in un governo che non cambierà la sua maggioranza, ma – ci si promette – conoscerà lo shock adrenalinico dell’iniezione taumaturgica della forza del nuovo leader.

Per capire il fenomeno Renzi, oggi definitivamente deflagrato, bisogna ragionare sul processo che lo ha portato, con complicità vaste e trasversali, a impadronirsi prima del Pd e, poi, del governo, contraddicendo tutte le affermazioni di principio che avevano fondato la sua stessa campagna elettorale alle Primarie.

Un vero e proprio imbroglio! Che questo sia avvenuto durante l’atto finale della crisi di un partito che paga il prezzo, inevitabile, del destino patologico e regressivo, etiologicamente connesso con le sue origini (una specie di incurabile malattia cromosomica) è un elemento aggiuntivo che non modifica i termini della questione.

Sui contenuti del suo programma, il segretario Renzi non ha ritenuto di dilungarsi alla Direzione del Pd che lo ha incoronato optimus princeps. Quello che è certo è che i suoi proclami aerei non dispiacciono alla troika. Tanto che la Merkel, sicuramente avvertita del valore simbolico e mediatico dei suoi gesti, lo ha ricevuto con tutti gli onori, non ci risulta per discettare sugli Uffizi e nemmeno sui tesori di Firenze.

Per non parlare dell’insieme di “quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra” (come disse Dalema) che sostengono il giovane virgulto fiorentino. Dalla Morgan Stanley, all’interno della quale Davide Serra iniziò la sua irresistibile ascesa. Per chi non lo sapesse, Davide Serra, definito da Pierluigi Bersani “il bandito delle Cayman”, è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché il suo maggior procacciatore di sponsor. Ma poi non basta. Nell’ultimo anno l’intero gotha dell’industria e della finanza italiana si è schierata con Renzi (per non parlare degli esponenti politici del suo partito che uno dopo l’altro gli sono caduti in ginocchio, folgorati sulla via di Damasco).

Volete dei nomi? Eccoli: Carlo De Benedetti, Fedele Gonfalonieri, Diego Della Valle, Vittorio Colao, Leonardo Del Vecchio, Tronchetti Provera, l’ineffabile Briatore, Caltagirone ecc. ecc. ecc. Ah, a proposito: sapete chi è una delle menti della politica estera di Matteo Renzi? È Michael Ledeen, già consulente strategico di spicco della CIA e della Casa Bianca. Senza contare l’appoggio della destra repubblicana statunitense e israeliana e degli emiri dell’Arabia saudita.

Del resto, basterà vedere chi sarà il nuovo ministro dell’Economia del suo governo per avere chiare indicazioni su quella che sarà la sua posizione nei confronti dell’Europa e della finanza internazionale. Personalmente, non ho dubbi che il suo nome sarà scelto tenendo conto dei desiderata delle microligarchie che governano la politica economica del vecchio continente, gli stessi che ci hanno trascinati sull’orlo dell’abisso.

Si tratta degli ambienti che scelsero Monti prima e Letta poi e che, oggi, anche per perpetuare il loro potere possibilmente fino al 2018, hanno scelto Renzi. Che il risultato possa essere raggiunto direttamente o attraverso elezioni anticipate gestite dallo stesso rampante fiorentino che, nel frattempo, avrà imposto insieme a Berlusconi la sua nuova legge-truffa, poco importa.

E questo è già un primo dato da analizzare. Non solo la sottomissione della politica all’economia, che è ormai un dato acclarato, ma anche la personalizzazione esasperata di una politica divenuta del tutto ancillare, ben oltre la sua dipendenza dall’economia. I poteri forti della tecno-finanza nazionale e soprattutto sovranazionale, quindi, scelgono l’ ”uomo adatto” e gli armano la mano.

Questi (oggi, Renzi) attraverso l’uso di una ipercomunicazione mediatica particolarmente adatta a valorizzare un certo tipo di qualità comunicative (le sue), conquista il potere. Nel caso di specie si impadronisce di un Pd decotto e poi lo usa come cavallo di Troia per conquistare il governo. Questo succede in un’ Italia dove la soggezione ai più forti è un mantra che viene da lontano: dal piano Marshall, alla strategia della tensione, fino al delitto Moro e oltre.

Negli anni Venti in Italia gli agrari e gli industriali, in un paese arretrato e spaventato dal biennio rosso e dalla Rivoluzione russa, armarono e finanziarono il fascismo che prese il potere; nella postmodernità globalizzata, nel tempo della finanziarizzazione esasperata dell’economia, agli agrari e agli industriali (molti dei quali scappati all’estero) si sono sostituite le centrali formali e informali del potere finanziario internazionale ed europeo, che esercitano il proprio dominio piazzando i propri uomini di fiducia negli snodi strategici.
L’assoluto disprezzo per la democrazia – anche quella formale – e lo stato di prostrazione e passivizzazione delle classi subalterne, alle quali si sta aggiungendo l’impoverimento e la depressione del ceto medio, aumentano l’arroganza disinibita e cinica di un sistema neoautoritario che non ha scrupoli a smantellare l’intero sistema delle difese sociali e del welfare e a moltiplicare le diseguaglianze, concentrando le ricchezze nelle mani di pochissimi.

Una specie di Nuovo fascismo tecno-finanziario del XXI secolo, quindi. Perché il fascismo non deve essere per forza mascellato, come il duce a cavallo dipinto da Sironi. Quando la democrazia non c’è, il lavoro viene massacrato, le difese sociali e i diritti non esistono più, la marmellata tossica del sistema ipercomunicativo (leggiamo i libri di Perniola) blocca le sinapsi del pensiero critico collettivo e quindi la libertà di pensiero e di espressione è inibita, e a comandare c’è solo una persona al vertice di una cupola di affaristi (per di più un bulletto fiorentino antipatico, affetto da sindrome ipercinetica e tachipsichismo afinalistico ad impronta fortemente narcisistica), voi come la chiamate la situazione che si determina? Democratica forse, e coerente con lo spirito e la lettera della nostra Costituzione? Dai, non scherziamo…!

Ecco che la questione del fascismo non è per niente archiviata, e nemmeno archiviabile. Come molti invece sarebbero ansiosi di fare una volta per tutte. Certo, nell’eterno succedersi dei vichiani ricorsi non ci si può aspettare che ritorni l’olio di ricino, il manganello e il fez. Ma, insomma, mi pare che ce n’è abbastanza per coglierne oggi una versione, magari un pochino meno autarchica, ma sicuramente non meno liberticida ed infame.

Allora se, anche sotto mentite spoglie, il fascismo si ripropone, l’antifascismo non solo può ma deve re-esistere. Non sembri un’affermazione scontata, visto che sono in molti e da decenni a predicarne l’inutile e oziosa vetustà. E non mi convince l’opinione di chi sostiene che l’antifascismo sia un’arma brandita ideologicamente, per rifarsi una verginità, da una sinistra che non vede l’ora di mettersi al servizio dei banchieri. Se questa cosa c’è stata, io non me ne sono accorto.

Se la dicotomia fascismo-antifascismo ha ancora motivo di esistere, figuriamoci quella sinistra-destra. Eppure (non ci facciamo mancare proprio niente!) serpeggiano dubbi anche su questo tema e di essi si fanno portavoce intellettuali anche molto noti. Per esempio a proposito dell’esclusione della parola sinistra dal simbolo della lista Tsipras.

Intendiamoci, anche senza questa parola questa lista andrà non solo votata ma sostenuta in tutti i modi. Ma la necessità di farlo non può sopprimere persino l’opportunità, come qualcuno ha sostenuto, di una discussione sull’utilizzo di una parola che non può essere buttata alle ortiche solo perché c’è chi la usurpa. Se elimineremo dal nostro vocabolario, come da più parti anche nel campo asfittico delle residue élites progressiste sembra volersi fare, le parole antifascismo e sinistra, non solo saremo più deboli ma ci saremo arresi, definitivamente e per sempre.

Non si tratta anche qui di una questione banalmente nominalistica. La disconnessione dall’orizzonte culturale solido e più attuale che mai della Resistenza, in un tempo che puzza di fascismo, e l’abiura dalle radici culturali della parola sinistra, che risalgono niente meno che alla temperie trasformatrice della Rivoluzione francese, sarebbe l’ultimo atto di un processo regressivo destinato a cancellarci una volta per tutte. E non servirà cercare parole nuove per vecchi concetti. Con le parole moriranno anche i concetti. Perché è così che funziona.

18/02/2014 23:11 | POLITICAITALIA | Autore: Roberto Gramiccia  (da controlacrisi.org)


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