Archivio per febbraio 2014

Note sul neo ministro Padoan

Brancaccio: Una nota sul mio ex-professore, Pier Carlo Padoan

Brancaccio: Una nota sul mio ex-professore, Pier Carlo Padoan

Pubblicato il 25 feb 2014

di Emiliano Brancaccio

Pier Carlo Padoan fu uno dei miei professori durante i corsi del master in Economia del Coripe Piemonte, presso il Collegio Carlo Alberto. Sebbene fosse un master rigorosamente “mainstream”, ricordo che le lezioni di alcuni docenti, come Luigi Montrucchio e Giancarlo Gandolfo, suscitavano il nostro vivo interesse e alimentavano le discussioni. Tra i docenti c’era pure Elsa Fornero, che nel ruolo di professoressa rendeva indubbiamente molto meglio che in quello successivo di ministra. Rammento che invece non eravamo particolarmente entusiasti delle lezioni di Padoan. Forse a causa degli alti incarichi che all’epoca già ricopriva, in aula appariva un po’ distratto, vagamente annoiato, non particolarmente persuaso dai grafici che egli stesso tracciava sulla lavagna. Di una cosa tuttavia il nostro pareva convinto: la sostenibilità futura della nascente moneta unica europea era da ritenersi un fatto ovvio, fuori discussione.
Era il 1999, data di nascita dell’euro, e Padoan guarda caso teneva il corso di Economia dell’Unione europea. Una volta gli chiesi cosa pensasse delle tesi di quegli economisti, tra cui Augusto Graziani, che esprimevano dubbi sulla tenuta dell’eurozona; domandai, in particolare, quale fosse la sua valutazione di quegli studi che già all’epoca criticavano l’idea che gli squilibri tra i paesi membri dell’Unione potessero essere risolti a colpi di austerità fiscale e ribassi salariali. A quella domanda Padoan non rispose: si limitò a scrollare le spalle e a sorridere, con un po’ di sufficienza. All’epoca in effetti l’atteggiamento di Padoan era piuttosto diffuso. L’euro veniva considerato un
fatto definitivo, discutere di una sua possibile implosione era pura eresia. Ben pochi, inoltre, si azzardavano a dubitare delle virtù taumaturgiche dell’austerità.
Da allora evidentemente molte cose sono cambiate. Sulla capacità delle politiche di austerity di rimettere in equilibrio la zona euro, in accademia lo scetticismo sembra ormai prevalente. Come segnalato anche dal “monito degli economisti”
pubblicato sul Financial Times nel settembre scorso, esponenti delle più diverse scuole di pensiero concordano nel ritenere che le attuali politiche stiano in realtà pregiudicando la sopravvivenza dell’Unione. Persino il Fondo Monetario Internazionale critica la pretesa di riequilibrare l’eurozona puntando tutto su pesanti dosi di austerity a carico dei paesi debitori. Insomma, la dura realtà dei fatti costringe i più a rivedere i vecchi pregiudizi. Ma Padoan, che oggi si accinge a lasciare l’Ocse e ad assumere l’incarico di ministro dell’Economia, ha cambiato la sua opinione? Non direi. In un’intervista rilasciata poco tempo fa al Wall Street Journal, il nostro ha affermato che la crescente sfiducia verso l’austerity è solo “un problema di comunicazione” visto che a suo avviso “stiamo ottenendo risultati”. E ha aggiunto: “Il risanamento fiscale è efficace, il dolore è efficace”.
Ci sono due modi per interpretare questa affermazione. Il primo è che Padoan stia cinicamente interpretando l’austerity come fattore di disciplinamento sociale. Dal punto di vista dei rapporti di forza tra le classi sociali ci sarebbe del vero in questa idea. Mettendola in questi termini, tuttavia, Padoan sottovaluterebbe il fatto che l’austerity sta anche contribuendo alla cancellazione di ogni residua istanza di coesione tra i popoli europei. Il secondo modo di interpretare Padoan è che egli ritenga tuttora che le attuali politiche aiuteranno il rilancio dell’economia. In questo caso avanzerei il sospetto che Padoan sia stato sedotto dai risultati di un suo ardimentoso studio recente, secondo il quale i paesi che passano da una situazione di indebitamento ad una di avanzo estero, e che immediatamente attivano politiche di austerity in grado di abbattere il rapporto tra debito e Pil, hanno maggiori probabilità di aumentare la crescita della produzione.
Ora, anche volendo trascurare gli enormi limiti di significatività di questo studio, il problema è che esso entra in contraddizione con le evidenze oggi disponibili: non ultimo il fatto che l’austerity non sta affatto determinando una riduzione del rapporto tra debito e Pil [1].
In un caso o nell’altro, non deve meravigliare che Paul Krugman abbia tratto spunto dalla improvvida dichiarazione di Padoan per commentare che “certe volte gli economisti che occupano cariche pubbliche danno cattivi consigli; altre volte danno pessimi consigli; altre ancora lavorano all’Ocse”. E altre volte ancora, aggiungiamo noi, diventano ministri dell’Economia di un governo che anziché fare uscire il Paese dalla crisi rischia di affondarlo definitivamente.

(dal sito di rifondazione comunista)

[1] de Mello, L., P. C. Padoan and L. Rousová (2011), “The Growth Effects of Current Account Reversals: The Role of Macroeconomic Policies”, OECD Economics Department Working Papers, No. 871, OECD Publishing.

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Venezuela

chavez-281x300Venezuela, il Prc esprime solidarietà e vicinanza al governo della Repubblica Bolivariana

ORDINE DEL GIORNO APPROVATO DALLA DIREZIONE NAZIONALE (23/2/2014)

La Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista esprime la propria solidarietà e vicinanza al legittimo governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, vittima di un nuovo tentativo di golpe strisciante.

La difficile situazione economica e sociale viene utilizzata da una parte dell’opposizione, espressione dell’oligarchia economica del Paese, per tentare di rovesciare il legittimo governo Venezuelano e di fomentare lo scontro civile in Venezuela. E’ il copione già visto in tutto il mondo, con l’ingerenza delle forze imperialiste che non hanno mai smesso di sostenere e foraggiare i gruppi più oltranzisti e golpisti. Da quando la Rivoluzione bolivariana ha avuto inizio, nonostante le sue ripetute affermazioni democratiche e via elezioni, è stata vittima di una incessante attività eversiva da parte di forze reazionarie e legate all’imperialismo, che il popolo venezuelano ha sempre sconfitto, mobilitandosi a sostegno della rivoluzione, come sta avvenendo anche questa volta.

Rifondazione Comunista denuncia inoltre il ruolo inaccettabile dell’informazione, che in Italia produce una sistematica disinformazione sulla situazione venezuelana, a partire dall’etichettatura di regime o dittatura per un governo e un Presidente della Repubblica legittimamente e democraticamente eletti,e impegna i propri iscritti e circoli in una campagna di mobilitazione e controinformazione a difesa della rivoluzione bolivariana.

La Direzione Nazionale del PRC

Antifascismo e sinistra: due parole da buttare?

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Quello che sta succedendo, in questi giorni di ascesa di Matteo Renzi al vertice di un “nuovo” governo di larghe intese, non ha precedenti nella storia della Repubblica. Ragionarne non significa tanto occuparsi di una figura che mi pare minuscola rispetto all’enormità delle responsabilità che sta per assumere. Significa piuttosto cercare di capire a che punto siamo arrivati e dove rischiamo di andare a parare.

Di Renzi si sa che è sostenuto da forze plurali e potenti (poi ne citeremo alcune), a loro volta fornite di credito presso le élites tecnofinanziarie che governano i destini dell’Europa. Se così non fosse, non sarebbero bastate le resistibili capacità attoriali che lo contraddistinguono a permettergli di occupare stabilmente da mesi, insieme ai suoi, le casematte della comunicazione mediatica.

È questo (prevalentemente) che gli ha consentito di vincere le Primarie con largo margine, ottenendo l’unica – e in sé discutibilissima – fonte di legittimazione utile a scalzare Letta e occupare il suo posto, in un governo che non cambierà la sua maggioranza, ma – ci si promette – conoscerà lo shock adrenalinico dell’iniezione taumaturgica della forza del nuovo leader.

Per capire il fenomeno Renzi, oggi definitivamente deflagrato, bisogna ragionare sul processo che lo ha portato, con complicità vaste e trasversali, a impadronirsi prima del Pd e, poi, del governo, contraddicendo tutte le affermazioni di principio che avevano fondato la sua stessa campagna elettorale alle Primarie.

Un vero e proprio imbroglio! Che questo sia avvenuto durante l’atto finale della crisi di un partito che paga il prezzo, inevitabile, del destino patologico e regressivo, etiologicamente connesso con le sue origini (una specie di incurabile malattia cromosomica) è un elemento aggiuntivo che non modifica i termini della questione.

Sui contenuti del suo programma, il segretario Renzi non ha ritenuto di dilungarsi alla Direzione del Pd che lo ha incoronato optimus princeps. Quello che è certo è che i suoi proclami aerei non dispiacciono alla troika. Tanto che la Merkel, sicuramente avvertita del valore simbolico e mediatico dei suoi gesti, lo ha ricevuto con tutti gli onori, non ci risulta per discettare sugli Uffizi e nemmeno sui tesori di Firenze.

Per non parlare dell’insieme di “quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra” (come disse Dalema) che sostengono il giovane virgulto fiorentino. Dalla Morgan Stanley, all’interno della quale Davide Serra iniziò la sua irresistibile ascesa. Per chi non lo sapesse, Davide Serra, definito da Pierluigi Bersani “il bandito delle Cayman”, è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché il suo maggior procacciatore di sponsor. Ma poi non basta. Nell’ultimo anno l’intero gotha dell’industria e della finanza italiana si è schierata con Renzi (per non parlare degli esponenti politici del suo partito che uno dopo l’altro gli sono caduti in ginocchio, folgorati sulla via di Damasco).

Volete dei nomi? Eccoli: Carlo De Benedetti, Fedele Gonfalonieri, Diego Della Valle, Vittorio Colao, Leonardo Del Vecchio, Tronchetti Provera, l’ineffabile Briatore, Caltagirone ecc. ecc. ecc. Ah, a proposito: sapete chi è una delle menti della politica estera di Matteo Renzi? È Michael Ledeen, già consulente strategico di spicco della CIA e della Casa Bianca. Senza contare l’appoggio della destra repubblicana statunitense e israeliana e degli emiri dell’Arabia saudita.

Del resto, basterà vedere chi sarà il nuovo ministro dell’Economia del suo governo per avere chiare indicazioni su quella che sarà la sua posizione nei confronti dell’Europa e della finanza internazionale. Personalmente, non ho dubbi che il suo nome sarà scelto tenendo conto dei desiderata delle microligarchie che governano la politica economica del vecchio continente, gli stessi che ci hanno trascinati sull’orlo dell’abisso.

Si tratta degli ambienti che scelsero Monti prima e Letta poi e che, oggi, anche per perpetuare il loro potere possibilmente fino al 2018, hanno scelto Renzi. Che il risultato possa essere raggiunto direttamente o attraverso elezioni anticipate gestite dallo stesso rampante fiorentino che, nel frattempo, avrà imposto insieme a Berlusconi la sua nuova legge-truffa, poco importa.

E questo è già un primo dato da analizzare. Non solo la sottomissione della politica all’economia, che è ormai un dato acclarato, ma anche la personalizzazione esasperata di una politica divenuta del tutto ancillare, ben oltre la sua dipendenza dall’economia. I poteri forti della tecno-finanza nazionale e soprattutto sovranazionale, quindi, scelgono l’ ”uomo adatto” e gli armano la mano.

Questi (oggi, Renzi) attraverso l’uso di una ipercomunicazione mediatica particolarmente adatta a valorizzare un certo tipo di qualità comunicative (le sue), conquista il potere. Nel caso di specie si impadronisce di un Pd decotto e poi lo usa come cavallo di Troia per conquistare il governo. Questo succede in un’ Italia dove la soggezione ai più forti è un mantra che viene da lontano: dal piano Marshall, alla strategia della tensione, fino al delitto Moro e oltre.

Negli anni Venti in Italia gli agrari e gli industriali, in un paese arretrato e spaventato dal biennio rosso e dalla Rivoluzione russa, armarono e finanziarono il fascismo che prese il potere; nella postmodernità globalizzata, nel tempo della finanziarizzazione esasperata dell’economia, agli agrari e agli industriali (molti dei quali scappati all’estero) si sono sostituite le centrali formali e informali del potere finanziario internazionale ed europeo, che esercitano il proprio dominio piazzando i propri uomini di fiducia negli snodi strategici.
L’assoluto disprezzo per la democrazia – anche quella formale – e lo stato di prostrazione e passivizzazione delle classi subalterne, alle quali si sta aggiungendo l’impoverimento e la depressione del ceto medio, aumentano l’arroganza disinibita e cinica di un sistema neoautoritario che non ha scrupoli a smantellare l’intero sistema delle difese sociali e del welfare e a moltiplicare le diseguaglianze, concentrando le ricchezze nelle mani di pochissimi.

Una specie di Nuovo fascismo tecno-finanziario del XXI secolo, quindi. Perché il fascismo non deve essere per forza mascellato, come il duce a cavallo dipinto da Sironi. Quando la democrazia non c’è, il lavoro viene massacrato, le difese sociali e i diritti non esistono più, la marmellata tossica del sistema ipercomunicativo (leggiamo i libri di Perniola) blocca le sinapsi del pensiero critico collettivo e quindi la libertà di pensiero e di espressione è inibita, e a comandare c’è solo una persona al vertice di una cupola di affaristi (per di più un bulletto fiorentino antipatico, affetto da sindrome ipercinetica e tachipsichismo afinalistico ad impronta fortemente narcisistica), voi come la chiamate la situazione che si determina? Democratica forse, e coerente con lo spirito e la lettera della nostra Costituzione? Dai, non scherziamo…!

Ecco che la questione del fascismo non è per niente archiviata, e nemmeno archiviabile. Come molti invece sarebbero ansiosi di fare una volta per tutte. Certo, nell’eterno succedersi dei vichiani ricorsi non ci si può aspettare che ritorni l’olio di ricino, il manganello e il fez. Ma, insomma, mi pare che ce n’è abbastanza per coglierne oggi una versione, magari un pochino meno autarchica, ma sicuramente non meno liberticida ed infame.

Allora se, anche sotto mentite spoglie, il fascismo si ripropone, l’antifascismo non solo può ma deve re-esistere. Non sembri un’affermazione scontata, visto che sono in molti e da decenni a predicarne l’inutile e oziosa vetustà. E non mi convince l’opinione di chi sostiene che l’antifascismo sia un’arma brandita ideologicamente, per rifarsi una verginità, da una sinistra che non vede l’ora di mettersi al servizio dei banchieri. Se questa cosa c’è stata, io non me ne sono accorto.

Se la dicotomia fascismo-antifascismo ha ancora motivo di esistere, figuriamoci quella sinistra-destra. Eppure (non ci facciamo mancare proprio niente!) serpeggiano dubbi anche su questo tema e di essi si fanno portavoce intellettuali anche molto noti. Per esempio a proposito dell’esclusione della parola sinistra dal simbolo della lista Tsipras.

Intendiamoci, anche senza questa parola questa lista andrà non solo votata ma sostenuta in tutti i modi. Ma la necessità di farlo non può sopprimere persino l’opportunità, come qualcuno ha sostenuto, di una discussione sull’utilizzo di una parola che non può essere buttata alle ortiche solo perché c’è chi la usurpa. Se elimineremo dal nostro vocabolario, come da più parti anche nel campo asfittico delle residue élites progressiste sembra volersi fare, le parole antifascismo e sinistra, non solo saremo più deboli ma ci saremo arresi, definitivamente e per sempre.

Non si tratta anche qui di una questione banalmente nominalistica. La disconnessione dall’orizzonte culturale solido e più attuale che mai della Resistenza, in un tempo che puzza di fascismo, e l’abiura dalle radici culturali della parola sinistra, che risalgono niente meno che alla temperie trasformatrice della Rivoluzione francese, sarebbe l’ultimo atto di un processo regressivo destinato a cancellarci una volta per tutte. E non servirà cercare parole nuove per vecchi concetti. Con le parole moriranno anche i concetti. Perché è così che funziona.

18/02/2014 23:11 | POLITICAITALIA | Autore: Roberto Gramiccia  (da controlacrisi.org)

Cgil Milano, linea dura della Camusso: i dissidenti non parlano.

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Cgil Milano, linea dura della Camusso: i dissidenti non parlano. E giù spintoni
Momenti di tensione a Milano all’attivo regionale della Cgil che ha visto la partecipazione del segretario generale, Susanna Camusso. Una decina di militanti del sindacato guidati da Giorgio Cremaschi, ha inscenato una protesta nella sala dove si stava svolgendo l’incontro, a cui non è stata invitata la Fiom. Motivo del dissenso il sistematico impedimento a prendere la parola per spiegare le ragioni del dissenso dall’accordo sulla rappresentanza. Tra scontri verbali sono volati schiaffi e spintoni. Cremaschi, esponente storico della Fiom (ora allo Spi-Cgil.), ha detto: ”Presenteremo una denuncia alla Procura della Repubblica. Noi contestiamo l’accordo sulla rappresentanza e volevamo intervenire” ”Noi contestiamo l’accordo sulla rappresentanza e abbiamo presentato un volantino che ricorda che oggi – sottolinea Cremaschi – e’ il 30mo anniversario del decreto Craxi che aboli’ la scala mobile, riteniamo che l’accordo del 10 gennaio sia altrettanto grave”.

Al termine della relazione introduttiva Nico Vox, delegato dell’istituto milanese “Don Gnocchi”, dove il documento alternativo ha battuto il documenti di maggioranza – ha chiesto di parlare per spiegare le ragioni del disaccordo prima della prevista raffica di interventi di dirigenti favorevoli “senza se e senza ma”. A quel punto il gruppo di delegati critici è stato circondato dal servizio d’ordine, con Susanna Camusso a pochi metri di distanza, mentre dalla presidenza si inveiva gridando “avete altre sedi dove parlare, non qui”. Ad un certo punto la “pressione” è diventata un’aggressione vera e propria, con i delegati che sono stati letteralmente spintonati fuori dalla sala. Nico Vox ha riportato varie contusioni nella mischia rugbistica, mentre dal gruppo di delegati si gridava contro la “Corea del Nord” in cui si sarebbe a questo punto trasformata la Cgil.

Cremaschi ha sottolineato che ”anche la Camusso e’ responsabile perche’ e’ venuta da noi, le abbiamo chiesto di intervenire ma non ha fatto nulla”. Smorza i toni il segretario della Cgil Lombardia Nino Baseotto: ”E’ un attivo non contro qualcuno – spiega Baseotto -. Cremaschi poteva entrare come rappresentante. Credo non sia il caso di pretendere di poter parlare per primo quando c’e’ una fila di delegati in attesa prima di lui. Ci sarebbe voluto un po piu di rispetto”.

La Fiom in una dichiarazione sottolinea che non era presente all’incontro. E tuttavia denuncia che al Teatro Parenti e’ stato impedito l’intervento di Cremaschi.

”Abbiamo criticato pubblicamente la decisione di Cgil Lombardia di non coinvolgere la categoria dei metalmeccanici in una assemblea confederale dei delegati con all’ordine del giorno il testo unico sulla rappresentanza, ma – e lo ribadiamo – non essendo stati invitati non c’eravamo proprio. Nessun blitz, quindi, nessuna irruzione”, afferma la Fiom in una nota. ”Noi siamo la Fiom: dissentiamo, rivendichiamo, non provochiamo. Non permettiamo a nessuno di strumentalizzare le nostre posizioni, trascinandoci su un terreno che non ci appartiene. Detto questo, consideriamo grave e preoccupante che ad un componente del Direttivo nazionale della Cgil e primo firmatario della mozione congressuale ‘Il sindacato e’ un’altra cosa’, sia stata negata la parola. L’esclusione dei metalmeccanici ad un attivo della Cgil e quanto e’ accaduto questa mattina confermano l’esigenza di una discussione all’interno della confederazione: la democrazia e’ una cosa seria, non un optional”, conclude la nota.

14/02/2014 14:21 | LAVOROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (da controlacrisi.org)

Il Partito Comunista d’Ucraina sulla rivolta europeista

ucraina

Cari compagni,
l’Ucraina si è aggiunta alla lista dei paesi che sono diventati vittima delle “rivoluzioni colorate”. Le riprese degli impressionanti massacri, degli atti di vandalismo, dei disordini e delle occupazioni degli edifici amministrativi in Ucraina hanno fatto il giro del mondo attraverso i mass media.

In numerosi scontri, diverse centinaia di manifestanti e di agenti delle forze dell’ordine sono stati gravemente feriti, così come durante gli attacchi alle forze dell’ordine diversi manifestanti sono stati uccisi. Non dimentichiamoci inoltre dei sequestri di massa di cittadini e delle violenze fisiche contro di loro da parte dei manifestanti radicali.

I recenti avvenimenti hanno distrutto il mito secondo cui nella capitale ucraina si muovono un’opposizione al “regime criminale” composta da “pacifici euromanifestanti”.

In realtà, i fatti accaduti sono il risultato della lotta dei clan ucraini per il potere, e in particolare per la carica di Presidente dell’Ucraina. Gli avvenimenti in corso rappresentano di per sé un colpo di stato. Ciò è confermato dalle recenti azioni dell’”opposizione”, atte a creare istituzioni di potere parallele in nome del popolo, con atti anticostituzionali, che alimentano ulteriormente lo scontro in Ucraina e costringono le autorità a misure sempre più radicali.

D’altra parte, merita attenzione la crescente attività delle forze politiche dell’ultradestra, neonaziste e ultranazionaliste colpevoli di atti di violenza, illegalità e scontri. Queste organizzazioni comprendono in particolare il “Tridente”, “UNA-UNSO” ( “Assemblea Nazionale Ucraina – Autodifesa Nazionale Ucraina, NdT ) , “Pravyj Sektor”, il partito “Svoboda”, ecc. Quest’ultimo occupa un ruolo speciale nell’escalation dello scontro, in quanto si tratta di un partito parlamentare, al potere in alcune regioni occidentali, che ha una reale opportunità di continuare a perseguire una politica di sovversione contro l’ordine costituzionale in Ucraina.

Tutte queste organizzazioni sono unite ideologicamente, seguono l’esempio dei complici dei nazionalsocialisti tedeschi Bandera e Shukhevich, e ne utilizzano gli stessi slogan.

Ad esempio, oggi è molto popolare e viene utilizzato spesso lo slogan “Gloria all’Ucraina – Gloria agli Eroi”, usato durante la Seconda Guerra Mondiale dai collaborazionisti fascisti ucraini durante la strage dei pacifici abitanti polacchi e ucraini del territorio dell’Ucraina occidentale.

Il Comitato Centrale del Partito Comunista d’Ucraina ha già informato il movimento comunista, operaio e di sinistra di tutto il mondo degli atti di vandalismo, quando i neonazisti hanno distrutto le statue di Lenin e i monumenti di epoca sovietica: ora gli atti di vandalismo vengono commessi addirittura contro i monumenti agli Eroi della lotta contro il fascismo.

Contemporaneamente a tutto questo, diventa evidente il costante coinvolgimento dell’Ucraina in una ancora maggiore escalation di violenza. Con il sostegno informativo e politico di una serie di Ambasciatori degli stati occidentali in Ucraina, così come di politici dell’Europa occidentale, sta diventando sempre più chiaro chi c’è dietro al rinfocolamento del conflitto in Ucraina.

Allo stesso tempo, il Dipartimento di Stato degli USA richiede costantemente che le autorità scendano a negoziare con l’opposizione, ritirino tutte le forze dell’ordine da Kiev e diano la possibilità all’”opposizione” di impadronirsi della sede del governo, come pure di annullare le recenti leggi “antidemocratiche e dittatoriali”, approvate dal Parlamento dell’Ucraina.

Eppure queste leggi sono pienamente conformi alle norme democratiche occidentali, di fatto sono la traduzione e sono del tutto identiche alla legislazione vigente nell’UE e negli USA. Ad esempio, in base alle nuove leggi, le organizzazioni sociali ucraine finanziate dall’estero, e che in gran parte hanno contribuito all’allargamento del conflitto, sono obbligate a registrarsi come agenzie estere. Nella legislazione statunitense tale disposizione è in vigore sin dagli anni ’30. Il parlamento ucraino ha semplicemente preso in prestito l’esperienza americana.

Le norme di legge adottate che vietano ai manifestanti pacifici di nascondere il volto sono identiche a quelle dell’UE. Così in Germania è considerato di responsabilità penale coprire il volto, indossare il casco, utilizzare degli scudi durante le manifestazioni. In Francia, per le stesse violazioni, sono previsti 3 anni di carcere e una multa di 45.000 euro. Tale divieto vige anche negli Stati Uniti, in Canada e in altri paesi. Per chi infrange le regole dello svolgimento delle manifestazioni pacifiche: in Gran Bretagna è prevista una multa fino a 5.000 sterline e fino a 10 anni di carcere; negli Stati Uniti, ancora 10 anni di carcere Negli Stati Uniti, colpire o aggredire un agente di polizia può comportare una condanna da 3 a 10 anni di carcere. In Francia, l’occupazione delle carreggiate per qualsiasi scopo e qualsiasi dimostrazione è vietato.

Per un qualche motivo, i politici occidentali, che manifestano indignazione e preoccupazione per la situazione in Ucraina, e anche per l’”irrigidimento” della legislazione dell’Ucraina, non vogliono ricordarsi di questi fatti.

In queste circostanze, il Partito Comunista d’Ucraina ritiene che la responsabilità per le violenze ricada ugualmente sulla leadership del paese, le cui azioni hanno spinto il popolo ucraino a prendere parte alle proteste di massa, e sui leader della cosiddetta “opposizione” , dei raggruppamenti neonazisti dell’ultradestra, delle organizzazioni di militanti nazionalisti e sui politici stranieri che hanno esortato la popolazione alla “radicalizzazione delle proteste” e a ” combattere ad oltranza”.

Siamo convinti della correttezza delle precedenti iniziative dei comunisti per il Referendum in Ucraina, la cui attuazione avrebbe completamente eliminato la base del malcontento popolare e avrebbe permesso al popolo ucraino di determinare l’indirizzo futuro del proprio sviluppo.

Il Partito Comunista d’Ucraina dichiara la necessità di porre fine all’uso della forza, di garantire la non ingerenza negli affari interni dell’Ucraina degli stati stranieri e dei loro rappresentanti, e di riprendere i negoziati. Allo stesso tempo, eventuali tentativi di creare strutture di potere parallele e incostituzionali non potranno che rafforzare lo scontro e creare una vera minaccia per l’escalation del conflitto verso la guerra civile. Una parte della popolazione sosterrà l’attuale governo, e l’altra sosterrà l’autoproclamatasi cosiddetta “opposizione” e questo porterà inevitabilmente a una finale divisione dell’Ucraina.

In queste circostanze, il Partito Comunista d’Ucraina presenta delle proposte concrete per risolvere la situazione:

– Indire il referendum nazionale sul tema della definizione della politica economica estera di integrazione dell’Ucraina.

– Attuare le riforme politiche, eliminare l’istituzione del presidente e varare una repubblica parlamentare, espandere in modo significativo i diritti delle comunità territoriali.

– Adottare una nuova legge elettorale e tornare al sistema proporzionale per l’elezione dei deputati nazionali.

– Al fine di superare il caos amministrativo e di garantire uno stretto controllo sul governo e sui politici, istituire un organo civile indipendente, il “Controllo Popolare”, dandogli i più ampi poteri.

– Realizzare la riforma giudiziaria e introdurre l’istituzione di elezione dei giudici.

Con questa occasione, vi chiediamo di portare il vostro contributo alla riconciliazione nella società ucraina, di sostenere con ogni mezzo possibile le nostre proposte, di aiutarci a far conoscere diffusamente la reale situazione politica in Ucraina.

Vi chiediamo di condannare le azioni estremiste, la propaganda del fascismo, del nazionalismo e del neonazismo in Ucraina, così come l’interferenza esterna negli affari interni dell’Ucraina e l’ulteriore escalation di violenza.

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Ucraina,

Petro Simonenko

Traduzione dal russo di Flavio Pettinari per Marx21.it
(da controlacrisi.org)

Fuori Casapound da Novate!


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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