Intervista a Claudio Grassi: «Per rinnovarci più fiducia nelle risorse di Rifondazione»

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Pubblicato il 1 ott 2013

di Vittorio Bonanni – Liberazione.it – Claudio Grassi, ex membro della segreteria del partito, interviene sul congresso e sulle prospettive politiche della sinistra.

Claudio Grassi è uno degli esponenti più autorevoli e conosciuti di Rifondazione comunista, del quale è stato parlamentare e membro della segreteria nazionale. Leader della componente “Essere comunisti”, si è dimesso dalla segreteria all’indomani della sconfitta subita dal partito nelle scorse elezioni politiche sotto il simbolo di “Rivoluzione civile”. Uomo attento all’unità di un partito che si è invece contraddistinto nel corso della sua storia per le numerose scissioni, dopo la debacle elettorale ha proposto che tutto il gruppo dirigente rassegnasse le dimissioni per consegnare al Partito una discussione immediata e libera.

Claudio, a poche settimane dal congresso qual è la situazione?

All’indomani del risultato elettorale così negativo del febbraio scorso, sarebbe stato utile che tutto il gruppo dirigente si dimettesse, coinvolgendo subito il partito in un dibattito congressuale. Ricordo, tra l’altro, che questo è stato il percorso deciso e seguito da tutte le forze politiche che hanno partecipato alla lista di Rivoluzione civile. Lo ritenevo giusto non perché avessi in mente un congresso di resa dei conti. Riconosco che le responsabilità erano di tutti, mia come quella degli altri compagni e compagne della Segreteria. Ma di fronte alla ennesima battuta d’arresto del nostro partito si doveva dare all’esterno un segnale diverso e non questo segnale di immobilità, conservazione, incapacità di cambiare.

Ricordo che all’indomani della sconfitta della Sinistra Arcobaleno si chiese immediatamente un cambio di direzione: non capisco perché di fronte alla terza sconfitta elettorale in cinque anni non si sia ritenuto necessario fare quel che, insieme ad altri compagni, chiedevo. E per una questione di coerenza mi sono, personalmente, dimesso.

Ora finalmente il congresso è entrato nella sua fase operativa. Penso si tratti di un appuntamento molto importante. E’ un congresso nel quale si deve poter fare una discussione onesta e sincera tra di noi, al di là della collocazione interna, per individuare la strada migliore per fare uscire Rifondazione dalle difficoltà in cui si trova.

Si tratta quindi di un congresso decisivo…

Certo, perché decide se il malato che è in gravi difficoltà riesce ad individuare la cura per riprendersi oppure no. Questo è lo stato delle cose. E non chiedo né voglio la contrapposizione, ma una discussione vera. Come si sa, sono sempre stato contrario ai documenti contrapposti. Quando sono stati fatti in Rifondazione è perché qualcuno lo ha voluto e io non sono mai stato tra questi. Siccome in questo congresso abbiamo l’opportunità di presentare non solo documenti alternativi, ma anche proposte emendative, sarà questa la scelta sulla quale mi impegnerò. Per quanto riguarda il documento, che anch’io in molte parti ho condiviso e apprezzato, ritengo però che abbia alcuni punti che devono essere modificati. In primo luogo penso che occorra dire una parola chiara sul necessario ricambio di chi ha diretto il partito in questi anni. In secondo luogo penso debba essere modificata la parte su come costruire anche in Italia una Sinistra di Alternativa simile a quella presente ormai in tutta Europa.

Affrontiamo ora i temi della politica con tutti i punti interrogativi che pesano anch’essi sul destino di Rifondazione. Rispetto agli scenari degli altri Paesi europei dove la sinistra d’alternativa è forte, noi siamo invece nella situazione che ben conosciamo di estrema difficoltà. Con Sel che ora invece di guardare a Landini e a Rodotà oltre che a noi, si rivolge a Renzi. A livello partitico rischiamo a questo punto di dover contare solo o quasi sulle nostre forze?
E’ proprio questo modo di ragionare – che ha caratterizzato le recenti prese di posizioni del gruppo dirigente – che io reputo sbagliato. Non possiamo limitarci a fotografare la realtà: il nostro compito è quello di cercare di modificarla. E se noi la valutiamo con questo approccio ci accorgiamo che la situazione è un po’ diversa. E’ vero che Sel ha imboccato una strada di subalternità di fatto al Pd. Ma è anche vero che questa scelta ha determinato resistenze interne a quel partito che noi dobbiamo tenere in considerazione. Ma la stessa iniziativa sviluppata da Landini, Rodotà ed altri a me pare ampiamente indicativa del fatto che non è vero che tutto è fermo e che non si può produrre anche in Italia un nuovo processo riaggregativo a sinistra. E’ chiaro che se noi ci limitiamo a mettere in risalto i limiti e gli errori altrui non andremo mai da nessuna parte. Invece dobbiamo starci dentro, investirci, crederci perché è chiaro che quell’iniziativa sta suscitando delle speranze, delle aspettative in un vasto popolo di sinistra, che oggi non si riconosce nei soggetti organizzati che ci sono a sinistra del Pd proprio per la scarsa credibilità di ciascuno di questi presi separatamente. Il mio ragionamento è semplice: se in tutta Europa esistono aggregazioni d’alternativa che oscillano tra l’8 e il 25% non è pensabile che da noi questo non si determini. In Italia non si sta verificando quello che succede altrove perché le soggettività presenti non hanno trovato le modalità giuste per rappresentare questa istanza di cambiamento e di trasformazione. Di questo dobbiamo discutere al nostro congresso.

Che ruolo può giocare Rifondazione in questo contesto?

Io credo che il Prc debba mettersi a disposizione per costruire questo soggetto di sinistra alternativa. Che non significa sciogliere Rifondazione, ma l’esatto contrario. Rilevo che ci sono due modi per chiudere un partito: uno come ha fatto Occhetto nel 1990 sciogliendolo; il secondo è seguitare a non affrontare le difficoltà che si presentano, pensando che la colpa sia sempre degli altri e che questi si risolveranno con il tempo. Se si vuole veramente rilanciare Rifondazione, e non solo scriverlo sui documenti, vanno sconfitte entrambe queste ipotesi. Noi dobbiamo fare come ha fatto il Pcf in Francia con il Front de Gauche o il Pce in Spagna con Izquierda Unida. Dentro questo processo di costruzione della Sinistra di Alternativa dobbiamo altresì lavorare perché si avvii un processo di unificazione tra il Prc e il Pdci, sapendo che uniti siamo insufficienti, ma che divisi risultiamo semplicemente ridicoli.

Però nei Paesi che tu citi hanno avuto un aiuto dalla sinistra socialista che noi non abbiamo. Che cosa ne pensi?

Ogni Paese ha le sue specificità. E’ vero che in Italia sono successe cose molto diverse e pesano le responsabilità che tu ricordi. Ma è anche vero che in Italia abbiamo avuto in questi anni la categoria più importante della Cgil, la Fiom, che con diverse iniziative ha sollecitato la costruzione di una Sinistra che mettesse al centro della propria iniziativa i temi del lavoro. Inoltre, pur essendovi una crisi delle forze politiche organizzate della sinistra, in alcuni momenti, penso ai referendum e ai risultati delle elezioni amministrative anche di importanti città, è emerso che una opzione nettamente di Sinistra, se si presenta in modo credibile, può raccogliere un vasto consenso. Per non parlare di una parte importante dell’elettorato grillino che oggi ha scelto il M5S in mancanza di una forza di Sinistra alternativa credibile. Penso che noi dobbiamo coltivare tutti questi fili d’erba che crescono nel nostro campo, cercando di farli crescere. E questo dobbiamo farlo noi di Rifondazione, che ancora abbiamo una presenza nella società che è reale e significativa, un grande patrimonio che va indirizzato nella direzione giusta.

 

Credi che nel Pd, qualora diventasse Renzi segretario, si possa aprire una sponda interessante per noi?

Non credo che la dialettica interna al Pd sia tale da avere a che fare con la costruzione di un soggetto della sinistra d’alternativa. Non penso questo. Penso però che se nel Pd, come pare, la guida politica venisse assunta da Matteo Renzi si potrebbe aprire un conflitto con una parte proveniente dal Pds e dai Ds e che si distinguerà già nel congresso con la candidatura di Gianni Cuperlo. Allo stato attuale non ci sono molti segnali confortanti, ma alcuni non vanno sottovalutati. Ho letto per esempio che Civati parteciperà alla manifestazione del 12 ottobre; che anche Cofferati ha un buon rapporto con questa iniziativa. I presidenti delle Regioni con i quali condividiamo una coalizione di governo come Rossi in Toscana, Errani in Emilia e Marini in Umbria non mi pare abbiano le posizioni di Renzi. Penso che il compito di una forza politica che punta ad allargare il proprio spazio d’azione sia quella di cogliere le differenze, non di fare di tutte le erbe un fascio.

Tornando al congresso, Ferrero propone una disobbedienza nei confronti dei trattati europei. Come valuti questa proposta?
Scrivere dei documenti e lanciare delle parole d’ordine è facile. Bisogna collegare sempre queste parole anche con un percorso di proposta che le renda praticabili. Io sono ovviamente contrario a questi trattati che hanno devastato l’Europa, che hanno impoverito i ceti sociali più deboli e hanno determinato il disastro che stiamo vedendo e che ancora più di noi vedono altri Paesi che sono stati così massicciamente colpiti da questi provvedimenti, come la Grecia e il Portogallo. Per questo bisogna dire chiaramente che i trattati vanno cambiati e modificati. Tuttavia credo che oltre a dirlo – e dirlo con parole d’ordine comprensibili e realistiche – noi dobbiamo stare attenti alla praticabilità e quindi lavorare concretamente per mettere assieme le forze con le quali fare una battaglia che abbia un peso nella società italiana. Non possiamo limitarci alla declamazione, ma dobbiamo individuare anche un percorso di lotta.

A questo proposito pensi che il Movimento 5 Stelle possa essere un interlocutore?
Su alcune cose sì, su altre no. Dal punto di vista dell’impianto generale penso che sia un movimento che non mi convince praticamente su nulla. Nel senso che nasce attorno ad una persona, ricalca per certi aspetti la degenerazione che abbiamo visto in questi anni con Berlusconi e seguita purtroppo anche da altre formazioni politiche. Oltre a questo sono contrario anche ad alcune parole d’ordine, ad alcuni obiettivi che sono assolutamente antitetici ai nostri, penso alla questione dell’immigrazione e via dicendo. Ci sono altre cose sulle quali invece possono esserci dei momenti di iniziativa comune. Penso per esempio alla lotta contro le spese militari. In questo c’è un terreno di contiguità che non va disertato.

Per concludere: la questione del segretario. Con quale segretario usciremo al congresso? Non voglio un nome e un cognome ovviamente, ma sicuramente proponi o proponete un ricambio…

E’ ovvio che nel momento in cui io mi sono dimesso e ho chiesto che tutto il gruppo dirigente rassegnasse le dimissioni ho pensato che il partito dovesse avere la forza di uscire da questo congresso con una nuova proposta politica e un nuovo gruppo dirigente. Penso che questo sia necessario non perché ritenga ci siano delle responsabilità specifiche ed esclusive di una persona, ma perché quando un’impresa non solo politica, ma di qualsiasi tipo, non riesce ripetutamente a conseguire i propri obiettivi è chiaro che deve cambiare anche chi conduce l’impresa medesima. Io penso che Rifondazione comunista dovrebbe provare a spingere avanti un nuovo gruppo dirigente che abbia anche la possibilità di presentarsi come un elemento di novità nel mondo della sinistra di alternativa. Quando mi si dice che la cosa è difficile, lo riconosco, ma dico anche che bisogna avere un po’ di fiducia nelle nostre energie e nelle nostre risorse. Ricordo che quando Rinaldini è stato sostituito da segretario generale della Fiom, molti erano preoccupati per l’autorevolezza che aveva assunto come segretario. E la proposta che veniva avanti di un nuovo segretario, ex-operaio di una fabbrica del reggiano, che pochi conoscevano, come Landini, destava più di una preoccupazione. Ebbene, in pochi mesi abbiamo visto che questo sconosciuto sindacalista è diventato in realtà il sindacalista più popolare degli ultimi decenni. Dobbiamo provarci, avere fiducia anche noi nelle numerose risorse di cui dispone Rifondazione. Ci sono, bisogna solo dare loro la possibilità di farlo.

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