Archivio per ottobre 2013

Austerità costituzionale e presidenzialismo

cremaschi
25.5.2013 – Austerità costituzionale e presidenzialismo
di Giorgio Cremaschi

Abbiamo corso il rischio di dover essere grati ai falchi berlusconiani. Nella disperata ricerca di rappresaglie contro il destino giudiziario del loro capo, hanno infatti provato a colpire in parlamento il disegno di controriforma costituzionale. Purtroppo han fallito per pochi voti e grazie al soccorso prestato al governo dalla Lega, di cui è ben nota la sensibilità costituzionale. Così la riscrittura in senso autoritario della Carta uscita dalla resistenza antifascista prosegue.
Anche questo dobbiamo mettere nel conto delle responsabilità del governo delle larghe intese e della sua guida assoluta, Giorgio Napolitano.
All’attuale Presidente della Repubblica sono oggi perdonate posizioni e scelte che non sarebbero mai state accettate da nessun suo predecessore. Tra questi va ricordato Francesco Cossiga, posto in stato d’accusa dal PCI per le sue ripetute prese di posizione a favore del cambiamento della Costituzione.
Napolitano il cambiamento non lo propaganda, lo pratica, fino al punto di fare le riunioni dei capigruppo di maggioranza come qualsiasi segretario di partito. Siamo diventati una repubblica presidenziale di fatto e credo abbiano fatto un grave errore i promotori della manifestazione del 12 ottobre a non dirlo con forza dal palco, raccogliendo un sentimento profondo di chi era in quella piazza. Le timidezze e le reticenze sul ruolo negativo del Presidente della Repubblica indeboliscono la lotta in difesa dei principi di fondo della Costituzione.
D’altra parte un pesantissimo colpo a quei principi è già stato assestato, ancora una volta principalmente da PD PDL e Lega, con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. La riscrittura dell’articolo 81 è infatti la madre di tutte le controriforme, perché cancella di fatto tutti i principi sociali contenuti nella prima parte.
Come può la Repubblica rimuovere tutti gli ostacoli economici e sociali che si oppongono alla piena eguaglianza dei cittadini, se ogni anno deve tagliare di decine di miliardi le spese sociali, e solo per pagare gli interessi sul debito senza violare l’obbligo costituzionale di pareggio?
Non può e così con questa controriforma le politiche di austerità diventano obbligo perenne. Come aveva chiesto il banchiere Morgan, prima di pagare 13 miliardi di dollari allo stato americano per le truffe sui derivati.
L’ Europa deve capire che le politiche di austerità non sono una parentesi, ma il modo di condurre da qui in avanti un continente che deve accettare pienamente la società di mercato. Questo ha detto il banchiere americano a giugno sul Wall Street Journal e ha poi aggiunto che, per raggiungere questo obiettivo, i popoli europei devono liberarsi delle costituzioni antifasciste e sinistrorse che promettono una eguaglianza che non ci può più essere. Si comincia ad accontentarlo.
La controriforma costituzionale non è solo frutto delle classi dirigenti del nostro paese, ma viene prepotentemente richiesta dalla finanza internazionale, come venne formalizzato il 4 agosto 2011 dalla lettera al governo di Draghi e Trichet.
Il Fiscal Compact e i patti ad esso connessi hanno fatto il resto: al di sopra dei nuovi costituenti, oltre i saggi incaricati di rivedere la nostra Carta, stanno i mandanti e i controllori. Sopra di loro stanno quelle istituzioni tecnofinanziarie che impongono le politiche di austerità con quei vincoli che per Giorgio Napolitano sarebbe da incoscienti mettere in discussione. Mentre sarebbe la sola scelta saggia da compiere.
La difesa della costituzione repubblicana oggi non si fa solo contro la destra berlusconiana, ma anche contro le scelte politiche di Giorgio Napolitano e contro quei vincoli europei che ci hanno imposto la costituzionalizzazione dell’austerità.

http://www.rete28aprile.it

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L’articolo 53 della Costituzione Italiana nel ventennio del trionfo neoliberista

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Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

La tassazione diretta, cioè quella realizzata con un prelievo coattivo direttamente sui redditi del contribuente, secondo la nostra Costituzione dovrebbe essere informata a un criterio di progressività: chi è più ricco è tenuto a contribuire più di chi è povero alla fiscalità generale, quella che serve per garantire a tutti i cittadini servizi essenziali come sanità, istruzione, sostegno al reddito, trasporti, cura del territorio etc.

Come si realizza questa progressività in Italia, e come è mutata nel ventennio del trionfo neoliberista? Proviamo ad analizzare le tabelle dell’IRPEF con cui i contribuenti hanno pagato e pagano le tasse e studiamo le variazioni delle aliquote.

Partiamo dalle aliquote IRPEF della dichiarazione dei redditi 1995 (redditi realizzati nel 1994)

Scaglione Reddito da lire Fino a lire Aliquota
1 1 7200000 10,00%
2 7200001 14400000 22,00%
3 14400001 30000000 27,00%
4 30000001 60000000 34,00%
5 60000001 150000000 41,00%
6 150000001 300000000 46,00%
7 Oltre 300000000 51,00%

Le aliquote sono effettivamente progressive, l’aliquota più alta è cinque volte la minima e tra le due c’è una distanza di 41 punti percentuali.

Vediamo come sono cambiate dopo nove anni con le aliquote IRPEF 2004 (redditi 2003)

Scaglione Reddito da euro Fino a euro Aliquota
1 1 10329 18,00%
2 10329,01 15493 24,00%
3 15493,01 30987 32,00%
4 30987,01 69721 39,00%
5 Oltre 69721 45,00%

In una decina d’anni l’aliquota minima, quella pagata dai ceti meno abbienti, è quasi raddoppiata, quella pagata dai più ricchi è diminuita di 6 punti percentuali, la distanza tra i due estremi è scesa a 27 punti percentuali.

Passiamo al 2008 (redditi 2007), anno in cui le aliquote furono nuovamente modificate e corrispondono a quelle attualmente in vigore.

Scaglione Reddito da euro Fino a euro Aliquota
1 1 15000 23,00%
2 15000,01 28000 27,00%
3 28000,01 55000 38,00%
4 55000,01 75000 41,00%
5 Oltre 75000 43,00%

L’aliquota minima è cresciuta ancora: le fasce di reddito più basse ora subiscono una tassazione diretta addirittura del 23%, il 130% in più rispetto ai primi anni ’90!

Anche la fascia di reddito successiva, quella che potremmo definire medio-bassa ha subito un peggioramento consistente, dal 22% al 24% al 27%.

La fascia di reddito più alta ha invece visto un abbassamento costante dell’aliquota, dal 51% al 45% al 43%.

La distanza tra l’aliquota massima e minima nei primi anni ’90 era di ben 41 punti percentuali, dal 2008 è dimezzata, passata a 20 punti percentuali. Oggi un ricco paga di tassazione diretta solo il 20% più di un povero.

A fronte di questa diminuzione di progressività della tassazione diretta, abbiamo subìto una crescita costante della tassazione indiretta. La tassazione indiretta solo apparentemente è uguale per tutti, anzi, è decisamente iniqua e regressiva, perché, ad esempio, le accise sul carburante che fanno costare la benzina 1,75 euro e il gasolio 1,65, non pesano allo stesso modo su chi guadagna 1.550 euro al mese e deve fare il pieno di una utilitaria e su chi guadagna 10.000 euro e deve fare il pieno di un macchinone da 40.000 euro. Per il primo una spesa in carburante di 200 euro al mese significa il 13% dello stipendio, per il secondo la stessa spesa significa il 2%.

I governi Monti e Lettalfano hanno entrambi alzato di un punto l’IVA, la principale tassa indiretta che colpisce allo stesso modo, cioè iniquamente, lavoratori con redditi bassi e professionisti, imprenditori e dirigenti con redditi alti e altissimi. L’ultimo punto di aumento IVA è stato imposto nei giorni del balletto indecente “il-governo-cade-il-governo-non-cade”, ennesima arma di distrazione di massa, con i telegiornali e i pennivendoli tutti appresso alle turbe del grande evasore condannato e alla sceneggiata dei falchi-colombe. Eppure per evitare l’ennesimo aumento dell’IVA sarebbero stati necessari da 1,6 a 1,8 miliardi di euro, una cifra relativamente piccola, considerando le spese enormi e assurde che questi governi continuano a caricare sui contribuenti, dagli armamenti alla TAV. Ma soprattutto: se proprio non si poteva rinunciare a qualche cacciabombardiere, non sarebbe stato più equo alzare di uno o due punti percentuali le due aliquote IRPEF più alte, quelle che colpiscono i redditi dei più ricchi, e che erano state abbassate ancora nel 2008, all’inizio della crisi economica? Era Monti, ricordiamolo, a ripetere come un mantra la parola “equità”. Ecco come l’hanno realizzata nei fatti, senza differenza alcuna tra gli ultimi tre governi della Repubblica, anzi, con nudificante continuità.

Massimo Sabbatini

Partito della Rifondazione Comunista, Circolo “A. Burocchi”, Spinaceto

la riforma Fornero delle pensioni non si tocca

forneroProdigi delle larghe intese: la riforma Fornero delle pensioni non si tocca

di Sante Moretti – Il ministro del Lavoro ha escluso in modo categorico modifiche alla legge Fornero sulle pensioni. Contemporaneamente ha annunciato il blocco della rivalutazione annuale al costo della vita delle pensioni d’oro. Gli interessati sono quei 669.000 pensionati che percepiscono più di 3.000 euro lorde al mese (circa 2.000 nette), di questi 33.000 sono titolari di assegno superiore di 90.000 euro loro all’anno (circa 50.000 netti).

Ovviamente non rientrano tra le pensioni d’oro i vitalizi, le pensioni privilegiate, quelle di origine istituzionale ed europea e delle casse dei professionisti. Questi 669.000 pensionati percepiscono in un anno 34 miliardi sui 270 erogati dal sistema pensionistico. Per il 2013 il prelievo sarà di poco più di 40 milioni, se sarà confermato l’aumento del costo della vita che l’Istat stima dell’ 1,5%. Quanto prelevato dalle pensioni d’oro, secondo il ministro, dovrebbe contribuire a migliorare le pensioni più modeste, cioè quelle di quei 12 milioni di anziani con pensioni inferiori a 1.000 euro mensili: mediamente 3 euro e 50 centesimi in un anno.

Considerare d’oro un assegno pensionistico di 2.000 euro al mese (3.000 lordi) sa di demagogia. Fa coppia con la proposta del Pd: quella di considerare un’abitazione di lusso se la rendita catastale supera i 750 euro, cioè un monolocale di 40/50 mq. dei quartieri popolari di Roma

Forse la predicazione di Papa Francesco che si rifà al poverello di Assisi ha folgorato il Pd che sta diventando il fustigatore di quella massa di privilegiati, in gran parte pensionati, che sono riusciti a costruirsi una pensione con una vita di lavoro ed a comprarsi un modesto appartamento. Sono gli stessi che si scandalizzano se qualcuno chiede di mettere un tetto alle pensione, agli stipendi, ad ogni tipo di emolumento, vitalizi e buonuscite sia nel settore privato che in quello pubblico.

A Roma, ad esempio il sindaco si lamenta di percepire solo 4.500 euro al mese: un consigliere di amministrazione dell’Ama ne riceve almeno 10 volte tanto. Sostengono che mettere un tetto a stipendi, pensioni, compensi sconvolgerebbe l’economia, menomerebbe la libertà dell’individuo, toccherebbe diritti acquisiti: ognuno deve essere libero di arricchirsi, ma anche di morire di fame.

Nel 2007 noi di Rifondazione Comunista elaborammo una proposta organica sulle pensioni che prevedeva un tetto pari a 5.000 euro mensili, rivalutabili di anno in anno al costo della vita. Fummo irrisi, tacciati di demagogia, accusati di vendere fumo e di essere analfabeti in campo economico. Oggi è un ministro di un governo Pd-Pdl ad indicare in 3.000 euro lorde l’importo della pensione d’oro!

La legge Fornero

La legge più importante del governo Monti è quella sulle pensioni, per l’entità del gettito finanziario ricavato immediatamente e per aver profondamente menomato i valori di solidarietà, universalità e di natura pubblica, base del sistema pensionistico . Quella legge ha permesso di prelevare la quasi totalità delle somme necessarie per rimettere i “conti in ordine” in ossequio ai voleri dell’autorità monetaria europea. Contemporaneamente è stato codificato che non ci sono più diritti acquisiti e certezze né per l’età di pensionamento, né per gli anni di contribuzione: l’età per il diritto alla pensione è aumentata repentinamente anche di 7 anni e per l’anzianità la contribuzione ha raggiunto i 42 anni. Si è bloccata, per due anni, la rivalutazione al costo della vita delle pensioni superiori ai 1.400 euro lorde al mese, prelevando su una pensione di 1.800 euro lorde 900 euro nel biennio 2012/2013 che il pensionato perderà fino a che vivrà. Sono stati modificati i sistemi di calcolo e di conseguenza con 35/40 anni di contribuzione a breve chi andrà in pensione potrà contare su un assegno non superiore al 50% del salario percepito negli ultimi anni di lavoro mentre per i precari la pensione diventa un miraggio. Il messaggio è chiaro: ognuno pensi a se stesso ed al proprio futuro, non ci sono più garanzie. Ciò che cambia e stravolge il sistema pensionistico è la rottura del legame tra salario e pensione, rappresentato dal salario differito.

Da oggi i contributi versati per la pensione sono diventati una comune tassa. La legge Fornero colpisce il principale pilastro dello stato sociale. Dalle pensioni, senza operare altri interventi, nei prossimi 10 anni verranno prelevati circa 100 miliardi. Quei 270 miliardi, l’importo complessivo degli assegni pensionistici erogati, su cui il fisco già preleva 30 miliardi fanno ancora gola. In ambienti ministeriali e del Pd si fa strada l’ipotesi di un prelievo sulle pensioni di anzianità calcolate con il sistema retributivo in quanto sarebbero troppo generose e dell’eliminazione della pensione di reversibilità che prevede che il coniuge superstite ed i figli minori, in base al reddito, percepiscano una quota di pensione del defunto. Le confederazioni sindacali stanno cominciando a prendere atto dei guasti provocati dalla legge Fornero ma non possono reagire in quanto “ostaggio” del Pd e del governo.

(dal sito nazionale di rifondazione comunista)

Amnistia e indulto: ha ragione Napolitano…

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Amnistia e indulto: per una volta ha ragione Napolitano…

Pubblicato il 10 ott 2013

di Giovanni Russo Spena

Per una volta concordo con Napolitano. Ha finalmente detto ciò che tante associazioni e noi sosteniamo da anni: il sistema politico tutto (con responsabilità enormi del centrosinistra per la sua bulimica ossessione carceraria) è corresponsabile della incivile condizione carceraria (come delle stragi dei migranti, aggiungo io). L’Italia è stata condannata perfino dalla Corte di Strasburgo per permanente violazione dell’art.3 della Convenzione europea per i diritti umani che vieta la tortura (vergognosamente, in Italia, non c’è ancora una legge sulla tortura, che deve essere introdotta come reato nel Codice penale) e le pene inumane e degradanti. Parla chiaro la nostra Costituzione. E’ unanime la giurisprudenza della Corte costituzionale. Le nostre carceri sono sovraffollate in maniera e misura indecenti. Il carcere è un istituto classista perchè per il novantanove per cento vi sono tossicodipendenti, migranti, emarginati, povera gente. E decine di militanti politici comunisti e di movimento, per cui chiediamo l’”amnistia sociale” (sarebbe importante che questa campagna cosi qualificata contro l’emergenzialismo dello “stato di eccezione”partisse con forza. La Corte europea ha dato all’Italia un anno di tempo per affrontare e risolvere il sovraffollamento, introdurre il reato di tortura, far sì che la pena non sia vendetta di Stato ma processo di reinserimento. Ha ragione Napolitano quando sollecita il parlamento a superare populismi propagandistici, ad avere razionalità e il coraggio dell’impopolarità e approvare un provvedimento di indulto, indispensabile per rimuovere stati detentivi per reati per lo più commessi da “poveri cristi” (per i quali devono valere due grandi prncipii dello Stato di diritto: depenalizzare e decarcerizzare) e un provvedimento di amnistia, che deve riportare nella legalità la situazione abnorme di una giustizia nella quale vige una sorta di prescrizione di fatto, perchè i potenti, che hanno buoni avvocati, riescono a godere molto spesso delle prescrizioni… Sia chiaro, lo dico anche per la canea di stampo preelettorale aperta dal Movimento 5stelle, forse per mancata conoscenza del tema. In ogni caso questo provvedimento non riguarda Berlusconi perchè tutti i disegni di legge presentati in Parlamento escludono le condanne per frodi fiscali tra quelle amnistiabili. A noi interessa che con l’amnistia e l’indulto possono uscire di carcere ventimila persone che son ingiustamente in carcere. Ovviamente dovremo poi affrontare i problemi di fondo: l’abrogazione della Bossi Fini (e della sua mamma, la legge Turco-Napolitano, non dimentichiamolo), della Fini Giovanardi, della ex Cirielli, di tutto l’armamentario repressivo e di leggi berlusconiane ad personam. Ma temo che il Parlamento annegherà nella palude dell’immobilismo.

(da controlacrisi.org)

C’è una “rivoluzione” in cammino, è l’automazione nelle fabbriche

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La rivoluzione robotica cinese è in atto e fa passi da gigante. Non solo i robot possono lavorare ventiquattro ore su ventiquattro, ma non scioperano, non protestano e stanno ormai per superare l’ultimo ostacolo per una loro perentoria ascesa nel mondo delle fabbriche cinesi, ovvero il costo. Sembra che in Cina orma la svolta sia stata decisa, sfruttando proprio quelle produzioni a basso costo di robot capaci di svolgere funzioni fondamentali nel processo produttivo. Ci sono alcune ragioni specifiche, per le quali la robotica soppianterà – dicono gli esperti – il lavoratore umano.

Innanzitutto la Cina sta affrontando una mancanza di manodopera, dovuta a un invecchiamento della popolazione e alla scelta dei giovani cinesi che preferiscono intrupparsi nel settore dei servizi, anziché nelle fabbriche. In secondo luogo la tecnologia relativa ai robot ha raggiunto livelli ottimi in termini di funzioni e costi.
La Delta Industrial Automation – azienda di Taiwan che produce per Apple, tra gli altri – sta provando a raggiungere l’obiettivo di produrre robot a basso costo, 10mila dollari, proprio per cavalcare questa nuova ondata «robotica». Raggiunta via mail da il manifesto, Colleen Ho, responsabile della comunicazione, ha affermato: «C’è un grande potenziale per il mercato dei robot. L’invecchiamento della popolazione e l’urbanizzazione sono le tendenze sociali economiche del futuro. La domanda di alcuni prodotti di consumo, in particolare di elettronica di consumo, o quanto riguarda l’industria alimentare, la medicina, la stampa e l’imballaggio continuerà a salire. Il problema della carenza di manodopera diventerà ancora più grave con l’invecchiamento della popolazione. La produzione con forte dipendenza dalla manodopera soffrirà di più dei costi del lavoro in aumento, per questo è necessario avviare il processo di automazione per ridurre i costi di manodopera. Con i cicli di vita dei prodotti brevi e un’elevata domanda di nuovi disegni e modelli, il processo produttivo deve essere altamente flessibile per realizzare cambiamenti rapidi e aggiustamenti in qualsiasi momento. Ci sono opportunità illimitate per bracci robotici che sono piccoli, leggeri, multi-testa, agili e altamente adattabile alle varie modifiche su una linea di produzione».

Anche la nota Foxconn è una forte sostenitrice dell’automazione: un anno fa circa aveva infatti annunciato l’installazione di di un milione di bracci robot nelle sue fabbriche entro il 2014, ma secondo quanto affermato dai suoi dirigenti, il processo è ancora in corso e ci vorrà più tempo per raggiungere l’obiettivo. s. pie.

C’è una “rivoluzione” in cammino, è l’automazione nelle fabbriche (da sito Rifondazione 10/10/2013)

Intervista a Claudio Grassi: «Per rinnovarci più fiducia nelle risorse di Rifondazione»

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Pubblicato il 1 ott 2013

di Vittorio Bonanni – Liberazione.it – Claudio Grassi, ex membro della segreteria del partito, interviene sul congresso e sulle prospettive politiche della sinistra.

Claudio Grassi è uno degli esponenti più autorevoli e conosciuti di Rifondazione comunista, del quale è stato parlamentare e membro della segreteria nazionale. Leader della componente “Essere comunisti”, si è dimesso dalla segreteria all’indomani della sconfitta subita dal partito nelle scorse elezioni politiche sotto il simbolo di “Rivoluzione civile”. Uomo attento all’unità di un partito che si è invece contraddistinto nel corso della sua storia per le numerose scissioni, dopo la debacle elettorale ha proposto che tutto il gruppo dirigente rassegnasse le dimissioni per consegnare al Partito una discussione immediata e libera.

Claudio, a poche settimane dal congresso qual è la situazione?

All’indomani del risultato elettorale così negativo del febbraio scorso, sarebbe stato utile che tutto il gruppo dirigente si dimettesse, coinvolgendo subito il partito in un dibattito congressuale. Ricordo, tra l’altro, che questo è stato il percorso deciso e seguito da tutte le forze politiche che hanno partecipato alla lista di Rivoluzione civile. Lo ritenevo giusto non perché avessi in mente un congresso di resa dei conti. Riconosco che le responsabilità erano di tutti, mia come quella degli altri compagni e compagne della Segreteria. Ma di fronte alla ennesima battuta d’arresto del nostro partito si doveva dare all’esterno un segnale diverso e non questo segnale di immobilità, conservazione, incapacità di cambiare.

Ricordo che all’indomani della sconfitta della Sinistra Arcobaleno si chiese immediatamente un cambio di direzione: non capisco perché di fronte alla terza sconfitta elettorale in cinque anni non si sia ritenuto necessario fare quel che, insieme ad altri compagni, chiedevo. E per una questione di coerenza mi sono, personalmente, dimesso.

Ora finalmente il congresso è entrato nella sua fase operativa. Penso si tratti di un appuntamento molto importante. E’ un congresso nel quale si deve poter fare una discussione onesta e sincera tra di noi, al di là della collocazione interna, per individuare la strada migliore per fare uscire Rifondazione dalle difficoltà in cui si trova.

Si tratta quindi di un congresso decisivo…

Certo, perché decide se il malato che è in gravi difficoltà riesce ad individuare la cura per riprendersi oppure no. Questo è lo stato delle cose. E non chiedo né voglio la contrapposizione, ma una discussione vera. Come si sa, sono sempre stato contrario ai documenti contrapposti. Quando sono stati fatti in Rifondazione è perché qualcuno lo ha voluto e io non sono mai stato tra questi. Siccome in questo congresso abbiamo l’opportunità di presentare non solo documenti alternativi, ma anche proposte emendative, sarà questa la scelta sulla quale mi impegnerò. Per quanto riguarda il documento, che anch’io in molte parti ho condiviso e apprezzato, ritengo però che abbia alcuni punti che devono essere modificati. In primo luogo penso che occorra dire una parola chiara sul necessario ricambio di chi ha diretto il partito in questi anni. In secondo luogo penso debba essere modificata la parte su come costruire anche in Italia una Sinistra di Alternativa simile a quella presente ormai in tutta Europa.

Affrontiamo ora i temi della politica con tutti i punti interrogativi che pesano anch’essi sul destino di Rifondazione. Rispetto agli scenari degli altri Paesi europei dove la sinistra d’alternativa è forte, noi siamo invece nella situazione che ben conosciamo di estrema difficoltà. Con Sel che ora invece di guardare a Landini e a Rodotà oltre che a noi, si rivolge a Renzi. A livello partitico rischiamo a questo punto di dover contare solo o quasi sulle nostre forze?
E’ proprio questo modo di ragionare – che ha caratterizzato le recenti prese di posizioni del gruppo dirigente – che io reputo sbagliato. Non possiamo limitarci a fotografare la realtà: il nostro compito è quello di cercare di modificarla. E se noi la valutiamo con questo approccio ci accorgiamo che la situazione è un po’ diversa. E’ vero che Sel ha imboccato una strada di subalternità di fatto al Pd. Ma è anche vero che questa scelta ha determinato resistenze interne a quel partito che noi dobbiamo tenere in considerazione. Ma la stessa iniziativa sviluppata da Landini, Rodotà ed altri a me pare ampiamente indicativa del fatto che non è vero che tutto è fermo e che non si può produrre anche in Italia un nuovo processo riaggregativo a sinistra. E’ chiaro che se noi ci limitiamo a mettere in risalto i limiti e gli errori altrui non andremo mai da nessuna parte. Invece dobbiamo starci dentro, investirci, crederci perché è chiaro che quell’iniziativa sta suscitando delle speranze, delle aspettative in un vasto popolo di sinistra, che oggi non si riconosce nei soggetti organizzati che ci sono a sinistra del Pd proprio per la scarsa credibilità di ciascuno di questi presi separatamente. Il mio ragionamento è semplice: se in tutta Europa esistono aggregazioni d’alternativa che oscillano tra l’8 e il 25% non è pensabile che da noi questo non si determini. In Italia non si sta verificando quello che succede altrove perché le soggettività presenti non hanno trovato le modalità giuste per rappresentare questa istanza di cambiamento e di trasformazione. Di questo dobbiamo discutere al nostro congresso.

Che ruolo può giocare Rifondazione in questo contesto?

Io credo che il Prc debba mettersi a disposizione per costruire questo soggetto di sinistra alternativa. Che non significa sciogliere Rifondazione, ma l’esatto contrario. Rilevo che ci sono due modi per chiudere un partito: uno come ha fatto Occhetto nel 1990 sciogliendolo; il secondo è seguitare a non affrontare le difficoltà che si presentano, pensando che la colpa sia sempre degli altri e che questi si risolveranno con il tempo. Se si vuole veramente rilanciare Rifondazione, e non solo scriverlo sui documenti, vanno sconfitte entrambe queste ipotesi. Noi dobbiamo fare come ha fatto il Pcf in Francia con il Front de Gauche o il Pce in Spagna con Izquierda Unida. Dentro questo processo di costruzione della Sinistra di Alternativa dobbiamo altresì lavorare perché si avvii un processo di unificazione tra il Prc e il Pdci, sapendo che uniti siamo insufficienti, ma che divisi risultiamo semplicemente ridicoli.

Però nei Paesi che tu citi hanno avuto un aiuto dalla sinistra socialista che noi non abbiamo. Che cosa ne pensi?

Ogni Paese ha le sue specificità. E’ vero che in Italia sono successe cose molto diverse e pesano le responsabilità che tu ricordi. Ma è anche vero che in Italia abbiamo avuto in questi anni la categoria più importante della Cgil, la Fiom, che con diverse iniziative ha sollecitato la costruzione di una Sinistra che mettesse al centro della propria iniziativa i temi del lavoro. Inoltre, pur essendovi una crisi delle forze politiche organizzate della sinistra, in alcuni momenti, penso ai referendum e ai risultati delle elezioni amministrative anche di importanti città, è emerso che una opzione nettamente di Sinistra, se si presenta in modo credibile, può raccogliere un vasto consenso. Per non parlare di una parte importante dell’elettorato grillino che oggi ha scelto il M5S in mancanza di una forza di Sinistra alternativa credibile. Penso che noi dobbiamo coltivare tutti questi fili d’erba che crescono nel nostro campo, cercando di farli crescere. E questo dobbiamo farlo noi di Rifondazione, che ancora abbiamo una presenza nella società che è reale e significativa, un grande patrimonio che va indirizzato nella direzione giusta.

 

Credi che nel Pd, qualora diventasse Renzi segretario, si possa aprire una sponda interessante per noi?

Non credo che la dialettica interna al Pd sia tale da avere a che fare con la costruzione di un soggetto della sinistra d’alternativa. Non penso questo. Penso però che se nel Pd, come pare, la guida politica venisse assunta da Matteo Renzi si potrebbe aprire un conflitto con una parte proveniente dal Pds e dai Ds e che si distinguerà già nel congresso con la candidatura di Gianni Cuperlo. Allo stato attuale non ci sono molti segnali confortanti, ma alcuni non vanno sottovalutati. Ho letto per esempio che Civati parteciperà alla manifestazione del 12 ottobre; che anche Cofferati ha un buon rapporto con questa iniziativa. I presidenti delle Regioni con i quali condividiamo una coalizione di governo come Rossi in Toscana, Errani in Emilia e Marini in Umbria non mi pare abbiano le posizioni di Renzi. Penso che il compito di una forza politica che punta ad allargare il proprio spazio d’azione sia quella di cogliere le differenze, non di fare di tutte le erbe un fascio.

Tornando al congresso, Ferrero propone una disobbedienza nei confronti dei trattati europei. Come valuti questa proposta?
Scrivere dei documenti e lanciare delle parole d’ordine è facile. Bisogna collegare sempre queste parole anche con un percorso di proposta che le renda praticabili. Io sono ovviamente contrario a questi trattati che hanno devastato l’Europa, che hanno impoverito i ceti sociali più deboli e hanno determinato il disastro che stiamo vedendo e che ancora più di noi vedono altri Paesi che sono stati così massicciamente colpiti da questi provvedimenti, come la Grecia e il Portogallo. Per questo bisogna dire chiaramente che i trattati vanno cambiati e modificati. Tuttavia credo che oltre a dirlo – e dirlo con parole d’ordine comprensibili e realistiche – noi dobbiamo stare attenti alla praticabilità e quindi lavorare concretamente per mettere assieme le forze con le quali fare una battaglia che abbia un peso nella società italiana. Non possiamo limitarci alla declamazione, ma dobbiamo individuare anche un percorso di lotta.

A questo proposito pensi che il Movimento 5 Stelle possa essere un interlocutore?
Su alcune cose sì, su altre no. Dal punto di vista dell’impianto generale penso che sia un movimento che non mi convince praticamente su nulla. Nel senso che nasce attorno ad una persona, ricalca per certi aspetti la degenerazione che abbiamo visto in questi anni con Berlusconi e seguita purtroppo anche da altre formazioni politiche. Oltre a questo sono contrario anche ad alcune parole d’ordine, ad alcuni obiettivi che sono assolutamente antitetici ai nostri, penso alla questione dell’immigrazione e via dicendo. Ci sono altre cose sulle quali invece possono esserci dei momenti di iniziativa comune. Penso per esempio alla lotta contro le spese militari. In questo c’è un terreno di contiguità che non va disertato.

Per concludere: la questione del segretario. Con quale segretario usciremo al congresso? Non voglio un nome e un cognome ovviamente, ma sicuramente proponi o proponete un ricambio…

E’ ovvio che nel momento in cui io mi sono dimesso e ho chiesto che tutto il gruppo dirigente rassegnasse le dimissioni ho pensato che il partito dovesse avere la forza di uscire da questo congresso con una nuova proposta politica e un nuovo gruppo dirigente. Penso che questo sia necessario non perché ritenga ci siano delle responsabilità specifiche ed esclusive di una persona, ma perché quando un’impresa non solo politica, ma di qualsiasi tipo, non riesce ripetutamente a conseguire i propri obiettivi è chiaro che deve cambiare anche chi conduce l’impresa medesima. Io penso che Rifondazione comunista dovrebbe provare a spingere avanti un nuovo gruppo dirigente che abbia anche la possibilità di presentarsi come un elemento di novità nel mondo della sinistra di alternativa. Quando mi si dice che la cosa è difficile, lo riconosco, ma dico anche che bisogna avere un po’ di fiducia nelle nostre energie e nelle nostre risorse. Ricordo che quando Rinaldini è stato sostituito da segretario generale della Fiom, molti erano preoccupati per l’autorevolezza che aveva assunto come segretario. E la proposta che veniva avanti di un nuovo segretario, ex-operaio di una fabbrica del reggiano, che pochi conoscevano, come Landini, destava più di una preoccupazione. Ebbene, in pochi mesi abbiamo visto che questo sconosciuto sindacalista è diventato in realtà il sindacalista più popolare degli ultimi decenni. Dobbiamo provarci, avere fiducia anche noi nelle numerose risorse di cui dispone Rifondazione. Ci sono, bisogna solo dare loro la possibilità di farlo.


Rifondazione c’è!

Proposta di legge di iniziativa popolare: FIRMA anche TU!

SinistraSenago: per la Senago che vogliamo!

Massimo Gatti: consigliere della provincia di milano

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