Gli operai ci sono ancora

 

Gli operai ci sono ancora

Di SILVIA TABORELLI da http://lindiceonline.com/index.php/blog/indoc/162-la-classe-operaia-tra-reality-e-realta

Cosa direbbe Karl Marx se sapesse che gli operai come forma di protesta scelgono l’autoreclusione per quindici mesi su un’isola in un carcere abbandonato? E Berlinguer, se venisse a sapere che gli operai non ricorrono più allo sciopero, anzi rischiano di perderlo come diritto e quindi protestano salendo su tetti e gru alla ricerca della maggiore esposizione mediatica possibile?

Si può dire che oggi conta più la spettacolarità e la strategia di comunicazione rispetto ai numeri dei partecipanti: non si contano più i manifestanti ma le visite sui siti e le adesioni ai gruppi facebook. Le proteste più di richiamo sembrano essere ormai quelle dei pochi che si autorganizzano in occupazioni simbolo per combattere la chiusura delle fabbriche e la perdita del lavoro. D’altronde se da una parte la piazza, piena o vuota che sia, è in continuo declino come ruolo simbolo di socialità e visibilità, dall’altra la violenza ha dimostrato tutti i suoi limiti. Passare otto giorni su un carroponte, a 20 metri da terra, per la strenua difesa del proprio posto di lavoro è piuttosto una resistenza civile a proprio rischio e pericolo.

Queste azioni, come non passano inosservate agli occhi televisivi affamati di cronaca, attirano per fortuna anche l’interesse più paziente e profondo di solidali autori di cinema documentario. Due esempi interessanti Pugni chiusi di Fiorella Infascelli, premiato nel 2011 al festival di Venezia nella sezione Controcampo (in questi giorni è visibile in streaming su Repubblica Tv) e Dell’arte della guerra di Silvia Luzi e Luca Bellino, a breve in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma nel concorso documentari e dal 1 dicembre disponibile a noleggio (clicca qui per sapere come organizzare una proiezione del film).

Il primo dà voce agli operai della Vinyls di Porto Torres che nel febbraio del 2009 occuparono il carcere dell’Asinara per chiedere la riapertura della fabbrica. La loro storia è diventato un vero e proprio caso mediatico anche grazie all’operazione di comunicazione di due giovani sardi. Con il sito “L’isola dei cassaintegrati – L’unico reality reale purtroppo”, hanno realizzato online una provocazione di successo. I lavoratori trincerati sull’isola sono diventati la voce simbolo di tutta l’Italia che protesta: cassaintegrati, precari, disoccupati. Questa nuova forma di protesta, oltre al blog in contestante aggiornamento, la troviamo raccontata nel libro autobiografico Asinara Revolution edito da Bompiani; in copertina un Karl Marx in lacrime incatenato e bendato (illustrazioni di Manuel de Carli).

Gli operai della INNSEIl film di Fiorella Infascelli non si sofferma molto sull’innovazione comunicativa di questa lotta ma mostra la testimonianza dei lavoratori trascorrendo con loro diverse giornate sull’isola ed evidenziando il contrasto tra la bellezza del paesaggio e il tormento della loro condizione. A partire dal titolo del film viene sottolineata la nostalgia dei protagonisti per le lotte operaie di un tempo e per la mancanza di un punto di riferimento politico e sindacale. Il film inizia con la frase del portavoce del gruppo (Pietro) che dichiara “A me manca molto Berlinguer” ; la colonna sonora è sempre Bella Ciao e gli slogan quelli del Che (chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso). Ne risulta un ritratto di una classe operaia a metà strada tra passato e futuro, con un’identità forte che rincorre come può i tempi che cambiano. La tenacia sembra risiedere sia nei principi di sempre, sia nella convinzione che, grazie a tecnologia e comunicazione, oggi i pochi possono ancora farsi sentire.

Pochi ma decisi ed efficaci nella lotta sono anche i quattro operai dell’INNSE di Milano, i primi nell’agosto 2009 ad inaugurare la stagione delle occupazioni simboliche ed estreme su gru, tetti, torri. Il loro gesto ha evitato la chiusura della fabbrica. Nel documentario firmato da Luzi e Bellino, i quattro si raccontano alle telecamere in interviste molto suggestive ambientate nelle fabbriche dismesse di Milano. Le loro voci si alternano alla cronaca di quei lunghi e caldi giorni di lotta fuori e dentro la fabbrica: con convinte dichiarazioni trasmettono l’esperienza lunga e profonda del conflitto di classe, sentito ancora con sorprendente orgoglio. Una lotta che non esitano a chiamare guerra dando lo spunto ai registi di ispirare il loro lavoro al saggio di Carl von Clausewitz, teorico e militare prussiano. Ne consegue un film volutamente freddo e spietato nelle atmosfere e che non cerca l’emozione facile e il compiacimento del pubblico, in corrispondenza totale ai toni e all’anima dei protagonisti. Molto duri nel parlare della loro guerra che non si improvvisa.

Sempre più blu. Operai nell’Italia della grande crisi (Laterza 2011) è un saggio/viaggio del giornalista Antonio Sciotto dove si raccontano le tante Italie operaie tra le quali quella Vynils e della INNSE. In questo libro non possono mancare inoltre gli operai della FIAT, la fabbrica simbolo del nostro paese a cui anche Gad Lerner ha recentemente dedicato il suo Operai edito da Feltrinelli.

La storia dei lavoratori ha raggiunto un bivio importante nella notte tra il 13 e il 14 gennaio del 2011 con il voto a Mirafiori sul referendum voluto da Marchionne. Una svolta ben descritta da Jacopo Chessa nel documentario L’accordo. Attraverso testimonianze autorevoli (tra gli altri Zagrebelsky, D’Orsi, Cofferati, Bertinotti, Chiamparino) il film ci offre una preziosa analisi di quelle fredde giornate invernali tra un si e un no. Per molti definite la sconfitta della classe operaia ma certamente storiche anche nell’aver risvegliato in media e società civile l’attenzione verso l’operaio dimenticato.
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