Archivio per giugno 2013

A Pomigliano riprende la mobilitazione operaia

wpid-pomiglianodi Umberto Oreste

A nessuno è andata giù la richiesta della direzione aziendale della Fiat di imporre due sabati lavorativi per il 15 ed il 22 giugno.

I lavoratori in produzione, che sottostanno a ritmi impossibili durante l’intera settimana, devono protrarre per ulteriori due giorni la settimana lavorativa; il loro malumore cresce ed i sindacati che hanno firmato lo sciagurato accordo (Fim Cisl, Uilm, Fismic) si rifiutano oggi di indire assemblee retribuite in fabbrica, temendo la rabbia dei lavoratori.

Sono perfino arrivati senza vergogna a trasformare in produzione aggiuntiva le 10 ore di assemblea previste dallo Statuto dei lavoratori.

I cassintegrati sono ulteriormente beffati dalla richiesta aziendale dei sabati lavorativi, a riprova che per loro non esiste nessuna realistica prospettiva di rientrare in produzione.

Ma questa volta una risposta dei cassintegrati c’è stata. Superando vecchie diffidenze reciproche, operai appartenenti alle diverse componenti del sindacalismo conflittuale hanno iniziato un percorso comune incontrandosi in due riuscite assemblee il 29 maggio in sede FIOM ed il 4 giugno in sede SLAI COBAS.

Nella seconda assemblea, estesa al “Comitato delle donne” ed alle organizzazioni politiche (M5S, Sinistra critica, Comunisti Sinistra Popolare), è stata proposta ed accettata una linea di unità tra i lavoratori in produzione ed in cassa integrazione della sede centrale nonché delle sedi periferiche (Nola) e dell’indotto.

Il 15 ed il 22 giugno ci saranno presidi ai cancelli per interloquire con i lavoratori in produzione e convincerli ad unirsi alla lotta dei cassintegrati per il lavoro per tutti.

Le divisioni indotte dal referendum di Marchionne potrebbero essere ricomposte ed il disastro industriale di Pomigliano potrebbe essere adeguatamente fronteggiato.

Umberto Oreste

Da (Fabur 49- Sinistra Critica)

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Comunicato Comitato Antifascista Bollate

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Bollate – 09/06/2013

Il Comitato Antifascista di Bollate ricorda ai cittadini che dal 2008 opera e lavora in difesa dei valori del moderno antifascismo e dell’antirazzismo, denunciando da sempre la presenza nella nostra città della sede della pericolosa setta neonazista hammerskin, utilizzata anche per azioni di proselitismo.

Ora finalmente anche a Roma si è parlato della skinhouse di Bollate riconoscendo la gravità del problema a livello nazionale, come sempre sostenuto dal Comitato in questi anni in tutte le sue iniziative. Sono state iniziative, dai cortei ai presidi e agli eventi culturali, nelle quali il Comitato ha sempre affrontato il riemergere del fascismo e neonazismo, con tutto quanto di abbietto ciò comporta, nella vita della nostra società.

Il Comitato, operando in rete con le altre associazioni e comitati simili sul territorio, è attivo e lo sarà sempre di più prossimamente, con ulteriori iniziative pubbliche sociali e culturali, a partire fin dalle prossime settimane.

Comitato Cittadino Antifascista – Bollate

Francia. Quando i fascisti uccidono

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L’assassinio a Parigi del giovane militante antifascista Clèment Méric è l’ultimo terribile atto di una catena di aggressioni e atti di violenza perpetrati da gruppi nazifascisti in vari paesi europei, in particolare in Grecia, ma non solo. Anche nel nostro paese, al di là della scarsa presa elettorale delle formazioni di estrema destra, cresce il loro attivismo sociale e crescono anche gli episodi di violenza e di aggressione da parte di queste forze.

Con l’aggravarsi della crisi e della disoccupazione, e l’assenza di un’alternativa di sinistra, la minaccia fascista sta crescendo nei paesi europei. E’ una minaccia che va presa sul serio, più di quanto è stato fatto finora, e rende necessaria l’azione unitaria della sinistra di classe anche su questo terreno, cominciando a pensare anche a forme di coordinamento su scala europea.

Esprimiamo la solidarietà all’Union syndicale solidaires nella quale Clément militava, e aderiamo idealmente alle manifestazioni antifasciste che si svolgono in Francia.

Clément Méric, «studente modello», «ucciso per le sue idee»

Di Mathilde Gérard

Di questo giovane si conosce solo una foto, diffusa dal gruppo Azione antifascista del quale era membro: una immagine in bianco e nero che mostra un viso di profilo, paffuto, i capelli pettinati con cura, la camicia a quadretti impeccabilmente abbottonata. All’indomani di un violentissimo scontro con un gruppo di skinheads, nel quartiere Havre-Caumartin a Parigi, Clément Méric, 19 anni, ha trovato la morte, giovedì 6 giugno, all’ospedale Pitié-Salpétrière. L’autore presunto dell’aggressione sarebbe astato arrestato secondo il Ministero dell’Interno.

Originario di Brest, aveva ottenuto lo scorso anno il diploma di maturità con il punteggio S e la menzione, dopo aver frequentato il liceo statale L’Harteloire. Il preside del liceo, Jean-Jacques Hillion, intervistato da Le Télégramme, ha descritto «uno studente brillante, direi anche uno studente modello. Non si dà per caso una maturità S con menzione Bene per poi iscriversi a Sciences Po [Scienze Politiche] Paris.. .» Era «cortese e rispettoso degli altri , ha aggiunto il preside, pienamente impegnato nelle questioni del liceo, in quanto delegato o rappresentante degli studenti. Era particolarmente eloquente e si sentiva in lui l’anima di un giovane capace di assumersi le sue responsabilità.»

I suoi genitori, ritiratisi di recente in pensione nel Gers, insegnavano diritto all’Università della Bretagna Occidentale (UBO, a Brest): diritto pubblico il padre e diritto privato la madre. Ex studenti hanno descrivono una famiglia molto simpatica e di spirito aperto, molto conosciuta da tutta la facoltà di diritto.

«Non era un attaccabrighe»

Clément Méric si era trasferito a Parigi a settembre per proseguire gli studi a Sciences Po. Tutti i suoi compagni hanno parlato unanimemente di «un giovane molto impegnato», «che non diceva mai una parola più alta dell’altra», «una persona dolce», «il tipo di persona che tutti vorrebbero avere nel proprio giro». «È stato ucciso per le sue idee», afferma sbigottito un compagno del primo anno.

Il giovane, che era già militante quando era liceale ed era vicino in particolare alla sezione di Brest della Confédération nationale du travail (CNT) ha rapidamente aderito come studente al sindacato Solidaires Etudiant-e-s di Sciences Po e al gruppo Action antifasciste Paris-banlieue (AAPB). L’organizzazione, erede dei «redskins» [pellirosse], si era impegnata negli ultimi mesi a favore della legge sul matrimonio omosessuale. Un video disponibile sul web mostra il giovane, vestito con una Tshirt arancio e una sciarpa rossa annodata al collo, sfidare i partecipanti della «Manif pour tous».

Secondo molti suoi amici «non era impegnato in un partito politico», il suo militantismo era sindacale ed essenzialmente centrato sulla lotta contro il fascismo. «era molto critico rispetto al Front de Gauche e all’UNEF (Unione nazionale degli studenti di Francia), che oggi si mobilitano attorno al suo nome, ha detto Camille (nome cambiato), anche lei militante di Solidaires Sciences Po. Tutto il clamore politico attuale lo avrebbe fatto arrabbiare. Ė stato aggredito perché era antifascista.»

In una conferenza stampa nel primo pomeriggio, i membri della AAPB hanno tenuto a sottolineare che Clément Méric non era un attaccabrighe, né un mostro di guerra. D’altronde è stato aggredito mentre andava ad acquistare dei vestiti in un negozio, hanno aggiunto.

Numerose manifestazioni erano previste nel tardo pomeriggio o in serata in molte città della Francia per rendere omaggio al giovane. (Articolo pubblicato il 6 giugno 2013 su Le Monde.fr) e ripreso da: sincri il 7 giugno 2013 in Attualità, Internazionale

Francoforte

francoforteA Francoforte con i colori del Prc

Siamo stati a Francoforte sabato, è stata un’esperienza particolarmente intensa. Comunisti, anarchici, ragazze e ragazzi e meno giovani hanno dato prova che la solidarietà internazionalista non è uno slogan ma una pratica. La situazione ha raggiunto più volte livelli esplosivi, ci sono state provocazioni della polizia e la rabbia è stata tanta. Gli spray urticanti non sono stati risparmiati (questa è la specialità tedesca che sostituisce i lacrimogeni). Ma migliaia e migliaia di persone sono restate assieme e non hanno lasciato soli quelli che la polizia ha dichiarato provocatori, “armati” di scudi di polistirolo con su i titoli dei libri che ci nutrono.
Il corteo non si è fatto dividere che con la forza ma non ha lasciato chi era stato costretto in una sacca di polizia. Siamo rimasti faccia a faccia con la polizia per ore ed ore, fino alla fine. Abbiamo applaudito ad una piazza lontana: Istanbul. Abbiamo inveito alla polizia. Eravamo assieme a tutti gli altri con i colori della Rifondazione Comunista. Migliaia di ragazze e ragazzi tedeschi gridavano senza fine in italiano «siamo tutti antifascisti» e noi con loro, con la pelle d’oca a sentirli usare come loro la nostra lingua.
Perché no? Non erano nostri compagne e compagni italiani molti di quelli nella sacca? Non venivano presi a forza e pestati? Non ci siamo divisi, come è successo in Italia, a Roma, altre volte. Davanti alla polizia siamo rimasti tutti assieme a pretendere che chi era stato chiuso nella sacca venisse lasciato andare.
Abbiamo vissuto una giornata di rabbia ma abbiamo trovato dove si uniscono le persone in Europa: davanti ai palazzi dove siedono chi li vuole dividere. Noi vogliamo restare assieme con loro, con i nostri colori che sono anche i loro.

Circolo di Colonia del Partito della Rifondazione Comunista

03/06/2013 12:54 | POLITICAINTERNAZIONALE

Cosa sta accadendo ad Istanbul?

Da ieri stanno giungendo immagini delle lotte nelle strade dell’antica Bisanzio: la città è sveglia da più di 24 ore, centinaia di migliaia di manifestanti sta protestando contro la decisione del governo della città di riqualificare l’area di Gezi park, nei pressi di piazza Taksim, per fare spazio ad un enorme centro commerciale.
Il centro commerciale non è che una parte del grandioso progetto di ricostruzione dell’area di Taksim voluto dall’allora sindaco di Istanbul, il premier Erdogan.
Da lunedì migliaia di giovani – il numero cresce di giorno in giorno – presidia il parco, opponendosi ai buldozer, che dovrebbero fare piazza pulita degli alberi; la polizia non si è fatta aspettare e ha subito respinto con cariche, spray al peperoncino e lacrimogeni il moto dalla protesta, le tende dei manifestanti sono state incendiate e il parco transennato.
Il movimento, che ha avuto il sostegno di artisti ed intellettuali turchi, sta facendo ora i conti con la violenza repressiva della polizia turca, aizzata dal governo di islamici moderati: il Premier ha infatti dichiarato che i lavori di piazza Taksim andranno avanti indipendentemente da quello che i manifestanti faranno. Alla protesta ambientalista si è aggiunta anche l’insoddisfazione per l’autoritarismo del governo turco, che si avvale di una polizia che, secondo alcune denunce pervenute ad organismi internazionali, fa un eccessivo uso della violenza.
Stupisce parecchio vedere le immagini (http://occupygezipics.tumblr.com/) della popolazione in lotta per mantenere uno degli ultimi spazi verdi della città, contro le speculazioni dei potenti, contro la cementificazione spudorata.  Per il verde bene comune a Senago, ad istanbul e in ogni altra parte del mondo, forza manifestanti, non siete soli!

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Il deserto dei delusi

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di Barbara Spinelli, da Repubblica, 29 maggio 2013 –
Strane elezioni amministrative. Le capisci se l’occhio guarda oltre, se vede quel che accade intorno e ha viva la memoria. Le elezioni ci mostrano un’Italia che diserta il voto – quasi la metà dei romani si astiene – e al tempo stesso, ovunque, proliferano iniziative, associazioni.

Come quella che a Bologna ha organizzato e vinto un referendum consultivo sullo Stato troppo avaro con le disastrate scuole materne comunali, troppo prodigo con quelle private: scarsa è stata l’affluenza, ma non la cocciuta grinta dei referendari. I cittadini fuggono i comizi ma intanto le piazze s’affollano di italiani pronti a salutare don Gallo, o padre Puglisi ucciso dalla mafia nel ’93. Due persone mitiche, amate perché politicamente eterodosse.

Lo Stato, la politica, i cittadini: il triangolo resta malato, corrotto, e se c’è chi si rallegra per la tenuta del Pd e la caduta di 5Stelle vuol dire che ha un rapporto storto con la verità. Il triangolo suscita non solo disgusto, ma voglia di altra politica. Nello Stato e nella politica gli elettori credono sempre meno. Sono anche delusi da Grillo, dall’assenza di leader locali forti, ma non smettono il desiderio di partecipare, anche usando la lama dell’astensione. Sono impolitici? Sì, se la politica si esaurisce tutta nei partiti. Se Ignazio Marino ha successo a Roma è perché nel Pd è un eretico: voleva Rodotà presidente della Repubblica, e non ha votato la fiducia alle larghe intese prescritte dal partito. Infine è un laico, mentre il Pd non lo è.

È come se davanti al nostro sguardo scorresse un film che narra più eventi paralleli, e però ha un unico titolo. Narra uno Stato di cui si diffida, perché predato da potenze che il cittadino non controlla: potenze che sprezzano lo Stato imparziale, laico, e se possibile se ne appropriano. È significativo che il Movimento 5Stelle vacilli, sospettato di non aver mantenuto le promesse. Ma è significativa anche la scarsa tenuta del Pdl, guidato da non statisti. Lo stesso Stato, non dimentichiamolo, è da lunedì sotto accusa al tribunale di Palermo per aver vissuto (per vivere tuttora, probabilmente) all’ombra di patti con la mafia, stretti in concomitanza con le stragi del ’92-93 con la scusa che solo destabilizzando fosse possibile stabilizzare l’Italia. Lo Stato è infine giudicato infedele alla Costituzione nel referendum bolognese.

Se guardiamo le tre cose insieme (elezioni, referendum di Bologna, processo di Palermo), il Partito democratico ha poco da festeggiare, e molto da rimproverarsi. È pur sempre il partito che dopo il voto di febbraio ha fatto abiura. Che ha mobilitato 101 traditori per affossare Prodi, ingraziarsi Berlusconi, confermare un Presidente favorevole alle larghe intese. Localmente il Pd ha apparati ferrei: ma apparati benpensanti più che pensanti, timorosi d’apparire di sinistra. A Bologna non ha saputo ascoltare chi difende la scuola pubblica, minacciata mortalmente in tempi di penuria. Di fronte ai processi di Palermo è afasico, avendo avallato l’isolamento delle procure per anni. Non è di sinistra la smemoratezza che regna sui patti con la mafia, avvenuti anche quando lo Stato era retto da politici «amici». Quando Veltroni denuncia i «pezzi di Stato» compromessi nelle stragi mafiose, mai ammette che pezzi del Pd hanno forse tollerato lo scempio.

Né può dirsi di sinistra la difesa delle scuole private dell’infanzia (il 99 per cento cattoliche) che, almeno a Bologna, hanno ricevuto dallo Stato finanziamenti sproporzionati, senza rapporto alcuno con il costo della vita. Una sovvenzione che negli ultimi 15 anni si è più che triplicata, mentre tantissimi genitori si trovavano nell’impossibilità di iscrivere i figli alle scuole comunali o statali gratuite, neglette dallo Stato, e costretti a optare per scuole private a pagamento di cui non condividevano l’impostazione religiosa.

Dice Daniel Cohn-Bendit in un’intervista al quotidiano online Lettera 43 che i partiti vanno trasformati radicalmente – se non soppressi come scriveva nell’immediato dopoguerra Simone Weil – e sostituiti da cooperative, da «spazi di dibattito politico dove la gente possa discutere di questioni ambientali, sociali, culturali». Perché le persone «vogliono oggi vivere, non offrire la propria vita al partito». Perché hanno l’impressione che dibattere serva a creare nuove realtà, ma a condizione di svolgersi «fuori dalle strutture della politica», e mutando il concetto di militanza.

Nella sostanza, pur diffidando di Grillo, è la democrazia deliberativa di 5Stelle che Cohn-Bendit propone: affiancando (ma non distruggendo) quella rappresentativa, rovinata da partiti «più interessati alla cucina interna che a risolvere i problemi ». Non si tratta di mandare tutti a casa («Non c’è nulla di più autoritario che questa concezione». Si potrebbe aggiungere: nulla di più impraticabile). Grillo non è riuscito né a deliberare né a rappresentare, con il risultato che i suoi elettori si sono in gran parte ritirati nelle terre selvagge dell’astensione. Voleva essere una diga contro i flussi incontrollati del disgusto, ma di questo disgusto ha sottovalutato l’impazienza, la voglia di risultati concreti: compreso il risultato di un governo di cambiamento, presieduto da persone non partitiche, che per calcoli tattici Grillo mancò di proporre a Napolitano.

Ciononostante le associazioni cittadine sopravvivono, ed è rivelatore che molte assumano nomi di articoli costituzionali. Per esempio il Comitato articolo 33, promotore del referendum bolognese: l’articolo garantisce scuole statali gratuite, e istituti privati «senza oneri per lo Stato». O il sito articolo 21, che si appella alla libertà di stampa nelle battaglie antimafia. Da tempo la bussola dell’associazionismo è la nostra Carta, non i programmi partitici.

Sono iniziative sparse, spesso misconosciute. Ma sono accanite, non mollano. Nel Manifesto che presenterà il 30 maggio al teatro dell’Eliseo per la rivista Left, Salvatore Settis ne sottolinea la forza: un numero crescente di cittadini si associa dissociandosi, impegnandosi civilmente in modi diversi e inediti: sfiduciando lo Stato com’è fatto e rifugiandosi nell’astensione; militando in M5S; creando piccoli club di scopo volutamente antipartitici (ambiente, salute, giustizia, democrazia). Non meno di 5-8 milioni di cittadini si associano così. «Queste forme di opposizione “vedono” quel che sembra sfuggire a chi ci governa: il crescente baratro che si è aperto fra l’orizzonte delle nostre aspirazioni e dei nostri diritti e le pratiche di governo ».

Non stupisce che Stefano Rodotà, sostenitore del Diritto di avere diritti per far fronte a poteri oligarchici sempre più endogamici e chiusi, sia divenuto per gli associati-dissociati un punto di riferimento. Nello stesso giorno in cui i candidati alle municipali parlavano in piazze vuote, sabato scorso, 80 mila persone affluivano a Palermo per la beatificazione di don Puglisi, e a Genova erano in più di 6000 a salutare Don Gallo. Lo storico Marco Revelli ne deduce: «Il Paese è sano. È la politica a essere ormai un ectoplasma, tenuto in vita solo dalla spartizione di poltrone».

Don Puglisi, le folle l’hanno onorato con la canzone, scritta da Fabrizio Moro sull’uccisione di Borsellino, che s’intitola «Pensa». Proprio quello che i partiti hanno disimparato, specie a sinistra: pensare che “…ci sono stati uomini che hanno continuato nonostante intorno fosse tutto bruciato. Perché in fondo questa vita non ha significato, se hai paura di una bomba o di un fucile puntato». Non pensa, chi sopporta uno Stato che finge di scordare i patti stretti con la mafia, e dunque è pronto a ripeterli. Non pensa, un Pd comandato da 101 persone pronte a tradire l’elettore, e a intendersi con un avversario descritto fino al giorno prima come giaguaro da neutralizzare e bandire.

da Micromega online


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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