Salvate il soldato Letta

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SIGONELLA, USA
Volete ridere? Nella telefonata di lunedì a Enrico Letta il presidente Obama tra le altre cose ha chiesto espressamente aiuto all’Italia per «salvare la Libia dal caos», cioè dalla crescente instabilità per l’avanzata delle milizie islamiche integraliste. Parole tragiche. Come se non fosse stato l’intervento «umanitario» di Nato, Usa e Francia (con bombardieri e migliaia di consiglieri militari) in soccorso degli insorti libici, per buona parte jihadisti, a far cadere Gheddafi nell’autunno 2011.
Sembrano così incredibilmente materializzarsi i fantasmi evocati proprio dal raìs poco prima di soccombere: «State aiutando i nemici dell’Occidente…ve ne pentirete».
Ora dalle parole di Obama quel che viene evocato direttamente è il terrore che si ripeta il «caso Bengasi», l’evento drammatico dell’11 settembre 2012 – solo 8 mesi fa – quando jihadisti ben organizzati attaccarono il consolato americano nella capitale della Cirenaica uccidendo tra gli altri l’ambasciatore Usa Chris Stevens. Un evento tragico sul quale la Casa bianca è sempre più imbarazzata, anche perché la diffusione di tutti i documenti sull’affaire ha messo in evidenza il conflitto aperto tra le diverse agenzie d’intelligence americane. Un conflitto che mise di fatto a repentaglio la vita di Stevens e la leadership statunitense: per quello uscì di scena Hillary Clinton che se ne assunse la responsabilità, il capo della Cia (l’«infedele» eroe di Iraq e Afghanistan) David Petraeus, fino a Susan Rice ambasciatrice all’Onu. Una debacle. Che cosa bisognava nascondere a tutti i costi? Che i criminali protagonisti del bagno di sangue a Bengasi erano stati gli stessi interlocutori della guerra a Gheddafi solo pochi mesi prima.
Per questo Obama ha paura per decidere se intervenire o no in Siria. Non tanto, come fu per l’Iraq, della inesistenza o falsificazione delle armi chimiche, su cui pure c’è stato e c’è scontro nella comunità internazionale. Obama teme nell’immediato il moltiplicarsi dei «casi Bengasi», subito contro le ambasciate Usa dei paesi arabi e poi nella eventualmente «liberata» Siria. Per la quale con Qatar, Arabia saudita e Turchia gli Stati uniti di Obama hanno fatto affluire verso le milizie ribelli (salvo scoprire a posteriori che si trattava di gruppi legati ad Al Qaeda ) miliardi di aiuti in armi, dollari e consiglieri. Vere e proprie finanziarie di morte.
È la grande guerra civile americana: per fermare il «comunismo» durante la guerra fredda, vinta definitivamente nell’89 gran parte per implosione del nemico, dagli anni Cinquanta in poi gli Stati uniti hanno usato, anche militarmente in guerre «pulite» e «sporche», golpe militari, terrorismo di stato, provocazioni, milizie integraliste (internazionalizzando fra l’altro le cellule islamiste che poi sarebbero diventate quella che viene chiamata Al Qaeda). Valori e protagonisti spesso antagonisti e nemici giurati di quella che si vuole a tutti i costi sia invece la democrazia americana. Vinta la guerra fredda, la sfida «innaturale» invece che finire è ripresa più attiva che mai, anzi la guerra combattuta e l’interventismo mascherato da umanitario (dall’ex Jugoslavia, alla Somalia, dall’Iraq all’Afghanistan per vendicare l’11 settembre 2001) sono tornati occupando il cuore della scena globale. Fino a che gli integralisti islamici non si sono messi in proprio, rivolgendo la loro iniziativa criminale contro Usa e Occidente.
Ora, con una telefonata, Obama ha ricordato a Letta che cinquecento marines stanno per arrivare a Sigonella, di pronto impiego in Libia, nella turbolenta Bengasi, santuario con la Cirenaica islamista della scia di sangue che va dall’Algeria al Niger fino al Mali. Ma soprattutto santuario della crisi in Siria, dove si combatte un conflitto per procura tra tutti gli stati mediorientali (che torna a riaprire la ferita mai chiusa dell’Iraq) e tra gli sciiti e i sunniti. E che vede già impegnato, irresponsabilmente, con forniture militari e raid aerei anche Israele.
E’ stata insomma quella di Obama a Letta una telefonata di servitù militare. Per tastare il polso sulla disponibilità italiana a coprire un nuovo intervento militare e per verificare l’asse filoamericano e filoisraeliano dell’ibrido governo Letta-Berlusconi che schiera come ministra degli esteri l’«arabista» Emma Bonino che, a questo punto, pare messa lì a bella posta: sa l’arabo, ma solo per dire no ai diritti dei palestinesi e difendere, come fatto finora, i soprusi del governo israeliano.
Che fare allora? Quello schieramento che è sceso in piazza con la Fiom sabato scorso non può accontentarsi delle pur importanti parole contro la guerra del rigoroso e troppo inascoltato Gino Strada di Emergency. Sigonella ci chiama in causa. Come Aviano. Come dimenticare infatti che nello stesso giorno in cui i giovani terroristi di Boston sono stati incriminati per «armi di distruzione di massa» – (per due pentole di chiodi, che se avessero usato gli ordigni che la Cia fornisce ai jihadisti siriani, altro che tre vittime…) – il Pentagono ha annunciato un investimento di 11 miliardi per adeguare ai nuovi F-35 le 200 testate atomiche americane depositate in Europa, di cui 70 ad Aviano e Ghedi? Testate che Washington da anni prometteva di smantellare.
A proposito, quel che resta di opposizione in parlamento, davvero non ha niente da dire su tutto questo? Non dimentichiamo che, dentro l’attuale crisi del capitalismo, la prima vittima è stata ed è la democrazia. Da questa assenza, cresce una voragine di legittimità della quale la guerra è la fase costituente.

22/05/2013 10:22 | POLITICAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco (Da Controlacrisi.org)

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