Costituzione Fiom. Il popolo delle tute blu invade Roma “per i diritti di tutti”

fiom

“Democrazia e Costituzione si difendono praticandole”. Non è la strabocchevole Fiom del 16 ottobre del 2010. E forse nemmeno voleva esserlo. L’effetto “Roma in rosso” dei cinquantamila in via Merulana, però c’è tutto. E lascia ancora una volta senza fiato. Dietro gli striscioni dei rappresentanti sindacali delle varie aziende, ci sono i volti segnati dalla nottataccia in pullman. Si intona solo “Bella ciao” e “Berlusconi a San Vittore”, ma certo non è il corteo amico del governo Letta. Non è un caso se vice-ministri e parlamentari del Pd se ne sono tenuti a distanza. Tante invece le bandiere del Prc, a fianco a qualcuna di Sel e di Azione civile, N5S.

Il leader della Fiom Maurizio Landini, dal palco, lancia subito il guanto di sfida: “O l’esecutivo cambia quello che han fatto Monti e Berlusconi oppure siamo pronti alla mobilitazione”. Qualcuno potrebbe obiettare che è un po’ poco per una alternativa di società, ovvero per un ruolo politico del più grande sindacato dei metalmeccanici. Difficile però sfuggire alla sensazione che la miccia è accesa. E lo slogan “questo è un inizio” suona come un impegno solenne.

Ecco perché Landini dal palco insiste tanto su democrazia e Costituzione. E’ la democrazia del “poter contare”, così ostica sia a una parte del sindacato, impastoiato in un accordo per momento ancora sui generis sulla rappresentanza, che al Governo, lanciato nella direzione opposta al risultato del voto di febbraio scorso. Quel “poter contare” scritto a chiare lettere nella Costituzione delle Repubblica italiana e per difendere la quale la Fiom mette tutto il suo peso.

Landini si tiene ben lontano dal linguaggio sindacalese. Chiama le cose con il loro nome. I nomi che definiscono la drammatica condizione delle persone, cittadini e lavoratori, in questo periodo di crisi: redistribuzione della ricchezza, patrimoniale, reddito di cittadinanza, estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori, ovunque collocati, tavolo sulla Fiat e sulla politica industriale. Un “programma minimo” perché a pagare la crisi non siano sempre gli stessi. E perché, soprattutto, non se ne esca con un grande salasso dei diritti in nome di quella competitività tra poveri che davvero potrebbe trasformare la crisi in tragedia. Insomma, c’è il rischio che la famosa “uscita da destra” venga spianata proprio dal governo delle larghe intese. “Il Bangladesh non è così lontano”, sottolinea Landini riferendosi alla lotta dei facchini della logistica.

E allora i diritti, “per tutti e di tutti”. Su questo, l’intervento di uno straordinario Stefano Rodotà, galvanizzato dall’abbraccio corale della piazza, è una imperdibile lezione di diritto costituzionale spiegato alle tute blu. Un pezzo da incorniciare, che parte dall’assioma, “assenza di lavoro, assenza di democrazia”. La battaglia per uscire dalla crisi è anche la battaglia per non ridurre questo Paese retto da una sola intoccabile legge, quella del mercato. “Non possiamo aspettare oltre”, chiude Rodotà in mezzo ad un diluvio di applausi.

“Grazie di esistere” urla dal palco Gino Strada, che fa un quadro drammatico del Bel Paese, “in cui ogni giorno ci sono 600 nuovi poveri e in un mese si perdono centomila posti di lavoro”. Difficile uscirne se quelli che stanno al comando, dice Strada, pensano a “soddisfare i bisogni della banche più che quelli delle persone”. Landini su questo usa tutta la diplomazia possibile, ma anche tutta la determinazione necessaria: “Come si puo’ essere al governo con Berlusconi ed avere paura di essere qui in questa piazza? Noi siamo la parte migliore di questo paese”. E nel retropalco Sergio Cofferati, europarlamentare del Pd, commenta: ”Speravo in un comunicato di condivisione degli obiettivi della Fiom come si faceva un tempo, distinguendo i ruoli. Quelli della Fiom sono obiettivi giusti, sono i problemi di milioni di persone che la sinistra politica come il sindacato deve rappresentare in tutte le forme”.

Landini fa a pezzi anche i generici impegni sul lavoro. Quello che manca, e che ancora non si intravede, per Landini, e’ un piano straordinario per l’occupazione che assieme ad una nuova politica industriale riesca a gettare le basi per superare tutte le piu’ grandi crisi aziendali. “In Italia il vero problema non e’ il costo del lavoro ma il fatto che se non investi, se non fai nuovi prodotti, continuerai a perdere sempre quote di mercato”, ammonisce, ribadendo la necessita’ “che si rilanci un piano con cui tornare ad investire anche nel settore pubblico come fa la Germania, la Francia e gli Usa… che non mi paiono paesi del socialismo reale”, aggiunge. E indica anche un modo per reperire le risorse, attingere da quei cento miliardi immobilizzati negli impieghi dei fondi pensioni. Che poi non si dica che la Fiom protesta e basta. “Se aspettiamo – sottolinea il leader della Fiom – c’è il rischio di raccogliere solo macerie”.

Infine, un passaggio Landini lo lascia anche per la Cgil, che in queste ore si sta affannando su un improbabile accordo sulla rappresentanza con Confindustria: “C’è un avanzamento – ammette Landini – ma ci deve essere il diritto di voto dei lavoratori e non le sanzioni sullo sciopero”. Tra gli altri, è intervenuto anche Nicola Nicolosi, della segreteria nazionale della Cgil, fischiatissimo al grido di “Sciopero generale”.

18/05/2013 19:20 | POLITICAITALIA | Autore: fabio sebastiani (Da Controlacrisi.org)
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