Archivio per aprile 2013

Il futuro dell’Italia

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buon 25 Aprile

E fummo vivi; insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi,
piena la mano nel suo pugno, il cuore
d’improvviso ci appare in mezzo al petto.

(S. Quasimodo, 25 Aprile da Il capo sulla neve)

Guardo le vecchie foto della liberazione nelle piazze italiane – donne, uomini, ragazzi festosi, una massa lieta – e m’immagino quale potesse essere la loro felicità dopo vent’anni di umiliazione, dopo una guerra sanguinosa e una violenta lotta di liberazione.

Quelle immagini di persone senza paura, con il sorriso in volto e la dignità negli occhi sono il simbolo di una nuova Italia da ricostruire assieme. La più grande eredità della Resistenza è lo spirito solidale che l’ha animata, contribuendo alla vittoria sulla violenza fascista. In un periodo di grave crisi economica è indispensabile far rivivere lo spirito di solidarietà dei partigiani, in modo da superare le difficoltà in cui versa il nostro Paese. Da soli non si può nulla (o comunque poco) con l’unità degli intenti e delle forze si raggiungono i risultati migliori. Ed è stato questo il messaggio che la Sezione ANPI di Senago ha voluto trasmettere, nei giorni scorsi, ai bambini delle classi quinte elementari dell’ex primo circolo didattico, proponendo loro un laboratorio sulla Resistenza.

Il 25 Aprile per noi vuole essere un giorno festoso, un grande inno alla libertà e alla pace. Ribadire il messaggio di pace che soggiace a questa festività, significa cercare di accantonare alcune tendenziose letture storiche della Resistenza, che hanno come fine ultimo riabilitare gli oppressori e invasori nazifascisti. Italo Calvino scrisse: Da noi, dai partigiani, niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pure uguale a loro, va perduto. Tutto servirà, se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire una umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’intento ultimo e supremo della lotta dei partigiani fu non solo la costruzione di un’Italia più giusta e libera, ma anche la speranza di poter consegnare alle generazioni future un mondo sereno, in cui la guerra venisse accantonata. Forse questa ultima istanza può essere considerata utopica, ma non si può non vedere la bellezza di un intento così alto e così nobile.

Noi partigiani del 2000, figli, nipoti, ammiratori dei combattenti per la Libertà abbiamo il compito altissimo di vegliare sulla Memoria, per poter difendere tutti i risultati e le eredità della lotta dei partigiani.

Buon 25 Aprile a tutti!

Ora e sempre Resistenza!

 

LETTERA AD ISCRITTI E SIMPATIZZANTI

ferrero2012

Roma, 24/4/2013

Cari compagni e care compagne di Rifondazione Comunista,

innanzitutto buon 25 aprile e buon primo maggio.

Vi scrivo dopo la rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano. Si tratta di un esito che abbiamo contrastato e che è finalizzato alla costruzione di un governo tra PD e PDL (la prosecuzione del governo Monti e cioè il contrario di cosa avevano detto in campagna elettorale). Che ha prodotto una grave strappo costituzionale, trasformando nei fatti la nostra in una repubblica presidenziale. Non si era mai vista una contrattazione tra Presidente e alcuni partiti sulla sua elezione e non si era mai visto un Presidente che nei fatti minaccia le proprie dimissioni “davanti al paese” nel caso in cui il futuro governo non segua l’agenda da lui indicata. Se le elezioni avevano chiesto cambiamento, la risposta è stata l’arroccamento.

Noi abbiamo sostenuto in questi giorni l’unica scelta sensata e cioè di votare Rodotà: un Presidente che rappresentasse un segnale di ascolto alla domanda di cambiamento e contemporaneamente il volto migliore della società italiana. Per questo sabato abbiamo organizzato e partecipato alle manifestazioni contro la rielezione di Napolitano. La via che noi proponevamo non è stata imboccata. Questo la dice lunga sul centro sinistra, sul suo profilo politico e sul suo fallimento per quanto riguarda il cambiamento del paese, il rilancio della democrazia, una seria lotta contro le destre e le loro politiche. Il centro sinistra si è dilaniato nell’incapacità di ascoltare il paese, di delineare una alternativa politica e sociale e nei prossimi giorni si troverà a dar vita ad un governo di larghe intese che aumenterà le contraddizioni. Parallelamente il Movimento 5 Stelle si è dimostrato incapace ad utilizzare la propria forza per determinare un esito positivo a tutta la partita.

A questo fallimento occorre dare una risposta: perché larga parte dei giovani non ha un lavoro o è destinato al precariato a vita, milioni di famiglie non arrivano alla fine del mese, la politica del governo Monti non ha fatto altro che aggravare la crisi e produrre licenziamenti. Perché le tessere del PD stracciate o bruciate in piazza rappresentano plasticamente la disperazione di un popolo di sinistra che vorrebbe cambiare ma che non sa più come fare.

A questo tornante storico noi arriviamo in condizioni di estrema debolezza dopo la bruciante sconfitta elettorale di Rivoluzione Civile. Un risultato tanto più deludente perché si trattava di una scelta largamente condivisa nel partito e perché all’inizio della campagna elettorale, la candidatura di Ingroia aveva suscitato notevole interesse e forti speranze. Io penso che le elezioni le abbiamo perse in campagna elettorale. Per i compromessi a cui siamo stati obbligati nella costruzione delle liste ma soprattutto per l’incapacità – nella comunicazione televisiva – di mettere al centro la questione sociale e per la subalternità mostrata nei confronti del PD. Mentre eravamo entrati bene in campagna elettorale, mano mano che questa si è sviluppata, è venuta meno la ragione di fondo del voto per Rivoluzione Civile. Molti dei nostri o non hanno votato o hanno votato Grillo per dare un segnale di rottura.

Io penso che questa sconfitta è pesante ma non è la parola fine sulla nostra esperienza politica: per certi versi le elezioni le abbiamo perse proprio perché i nostri contenuti e il nostro progetto politico sono stati marginalizzati nella campagna elettorale. La sconfitta elettorale non mette in discussione le ragioni dell’esistenza di Rifondazione Comunista ma ci obbliga ad una forte innovazione, ad una svolta.

Non mette in discussione le ragioni dell’esistenza di Rifondazione innanzitutto perché il tema comunismo è più che mai attuale dentro questa crisi organica del capitale, che mostra appieno la sua incapacità a dare una risposta alle domande di democrazia, giustizia sociale e sostenibilità ambientale.

In secondo luogo perché Rifondazione Comunista rappresenta un tessuto di militanza e di intelligenza politica indispensabile per qualsiasi progetto di alternativa.

Per questo ritengo che – mentre il centro sinistra si disgrega insieme alla seconda repubblica – siamo chiamati ad una svolta, ad un salto di qualità.

Dobbiamo innanzitutto rimettere in piedi Rifondazione Comunista. Dobbiamo rilanciare l’iniziativa politica e sociale sui territori e riorganizzare il partito in un processo di rinnovamento adeguato ai compiti e alle risorse che abbiamo. Occorre superare ogni vincolo burocratico o i rimasugli correntizi. Occorre – nella difficoltà – ricostruire il senso di appartenenza a Rifondazione Comunista e parallelamente aprirci verso l’esterno, non chiuderci nelle nostre stanze. Per questo – pur con vari dissensi – abbiamo scelto di non fare il congresso subito: ci saremo trovati con 4 o 5 documenti, con spinte centrifughe a destra e a sinistra, in un congresso lacerante e ripiegato su se stesso. Un congresso che avrebbe – quello si – affossato il partito. Abbiamo deciso al contrario di fare uno “straordinario congresso” che intrecci tre elementi: la ripresa immediata del lavoro politico, un forte lavoro di riflessione articolato in convegni e seminari, la ridefinizione del modo di funzionare di Rifondazione e dello stesso modo di fare il congresso in modo che non sia calato dall’alto ma un percorso partecipato. Arriveremo quindi entro l’anno a fare il congresso ma in tempi e modi tali da preservare e rafforzare la nostra comunità, non di indebolirla ulteriormente.

Il rilancio di Rifondazione Comunista per noi deve procedere di pari passo con la proposta di costruire un soggetto unitario della sinistra, antiliberista, alternativo alle destre come al centro sinistra, da costruire su basi democratiche sul principio una testa un voto. Abbiamo sempre detto che Rifondazione è necessaria ma non sufficiente e questa è la nostra bussola. Rilanciamo quindi il progetto di Rifondazione Comunista e parallelamente proponiamo a livello nazionale e territoriale la costruzione di un processo unitario a sinistra, che sia democratico e non di vertice: abbiamo provato prima con la Federazione della Sinistra e poi con Rivoluzione Civile e abbiamo visto che gli accordi di vertice non funzionano, è necessario il pieno coinvolgimento dei compagni e delle compagne.

Oggi vi sono in campi vari progetti di aggregazione a sinistra, che esprimono progetti politici diversi e rischiano di essere tra loro escludenti, consolidando l’attuale diaspora della sinistra. Noi Comunisti dobbiamo avere un orientamento chiaro: in primo luogo dialogare ed interloquire con tutti questi processi e con il complesso delle forze che a sinistra si muovono sul terreno antiliberista e si pongono l’obiettivo di costruire l’opposizione al prossimo governo di larghe intese. In secondo luogo proporre a tutti la costruzione dell’opposizione e di un processo unitario di sinistra – fatto su basi democratiche e partecipate – che metta al centro il contrasto alle politiche europee e la connessione con le altre forze della sinistra europea. Noi ci battiamo per costruire un nuovo spazio pubblico unitario della sinistra di alternativa, per la costruzione in Italia della sinistra europea, sulla scia di Syriza, del Front de Gauche, di Izquierda Unida.

E’ quindi necessario che i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista operino per il rilancio del partito: Attraverso una svolta nella sua vita interna e nella capacità di costruire un movimento popolare di opposizione alle politiche neoliberiste. Attraverso la costruzione di un percorso di aggregazione della sinistra antiliberista. Questi sono i due cardini su cui far marciare oggi la nostra proposta politica. In questa direzione vi invito sin da subito ad organizzare la partecipazione la più larga possibile alla manifestazione indetta dalla Fiom per il 18 maggio prossimo.

Saluti Comunisti

Paolo Ferrero

Napolitano e il golpe bianco

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Napolitano e il golpe bianco

Pubblicato il 22 apr 2013

di Paolo Ferrero –

Nei giorni scorsi ho dato un giudizio molto pesante sulla rielezione di Napolitano e ho condiviso con Grillo la definizione di golpe bianco. Vorrei spiegare perché sono convinto che questo sia stato e che le grida sdegnate non spostano di un millimetro il problema.

Nel nostro ordinamento il Presidente è il garante della Costituzione e rappresenta l’unità del paese. E’ quindi una carica per così dire ‘impolitica’, super partes, per certi versi è il contrario di quanto prevede il presidenzialismo, dove il presidente è eletto dal popolo proprio in virtù della sua proposta politica. Nella vicenda dell’elezione di Napolitano è successo il contrario: Napolitano ha contrattato con i partiti le condizioni per una sua rielezione in termini di governi, programmi, relazioni con la Ue.

Il Presidente è diventato da garante della Costituzione a garante di una parte del sistema politico: è stato eletto in quanto garante del futuro governo di cui ha già dettato una parte del programma indicando nell’agenda dei 10 saggi la base su cui operare su due terreni fondamentali come la riscrittura delle regole e la politica economica. Siamo passati da una repubblica parlamentare ad una repubblica presidenziale a democrazia contrattata il cui scopo non è rappresentare gli interessi del popolo italiano ma l’applicazione delle direttive e dei diktat dell’Unione Europea. La sovranità popolare è sostanzialmente azzerata da partiti che chiedono il voto per fare una cosa e ne fanno un’altra.

Questo sostanziale snaturamento della funzione del Presidente della Repubblica segue la nomina del governo Monti un anno e mezzo fa e la nomina – del tutto estranea alla Costituzione – dei 10 saggi qualche settimana fa. E’ discutibile se sia stata violata la lettera della Costituzione ma certo quanto è avvenuto in questi mesi e segnatamente nell’ultimo passaggio non ha nulla a che vedere con l’impianto costituzionale e con lo spirito della Costituzione. Ecco perché ho parlato di golpe bianco e perché penso vi sia una vera e propria tendenza al regime oggi in Italia, tendenza accompagnata da un ruolo certo non neutrale di larga parte dei mass media. Del resto Luttwak – uno che di colpi di stato se ne intende – dice: “Un colpo di Stato consiste nell’infiltrazione di un piccolo, ma fondamentale, segmento dell’apparato statale, che viene poi utilizzato per spostare il governo dal suo controllo”; così la forza armata (sia militari o paramilitari) non è una caratteristica distintiva di un colpo di Stato. Ecco, l’uso della forza non è una caratteristica distintiva di un golpe bianco.

ilfattoquotidiano.it

I saggi scoprono la povertà

PFerrero

I saggi scoprono la povertà. Ma non cosa la provoca. Ferrero (prc) : Disdetta unilaterale Fiscal Compact

“La crisi finanziaria globale del 2007-2008 e le recessioni che ne sono conseguite hanno inferto un colpo grave a un organismo già debilitato. In questo modo non è diminuito solo il reddito, ma la qualità della vita di milioni di persone. Ne discende la principale emergenza che ci troviamo oggi ad affrontare: quella del lavoro e della conseguente crescita della povertà. Oggi in Italia hanno un lavoro, anche solo precario, 56 persone su 100 tra i 15 e i 64 anni. In Francia sono 64, in Germania 73. Su 100 giovani fra i 15 e i 24 anni, in Italia lavorano in 17, in Francia 28, in Germania 47. E’ a rischio di povertà ed esclusione sociale il 28,4% dei residenti nel nostro Paese”. Questo quanto scrivono i 10 saggi nominati da Napolitano. Anche loro finalmente hanno scoperto la povertà. Parole queste che arrivano fuori tempo massimo, e che sono inserite in una serie di proposte che sono tra loro inapplicabili dato che di fatto non mettono in discussione i trattati che l’Europa impone al nostro paese. A commentare le parole dei Saggi è intervenuto il segretario del PRC Paolo Ferrero. “Quanto detto dai ‘dieci saggi’ – dice Ferrero – a proposito dei milioni di italiani a rischio povertà non fa altro che confermare l’urgenza di quanto abbiamo denunciato da tempo e nello specifico pochi giorni fa in una lettera aperta al Presidente della Camera Laura Boldrini. Il Parlamento, invece che continuare a perdere tempo in manovre di palazzo, si occupi della drammatica situazione economica e dell’occupazione, frutto delle scellerate politiche di Monti. Per questo abbiamo chiesto che la Camera discutesse subito di questi temi e che Grillo, Bersani, Berlusconi e gli altri, invece di continuare a chiacchierare, definissero ora le loro proposte concrete. Noi ne abbiamo alcune precise: disdettare il Fiscal compact, istituire subito il reddito minimo per disoccupati e precari, tagliare pensioni e stipendi d’oro per alzare i salari e le pensioni più basse, fare una tassa sui grandi patrimoni”.

12/04/2013 18:50 | POLITICAITALIA

(Da Controlacrisi.org)

«No, non fu una rivoluzione quella della Thatcher. E continua a dare i suoi frutti marci»

THATCHERIntervista a Giorgio Cremaschi che, nel 1985, portò la solidarietà della Fiom
ai minatori gallesi (Da Liberazione online)

Giorgio Cremaschi nel 1985 ero segretario della Fiom Brescia. Inizia subito a raccontare i ricordi che fluiscono da quando s’è sparsa la notizia della morte di Margaret
Thatcher. «In quell’anno, per alcune settimane, partecipai a una delegazione di sindacalisti che andò a Mardy per portare aiuti a quel piccolo villaggio dove c’era l’ultimo
pozzo minerario. Prima di arrivare lì facemmo una colletta radunando tutti i soldi che avevamo, rinunciando a qualsiasi souvenir per fare una colletta.
Erano tutti in sciopero, il villaggio viveva in autogestione. E viveva di solidarietà. Vissi ospite di una famiglia di minatori con cui avevo un rapporto bellissimo. Ricorderò
sempre l’odio profondo di quella famiglia per la signora Thatcher che li affamava. Ricordo un’altra cosa di quella “rivoluzione”conservatrice: prima di arrivare nel Galles
fummo ricevuti nella sede delle Trade Unions a Birmingham dove ci fu un rinfresco, come si usa. Ci colpì, a noi che venivamo dall’Italia, che alla fine del rinfresco
passasse un sindacalista a raccogliere i salatini avanzati. Furono anni terribili di fame e in Grecia, quasi trent’anni dopo, avrei rivisto la stessa miseria».
Cremaschi, storico leader dei metalmeccanici, non ha dubbi: «la signora Thatcher è stata una criminale dell’umanità. E i suoi crimini non si sono esauriti, si perpetuano
grazie al relativo successo per i ricchi delle politiche liberiste che fanno sì che quelle misure vengano ripetute. La Thatcher è la leader del capitalismo che, dopo i
dittatori fascisti, ha fatto più male ai diritti dei lavoratori e anche ai diritti civili. Infatti fu lei a definire criminale Bobby Sands e a lasciarlo morire con altri prigionieri
politici dell’Ira».
Hai ragione, era anche omofoba. Nel terzo mandato promulgò perfino una legge che rendeva un reato parlare nelle scuole, in qualsiasi modo
che non fosse negativo, di omosessualità. Però c’è chi insiste a definirla una rivoluzionaria.
La sua è una cultura reazionaria populista che ha fatto sì che la Thatcher diventasse simbolo di un progetto reazionario. No, non vedo nessuna rivoluzione. E’ una
controrivoluzione, e continua a dare suoi frutti marci.
Secondo te perché vinse?
Perché era brava, scelse il momento giusto, usò la crisi delle miniere per colpire direttamente l’organizzazione sindacale. Non bisogna dimenticare la sua capacità di
organizzare una reazione di massa. In qualsiasi altro paese europeo sarebbe stata attuata con forme fasciste. In Sudamerica, l’esempio più vicino fu Pinochet, che agì
ancor prima di lei.
E perché in Gran Bretagna non accadde in quelle forme?
Per la tradizione liberale più forte, lunga un paio di secoli, una forma flessibile della democrazia. Nella cultura politica di quel paese sarebbe stato difficile scalzarla come
sarebbe avvenuto in paesi con una democrazia liberale più giovane.
Fu comunque piuttosto disinvolta nei riguardi di regimi come quello di Pinochet, suo alleato contro l’Argentina nelle Malvinas, e nei riguardi
del diritto internazionale: fece affindare un incrociatore nemico, il Belgrano, fuori dal limite della zona di guerra. Fu feroce dentro e fuori i
confini britannici.
Sì, la Thatcher stabilì una legge che rendeva illegale lo sciopero, che vietava gli scioperi di solidarietà, che faceva andare in galera i sindacalisti. Ancora adesso, lo
sciopero in Gran Bretagna è ammesso solo nella tua azienda. Centinaia di migliaia di poliziotti furono attivati in uno scontro di classe vinto dal più forte, ma fu vinto con
l’uso della polizia, di leggi speciali, deportazioni di massa dei minatori in prigioni speciali, con l’organizzazione del crumiraggio, con l’uso dei servizi segreti per spiare i
sindacalisti (usò Echelon per spiare perfino due ministri di cui non si fidava, ndr), li trattava alla stregua di spie libiche o, appunto, argentine. Si trattò di una brutale
guerra di classe, anche le collette erano vietate e i fondi venivano sequestrati.
Qual’è la sua eredità?
Quella violenza inaudita che travolse il movimento sindacale inglese, quella guerra contro il suo popolo ha come unico paragone, come eredità vera, solo le politiche di
austerità, le guerre che tutti i governi europei stanno conducendo ora contro i rispettivi popoli. Dire che grazie a quella politica, come dicono alcuni anche a “sinistra”, ci
fu una crescita economica della Gran Bretagna, fondata sulla finanza e la speculazione vuol dire che la Thatcher è all’origine della crisi attuale, è la responsabile della
crisi economica mondiale. Per tutti quegli esponenti politici che oggi dicono che in fondo ha fatto anche delle cose buone, vale lo stesso giudizio che si dà a chi dice lo
stesso a proposito di Mussolini e il fascismo. Ma guarda bene che il suo migliore seguace è stato il “laburista” Blair mica il conservatore Cameron.
Cosa mancò alla sinistra inglese ed europea, a quel sindacato, per contrastarla?
Il sindacato europeo non capì il senso della svolta, volle pensare che la sconfitta era dovuta all’estremismo dei minatori come la sconfitta alla Fiat, qualche anno prima,
sarebbe dipesa dall’estremismo dei metalmecccanici di Torino. Non si capì la svolta reazionaria, l’abbandonno unilaterale del compromesso sociale e che il capitalismo
aveva scelto di tornare alle sue ragioni brutali. Si preferiva pensare “però questi minatori stanno esagerando”. Non faccio nomi, ma ricordo molte discussione in Cgil
dove si paragonava la situazione inglese ai 35 giorni del 1980 a Mirafiori. C’era la paura dell’inizio dell’attacco allo stato sociale e la paura della reazione, come avviene
spesso, ti faceva negare la realtà. La Thatcher non fu compresa come sarebbe avvenuto molti anni dopo a Pomigliano. Ora lo vediamo col milione di disoccupati quello
che si preparava. Ci fu una grandissima solidarietà da tutta Europa ma non bastò a capire che era l’inizio della controrivoluzione sociale. Una colpa che paghiamo
ancora.
Come funzionava la vita quotidiana in quel villaggio?
Le mogli stavano a casa e gli uomini si organizzavano per fare i picchetti, per bloccare il carbone, fare assemblee. Con noi c’era il corrispondente dell’Unità a Londra,
Antonio Bronda. Beh, era un “migliorista” (la corrente di destra del Pci, quella di Lama e Napolitano, ndr) ma quei giorni visse con noi, ascoltò le confessioni dei
minatori gallesi, il loro “odio” per gli inglesi. Alla fine era commosso ed era diventato un ultrà filominatori.
Blasco (red)
in data:10/04/2013

Vergogna! 25 aprile. A Torino tutti uniti contro i partigiani

partigiani

Vergogna, vergogna, vergogna, questo il grido che leviamo a fronte del provvedimento del Consiglio della Circoscrizione 9 della città di Torino di cessazione di qualsiasi rapporto con la locale sezione Anpi in merito alla celebrazione del 25 aprile.

Adducendo a presunti disguidi nello svolgimento della festa il provvedimento in questione tra l’altro recita: ”…se si sono usati termini come “nazicomunisti” (ndr nell’ambito della discussione del Consiglio della Circoscrizione) lo si è fatto nei confronti di gruppi che fanno dell’intolleranza, della violenza, della vigliaccheria la loro prassi quotidiana con una sintesi perfetta dei due mali immondi dello scorso secolo: il nazismo fortunatamente cancellato dal pianeta, ed il comunismo, che domina tuttora in molte nazioni ed ammorba ancora pesantemente vita politica, gangli, istituzioni e poteri della società italiana…”.

Tra i molti strafalcioni di segno reazionario il Consiglio ha approvato un provvedimento che dice della necessità di “spiegare ai giovani, nelle scuole, la grave deviazione di alcuni Partigiani, Gruppi, Brigate di ben chiaro colore politico, che, in pregio agli stessi ordini del C.L.N: hanno compiuto…gravi atti militari…fedeli alla linea politica…(del) l’Unione Sovietica, che aveva come unico scopo non la Liberazione…ma la sostituzione di una dittatura con un’altra peggiore: il comunismo”.

Non pago il Consiglio di Circoscrizione impegna il Presidente e la Giunta a “condannare pubblicamente” il contenuto di una lettera di denuncia della sezione locale dell’Anpi. In questa lettera l’Anpi, a proposito delle deliranti posizioni assunte dalla Circoscrizione, parla senza mezzi termini di una “deriva culturale e morale” e insieme a ciò del “tentativo di sottrarre alla nostra associazione, con fini revisionistici, l’organizzazione del 25 aprile nel nostro quartiere”.

Non ci sono molti commenti da fare a questo provvedimento spazzatura approvato nei giorni scorsi sennonché il provvedimento presentato da un consigliere di centrodestra è stato approvato grazie ai voti dello schieramento di centrodestra, dei moderati di Fassino, del Movimento 5 Stelle e, dulcis in fundo, grazie all’astensione o alla non partecipazione al voto determinante di quelle forze che detengono la maggioranza consiliare (Pd, Sel, Idv).

Al Sindaco della città, al Consiglio Comunale, alle associazioni democratiche chiediamo una immediata presa di posizione di distanza dall’immondo turpiloquio messo in atto da una istituzione locale che si è dimostrata del tutto avulsa da un minimo di cultura storica e costituzionale. All’Anpi va tutta la nostra solidarietà. La esprimiamo con la rivendicazione e l’orgoglio di un’appartenenza politica che non solo ha costituito un pilastro fondante della Liberazione del nostro Paese ma con la quale continueremo a testimoniare un impegno forte per una società più giusta.

Dichiarazione di EZIO LOCATELLI (segretario provinciale Prc Torino), JURI BOSSUTO (già candidato sindaco di Torino)

(Da Controlacrisi.org)

ULTIMA CHIAMATA

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Ultima chiamata

4 aprile, 2013
L’enormità della sconfitta che abbiamo subito nelle ultime elezioni politiche ci obbliga ad un atteggiamento diverso dal passato e ad assumerci responsabilità guardando in faccia le cose per come sono.
Non è una sconfitta tra tante, è una disfatta che riguarda tutta la sinistra, sia quella riformista sia quella di alternativa e radicale. Una disfatta che non investe solo – e forse neanche prevalentemente – l’ambito elettorale, ma più in radice quello sociale del nostro Paese, evidenziando lo scollamento ormai conclamato tra le forze organizzate della sinistra e i soggetti che esse dicono di rappresentare o credono di rappresentare, lasciati senza voce e senza sogni.Guardare in faccia le cose significa per noi, che siamo parte in causa, cogliere questo dato di drammaticità, sapendo che l’amaro non si stempera neanche se una legge elettorale incostituzionale viene in soccorso per consentirti di eleggere deputati in Parlamento, o se per una manciata di voti il maggioritario sballa le proporzioni della vittoria dell’uno sull’altro. Il sistema elettorale in Italia è truccato, ed ha modificato nel profondo il modo di pensare degli elettori e il rapporto tra politica e persone. Non possiamo prescindere da ciò e confondere tra loro le cause con gli effetti. È in questo mare amaro che dobbiamo nuotare. In questo sistema dobbiamo intervenire. A questo popolo così condizionato dobbiamo imparare a parlare. E sfuggire, per non precipitare nell’impotenza, dalla consolatoria constatazione di essere effetto di una causa esterna: dato il maggioritario, la sinistra radicale è destinata a stare fuori dal Parlamento, alla mera testimonianza. Dunque che colpa abbiamo noi?

Nessuno che abbia a cuore che vinca la politica delle ragioni degli ultimi e che si ponga grandi compiti trasformativi può dire di aver fatto un passo in avanti in questi anni di crisi. Troppo spesso abbiamo cercato conferme nel coltivare ciascuno il proprio orto, distratti dalla giustezza delle nostre nobili ragioni, ciascuno le proprie. Eppure questa distrazione oggi sarebbe imperdonabile: ci impedirebbe la visione degli elementi potenzialmente vitali del mondo circostante. Un capitalismo agonizzante, una situazione sociale esplosiva, ed il bipolarismo ha subito un duro colpo. Non è questo il momento di affrontare la questione dell’unità della sinistra diffusa e delle sue organizzazioni sulla base di ciò esse condividono?

La realtà si è squadernata con una limpidezza assoluta anche per dirci in modo spietato chi siamo e come siamo percepiti. In questo mondo, certo. Nel nostro Paese e nel nostro tempo, non altrove. Non conta nulla?

La sinistra, o meglio quello che in passato è stata la sinistra, è divisa e frammentata, sostanzialmente muta, tutta presa da discussioni interne che nessuno ascolta e che non suscitano alcun interesse fuori di essa. Se non si capisce in questo contesto che non è più il tempo dell’ordinaria amministrazione, ma di una vera e propria rivoluzione, significa, nella migliore delle ipotesi, scegliere di fare malinconicamente i curatori fallimentari delle rispettive ditte.

Crediamo che non sia sufficiente proseguire ognuno a testa bassa con la operosità solita, gli strumenti consueti, l’instancabile fare quotidiano, come se la tenacia fosse sufficiente ad aprire i varchi per nuovi percorsi di liberazione da costruire. Noi pensiamo che vada fatto uno sforzo di più: di pensiero e di azione. E che la nostra generosità oggi, come compagni e compagne di Rifondazione, sia di fronte ad una prova ulteriore, superiore: mettere a disposizione tutto ciò che abbiamo accumulato in termini di elaborazione, competenze, saperi, pratiche di lotta, per far scorrere linfa di nuovo, insieme ad altri ed altre.

Costruire e ancora costruire un luogo comune per progettare qui ed ora la strada del cambiamento. Uno spazio in cui tutti i soggetti politici, sociali, sindacali, di movimento a sinistra del Pd aprano la strada per la costruzione di una grande sinistra di alternativa. Provare a far sì che non sia la convivenza dei singoli orti, la gigantografia dei limiti di ciascuno, e quindi che non muoia prima ancora di nascere.

Questa è la sfida che abbiamo davanti. Saremo capaci di metterci la testa e il cuore?

Linda Santilli, Claudio Grassi

RISIKO !

Risiko


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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