Scuola Titanic, una breve nota a margine degli ultimi provvedimenti di Profumo

L’allungamento dell’orario di lezione per i docenti, da diciotto a ventiquattro ore settimanali è l’ennesima riprova dell’ignoranza del nostro governo in ambito educativo. Il provvedimento, per riprendere le parole del Segretario Ferrero, è una stangata inaudita per il mondo della scuola, che rischia di lasciare a casa circa trentamila precari. Arrivati a questo punto c’è da chiedersi se effettivamente Profumo (ma anche i membri del suo staff) siano mai entrati in una scuola o in un’università e abbiano saggiato di persona la reale situazione del sistema educativo italiano. Non è un mistero il fatto che molti buoni docenti siano costretti ad un “volontariato coatto”, che sfora l’aula ed entra prepotentemente nelle case: un insegnante è tenuto, almeno per onestà intellettuale, a preparare lezioni, a correggere i compiti in classe, ma qui il Ministero non vede, non sente e non parla. La fatica fisica, intellettuale ed emotiva di un insegnante è, in pratica, forza lavoro a “costo 0”. Gli insegnanti dovrebbero smettere di preparare lezioni, correggere compiti, sarebbe uno sciopero indispensabile per mostrare all’esterno (cioè alla società e al ministero!) quanto lavoro “ombra” ci sia alle spalle del lavoro palese in classe.

L’incidenza sociale di questa operazione di macelleria è fortissima: oltre ai “fortunati” già di ruolo, che si vedono effettivamente decurtare lo stipendio, ad essere colpiti profondamente da queste nuovissime decisioni sono i molti docenti precari. Nessun governo ha saputo dare una risposta ai giovani docenti freschi di laurea e abilitazione, che sono costretti ogni anno ad elemosinare ritagli di cattedre, adattandosi a compromessi iniqui. Nemmeno l’attuale governo, benché abbia detto di aver sbloccato il sistema del reclutamento attraverso i TFA (tirocinio formativo attivo) e benché abbia bandito un fantomatico concorso, riesce a garantire un impiego dignitoso per il personale precario. Anzi, i TFA e il concorso (riservato ad una strettissima fascia di personale) paiono delle decisioni madide di demagogia, prese per ingannare e aumentare la precarietà. Chi potrebbe garantire ora ad un giovane una cattedra?

Considerata bene la trafila delle “ottime” decisioni del tecnoministro si arriva alla tanto ovvia, quanto drammatica, conclusione che l’intento precipuo dell’attuale governo sia quello di completare la demolizione della scuola pubblica, al fine di limitare sempre di più l’accesso alla cultura alle “classi popolari”.

I nostri “padri costituenti” erano ben consapevoli, dopo un  lungo periodo di oblio della libertà di pensiero, che una scuola pubblica fosse l’unica garanzia di “progresso materiale e spirituale” per il nostro paese. Questo nobile e fondamentale intento ora viene meno, in quanto si preferisce lasciare il monopolio dei saperi ad una elité di pochi privilegiati, contrapposti ad una “massa” dotata soltanto di minimi ed elementari rudimenti culturali.  Tutto questo è inaccettabile per un paese segnato profondamente da una crisi economica: è inutile ribadire che non possiamo permetterci un popolo condannato all’ignoranza. Senza scadere nella  facile e stucchevole retorica penso che il diritto ad un’educazione completa, di qualità, sia equiparabile al diritto alla sanità fisica e psicologica, al diritto di vivere in un luogo salubre, non inquinato. L’accesso pieno alla cultura PER TUTTI è una efficace via d’uscita dalla crisi, è l’unica istanza di rinnovamento che abbiamo nelle  nostre mani.

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