Il tramonto dell’impero (del) celeste

Per quanto il nostro eroe spergiuri che “morirà lui e tutti i suoi filistei” oppure che vivrà in eterno, l’era di Formigoni al Pirellone, ma sarebbe bene dire nell’agone politico generale, sta per tramontare definitivamente.

Questo accadrà perché anche i consiglieri regionali leghisti si dimetteranno e quindi verrà meno la maggioranza nel Consiglio Regionale ovvero potrà tirare a campare ancora qualche mese dopo un abborracciato e imbarazzante rimpasto. E’ di poche ore fa la notizia che la Lega Nord, dopo un iniziale vertice in cui sembrava allungare sine die l’agonia del governo e del governatore lombardo, sia giunta a più miti consigli abbandonando il celeste al proprio destino.

Pare che un sussulto di dignità oltre che il rischio di un tracollo elettorale abbiano portato al compromesso di tenere in piedi il centrodestra formigoniano solo il tempo necessario ad una riscrittura della legge elettorale regionale, con eliminazione di listino, per poi prendere la via del voto anticipato il prossimo anno in occasione del voto per le elezioni politiche.

Eppure era parso vero, almeno per un poco, al celeste Roberto Formigoni che la minaccia avesse sortito l’effetto sperato. Formigoni aveva tuonato e promesso di trascinare nel baratro Piemonte e Veneto, regioni amministrate dal centrodestra, ma soprattutto a guida leghista con Cota e Zaia, . Pare che anche Alfano abbia lasciato il celeste con il cerino in mano.

La Lega sembrava accontentarsi di un rimpasto e dell’azzeramento della Giunta e tutto poteva continuare, come se niente fosse fino al 2015. Ma forse la base padana, ormai sempre meno focosa e lontana dai giorni di gloria del prato di Pontida, ha dato qualche scossone risvegliando anche il leader minimo Roberto Maroni che ha ricordato i tempi in cui vantava il proprio operato (vero o presunto) da Ministro degli Interni del Governo Berlusconi contro la criminalità organizzata. Effettivamente stare anche solo per un attimo in una coalizione in cui vi sono persone arrestate per aver acquistato voti di preferenza dalla ‘ndrangheta sarebbe stato troppo anche per gli stomaci più forti abituati a digerire abbondanti libagioni a base di cassoeula

Il destino del governatore celeste, come si autodefinisce il comunion-liberista Formigoni, è comunque segnato. E se fino a qualche anno fa sembrava che l’abbandono della Regione Lombardia potesse e dovesse coincidere solo con l’assegnazione di incarichi a livello nazionale oggi il quattro volte presidente regionale è destinato solamente al peggiore degli oblii e dei declini. Questo forse lo perseguita, molto più dei fantasmi narrati ed evocati dal simpatico Crozza e dei fischi raccolti nella natia Lecco. La carriera politica del preferito dalla Compagnia delle Opere, quel soggetto politico-amministrativo per cui la pecunia non ha ma mostrato alcun lezzo ed è sempre stata ben accetta, indipendentemente dal modo con cui veniva introitata, è giunta finalmente al capolinea.

Anche questa volta la Lombardia non ha perso la corsa ad essere apripista di un percorso che vuole l’attuale clima politico precipitare in un fango dal quale difficilmente potrà ripulirsi. I paralleli storici nei corsi e ricorsi più beffardi degli eventi con la Tangentopoli del 1992 sono ormai superati. Ogni confine ed ogni primato è stato valicato. Se nel 1992 vi era un clima che faceva però ritenere che un sussulto morale ed uno spessore etico differente potesse risvegliare il paese da un pericoloso torpore, oggi la letargia ed il pericolo di una deriva qualunquista sono più che mai attuali.

Dalla Lombardia al Lazio, ma a tutto il territorio nazionale la situazione è pervasa dal malcostume di chi, preso anche in flagrante, non sente il minimo rimorso e la minima sensazione di vergogna. In questo contesto la politica rischi fortemente di essere autoreferenziale.

Una sorta di rivoluzione etica dovrebbe accompagnare questi processi  ed invece il rischio è che tutto naufraghi nel non voto in un astensionismo che vede la cittadinanza ed il popolo abdicare ai propri diritti e doveri di depositari della sovranità nazionale.

La seconda repubblica, ammesso che sia mai nata, non ha nemmeno raggiunto la pubertà. Come è noto non abbiamo un ordinamento istituzionale da cui derivano differenti repubbliche, a livello nominale, dopo le modifiche costituzionali come avviene in Francia.

In Italia abbiano una sola Repubblica, nata nel 1946 per volontà dei cittadini che la scelsero per mezzo di un referendum e che si fonda su un testo costituzionale promulgato nel 1948. Questa Costituzione è ancora uno dei testi più belli tra quelli approvati al mondo e ha subito purtroppo alcune modifiche, tutte finora deteriori rispetto al testo originario. Del titoloV abbiamo già parlato in un altro post. Purtroppo ogni volta che si è messo mano alla Costituzione è stato per peggiorarla, ma la Repubblica Italiana con i suoi principi cardine sopravvive ancora nella sua totale integrità.

Quindi la Seconda Repubblica è solo un modo di dire, che è entrato nel gergo dei giornalisti più che degli storici. Il destino del paese sembra tornare a quei giorni e la politica di oggi rimuore dello stesso male, mai completamente curato: la corruzione figlia di un distacco della politica o meglio dei politici dal paese reale.

Oggi con la crisi economica in atto questo distacco è ancor più drammatico e cocente. C’è però un modo perché la politica possa riannodare i fili della partecipazione e perché sia ancora il popolo a dettare l’agenda della politica. In questi giorni è cominciata, nell’imbarazzante ed interessato silenzio mediatico, la raccolta di firme per l’indizione di referendum inerenti temi legati al lavoro. Diritti negati che si vogliono ripristinare e diritti che è tempo di esigere al più presto per mettere il paese al passo con le democrazie avanzate.

Anche a Senago, come nel resto d’Italia si raccolgono le firme (dal 13 ottobre e per tre mesi) per il ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (tornando alla situazione precedente la Riforma Fornero), per l’abolizione dell’articolo 8 dell’ultima Finanziaria (o legge di stabilità) targata Governo Berlusconi, per la cancellazione della indennità e del vitalizio dei parlamentari e per la richiesta di una legge di iniziativa popolare a favore di un reddito minimo garantito.

L’accoglienza di queste iniziative è stata assolutamente positiva nel primo fine settimana in cui i banchetti hanno fatto la loro comparsa. Segnale che quando la politica si occupa dei problemi della quotidianità dei cittadini, oltre che fare il mestiere che è deputata a svolgere, coglie l’interesse di chi sembra ormai lontano ed avulso dalla partecipazione attiva. Il vero antidoto all’antipolitica è una politica che torni nelle strade e nelle piazze a far crescere battaglie per il ripristino  e la salvaguardia di diritti.

In un post successivo faremo il punto con un dettaglio analitico sui quesiti che vengono proposti ai cittadini. Continuate a seguirci !

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