Archivio per settembre 2012

Nichi: detesto dirlo… ma te lo avevo detto

da http://www.aldogiannuli.it

A quanto pare Nichi Vendola inizia a capire quale solenne cappellata ha fatto con l’accordo di luglio con Bersani e sta vigorosamente sterzando a sinistra: referendum sull’articolo 18 in compagnia di Fiom, Idv, Fds, rilancio dei matrimoni gay ecc. ecc. Ed inizia ad avere dei dubbi sulla sua partecipazione alle primarie. Ma prendiamo il discorso dall’inizio: primarie di cosa? Personalmente non ho mai pensato che fossero una grande trovata (non a caso fu una idea di Prodi che non ne imbrocca una), ma, in ogni caso, questo sistema di scelta del candidato Presidente del Consiglio necessita di due presupposti:

a-che il sistema elettorale sia maggioritario e contenga l’indicazione del candidato premier

b-che le elezioni si facciano su coalizioni e che il premio tocchi alla coalizione.

Infatti: se il sistema è proporzionale o, comunque, non garantisce che qualcuno abbia una maggioranza precostituita, ovviamente occorrerà comporre un governo di coalizione dopo le elezioni ed, a quel punto, si sceglierà  davvero il Presidente del Consiglio. In secondo luogo è ovvio che il premio deve andare alla coalizione elettorale e non al singolo partito, perché altrimenti non ha alcun senso fare coalizioni: se il premio va al partito ognuno va per i fatti suoi ed, anzi è opportuno che eventuali partiti minori non presentino proprie liste, ma entrino in quella del partito alleato maggiore. Ma, a quel punto, a che serve fare primarie di coalizione se la coalizione non si fa?

Immaginate una cosa: si fanno le primarie e vince Vendola, che diventa il candidato Presidente del Consiglio della coalizione Sel-Pd, ciascuno con sua lista. Poi il premio se lo prende il Pd (mi sembra difficile che Sel possa prendere più voti del Pd) che, magari non avendo abbastanza seggi al Senato, decide di allearsi con l’Udc, che pone il veto su Vendola: cosa è, la commedia dei matti?

Oppure Pd e Sel fanno lista unica, Vendola è il candidato però dopo ci si trova nelle condizioni di fare un’alleanza stile Monti: Sel che fa, entra nella maggioranza con Casini e Fini?

Dunque, è ovvio che le primarie hanno senso solo se resta il Porcellum, ma non ne hanno più se si cambia sistema. E già questo dice che solenne fesseria è stata quella ipotesi di accordo prima ancora di sapere con che legge elettorale voteremo.

Ma ci sono poi questioni di merito politico ben più “pesanti”:
a-appena Vendola si è azzardato a sottoscrivere la richiesta di referendum, nel Pd è successo il pandemonio; è di oggi la notizia della lettera di trenta deputati (29 assoluti Carneadi più Beppe Fioroni) del Pd che chiedono di escludere Vendola dalle primarie e tutto fa pensare che, anche nell’improbabilissima ipotesi che Nichi le vinca, c’è da dubitare sul sostegno leale di bei pezzi del Pd;

b-invece, il candidato che sembra avere qualche possibilità di battere Bersani è Renzi (magari con un aiutino del Cavaliere, ma su questo diciamo dopo), ammettiamo che vada così, Nichi che fa? O entra in una coalizione diretta da Renzi (un film dell’orrore, direi) oppure abbandona la coalizione, ma violando il patto per cui, dopo essersi presentati alle primarie, poi si sostiene lealmente il vincitore.

c-Anche nel caso di persistenza del Porcellum, non è affatto garantito che la coalizione di sinistra vinca al Senato, anzi direi che è più probabile il no che il si. A quel punto o si imbarca Casini o, più probabilmente, si fa un nuovo governo tecnico (magari con Passera o Cordero di Montezemolo) e Sel si trova legata mani e piedi a questo carro.

Peraltro, è sin troppo ovvio che, in mancanza di una coalizione, le primarie diventano solo una sorta di congresso surrettizio con il quale Renzi cerca di scalzare Bersani. A quel punto, se congresso deve essere, tutti si misurano i muscoli per pesare nelle trattative (Civati, Boeri, Spini, Bindi, l’Anima Bella, i veltroniani, Tabacci, e, -perché no?- il mago Othelma, Cicciolina ec ecc), anche perché il sistema a doppio turno incoraggia esattamente questi comportamenti al primo. A parte il fatto che questo dà una immagine da circo equestre al Pd che, ormai, è una fricassea di partito, che ci fa l’esponente di un altro partito in questo “festival del narciso”?

Dunque, ormai è chiaro che l’incontro di luglio vale quanto quello di Vasto e chissà quanti altri: un accordo politico che dura da Natale a Santo Stefano… Ormai è archeologia.

Ma veniamo a Renzi, che ha riscosso le lodi del Cavaliere che è arrivato a dire che “ha le nostre stesse idee” (e questa è davvero una notizia: che Renzi abbia delle idee). Una uscita inconsueta per il Cavaliere per il quale già Madre Teresa di Calcutta è sospetta di comunismo. Ma, “mi consenta”… strana per qualsiasi leader politico dalla vigilia delle elezioni: ve lo immaginate Obama che dice “se il candidato repubblicano è X, praticamente non c’è differenza fra me e lui”? La spiegazione più benevola può essere questa: il Cavaliere ha fiutato che “non è aria”, che le elezioni il Pdl, con lui o senza di lui, le perde e, pertanto, sta decidendo di ritirarsi.

Ma, dopo aver annunciato con fragore la sua nuova discesa in campo, deve trovare un motivo plausibile per farlo senza perdere la faccia. La candidatura Renzi potrebbe essere quello che ci vuole: visto che il Pd finalmente non è capeggiato da un comunista, il Cavaliere non ha più la missione di scendere in lotta per difendere l’Italia dal Comunismo.
Ma ci può essere una interpretazione più maligna: il Cavaliere sa di perdere, a questo punto appoggia Renzi già da ora (spazio televisivo, appoggi internet, denaro, al limite gente che va a votare per lui), ma il beneficiato, una volta vinto, gli garantisce il ritorno alla grande coalizione. E magari: Monti a palazzo Chigi (per continuare a salvare il paese), Renzi vice premier o capo del Pd, Casini Presidente della Camera e Berlusconi presidente del Senato, ministro degli Esteri o… magari, che ne dite del Quirinale? In fondo se lo sarebbe meritato per il senso di responsabilità dimostrato sostenendo lealmente Monti. O no?! O magari con un leader duttile come Renzi –che, se la memoria non mi inganna, è già stato ad Arcore- si può anche trattare qualche legge che blocchi le noie processuali… Insomma ci si può capire.

Personalmente, una vittoria di Renzi alle primarie mi divertirebbe moltissimo: in primo luogo perché un incapace del genere finirebbe di smontare il Pd in men che non si dica. Poi perché penso che anche il più tetragono custode della memoria del Pci, sarebbe costretto a prendere atto che il Pd non è il Pci in uno dei suoi più riusciti travestimenti, ma un’altra storia. Anzi, direi un’altra narrazione. Ve l’immaginate: “Pd, circolo Escrivà de Balaguer” “Circolo Don Giussani”….

Poi sarebbe tutto più chiaro: niente artificiose differenze fra partiti. Tutti montiani. E poi, pensate alla faccia di Veltroni, D’Alema, Bersani, Fassino, Franceschini, ecc ecc tutti rottamati di colpo! Ci sarebbe da ridere per un mese di seguito.

E magari, verrebbe fuori un decente partito socialista come in Francia.
Vai Matteo, “facci sognare!”

Aldo Giannuli

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La sintesi tra le diverse sensibilità interne alla FdS

L’intervista di Massimo Rossi su il manifesto di mercoledì 19, attraversa tutte le contraddizioni culturali e politiche dell’area che vorrebbe costruire l’alternativa alla linea liberista oggi rappresentata dal sostegno bipartisan al Governo Monti. Il punto centrale della riflessione di Rossi è quello del come portare a sintesi politica le diverse sensibilità che compongono oggi la Federazione della sinistra. Date le scadenze imminenti è bene fare chiarezza sui nodi da sciogliere al suo interno e che, purtroppo, non sono affatto nuovi ma rappresentano drammaticamente il forte ritardo accumulato verso gli obiettivi sui quali era stata fondata quest’aggregazione politica. Quali erano questi obiettivi, e a quali problemi irrisolti oggi corrispondono? Il primo era il creare tra forze politiche di storia comunista, il Prc ed il Pdci, una confluenza che invertisse la tendenza storica alla divisione.
Una prospettiva decisamente interessante ma che troppo spesso è stata assunta, da parte di alcuni in entrambi i partiti, come orizzonte generale ed esaustivo della Fds, sintetizzabile nella formula «unità dei comunisti», cioè della fusione tra i due partiti, strumento certo importante, ma decisamente parziale rispetto alla prospettiva generale. Se può esistere nella realtà odierna italiana un’unità dei comunisti, certo essa va ricompresa nella Fds e non deve rappresentare una prospettiva a se stante, escludente. Continuare a proporre esclusivamente questa strada crea tensioni inutili e false scorciatoie che eludono il problema centrale di una ricomposizione necessariamente originale tra forze consonanti. Il secondo obiettivo era quello di far confluire aree politiche di altra provenienza, a partire da quelle d’ispirazione sindacale e socialista, che poi si sono fuse insieme sino a dar vita al Movimento verso il partito del lavoro di Salvi e Patta.
La presenza di questa componente, con una cultura politica complementare a quella dei due partiti comunisti, «apriva» al terzo obiettivo, a mio avviso il più importante per allargare l’orizzonte politico della Fds: chiamare al suo interno, con parità d’interlocuzione politica e culturale, coloro i quali, provenendo da storie non necessariamente di partito e non appartenenti alla tradizione comunista, ma con esperienza nei movimenti, nella costruzione di esperienze concrete di «altri mondi possibili», si fossero aggregati all’interno di un progetto federale. In questa prospettiva il termine «Federazione» indicava dunque non solo una modalità organizzativa, ma la maniera di stabilire un patto tra componenti e quindi gestire le dinamiche di un confronto orientato alla necessità della confluenza tra diversità. A quest’obiettivo, sostenuto da un’analisi antiliberista e dall’esperienza positiva di tante pratiche locali e di movimento, propedeutico alla creazione di un campo di forze che attraesse, come un magnete centrale, la limatura della sinistra diffusa e di alternativa ancora senza una casa comune, si è voluto, in sede di Congresso fondativo, per riflessi identitari anacronistici, dare da subito un recinto più angusto, escludendo dalla costituency della FdS le culture libertarie, che com’è noto rappresentano grande parte dell’humus politico dei movimenti altermondialisti, in America latina, e non solo.
A questo primo vulnus si è poi aggiunto lo schema fattuale della dialettica previa tra le segreterie dei due «azionisti di maggioranza» Prc e Pdci e solo come risultante di queste discussioni e connaturati compromessi, il passaggio attraverso il Consiglio nazionale, organo politico unitario della Fds. Anche il tesseramento diretto, che pure esiste, e si potrebbe facilmente quantificare ma soprattutto promuovere se ci fosse la volontà politica di farlo, è stato subordinato ai tesseramenti alle singole componenti, di fatto lasciando, la «pattuglia dei senza tessera» cioè degli iscritti direttamente alla FdS, senza un progetto condiviso dal punto di vista dell’ulteriore aggregazione. Ora tutti questi nodi interni, e non solo le diverse sensibilità in ordine all’interlocuzione sui contenuti col Pd, Sel, l’Idv ed i Verdi, che comunque servono ad aprire ulteriori contraddizioni all’interno dei vari continuismi di centro sinistra, vengono al pettine e vanno sciolti nel senso di un’accelerazione delle ragioni originariamente fondative della Fds, sulla spinta dell’orizzonte politico che ci si prepara per i prossimi anni condizionati dal patto di stabilità e dalla spending review.
Il fallimento della «convergenza tra le diversità» la scommessa politica ed organizzativa sulla quale molti hanno gettato, ancora una volta, coraggiosamente il cuore oltre l’ostacolo delle divisioni, delle «differenze antropologiche tra comunisti e non» delle gelosie di apparato, non avrà altre possibilità. Ecco perché la proposta di Massimo Rossi, di un referendum tra gli iscritti, non solo serve a chiarire la linea unitaria e le alleanze possibili, ma a fare chiarezza sul funzionamento interno di una Federazione che deve finalmente essere ciò per cui è nata.

26/09/2012 13:27 | POLITICAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: Raffaele K. Salinari (Da Controlacrisi.org)

SOTTO LE PAROLE NIENTE

di Vladimiro Giacché
Quanto all’individuazione di proposte concrete per affrontare la crisi della Fiat, il comunicato congiunto emesso al termine dell’incontro di sabato tra Fiat e governo è a dir poco deludente.
E tuttavia quel comunicato contiene diverse informazioni importanti. La prima è che Marchionne non garantisce nulla. Certo, “i vertici Fiat hanno manifestato l’impegno a salvaguardare la presenza industriale del gruppo in Italia”. Ma non si dice se questo varrà per tutti gli impianti oppure no.
Il modo con cui si vuole salvaguardare questa presenza è poi quanto meno curioso. “Fiat – si legge nel comunicato – è intenzionata a orientare il proprio modello di business in Italia in una logica che privilegi l’export, in particolare extraeuropeo”. Qui le cose da notare sono diverse. In primo luogo, viene confermato l’abbandono del mercato domestico. La motivazione ufficiale è che in Italia e in Europa la domanda è debole. Ma le quote di mercato che Fiat sta perdendo in Europa sono maggiori di quelle perse dai concorrenti: il problema principale non è quindi la debolezza della domanda, ma la carente qualità del prodotto. Inoltre, quali sono i mercati extraeuropei a cui si fa riferimento? Certamente non la Cina, dove la Fiat non è presente.

Non il Brasile, perché le autovetture Fiat che si vendono da quelle parti sono prodotte in loco. Quanto agli Stati Uniti, gioverà ricordare che il piano 2010, che prevedeva l’esportazione di oltre 100 mila autovetture verso gli USA, è stato completamente disatteso.
Ancora: la Fiat ha manifestato “piena disponibilità a valorizzare le competenze e le professionalità peculiari delle proprie strutture italiane, quali ad esempio l’attività di ricerca e innovazione”. Questo ovviamente presuppone l’effettuazione di investimenti adeguati. Ma al riguardo la Fiat si limita a confermare “la strategia dell’azienda a investire in Italia, nel momento idoneo, nello sviluppo di nuovi prodotti per approfittare pienamente della ripresa del mercato europeo”. La formulazione “nel momento idoneo” significa: “non ora”. Ma se, come lo stesso Marchionne ha affermato, la ripresa comincerà nel 2014, il momento giusto per investire sarebbe adesso. Altrimenti della ripresa beneficerà qualcun altro.
Alla luce di questo scenario, ben diverso da quello propagandato con Fabbrica Italia, che prevedeva addirittura un inverosimile raddoppio della produzione, nell’incontro si è deciso di iniziare “un lavoro congiunto utile a determinare requisiti e condizioni per il rafforzamento della capacità competitiva dell’azienda”. In tale sede la richiesta più probabile da parte di Fiat sarà l’utilizzo della cassa integrazione in deroga, quando, nel 2013, si arriverà alla scadenza della cassa integrazione straordinaria. Insomma, altri soldi pubblici (la cassa integrazione in deroga è pagata dalla fiscalità generale, ossia con le nostre tasse).
Tutt’altro che chiaro, invece, l’orientamento del governo. Anche qui, però, qualche notizia c’è. In primo luogo, l’incontro stesso di sabato è una sconfessione di fatto dell’affermazione di Monti del marzo scorso, secondo cui “chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti le localizzazioni più convenienti e non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell’Italia”. Rispetto al disastro sociale e industriale che si profila, ora il governo ha deciso di intervenire. Scoprendo – un po’ tardivamente – che tra i suoi compiti non rientra quello di farsi megafono dell’irresponsabilità sociale di un’impresa che dallo Stato italiano ha ricevuto 7,6 miliardi di euro in 30 anni, ma piuttosto quello di impedire che un pezzo importante dell’industria italiana scompaia. E forse prendendo coscienza anche del fatto che la campagna di Marchionne contro la FIOM e i diritti sindacali, accusati di essere il freno alla ripresa della Fiat, era pretestuosa, e che comunque appoggiarla non ha minimamente contribuito a risolvere i problemi della Fiat.
Gli strumenti ora a disposizione del governo sono diversi. Si tratta di scegliere quelli giusti. Sarebbe un errore dare alla Fiat incentivi per non produrre, quali la cassa integrazione in deroga. Molto meglio, ad esempio, incentivare fiscalmente gli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico. Più difficile (a causa dei vincoli europei e WTO), ma non impossibile, trovare misure per agevolare le esportazioni. L’esperienza passata però insegna che tutto questo deve essere subordinato ad accordi ed impegni chiari assunti dalla Fiat. Che per ora non ci sono.
In assenza di questi impegni, gli sforzi del governo dovrebbero dirigersi in una direzione diversa: operare attivamente affinché imprese estere rilevino gli stabilimenti automobilistici Fiat che l’azienda (ormai italiana e torinese solo nel nome) sta lasciando inattivi, e si appresta a chiudere. Sapendo che in un caso come questo la variabile tempo è una variabile critica. Detto in parole povere: che non c’è altro tempo da perdere.

(Da RIFONDAnewsletter)

ritratti e sbadataggini…

Corneliu Zelea Codreanu, leader rumeno nazionalista, 1899-1938, antisemita, capo di molti movimenti violenti. Il ritratto di quel signore, noto ideologo della destra estrema, campeggia dietro le spalle della neoletta Chiara Colosimo. La giovane amministratrice e vice-capogruppo si è subito difesa sostenendo un sostanziale antifascismo (!). Ovviamente la cosa è molto credibile, se proviene da una persona che ha militato tra le formazioni della nuova destra estrema italiana, da una persona intervistata nella “ex” sede del MSI a Roma. La ragazza si è difesa, imputando la casualità del ritratto del Codreanu ad una sua sbadata svista personale. La presenza dell’effige di quel personaggio ha fatto giustamente preoccupare il Capo della comunità ebraica di Roma, anche in vista del crescente successo in Ungheria, Romania e Grecia di movimenti ispirati al suo “pensiero”. Questo Codreanu, soprattutto per quanto riguarda la sfera della religione, sarebbe il trait d’union tra le destre sempre più organizzate dell’Europa orientale e la destra estrema italiana, ragion per cui bisogna tenere d’occhio attentamente ogni suo revaival (sarebbe interessante studiare il cristianesimo violento e preconciliare di quel personaggio). Nella fotografia il leader romeno appare dipinto assieme al simbolo della guardia di ferro e ad una scritta a tratti intellegibile, il cui significato è, sotto sotto, “boia chi molla”. Fidandosi sulla “buona fede” dell’ex cubista, ex militante di Azione giovani si può anche credere che la ragazza, “laureanda in scienze politiche”, fosse all’oscuro del personaggio, ma tutto il contorno rimane… Rimane una destra violenta sempre meno controllata e sempre più forte, soprattutto in contesti di chiaro disagio socio-economico.
Questo un ulteriore scandalo che colpisce l’amministrazione della Regione Lazio, una nota a margine di una situazione sempre più paradossale e assurda.

Il Satyricon di De Romanis

Ragazze vestite di trasparenti pepli, uomini seminudi armati di archi giocattolo o mascherati da maiali sono diventati in pochi giorni l’immagine della decadente e morente classe politica italiana. Le foto del party superesclusivo del consigliere PDL De Romanis in pochissimo tempo hanno catalizzato l’attenzione di molti italiani oramai esasperati dagli eccessi della politica nostrana. La festa fortemente scenografica (si vedono sullo sfondo delle foto eleganti colonnati e ricchi portici) ha come filo conduttore il mondo antico, anzi il ritorno di Odisseo in patria. Le vicende dell’Odissea hanno fatto da sottofondo alla festa per il ritorno a Roma dell’ ex eurodeputato del Pdl. È interessante, io direi non casuale, che gli organizzatori dell’evento abbiano scelto un’ambientazione classica per la non certo elegante, ma pur sempre costosissima, festa del giovane consigliere della regione Lazio. Non  è casuale trovare delle ragazze in vesti succinte imitanti ninfe e altre divinità greco-romane, bottiglie costosissime, auto lussuosissime in un contesto di forte ostentazione pacchiana di ricchezze e potere.

Senza indulgere troppo in un moralismo millenarista mi si permetta un collegamento con alcune scene tipiche di una certa decadenza del mondo antico, penso che in questo modo si possa capire quale sia la visione dell’antico (e della storia) delle attuali classi, poco colte, classi dominanti.

Non saprei ben giudicare il tenero di quel “convivio”, ma credo che non vi fosse alcun intento di ricostruzione filologica, ma solo un’ostentazione fortissima di ricchezza. Così mi balza subito alla memoria la celebre scena della Cena di Trimalcione nel Satyricon di Petronio, in cui il potente pravenu Trimalcione fa sfoggio del suo potere economico offrendo agli invitati ricercate vivande e svaghi di ogni genere. Il banchetto nel romanzo petroniano diventa il momento più adatto per colpire l’ostentata e poco elegante rozzezza di una classe dirigente moralmente povera e oramai decaduta. Ai tempi di Petronio (presumibilmente l’autore latino visse durante in regno di Nerone) la classe dominante era fortemente corrotta dai vizi di una corte sfrenata e spietata, in cui ogni anelito civile andava a perdersi nell’adeguarsi ad un potere violento. Il Satyricon ci offre un ritratto vivissimo di come poteva essere la vita scatenata delle classi alte e pacchiane in un momento di chiarissima crisi morale. Considerata questa cosa non è difficile capire come nell’immaginario collettivo il banchetto di età classica sia sinonimo di piacere sfrenato, ostentazione di lusso e potere. Ma i punti di tangenza con l’antico non sono finiti, secondo le parole del padrone di casa, l’onorevole (si fa per dire…) De Romanis, il toga party sarebbe stato organizzato per celebrare il Natale di Roma, festività tanto cara al ventennio (tanto da essere stata sostituita al troppo socialista e bolscevico Primo Maggio). In questo caso le valenze ideologiche di un riuso del classico si fanno più preponderanti dal punto di vista politico, e non è un caso che tutta questa massa di documenti sia giunta come appendice allo scandalo che tocca la presidentessa, che saluta con il braccio teso.

Comunque lo si voglia considerare, lo sfrusciare di veli e maschere suine balza subito agli occhi come simbolo dell’ennesimo eccesso della politica italiana, che pesa sulle tasche di un popolo sempre più impoverito. Non so se le ragazze con pampini d’uva in posizioni provocanti e i legionari romani (sic.) con i tatuaggi della X MAS possano assurgere ad immagine di una politica povera di valori civili, non voglio fare il puritano a tutti i costi, ma il tristissimo e patetico spettacolo non può che nuocere al paese tutto, soprattutto in momenti in cui la politica deve rispondere a delle sfide urgentissime.

INDIETRO NON SI TORNA

La gestione della crisi mondiale sta portando in Italia e in Europa un attacco senza precedenti ai diritti ed alle condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari. Le ricette recessive imposte dalla BCE e dal FMI hanno l’effetto di una guerra con la conseguente distruzione di posti di lavoro e attività produttive. La furia privatizzatrice si accanisce sul salario diretto, indiretto e differito colpendo i Paesi in maniera diseguale. Tutto ciò ridefinisce le gerarchie di potere a livello mondiale e dentro la stessa Europa con la costante di impoverire paurosamente sia le popolazioni aggredite dai tecnici al governo sia quelle inginocchiate dalle guerre per il controllo delle fonti energetiche da essi stessi intraprese. In Italia, Monti e il suo Governo sono l’espressione più coerente di tali esigenze e applicano in maniera feroce le politche neoliberiste. La riforma delle pensioni, del mercato del lavoro con l’abolizione dell’art.18, l’attacco al contratto collettivo nazionale, l’ulteriore taglio alla spesa sociale, l’inserimento del pareggio di bilancio in costituzione e l’approvazione del Fiscal Compact come della spending rewiew, l’annuncio di vendita del patrimonio pubblico, rappresentano la versione concreta della visione generale. In tale quadro è irrimandabile in Italia la costruzione di un fronte politco e sociale in grado di indicare un’alternatva a partire da un’altra risposta alla crisi. Il motore di questo fronte può essere la Federazione della Sinistra (FDS) che va però rilanciata, strutturandola in modo più democratico e partecipato. Le insistenti voci di possibili divisioni sono preoccupanti. E’ necessario, invece, rilanciare il suo progetto strategico, che la stessa manifestazione del 12 Maggio scorso dimostra poter avere le gambe. Le differenze strategiche con le forze che sostengono Monti, al di la delle diverse opinioni sulle scelte tattiche, sono ormai certficate dai fatti. La necessità di un allargamento della FDS e la sua generosità nel lavoro unitario per unire le opposizioni di sinistra al Governo e alla BCE sono praticabili a partire dalla definizione di un proprio profilo politico netto e chiaro. A livello di base, a partire dall’unità d’azione tra pdci e prc, si sono fatti passi avanti che senza una spinta generale rischiano di essere frustrati. Il percorso della FDS evoca due element fondamentali: l’unità oggi possibile tra i due partiti comunisti e la necessità di ricostruzione di una sinistra di classe nel Paese. I prossimi mesi saranno intensi di lavoro per sollecitare una mobilitazione di massa e allo stesso tempo per collocarsi anche sul terreno elettorale. E’ quindi necessario indicare un percorso che sia in grado di chiarire oltre il programma anche il progetto, presentandoci onestamente davanti all’eletorato e ai lavoratori, (che già ci considerano unifcati), con una proposta politca definita e precisa. Un percorso che dica con chiarezza che indietro non si torna. In qualità di primi firmatari di tale appello chiediamo che tale percorso si sostanzi: 1) Nel farsi promotori della più larga e intransigente battaglia d’opposizione contro le politche devastanti del Governo Monti, sollecitando la costruzione di una grande manifestazione della sinistra politca e sociale contro il Governo. 2) Con la convocazione degli organismi dirigenti delle forze che compongono la FDS che esprimano con chiarezza l’irreversibilità del processo unitario. Un’irreversibilità che si sostanzi sulle scelte politche a partre dalla collocazione elettorale del 2013. Su questo terreno, se gli organismi della FDS non sono in grado di raggiungere un punto di vista comune, si avvii una consultazione degli iscritti ai soggetti che la compongono il cui esito sia vincolante per tutti. Si tratta di un passaggio importante perché i congressi dei partiti e quello della stessa FDS si sono svolti nella fase pre-Monti. E perché non sono assolutamente da prendere in considerazione ipotesi che vedano la FDS dividersi sulla collocazione alle elezioni politche. 3) Nel rafforzare il lavoro della FDS che deve trovare il perno nel rafforzamento del lavoro unitario tra PdCI e PRC a livello centrale. Questo con l’avvio concreto di riunioni congiunte delle segreterie nazionali e con l’unifcazione dei dipartmenti di lavoro più importanti dei due partiti. Con queste premesse è possibile richiedere un impegno formalizzato dei gruppi dirigenti di PdCI e PRC finalizzato ad aprire, subito dopo le elezioni politche, un percorso di discussione comune sulla possibilità di unifcazione dei due Partiti. Questo al fine di costruire una semplifcazione organizzativa che dia forza all’azione dei comunisti dentro un fronte largo della sinistra di classe. Un progetto in grado di stabilire relazioni stabili e operative con la sinistra di classe europea. Tutti noi, a partire dai gruppi dirigenti nazionali, verremmo giudicati severamente dalle classi popolari di cui vogliamo rappresentare gli interessi, se ci dimostreremo incapaci di praticare una politca unitaria ed efficace ancorché alla nostra portata. In questo senso chiediamo a tutti i compagni, le compagne e le organizzazioni territoriali di sottoscrivere quest’appello per difendere e rilanciare un progetto senza il quale, in Italia, si ritarderebbe ancora e per chissà quanto la rinascita di una sinistra comunista e di classe in grado di mettere in discussione l’ordine esistente come avviene nel resto del continente europeo.

SEZIONE TRASPORTI DEL PDCI/FDS DI ROMA
Aderisci
1205indietrononsitorna@gmail.com

(Da Controlacrisi.org 20/09/2012)

VIVA LA MAMMA !

800mila mamme licenziate o spinte alle dimissioni

Mamme e lavoratrici: ancora oggi la conciliazione è lontana. Lo dimostrano i dati del rapporto “Mamme nella Crisi” di Save the Children, presentato oggi a Roma alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero e della vicepresidente del Senato Emma Bonino. In Italia mancano i servizi all’infanzia e il lavoro, se c’è, è a rischio a seguito della gravidanza, con pressioni o dimissioni in bianco: sono questi gli elementi che spiegano il calo della natalità in Italia (-15mila nascite tra il 2008 e il 2010).

Il rapporto donne-lavoro resta uno scoglio: nel 2010 solo il 50,6% delle donne senza figli era occupata (contro la media europea del 62,1%).

Dato che scende al 45,5% con l’arrivo del primo figlio, al 35,9% con il secondo e a 31,3% nel caso di 3 o più figli. Tra il 2008 e il 2009 sono state 800 mila le mamme licenziate o spinte alle dimissioni. L’8,7% del totale delle interruzioni di lavoro nel 2009 è avvenuta per costrizione (era il 2% nel 2003). Sono queste condizioni precarie alla base della maggiore incidenza della povertà sui bambini e sugli adolescenti registrata in Italia. Il confronto internazionale dimostra, infatti, che lo spread relativo al rischio di povertà tra minori e adulti è pari all’8,2% (il 22,6% dei minori a rischio povertà contro il 14,4% degli over18).

Fare figli diventa davvero un’impresa quando l’autonomia stenta ad arrivare: il 35,6% delle donne nel 2010 e il 36,4% nel 2011 erano inattive e appartenenti alla fascia 25-34 anni. Dei 3 milioni e 855mila donne fra i 18 e i 29 anni, il 71,4% vive con i genitori. E se il lavoro c’è, spesso manca di qualità: nel 2010 è diminuita l’occupazione qualificata, tecnica e operaia, in favore di quella a bassa specializzazione (collaboratrici domestiche, addette ai call center). Quanto al part time in aumento, le ragioni sono dovute quasi esclusivamente all’incremento del part-time involontario, accettato cioè in assenza di occasioni di lavoro a tempo pieno (nel 2010 il 45,9% sul totale dei part time, contro la media Ue27 del 23,8%). Essere donna, lavoratrice e straniera rende poi tutto più difficile: il primo figlio comporta un aumento dell’indice di deprivazione materiale dal 32,1% al 37% contro il 13,3% e il 14,9% delle madri italiane. Vulnerabili sono anche le mamme sole, i cui figli sono i più esposti al rischio di povertà (28,5% contro il 22,8% della media dei minori in Italia).

19/09/2012 13:09 | LAVOROITALIA | Fonte: redattoresociale.it (Da controlacrisi.org)

Se esistesse in Italia una rete di servizi all’infanzia la conciliazione famiglia-lavoro non sarebbe un’utopia per molte donne. Invece il paese continua a investire poco per la protezione sociale e le famiglie: solo l’1,4% del Pil nel 2009, contro la media Ue del 2,3%. Il risultato è che solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, un dato molto lontano da quel 33% posto come obiettivo dall’Ue. Va peggio al Sud: in Campania meno di 3 bambini su 100 (2,4%) accedono ai servizi, mentre in Emilia Romagna la percentuale è del 29,5%. Il lavoro familiare impegna le giovani donne 5 ore e 47 minuti al giorno, contro 1 ora e 53 minuti dei loro coetanei maschi. Il congedo parentale, inoltre, è stato utilizzato nel 2010 solo per il 6,9% da padri.

“La crisi aggrava il carico delle donne, che non solo devono fare quadrare i bilanci familiari in totale assenza di servizi di assistenza e cura, ma anche provvedere agli acquisti per l’igiene nelle scuole dei propri figli” commenta Emma Bonino, vicepresidente del Senato e presidente onoraria di Pari o Dispare, che ha organizzato la tavola rotonda. “La scarsità di risorse – aggiunge – imporrebbe la concentrazione di quelle esistenti per potenziare i servizi alla persona, evitandone la dispersione in infiniti capitoli di bilancio”. E Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children, incalza: “Il rafforzamento della rete dei servizi di cura rappresenta non solo un presupposto necessario per l’accesso al lavoro delle attuali o future mamme ma anche una spinta allo sviluppo stesso dell’occupazione femminile”.

 

HAPPY BIRTHDAY

“Happy birthday Occupy Wall Street”. Migliaia di indignati prendono il ‘toro’ per le corna, decine di arresti
Sono diverse migliaia gli indignati che si sono radunati a Bowling Green, dove si trova il Toro di Wall Street, simbolo del tempio della finanza americana. Hanno cantato «happy birthday Occupy Wall Street» per celebrare il primo anno trascorso dall’inizio della protesta. Ma come un anno fa e in altre occasioni a rovinare la festa ci ha pensato la polizia, che ha arrestato oltre cento indignati dopo alcuni tarrefugli scoppiati tra agenti e manifestanti.

Alcuni manifestanti hanno cercato di entrare nella sede della Borsa. Alcuni attivisti sono stati arrestati invece quando hanno cercato di dirigersi verso Zuccotti Park. ‘Il nostro messaggio e’ che i banchieri di Wall Street non possono andare a lavoro tutti i giorni senza pensare cosa le loro istituzioni stanno facendo al Paese’, ha detto il portavoce del movimento, Mark Bray .

17/09/2012 18:06 | CONFLITTIINTERNAZIONALE | Fonte: controlacrisi.org

Chiusura Uffici Postali (l’ufficio di Castelletto ancora a rischio)

Dopo lo scampato pericolo dei mesi scorsi, in cui si era ipotizzata la chiusura dell’Ufficio Postale di Castelletto a Senago, a tutti era parso che il rischio di chiusura fosse stato scongiurato. Quindi che il servizio alla cittadinanza fosse stato mantenuto. Le forze politiche, quasi unanimemente, avevano lanciato comunicati per la salvaguardia di un presidio di fondamentale utilità per i senaghesi.

Oggi, a campagna elettorale terminata, sembra che il pericolo torni ad aleggiare sull’Ufficio Postale di Castelletto. Si parla di progetti di ristrutturazione, che sappiamo finiscono sempre per coincidere con razionalizzazioni e tagli, che hanno come principale effetto la perdita di posti di lavoro e una serie di disservizi che riguardano i fruitori del sevizio delle poste e quindi tutti noi.

In un quadro generale di tagli dei diritti (cancellazione art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, controriforma del Diritto del Lavoro e al Lavoro e quindi attacco frontale alla Costituzione Repubblicana che pone le sue fondamenta sul Lavoro) si colloca l’ennesima proposta di riorganizzazione di Poste Italiane. Ancora una volta si colpisce pesantemente il settore del recapito, che sarà soggetto a massicci tagli di posti di lavoro ed a un ulteriore appesantimento dei carichi e dei ritmi, che influiranno negativamente,  sulla sicurezza dei lavoratori.

Per ciò che concerne il settore del servizio al pubblico e la sportelleria, il tentativo di scorporo (che consentirà la sua svendita a gruppi finanziari avvezzi alla speculazione) è stato solo accantonato; se ciò dovesse verificarsi, gravi sarebbero le conseguenze per la tenuta occupazionale e per il diritto dei cittadini  ad avere servizi accessibili, garantiti a tutti e di qualità.

In tutto ciò non va dimenticato che Poste Italiane è tra le aziende che conta migliaia di lavoratori esodati; lavoratori che non hanno più alcun sostegno al reddito.

Da sempre Senago Bene Comune e Federazione della Sinistra sono impegnate alla salvaguardia dei diritti al lavoro e dei servizi alla cittadinanza e quindi si oppongono con forza alla chiusura di 83 uffici postali in Lombardia che coinvolgerà con tutta probabilità anche l’Ufficio Postale di Castelletto.

Talvolta la storia prende degli abbagli ! E la stampa si fa felicemente accecare !

Il pontefice Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, è passato alla storia, tra le altre cose per essere stato, a detta dei benpensanti e dei lacchè, il giustiziere o comunque il grande fautore della caduta del socialismo reale.

Ora non è il caso, in queso post, di affrontare un tema così profondo ed articolato in poche righe, nelle quali ci perderemmo a disquisire soprattutto su quanto fosse realmente socialista quell’orizzonte dell’Europa dell’Est e su quanto in realtà la fine di quell’esperienza non derivi piuttosto da un’implosione interna decsamente poco legata all’azione di questo o quel singolo uomo, per quanto potente e per quanto indubbiamente influente.

Nei giorni successivi all’anniversario dell’ 11 settembre 1973, culminato con l’assassinio di Salvador Allende nel palazzo presidenziale, sarebbe bene ricordare un  po’ i protagonisti della vicenda e chi ebbe modo di simpatizzare per le vittime e chi invece per i carnefici. Tutti i principali mass-media, al sopraggiungere ogni anno di questa data, ricordano il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle, ma spesso si tende a dimenticare che vi fu un 11 settembre diversi anni prima, e diverse migliaia di chilometri più a sud dell’isola di Manhattan, nel quale il ruolo degli Stati Uniti non fu certamente di poco conto.

Sarebbe bene ricordarlo anche al comitato della Fondazione Nobel che assegna il Premio Nobel per la Pace. Infatti il già Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger ebbe un ruolo particolarmente attivo nel cercare di impedire prima l’insediamento di Allende alla presidenza e nel determinarne tre anni dopo la sua caduta per mano di un golpe militare. Questo è sempre stato e per molto tempo il “modus operandi” degli Stati Uniti nella politica estera. Curioso che proprio in quel periodo, mentre la Moneda veniva bombardata, per l’appunto Kissinger venisse insignito del Premio Nobel per la Pace per altre vicende legate all’armistizio concordato, ma poi violato dagli Stati Uniti in Vietnam.

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La storia ci insegna che Salvador Allende eletto democraticamente nel 1970 venne deposto da un colpo di stato ordito dall’esercito e che ebbe in Augusto Pinochet Ugarte uno dei principali artefici. Da allora un regime sanguinario prese il potere in Cile e la sospensione totale di ogni democrazia fu all’ordine del giorno. Una sospensione che ebbe modo di terminare soltanto nel 1990. L’appoggio degli Stati Uniti fu allora fondamentale per la riuscita del golpe.

Il ruolo attivo degli Stati Uniti, che eterodiressero i tanti colpi di stato in America Latina, fecero coniare da allora la politica volta a considerare l’America Latina come il giardino di casa dello zio Sam. E’ ormai cosa nota, e se ogni tanto e finalmente, un presidente statunitense si sente di chiedere scusa per l’operato, è solo una piccola restituzione della enorme refurtiva di democrazia. E’ inoltre noto che le dottrine economiche che la fecero da padrone nell’America Latina di quegli anni erano figlie della scuola iperliberista dei cosiddetti Chicago Boys. I peggiori dittatori che si avvicendarono in Sudamerica furono istruiti militarmente nelle basi NATO della Casa de Las Americas e foraggiati economicamente dai “grandi esportatori di democrazia” che ancora oggi conosciamo.

Una iniziativa di enorme portata fu la cosiddetta “Operazione Condor” quella volta a destabilizzare qualunque governo progressista democraticamente eletto che potesse in qualche forma porsi in antagonismo agli interessi degli USA. Di lì a qualche anno tutti ricordano che l’Argentina fu teatro di una sanguinosa repressione che fece registare più di 30.000 desaparecidos, persone sequestrate, torturate ed eliminate nelle modalità più crudeli e nel silenzio dell’opinione pubblica mondiale.

In quei tempi sarebbe stata opportuna una presa di posizione della Chiesa di Roma, quella Chiesa dei poveri che avrebbe potuto esprimere un forte sentimento di condanna, ed invece sappiamo tutti che a Buenos Aires il nunzio apostolico del Vaticano, Monsignor Pio Laghi giocava regolarmente a tennis ed intratteneva forti relazioni di amicizia con Jorge Rafael Videla l’allora capo della giunta militare golpista.

Giovanni Paolo II, a cui qualcuno ha attribuito anche l’appellativo di Magno, è stato osannato dopo la sua dipartita al grido di Santo subito. Non ci interessa particolarmente disquisire quanti altri santi e beati la Chiesa di Roma si stia impegnando ad aggiungere ad un già fittissimo calendario. Piacerebbe magari disquisire se una simile religione possa ancora dirsi monoteista, ma questo è sicuramente tema di altre più elevate ed amene riflessioni.

Appare certamente fuori dal comune che personaggi talvolta estremamente impresentabili possano essere dichiarati da venerare. Ora la nostra laicità, e per alcuni di coloro che scrivono in questo blog, il nostro ateismo, ci impone di non pronunciarci su alcune questioni, ma dato che la Chiesa si pronuncia insistentemente su divorzio, cellule staminali, eutanasia, matrimoni omosessuali, coppe di fatto, aborto, fecondazione assistita e tanto altro ci pare che si possa anche pacificamente affermare che i santi possano realmente abitare altrove.

Wojtyla con la benedizione a Pinochet si poneva dalla parte di chi aveva segregato migliaia di persone nello stadio di Santiago del Cile, dalla parte di chi aveva tagliato le dita delle mani a Victor Jara perché non potesse più suonare la propria chitarra. Insomma la Chiesa di Roma, ancora una volta, decideva di stare dalla parte dei carcerieri, dei torturatori e dei tanti dittatori e tiranni sparsi per il mondo.


Ma se volessimo fare un excursus storico questa era la linea politica su cui si innestò il papato di Giovanni Paolo II. Già nel lontano 1983 il papa polacco redarguiva pubblicamente Ernesto Cardenal, rappresentante della Teologia della Liberazione perché  decise di stare dalla parte del popolo parteggiando per il governo sandinista del Nicaragua. Quello in Nicaragua, in uno dei suoi primi anni di pontificato, fu un viaggio decisamente tormentato. Per la prima o forse unica volta Wojtyla venne sonoramente fischiato, ma la sua guerra contro i Teologi della Liberazione continuò ed alla fine il pontefice ebbe la meglio. Impose il silenzio alla folla che chiedeva la pace perchè tormentati dalla guerriglia delle milizie “contras”, anche allora finanziata dagli USA. Anche allora la Chiesa ed il Vaticano non condannarono i Contras, ma il governo del popolo del Nicaragua. E la folla giustamente e sonoramente fece sentire la propria voce anche contro l’uomo vestito di bianco proveniente da Roma.

Wojtyla ebbe la meglio anche bloccando la beatificazione di Padre Romero assassinato mentre recitava messa nella propria chiesa.

Ma del resto la Chiesa di Roma ha canonizzato Padre Pio e Josemaría Escrivá de Balaguer. Padre Pio, forse non tutti lo sanno, conservava nella propria stanza acido fenico e tintura di iodio (senza addentrarci in spiegazioni chimiche ottimi ingredienti per procurarsi o meglio simulare le stigmate). Per Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, noto personaggio più assimilabile ad un abile Rasputin che ad un vero esempio di santità, ai vertici di un impero finanziario ed economico si registrò un vero record per ciò che concerne i tempi di canonizzazione. Non ci si stupirà quindi che anche chi frequentò così amichevolmente un dittatore sanguinario possa presto assurgere al ruolo di divinità.

Poco mancò che venisse canonizzato anche Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo e rappresentante dello schieramento cattolico più conservatore, che si macchiò personalmente di reati quali la pedofilia, rimanendo ben protetto da chi allora tacque anche grazie al Pontefice che fece in modo che nulla trapelasse. Infatti la Chiesa a quegli anni varava documenti e pratiche (“Crimen solicitationis” di qualche anno prima ne fu solo l’inizio) con cui si affrontava il problema della pedofilia da parte di sacerdoti. Le famiglie delle vittime venivano convinte o spinte al silenzio e la protezione dei pedofili era praticamente garantita.

Ma a pochi giorni dal 39° anniversario del golpre cileno vorremmo tornare al ricordo di Allende ed alla condanna di Pinochet. Un saluto ed un appassionato ricordo va a Salvador Allende ed al governo di Unidad Popular che nacque nel 1970 e terminò nel sangue del golpe militare. Ci piace ricordare Allende e condannare Pinochet con le stesse parole usate magistralemnte da Luis Sepulveda, scrittore cileno vittima insieme ai suoi familiari delle torture del regime di Pinochet:

…apro il frigorifero e palpo il freddo della bottiglia. Poi dispongo i calici con i nomi dei miei amici che non ci sono, dei miei fratelli che difesero La Moneda, di quelli che passarono nei labirinti dell’orrore e non parlarono, di quelli che crebbero nell’esilio, di quelli che fecero tutte le battaglie fino a sconfiggere il miserabile che ha gettato un’ombra sulla nostra vita per sedici anni, ma non ci ha tolto la luce dei nostri diritti. Con tutti loro brinderò con gioia alla morte del tiranno.


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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