Archivio per maggio 2012

COMITATO NO DEBITO

COMITATO NO DEBITO: CONTRO LA MODIFICA DELL’ART.18 SARA’ LOTTA DURA

Ieri pomeriggio, alla ripresa dei lavori del Senato dove il governo ha posto la fiducia sulla controriforma del lavoro, un gruppo di ex senatori e ex deputati ha manifestato dalle tribune dell’aula di Palazzo Madama contro il ministro Fornero a difesa dell’articolo 18, contro la precarizzazione dei rapporti di lavoro e la cancellazione dei diritti sociali.

Quello che non era riuscitoa realizzare Maroni e Sacconi con il governo Berlusconi lo ha realizzato il governo Monti sostenuto da Berlusconi e Bersani. Per questo sono state indirizzate verso i senatori, la cui stragrande maggioranza sostiene il governo, grida di vergogna mentre centinaia di volantini del Comitato No Debito e della FdS volavano sulla testa dei senatori.
E’ questa la prima iniziativa di una serie di azioni che si vanno programmando per indicare che la via della resistenza e della lotta contro il governo Monti è possibile e necessaria. In Italia Monti gode della protezione del Presidente Napolitano, dei partiti di centrodestra e di centrosinistra e del silenzio-assenso di CGIL-CISL-UIL. Queste forze comprimono le lotte che pure in queste settimane si sono sviluppate, ma che sono state isolate da questo blocco di poteri che mettono insieme sindacati confederali e Confindustria, banche e partiti.
La protesta nel palazzo del Senato vuole essere un appello alla lotta e alle mobilitazioni contro la cancellazione dell’articolo 18 e dei diritti del lavoro. Proseguiremo l’8 e il 9 giugno e preparemo altre iniziative, quando il disegno di legge Fornero giungerà alla Camera.

Comitato No Debito

31/05/2012 11:58 | POLITICAITALIA (Da Controlacrisi.org)
Annunci

CREMASCHI: LANDINI E AIRAUDO SCELTE SBAGLIATE

Se le intenzioni di Maurizio Landini e Giorgio Airaudo sono quelle annunciate dai giornali, in particolare da Il Fatto, bisogna dire che il gruppo dirigente della Fiom ha preso una via completamente sbagliata, che va combattuta con forza e rigore.
Il 9 giugno dovrebbe esserci un incontro promosso dalla Fiom con i partiti del centrosinistra. A quell’incontro avrebbero dato la conferma della partecipazione sia Bersani, sia Vendola, sia Di Pietro. Domandiamo subito: qual è lo scopo reale di quell’incontro? Se la Fiom vuole proporre le sue opinioni sulle elezioni e sui programmi di governo credo che la strada debba essere un’altra. Quando si interviene nella politica lo si fa con piattaforme, e i contenuti di queste piattaforme devono essere discusse, verificate e decise con ampia democrazia. Questa è l’indipendenza sindacale scritta nello Statuto della Fiom. Tutto questo manca. Finora in Fiom si è parlato genericamente delle proposte della Fiom ma, almeno fino a quando sono rimasto presidente del Comitato centrale, non ho vissuto una riunione nella quale si definissero i punti precisi da presentare ad un incontro con le forze politiche. D’altra parte è abbastanza singolare la coincidenza tra l’avvio di un’offensiva di Vendola e Di Pietro verso Bersani per stringere un patto elettorale e di governo, e l’incontro promosso dalla Fiom. Può darsi che tutto sia casuale, (…) ma si fa fatica a crederlo, anche perché i giornali parlano di incontri preparatori di cui nessuno sa nulla. Infine c’è la sostanza. Cosa vuole la Fiom dalle forze politiche? Leggendo i giornali, risulta un insieme di richieste confuse e generiche, fatte apposta – direbbe un malizioso – per far andare tutti d’accordo. Domanda secca: se la Fiom incontra Bersani gli chiede di non votare la controriforma sull’articolo 18? E se la Fiom parla di prossime elezioni, chiede che uno dei primi punti del programma da sostenere sia la cancellazione, non la attenuazione, della controriforma Fornero sulle pensioni assieme a quella del lavoro? Il fiscal compact si accetta o si respinge? Il pareggio di bilancio in Costituzione resta così o viene rimesso in discussione?
Finora dovrebbe essere scontato che la Fiom chiede queste cose. E dovrebbe quindi essere scontato che le posizioni attuali di Bersani sono radicalmente diverse da quelle del sindacato dei metalmeccanici. E, tuttavia, quest’incontro viene presentato come quello che darebbe un contributo alla piattaforma unitaria del nuovo centrosinistra. Si vuole forse inserire qualche faccia della Fiom nella foto di Vasto? Non so se sarebbe una bella cosa sul piano elettorale, ma per i lavoratori sarebbe un disastro.
E’ bene allora che nella Fiom si apra una discussione a fondo, su dove si vuole andare. Da troppo tempo in quell’organizzazione l’immagine e lo spettacolo televisivo prendono il posto di una reale discussione politica. Questo mentre la situazione sociale del paese degrada e i metalmeccanici ne subiscono, come tutti, le drammatiche conseguenze. Pensare di affrontare questo con una mossa del cavallo, cioè con uno sparigliamento di carte per cui la Fiom si butta in politica, può certo piacere a chi sente in Italia il vuoto di una sinistra politica, ma non è una soluzione né per il sindacato né per la sinistra. Il gruppo dirigente della Fiom ha rinunciato in questi ultimi mesi a una battaglia contro la deriva moderata del gruppo dirigente della Cgil. Adesso si mette a fare politica in proprio, mentre la Cgil lascia passare l’attacco all’articolo 18. No, non ci siamo proprio.
Così la Fiom, anziché essere quel modello sindacale positivo, che ha suscitato tante speranze nel mondo del lavoro, rischia di essere parte della crisi della Cgil e persino di aggravarla. Le lotte eroiche dei metalmeccanici di questi ultimi anni non meritano di finire nel teatrino della politica italiana.

29/05/2012 17:46 | POLITICAITALIA | Autore: GIORGIO CREMASCHI (Da Controlacrisi.org)

Terremoto in Emilia

Non si sa se la parata Due Giugno potrà essere annullata, non si sa se la costosissima visita del papa a Milano potrà essere revocata. Le persone non vedono con benevolenza sfarzose cerimonie in pompa magna, quando aleggiano la morte e la distruzione nulla interessa se non cercare di aiutare coloro i quali si sono trovati in difficoltà a causa del sisma. Si evitino gli sprechi per delle parate militari, le forze materiali giungano in aiuto di un popolo terremotato, giungano ai 14000 sfollati, alle famiglie delle vittime!
Da qui il più vivo e sincero cordoglio per le vittime del sisma, per coloro i quali sono morti sul posto di lavoro tragicamente schiacciati dalle macerie degli stabilimenti. E’ triste che i luoghi più insicuri siano le stesse fabbriche, si festeggi la Costituzione (l’Italia è una repubblica democratica fondata sul LAVORO… qualcuno diceva!) garantendo a tutti la sicurezza sul posto di lavoro e facendo in modo che calamità naturali inaspettate non facciano degli stabilimenti delle trappole mortali.

Milano, la città della bolla speculativa. Intervista a Basilio Rizzo

Cosa sta succedendo al territorio di Milano, quanto si è costruito, perché in dieci anni sono stati dati in pasto al cemento sette ettari del territoriosenza una pianificazione a salvaguardia dei terreni e della loro sostenibilità? Lo chiediamo al Presidente del Consiglio Comunale di Milano, Basilio Rizzo, che negli anni si è impegnato a placare una certa logica di urbanistica, analizzando anche l’ascesa di Ligresti e soprattutto sottolineando il problema del Piano casa. Quali sono le origini di una così selvaggia urbanizzazione della città?

A Milano è avvenuto un consumo poco intelligente del territorio, fatto con il meccanismo della bolla speculativa, costruendo senza la certezza di vendere, ma con la sicurezza di avere finanziamenti dalle banche. Gli immobili sono stati poi messi a garanzia dei prestiti successivi, creando la situazione paradossale di aumentare l’edificazione, senza dare risposte ai problemi sociali della città, che sono quelli delle abitazioni a basso prezzo per i ceti medi. Tutto questo ha generato il fenomeno dei grandi spazi abbandonati a se stessi, con costruzioni, anche le più recenti, che di fatto non vengono concepiti per essere venduti. Oggi il problema è ancora più evidente, dato che gli immobili costruiti sono fuori dalla portata economica di chi ha bisogno di casa.

Politicamente, quali possono essere gli strumenti per rimediare alla politica delle costruzioni e degli abbandoni edilizi?

L’attuale Giunta lavorerà per trovare dei provvedimenti che penalizzino l’operatore, che, per lungo tempo, è stato in possesso di immobili sfitti, non permettendo più a questo di costruire altro. Il più delle volte questi operatori non hanno neanche tentato di mettere gli immobili sul mercato. Degli accorgimenti normativi potrebbero indirizzarsi verso un’intensificazione dell’IMU sugli immobili non utilizzati, ma ben presto si dovrà arrivare allo studio di provvedimenti specifici, come avviene in altri Paesi, che indichino che dopo 3-4 anni (come il provvedimento dei conto correnti dormienti) se un proprietario ha un immobile privo di contratto (di vendita o di affitto) dovrà rassegnarsi a concederlo alle istituzioni, che dovranno riutilizzarlo socialmente. In questo modo si realizzerebbe la sovranità dell’ente pubblico in merito a questo tipo di problematiche.

Le migliaia di abitazioni sfitte saranno finalmente destinate a chi necessita di una dignitosa dimora?

C’è un grande patrimonio di edilizia residenziale pubblico inutilizzato e credo che una delle prossime scelte dell’Amministrazione sarà quella di recuperare le migliaia di alloggi sfitti che ci sono a Milano. Si partirà dal patrimonio pubblico, con degli investimenti di risanamento ed adeguamento delle norme necessarie, perché è intollerabile che, di fronte ad un bisogno così ampio, esistano alloggi, anche di natura pubblica, che non vengano utilizzati.

Quali sono state le debolezze istituzionali che hanno permesso questa marcia libera dell’annientamento del suolo?

Guardando al recente passato, si può imputare alla Giunta che ci ha preceduti di non aver utilizzato i freni del PGT (Piano di governo del territorio), per impedire alle aree agricole di arrivare a diritti edificatori. Si è consegnato un piano, in vigore, che non individua assolutamente terreni non edificabili. Quindi si è concesso anche ad aree a destinazione agricola di esercitare diritti volumetrici. Nel nostro PGT le aree a parco non avranno diritti di edificazione e per le altre aree si dovrà tornare sempre in Consiglio Comunale per decidere se costruire o meno.

AMBIENTEITALIA | Fonte: E – il mensile on line | Autore: lorenzo giroffi(Da Controlacrisi.org)

Viva Grillo !!

Bene, bravo, viva Grillo. Ma non lo voto

Ho vinto le le elezioni! Aspettavo da venti anni che il partito di Berlusconi e quello di Bossi finissero. Oggi il sogno si avvera! Anzi, troppa grazia Sant’Antonio…

Ho vinto assieme a tutti quelli che dovevano vincere: la vecchia sinistra e i nuovi grillini. Ma ho un cruccio, Grillo non mi piace più. Grillo prende posizione contro lo jus soli per i bambini nati in Italia (o almeno per schivare l’argomento mal visto dai leghisti dice “si distraggono gli italiani dai problemi veri“). Tristissima battuta.

Lo jus soli è la norma in molti Paesi perfino se nascono sulle loro navi e aerei in viaggio; poi elogia, come fanno molti, il “primo” Bossi. Bel sistema di giudizio. Direi che, se questo è il criterio, anche il primo Mussolini non era male (“Viva il socialismo!” Mussolini, fino al 1914) mentre il primo Montanelli era pessimo («Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà». Indro Montanelli, gennaio 1936, “Civiltà Fascista”). Quindi parla contro il “Complotto” ordito nei confronti della Lega Nord da parte del governo Monti ed i servizi segreti per far fuori gli oppositori.

Mi chiedo se è convinto di quello che dice o lo fa per accattivarsi i voti dei leghisti in crisi. Sento già il suo fantasma che mi grida “vaffanculo”. Ma la domanda è legittima. Tattica da sgamato vecchio politico di mestiere. E i grillini zitti. Tutti d’accordo?

Poi va in Sicilia dove la mafia è di casa e, nell’anniversario della morte di Pio La Torre nonché della strage di Portella della Ginestra, bolla il governo Monti peggio della mafia che, dice, “quella ti chiede il pizzo ma almeno non ti strozza”. Era una battuta. Una battutaccia. Diciamo che gli è venuta male. Infatti lui, poi, ha pensato bene di dovere una spiegazione secondo il metro del politicamente corretto (assistito anche da un fondo di Travaglio) e allora mi delude anche di più. È come spiegare le barzellette a chi non le capisce. Penoso.

Ma, soprattutto, Grillo è orrendo quando fa il tirannello e decide lui chi è dentro o fuori il “suo” movimento. I bravi grillini poi mi sembrano tutti un po’ berlusconiani nel modo: guai a chi parla, è lui, il capo, l’unto che decide e loro buoni e zitti se no: fuori! Lui può prendere per il culo e insultare tutti ma se lo critichi tu, anche educatamante, sono guai, un “vaffa” e fuori dal Movimento: “vi ho fatto io e io vi disfaccio”.

Infatti sta già tirando le orecchie a Pizzarotti, il neo sindaco di Parma perché si è permesso di dire che non è Grillo che ha vinto ma i grillini parmensi. Ma qui, forse, ha anche ragione lui: se quel movimento è il suo se lo tenga. Però è molto divertente quando fa i suoi comizi. Mi piace e mi fa capire un sacco di cose.

E allora, ecco, usando il suo stesso metro, direi che: mi piace il “primo” Grillo, di quando faceva il comico e si poteva anche permettere battute politicamente scorrette perché comunque se ne coglieva il senso satirico. Perché la satira se non è scorretta non è satira. Erano tempi in cui si rideva amaro di fronte alla fotografia di Aldo Moro prigioniero delle BR, pubblicata da “Il Male” con la scritta “scusate, abitualmente vesto Marzotto”. Satira tragica e irrispettoso anticonsumismo. Era l’epoca di “Cuore”: “Torna l’ora legale: socialisti nel panico” e lui: “socialisti ladri!” gridato in Tv sporgendosi veemente oltre il palco. Diceva la verità scherzando e noi ci credevamo e come! Anzi lo sapevamo che era vero!

Era passabile anche quando, negli anni 90, in cambio di soldi ci invitava a bere lo yogurt Yomo che oggi gli farebbe schifo solo il pensiero. Poi cambiò idea e stile pigliando per il culo chi cedeva alla pubblicità menzognera. E ancor meglio, impareggiabile, era quando finiva i suoi recital, nei palasport stracolmi, invitandoci a tornare a casa, prendere una mazza da baseball e spaccare il computer, mostro consumistico da aborrire. E, detto fatto, ne fracassava uno in diretta. Bello! Mitico! Esemplare! Sono stato quasi tentato di spaccare il mio primo computer appena comprato. Poi lui, come si sa, ha cambiato idea e ora prende per il culo chi non lo vuole usare, il computer e internet (e provate a cancellarvi dal suo Blog…!). Bene feci a non dargli retta, m’era costato un occhio!

Gli perdonavo tutto. Anzi mi piaceva proprio, quel Grillo lì.

Finché ho capito la chiave interpretativa del nuovo Grillo e ho finalmente visto il primo Grillo in quello di oggi. Accendo la tv e vedo il comico che fa il suo numero a Parma, a Budrio e allora tutto quello che dice mi va benissimo e mi fa divertire. Anche il politicamente scorretto, compresa la battuta sulla mafia che non strozza. Senza spiegazione postuma. Sapevo decifrarla da me. È il Grillo dei bei tempi.

Ma poi, quando ci fa vedere il simbolo del suo partito col suo nome scritto sopra camuffato da indirizzo www e ci chiede di votarlo, capisco che lo show è già finito, è ora di spegnere. E di metterlo assieme al mucchio di chi non voterò. Aspetto il suo prossimo cambio di idea, anzi, di linea strategica. Sperando di continuare a ridere ancora.

27/05/2012 13:07 | AMBIENTEITALIA | Fonte: il fatto quotidiano | Autore: Ivano Marescotti (Da Controlacrisi.org)

Villa Adriana: la villa della vergogna!

“Costruì una splendida villa a Tivoli, così da intitolare i vari edifici con i celebri nomi dei provincie e di luoghi famosi, come la Licia, l’Accademia, il Pritaneo, il Canopo, il Pecile, Tempe; per non tralasciare nulla dipinse anche gli inferi” Con queste rapide parole un misteriosissimo storico, vissuto durante il declino dell’Impero romano, descrive la magnificenza della villa che l’Imperatore Adriano si fece costruire presso Tivoli. Già da queste parole emerge il carattere spettacolare e speciale di quel complesso di edifici: un magnifico insieme di elementi architettonici rappresentanti luoghi particolarmente significativi dell’Impero romano. Così il complesso di strutture richiama i luoghi dell’Atene classica (il Pecile, che è una ricostruzione dell’Agorà e dei portici di Atene), le regioni esotiche, ricche ed evocative dell’Egitto (il Canopo: un Nilo in miniatura ornato da colonne). Il desiderio di un solo uomo portò alla costruzione di teatri marittimi con isole, biblioteche, cupole svettanti. Tutto questo è testimonianza di un popolo che già aveva conoscenze architettoniche elevate (Vitruvio, che fu il modello per l’architettura moderna, all’epoca della costruzione era già morto da più di cento anni!) capaci di dar vita a creazioni fantasiose e stravaganti.

Nel complesso di Villa Adriana regna la memoria di luoghi e persone che vissero “quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio […] un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo”, per dirla come Flaubert. Già si possono immaginare in luoghi del genere le sfarzose feste dell’imperatore, le effigi di dei antichi, i santuari per il suo prediletto Antinoo, deificato dopo una morte misteriosa in Egitto (probabilmente un suicidio rituale in onore dell’Imperatore). Tra le rovine di Tivoli una giovane Marguerite Yourcenar ideò uno dei romanzi più importanti del ‘900: le Memorie di Adriano.

Siamo a Corcolle, nel 2012, queste amenità storiche (protette dall’UNESCO)  rischiano di essere deturpate profondamente per la costruzione di una discarica tendenzialmente abusiva. Stupisce il beneplacito di Palazzo Chigi per adibire una dismessa cava, situata ad un chilometro dal sito della Villa, a luogo di stoccaggio per i rifiuti solidi urbani della città di Roma. Quello che preoccupa è anche il serissimo rischio di inquinamento delle falde acquifere, considerando il fatto che parliamo di zone densamente abitate, la contaminazione delle acque potabili risulta essere uno dei punti più allarmanti di questa vergognosa vicenda. Ma le Istituzioni dinanzi a questa chiarissimo (tentativo di ) stupro del territorio e dei beni (comuni) culturali dove sono? Il prefetto Giuseppe Pecoraro, commissario romano ai rifiuti, è il principale attore di ciò, complici e assieme attori sono l’amministrazione della Provincia, ma anche il governo. Il ministro Ornaghi certamente non si è distinto per durezza e intransigenza nella condanna del fattaccio, le sue reazioni insipidissime sono state “rimango contrarissimo”, ma poi che dire del Ministro Cancellieri che ha ringraziato Monti, per la fiducia data al prefetto Pecoraro. Ma cosa ci si può aspettare, citando il bell’ articolo di Sergio Rizzo (già attivo nella difesa dei beni culturali) sul Corriere  (http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/12_maggio_24/20120524NAZ23_19-201315423420.shtml), da un ministro che “non ha certo lasciato un segno indelebile nella storia di quel ministero. L’ultima iniziativa di spicco è stata la nomina nel Consiglio di amministrazione della Scala di Milano di un suo collaboratore all’Università Cattolica, Alessandro Tuzzi, al posto del finanziere Francesco Micheli”. Dopo questi fatti, il presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, il professor Carandini (archeologo di fama internazione), ha rassegnato le sue dimissioni scrivendo queste parole al sig. Ministro: ” la mancanza di una politica del governo verso la cultura già mi aveva sorpreso e deluso. Ma esistono per ciascuno di noi dei limiti di tolleranza civica e personale. Le ultime notizie sulla discarica prevista a Corcolle, straordinariamente gravi per la prossimità a Villa Adriana e alle quali non arrivo a credere, rappresentano la goccia che ha fatto traboccare il vaso…”

Questo è un ulteriore fattaccio sulle spalle di un governo che vuole “farsi bello in Europa”, ma si rende veramente ridicolo nel non saper difendere uno dei siti storici più importanti al mondo. La villa di Adriano diventerà la villa della vergogna, il simbolo dei disvalori che dominano la classe dirigente italiana. E come sempre gli interessi enormi e le trame di potere che riposano sui rifiuti vanno a schiacciare la salute  e i diritti di tutti i cittadini di quella zona, che vedono incombere un gravissimo pericolo per la loro salute. Non possono che giungere biasimo enorme e profonda tristezza per le decisioni inique di un Governo, che non ha a cuore il bene comune. Il pieno appoggio a quei cittadini di Corcolle è (http://www.comitatorifiutizerocorcolle.it/) che stanno anche lottando per difendere il territorio.

Antologia Marxiana I: Il contrasto tra la classe degli oppressi e degli oppressori

Il contrasto tra la classe degli oppressi e quella degli oppressori: la storia come lotta di classe

La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi.

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.

Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi.

La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.

La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L’intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra: borghesia e proletariato.

Dai servi della gleba del medioevo sorse il popolo minuto delle prime città; da questo popolo minuto si svilupparono i primi elementi della borghesia.

La scoperta dell’America, la circumnavigazione dell’Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo terreno. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, gli scambi con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci in genere diedero al commercio, alla navigazione, all’industria uno slancio fino allora mai conosciuto, e con ciò impressero un rapido sviluppo all’elemento rivoluzionario entro la società feudale in disgregazione.

L’esercizio dell’industria, feudale o corporativo, in uso fino allora non bastava più al fabbisogno che aumentava con i nuovi mercati. Al suo posto subentrò la manifattura. Il medio ceto industriale soppiantò i maestri artigiani; la divisione del lavoro fra le diverse corporazioni scomparve davanti alla divisione del lavoro nella singola officina stessa.

Ma i mercati crescevano sempre, il fabbisogno saliva sempre. Neppure la manifattura era più sufficiente. Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. All’industria manifatturiera subentrò la grande industria moderna; al ceto medio industriale subentrarono i milionari dell’industria, i capi di interi eserciti industriali, i borghesi moderni.

La grande industria ha creato quel mercato mondiale, ch’era stato preparato dalla scoperta dell’America. Il mercato mondiale ha dato uno sviluppo immenso al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni per via di terra. Questo sviluppo ha reagito a sua volta sull’espansione dell’industria, e nella stessa misura in cui si estendevano industria, commercio, navigazione, ferrovie, si è sviluppata la borghesia, ha accresciuto i suoi capitali e ha respinto nel retroscena tutte le classi tramandate dal medioevo.

Vediamo dunque come la borghesia moderna è essa stessa il prodotto d’un lungo processo di sviluppo, d’una serie di rivolgimenti nei modi di produzione e di traffico.

Ognuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente progresso politico. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, insieme di associazioni armate ed autonome nel Comune, talvolta sotto la forma di repubblica municipale indipendente, talvolta di terzo stato tributario della monarchia, poi all’epoca dell’industria manifatturiera, nella monarchia controllata dagli stati come in quella assoluta, contrappeso alla nobiltà, e fondamento principale delle grandi monarchie in genere, la borghesia, infine, dopo la creazione della grande industria e del mercato mondiale, si è conquistata il dominio politico esclusivo dello Stato rappresentativo moderno. Il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese.

La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.

Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo «pagamento in contanti». Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche.

La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi.

La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro.

La borghesia ha svelato come la brutale manifestazione di forza che la reazione ammira tanto nel medioevo, avesse la sua appropriata integrazione nella più pigra infingardaggine. Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l’attività dell’uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che le piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le crociate.

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.

Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni.

Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell’industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale.

Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.

La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana in confronto di quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della popolazione all’idiotismo della vita rurale. Come ha reso la campagna dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi, l’Oriente dall’Occidente.

La borghesia elimina sempre più la dispersione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione, e ha concentrato in poche mani la proprietà. Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, legate quasi solo da vincoli federali, con interessi, leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola barriera doganale.

Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l’applicazione della chimica all’industria e all’agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il dissodamento d’interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo -quale dei secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive?

Ma abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si era venuta costituendo la borghesia erano stati prodotti entro la società feudale. A un certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava, l’organizzazione feudale dell’agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono spezzate.

Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente costituzione sociale e politica, con il dominio economico e politico della classe dei borghesi.

Sotto i nostri occhi si svolge un moto analogo. I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate. Sono decenni ormai che la storia dell’industria e del commercio è soltanto storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. Basti ricordare le crisi commerciali che col loro periodico ritorno mettono in forse sempre più minacciosamente l’esistenza di tutta la società borghese.

Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova all’improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. -Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall’altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.

A questo momento le armi che son servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa.

Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai, che sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato.

Con l’estendersi dell’uso delle macchine e con la divisione del lavoro, il lavoro dei proletari ha perduto ogni carattere indipendente e con ciò ogni attrattiva per l’operaio. Egli diviene un semplice accessorio della macchina, al quale si richiede soltanto un’operazione manuale semplicissima, estremamente monotona e facilissima da imparare. Quindi le spese che causa l’operaio si limitano quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza dei quali egli ha bisogno per il proprio mantenimento e per la riproduzione della specie. Ma il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione. Quindi il salario decresce nella stessa proporzione in cui aumenta il tedio del lavoro. Anzi, nella stessa proporzione dell’aumento dell’uso delle macchine e della divisione del lavoro, aumenta anche la massa del lavoro, sia attraverso l’aumento delle ore di lavoro, sia attraverso l’aumento del lavoro che si esige in una data unità di tempo, attraverso l’accresciuta celerità delle macchine, e così via.

L’industria moderna ha trasformato la piccola officina del maestro artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Masse di operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. E vengono poste, come soldati semplici dell’industria, sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di sottufficiali e ufficiali. Gli operai non sono soltanto servi della classe dei borghesi, ma vengono asserviti giorno per giorno, ora per ora dalla macchina, dal sorvegliante, e soprattutto dal singolo borghese fabbricante in persona. Questo dispotismo è tanto più meschino, odioso ed esasperante, quanto più apertamente esso proclama come fine ultimo il guadagno. (K. Marx – F. Engels Manifesto del partito comunista)

CRIMINALI !

Brindisi, una ragazza molto grave ancora in sala operatoria. Cgil: “Insensata e brutale violenza”
Una ragazza morta, una molto grave in sala operatoria, altri tre studenti con ustioni al 40% e due con danni di lieve entità. E’ questo per il momento il bilancio, del tutto provvisorio dell’attentato davanti alla scuola Morvillo-Falcone. Per il momento gli inquirenti seguono la pista dell’attentato mafioso. In città per oggi era attesa la carovana della legalità.
Tre le deflagrazioni, poco prima delle otto di fronte all’istituto professionale Morvillo Falcone, nei pressi del tribunale. Gli ordigni – collegati a bombole di gas – erano su un muretto
Questo il comunicato diffuso dalla Cgil subito dopo i fatti di questa mattina. “Il primo pensiero va alle vittime di questa insensata e brutale violenza, agli studenti e alle studentesse, ai docenti e al personale dell’Istituto Falcone e Morvillo, a tutta la comunità cittadina di Brindisi e alle Istituzione che la rappresentano. Il fatto che oggetto dell’attentato siano stati dei giovani esaspera il nostro dolore, dando ulteriore dimostrazione di disumanità di chi ha voluto macchiare col sangue una giornata che per Brindisi sarebbe stata di impegno sociale e civile; sarebbe infatti passata la Carovana Antimafia, promossa tra gli altri anche dalla Cgil. Il fatto che l’attentato si sia materializzato a pochi passi dalla nostra sede provinciale rappresenta per noi un ulteriore motivo di rabbia. Confermiamo dunque con forza il nostro impegno senza sosta contro ogni forma di violenza e di terrorismo di qualsiasi matrice, nella speranza che prima o poi i responsabili di questo attentato siano presto individuati. La Cgil promuoverà nelle prossime ore, insieme a tutte le forze democratiche e della società civile, diverse iniziative in Puglia e in tutta Italia per dire ancora una volta no a chi vuole diffondere terrore e violenza. Confermiamo, inoltre, che stamattina la Cgil conferma la propria presenza alla conferenza stampa già prevista per la carovana antimafia”.
Il segretario del Prc Paolo Ferrero ha espresso a nome suo e di tutto il partito della Rifondazione Comunista “il cordoglio ai familiari della giovane ragazza assassinata a Brindisi e l’orrore per la barbarie che a Brindisi si è scatenata”. “La ferocia di chi mette bombe appositamente per cercare la strage di giovani ragazzi e ragazze e seminare il terrore – si legge in una nota – non può essere lasciata impunita: lo Stato si attivi per assicurare i colpevoli alla giustizia”. Recentemente in Puglia c’è stata una ripresa della criminalità. Fabio Marini, presidente dell’associazione antiracket di Mesagne, è stato vittima di un attentato dinamitardo pochi giorni fa: la sua auto è saltata in aria la notte del 4 maggio.
19/05/2012 11:04 | ALTROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (Controlacrisi.org)

Appuntamenti: sabato 18 maggio ore 14,00 “La TAV della Lombardia”

Lusi si “canta” tutta la Margherita soldi anche al sindaco Renzi

L’ex tesoriere è un fiume in piena e racconta di 70mila euro andati nelle mani di Matteo Renzi, ma anche delle spese di Rutelli ed Enzo Bianco. Di assegni e bonifici ce ne era per tutti, mentre si sostenevano mensilmente e annualmente fondazioni e associazioni. Il partito trema per queste rivelazioni. Molti dirigenti passati all’Api venivano poi pagati con i soldi della Margherita

 

“Renzi ha richiesto dei soldi, circa 100 mila, anzi 120 mila euro suddivisi in tre fatture, poi Rutelli mi ha chiesto di non pagargli la terza e così ho dato a Renzi solo 70 mila euro”. E’ questa una delle rivelazioni che Luigi Lusi ha fatto durante la sua audizione alla Giunta delle immunità di palazzo Madama. Lusi, sul quale pende la richiesta di arresto della Procura di Roma, ha consegnato una memoria con numerosi allegati, rivelando di aver già detto tutto ai magistrati. “Nella Margherita – ha raccontato Lusi secondo quanto viene riferito – facevo semplicemente ciò che mi veniva detto. Agivo su mandato dei dirigenti e tutelando le varie componenti”.

L’ex tesoriere ha quindi ammesso di aver dato dei soldi annualmente e mensilmente a varie fondazioni, tra cui quella di Rutelli … continua a leggere su Il Manifesto


Rifondazione c’è!

Proposta di legge di iniziativa popolare: FIRMA anche TU!

SinistraSenago: per la Senago che vogliamo!

Massimo Gatti: consigliere della provincia di milano

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 8.170 follower

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

PETIZIONE: “NO VASCHE”

Firma anche tu la petizione "NO VASCHE" promossa dal COMITATO SENAGO SOSTENIBILE. Clicca sull'immagine
Elezioni 2012

Calendario delle pubblicazioni

maggio: 2012
L M M G V S D
« Apr   Giu »
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031