Viva la Fiom!

Si è appena conclusa la manifestazione nazionale dei metalmeccanici a Roma. È stata una manifestazione bellissima, che dà a tutti noi una grande iniezione di fiducia. E forse ci aiuta a chiarire le idee, dando qualche suggerimento per il nostro cammino.

Ancora una volta la materialità delle cose si incarica di semplificare fiumi di parole e castelli di sabbia spesi e costruiti a sinistra negli ultimi mesi.

Andiamo con ordine. La prima bussola che non dobbiamo mai più perdere di vista è che il lavoro è il cuore di qualsiasi opposizione sociale e politica alla crisi, al neo-liberismo e ai suoi governi. Sono i lavoratori in carne ed ossa e, paradigmaticamente, i lavoratori metalmeccanici la spina dorsale dell’opposizione e dell’alternativa. Con la loro dignità, la durezza della lotta che hanno ingaggiato con il padronato in questi mesi. E con la conseguenza che un programma di alternativa non può che muovere dai capisaldi della piattaforma della manifestazione di oggi: democrazia e diritti nelle fabbriche, piano straordinario e pubblico per il lavoro, lotta alla precarietà e diritto al reddito per tutti.

La seconda bussola è che la Fiom sta caricando sulle proprie spalle un lavoro immane di rappresentanza sociale del conflitto a cui dobbiamo assicurare tutta la nostra solidarietà e tutto il nostro sostegno attivo. Tuttavia, come ha detto anche quest’oggi dal palco il segretario generale Landini il nodo della rappresentanza politica è ancora tutto da sciogliere. E rimarrà eluso fino a che le forze politiche della sinistra continueranno a mettere la testa sotto la sabbia e a non rispondere ad un bisogno di unità che emerge ogni giorno più prorompente. Per farlo con onestà e senza strabismi, bisogna però essere conseguenti, a partire dall’atteggiamento quotidiano di ciascuno nei confronti del governo. Tra le politiche del governo Monti e l’arroganza autoritaria di Confindustria e della Fiat e, dall’altra parte, la mobilitazione dei lavoratori metalmeccanici non c’è più spazio di mediazione e di compromesso. Non c’è più nessuna foto di Vasto. Nessuna possibile ulteriore ambiguità.

Pur con il rispetto massimo che si deve alla discussione interna al Partito democratico, come si fa a non vedere che ogni pur timido tentativo di connotarsi a sinistra e di tenere il Pd ancorato al dibattito che anima la socialdemocrazia europea (a partire da quella francese) naufraga miseramente? Naufraga di fronte alle bordate dell’ala veltroniana ma anche di fronte ai divieti e alle interviste del segretario Bersani così come alle retromarce degli stessi Fassina e Orfini. Naufraga, riconsegnandoci l’idea di un partito ad oggi inservibile ad un progetto di alternativa.

La seconda bussola, allora, si chiama unità della sinistra. Unità della sinistra a sinistra del Pd. Senza perdere altro tempo, perché le bandiere di quest’oggi (con una prevalenza straordinaria e significativa di quelle comuniste) sventolavano insieme e non sembrava avessero troppa voglia di aspettare all’infinito i gruppi dirigenti.

Il terzo punto di riferimento riguarda infine la direzione verso cui guardare: il futuro e non il passato. Da piazza della Repubblica fino a San Giovanni hanno sfilato decine di migliaia di giovani. Giovani precari, giovani studenti, giovani disoccupati. Un settore decisivo della classe, mai come oggi unito in una condizione di precarietà e di sofferenza generalizzata e mai come oggi frammentato e privo di punti di riferimento. Che vive le contraddizioni sopra accennate, a partire dal vuoto di rappresentanza politica, moltiplicate per mille. Questa è la sfida nella sfida. Costruire l’unità della sinistra, su contenuti netti e radicali, e farlo al servizio di una generazione che scalpita e che non vuole più aspettare.

marzo 9, 2012 simone.oggionni

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