Archivio per marzo 2012

Quando lo Spread vince sui diritti.

La manovra da 27 miliardi che ammazzerà la Spagna

 

 

 

 

 

Anche questa volta, nonostante un grandissimo sciopero generale, hanno vinto loro. Hanno vinto le pressioni di Ue, Bce, Fmi. Ha vinto lo spread, usato come arma per imporre austerità ai Paesi, perché il ‘Dio’ mercato ha bisogno di questo, ha bisogno di vittime da sacrificare. Il premier Rajoy l’aveva promesso da mesi: faremo una Finanziaria «molto, molto austera». Promessa mantenuta. Il governo popolare (centro-destra) ha varato ieri il maggior taglio del post-franchismo: 27,3 miliardi di euro. Un taglio che si somma a quello di fine dicembre, quando l’Esecutivo conservatore è entrato in carica con maggioranza assoluta. In totale una stangata di 42,3 miliardi in appena 100 giorni. Un colpo di grazia per un Paese in piena recessione e con una crescita negativa prevista per quest’anno di -1,7% e con un record europeo di disoccupazione, che è al 23%. I senza lavoro previsti a fine 2012 passeranno dagli attuali 5,3 a 6 milioni.
Ma questo non ha fermato Rajoy che ha mantenuto la parola data a Bruxelles per ridurre il deficit della Spagna. «Gli sforzi della Spagna per il consolidamento fiscale sono vitali. Ci congratuliamo per la determinazione del suo governo», ha lodato Rehn, commissario Ue all’Economia. «Dovete applicare la Finanziaria il prima possibile perché produca effetti nel 2012», gli ha fatto eco Asmussen, rappresentante tedesco nella Bce.

Tutto secondo copione insomma. E lo spread con i bund? Miracolo! Cala proprio quando si approva il massacro sociale: da 371 punti basici è sceso a quota 354 (meno 2%). Questo conferma che lo spread in Europa è manipolato da mani ‘esperte’ per ‘convincere’ di volta in volta i Paesi a fare manovre di austerità, ad affossare i diritti e i salari per rilanciare la ‘competitività’ del vecchio Continente. Lo vediamo anche in questi giorni in Italia: lo spread sale proprio durante la discussione della riforma del mercato del lavoro. Salirà ancora fino a quando il Parlamento non voterà il ‘pacco’. Poi scenderà. Lo spread vince ancora!

31/03/2012 10:15 | ECONOMIAINTERNAZIONALE | Fonte: controlacrisi.org | Autore: A. F.

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IL CONTO DELLA CRISI

ECCO IL CONTO DELLA CRISI. DECINE DI SUICIDI DI GENTE CHE LAVORA

 

 

 

29 MARZO 2012: un muratore immigrato di una cooperativa si da fuoco a Verona davanti al palazzo del Comune per protestare per il ritardo del pagamento dello stipendio.

28 MARZO 2012: Un muratore di 58 anni, nato in provincia di Caserta ma residente a Ozzano Emilia, si dà fuoco nella sua auto in via Nanni Costa, non lontano dall’Agenzia delle Entrate di Bologna. L’uomo viene ricoverato in prognosi riservata nel reparto di rianimazione del centro grandi ustionati di Parma: ha ustioni gravissime su tutto il corpo. All’interno dell’abitacolo vengono trovati una lettera indirizzata alla moglie e un’altra indirizzata all’Agenzia delle Entrate, in cui l’uomo spiega di aver sempre pagato le tasse e chiede di lasciare stare la propria consorte.

27 MARZO 2012: Un imbianchino di 49 anni si lancia dal balcone a Trani perchè da tempo non riusciva a trovare un posto di lavoro.

27 MARZO 2012: Un imprenditore di 44 anni si impicca con una corda legata a un carrello elevatore nel capannone dell’azienda di cui era socio. Succede a Cepagatti, nel pescarese. Il suo corpo viene trovato dai dipendenti. Il gesto dell’uomo sarebbe legato a motivi economici: sembra che la ditta avesse problemi finanziari.

26 MARZO 2012: Miriam Sermoneta, una guardia giurata in cassa integrfazione si uccide nella notte con un colpo di pistola al cuore nella sua abitazione a Guidonia.

21 MARZO 2012: A Crispiano, in provincia di Taranto, un uomo di 60 anni, disoccupato da due anni e invalido civile, a causa dello sconforto per le precarie condizioni economiche, si rinchiude nello sgabuzzino della propria abitazione e tenta il suicidio impiccandosi. La moglie, non vedendolo più in casa e notando la porta del ripostiglio chiusa a chiave, si preoccupa e telefona ai carabinieri e tra grida e lacrime chiede il loro aiuto. Grazie all’intervento dei carabinieri e del personale del 118 l’uomo viene salvato.

20 MARZO 2012: Un uomo di 53 anni, residente in provincia di Belluno, a Sospirolo, viene trovato senza vita, impiccato, in una baracca dietro alla sua abitazione. Il 53enne, imprenditore edile, sarebbe un ennesima vittima della crisi: da qualche tempo infatti era in difficoltà economiche non riuscendo a incassare alcuni crediti. Il gesto estremo è maturato dopo che l’uomo è stato multato e si è visto sequestrare l’auto per guida senza patente.

15 MARZO 2012: Una donna di 37 anni tenta il suicidio per aver perso il lavoro in provincia di Lucca. La vittima ingerisce del liquido per sgorgare gli scarichi, un prodotto fortemente tossico, e finisce in ospedale.

9 MARZO 2012: Un commerciante di 60 anni, in provincia di Taranto, durante la notte si toglie la vita impiccandosi in contrada ‘Ciaurrò, nella Marina della cittadina jonica. La causa del gesto è da attribuirsi a problemi di natura economica.

9 MARZO 2012: Un falegname di 60 anni si toglie la vita a Noventa di Piave (Venezia) per motivazioni riconducibili a problemi di carattere sia economico che personale. L’uomo lascia una lettera prima di compiere il folle gesto con una corda recuperata in azienda.

27 FEBBRAIO 2012: A Verona un piccolo imprenditore edile, dicendo di vantare crediti con vari clienti per circa 34mila euro, si presenta in banca chiedendo un prestito di 4mila euro. L’uomo, un 50enne titolare di un’impresa edile, vistosi negare il prestito dalla sua banca, verso cui era già debitore, esce dalla filiale e si cosparge di alcol tentando il suicidio. I carabinieri della Compagnia di Verona, intervenuti sul posto lo salvano.

26 FEBBRAIO 2012: Un imprenditore si toglie la vita impiccandosi nel capannone della sua ditta, in provincia di Firenze. Il cadavere viene trovato dai famigliari. All’origine del gesto le preoccupazioni dell’uomo, 64 anni, per la crisi economica che aveva investito la sua azienda: questo il senso del messaggio lasciato dall’imprenditore in un biglietto ritrovato accanto al corpo. L’uomo si impicca con una corda a una trave del capannone.

21 FEBBRAIO 2012: Un piccolo imprenditore trentino, oppresso dai debiti, cerca di suicidarsi gettandosi sotto un treno merci, nei pressi della stazione ferroviaria di Trento. Viene salvato dal tempestivo intervento di agenti.

15 FEBBRAIO 2012: A Paternò, in provincia di Catania, un imprenditore 57enne si uccide impiccandosi in preda alla disperazione a causa dei debiti della sua azienda. Il cadavere viene rinvenuto in un capannone in un deposito di proprietà della ditta della quale era titolare.

12 dicembre 2011: Un imprenditore si suicida per problemi economici a Vigonza, nel Padovano. Prima di uccidersi con un colpo di pistola nel suo ufficio lascia un biglietto sulla scrivania con scritto: “Perdonatemi non ce la faccio più”. Soffriva perché costretto ad accettare la cassa integrazione per i suoi dipendenti a causa di mancanza di liquidità.

10 febbraio 2011: Un commerciante si toglie la vita impiccandosi nel suo negozio situato al centralissimo corso Umberto a Napoli. E’ il figlio a fare la tragica scoperta. Prima di suicidarsi l’uomo lascia un biglietto ai suoi familiari: “Perdonatemi, non ce la faccio più”.

13 settembre 2010: Troppi debiti. Questa la motivazione che spinge un imprenditore 57enne a bruciare nella notte, a Firenze, il ristorante che gestiva da tre anni, e poi a togliersi la vita impiccandosi nel gazebo esterno al locale. L’uomo, secondo quanto emerso, aveva uno scoperto di 18mila euro in banca. Prima di compiere il tragico gesto, invia degli sms ai suoi collaboratori, scrivendo: “Mi avete ammazzato con le vostre pretese, non riceverete più una lira, addio, arrangiatevi”. L’imprenditore doveva ai suoi dipendenti degli stipendi arretrati.

2 marzo 2010 – Un imprenditore si suicida a Camposampiero, nel Padovano, per le difficoltà della sua azienda.

(Da controlacrisi.org del 29/03/12)

O la borsa o la vita

Sabato, a Milano, ci sarà la prova nazionale OccupyPiazzAffari, manifestazione contro la «schiavitù del debito» e le politiche del governo. Ne parla Giorgio Cremaschi .

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli obiettivi di questa manifestazione? E come è nata?
La manifestazione è un’idea del Comitato No Debito, già dalla fine dell’anno scorso. Progressivamente ha assunto però un altro significato; hanno aderito molte altre forze, rendendola qualcosa di molto più vasto. È un coordinamento in cui ci sono ora la Cub, S. Precario, e praticamente tutti i movimenti sociali conflittuali. In questi ultimi giorni sta crescendo moltissimo complice ovviamente quel che sta combinando il governo sul mercato del lavoro. È la prima grossa iniziativa dopo l’irrigidimento del governo sull’art. 18.

Dai problemi generali dell’economia ai problemi d’attualità?
Sta diventando – come dovrebbero essere le manifestazioni – non un atto di «testimonianza» di una sigla particolare, ma un «mezzo»: quelli che vogliono far sentire a Monti che «non ci stanno», cominciano a rendersi conto che questo è un mezzo forte.

Quale livello dovrebbe raggiungere per incidere sui rapporti di forza e far cambiare idea al governo?
Non c’è un limite. Ce lo siamo detti tutti: è il punto di partenza di un’opposizione che continuerà. Ci stiamo già dando nuovi appuntamenti. L’importante è che ci sia una forza sufficiente per dire «questa è la base da cui partire». Sappiamo che una manifestazione, oggi, non fa cadere un governo. Ma può dare forza a tutti i movimenti, di qualsiasi genere. In testa al corteo ci saranno i No Tav, poi le fabbriche e le realtà in lotta. Vogliamo dare un segnale: si è rimessa in moto l’opposizione sociale e attrae i soggetti più diversi. Una delle ultime adesion, per esempio, è quella dei pastori sardi.

Non so se hai visto sul giornale il «progetto antisciopero europeo»…
Voglio congratularmi con il manifesto, l’unico giornale che ne abbia parlato. Nel linguaggio europeo, questo testo di Barroso viene chiamato «Monti 2». Perché nasce dalla sua cultura profonda che, come hanno giustamente individuato gli inglesi – a differenza di una certa sinistra di palazzo che fa finta di nulla – è l’equivalente italiano della Thatcher, quella che diceva «la società non esiste, esistono solo le persone». È l’ideologia per cui «nel mercato» tutti gli interessi hanno «pari dignità», ma quelli dell’impresa vengono sempre prima. In questo devo dire, c’è un contributo assolutamente negativo del capo dello stato, perché c’è una lesione di fondo dello spirito della nostra Costituzione. Quando si dice «dovete fare un sacrificio sull’art. 18» significa mettere il diritto a un lavoro dignitoso, che è l’anima fondante la Costituzione, alla pari con la protesta dei notai.

L’Ocse dice che anche Germania, Francia e Olanda devono «riformare» il loro mercato del lavoro…
Stiamo programmando, in coordinamento con i movimenti europei, una manifestazione a maggio sotto la sede della Bce, a Francoforte. Del resto l’ha detto Draghi: il «sistema europeo è morto». La lunga marcia della restaurazione in Europa di un capitalismo selvaggio di stampo anglosassone è cominciata con la Grecia, ma finirà in Germania e Svezia. Sono partiti con i paesi più deboli, ma tra uno o due anni – se passano da noi – diranno ai lavoratori francesi e tedeschi «ora tocca a voi». Come Draghi ha detto ieri ai greci: «dovete rinunciare al benessere». C’è una classe dirigente europea legata al sistema finanziario internazionale, convinta che la soluzione della crisi sia un’Europa low cost. È chiaro che siamo solo un granello di sabbia, ma vorremmo provare a fermare l’ingranaggio.

Vedi possibilità di sblocco in ciò che resta della sinistra italiana?
È l’ambizione che abbiamo. Da un lato, pur non avendo alcuna mira elettorale, la politica che proponiamo – rifiuto del ricatto del debito, modello di sviluppo fondato su servizi sociali e territorio – non può essere fatta dalla «sinistra del centrosinistra», accanto a Casini o Monti. Può essere solo alternativa. Bisogna quindi creare uno spazio politico alternativo, fondato su radici sociali reali e notevoli. Alternativa rispetto a questo modello di potere, al contrario delle illusioni del Pd o di Vendola.

Qualcosa si sta «scongelando»?
Mi ha fatto piacere che anche aree interne a Sel, pur con posizioni diverse, abbiano aderito a aquesta manifestazione. Oltre a tutte le altre forze – da Rifondazione a Sinistra critica, all’Idv – che pure in questi anni in questi anni si sono parlate poco. Una manifestazione da sola non basta, ma può aiutare.

E sul piano sindacale?
Mi dispiace molto che Monti, ogni volta che va all’estero, si vanti del fatto che qui c’è «pace sociale» nonostante quel che sta facendo ai lavoratori e al sindacato. Questa cosa va smentita. Va trovata una capacità unitaria di superare le vecchie barriere nel conflitto effettivo contro le sue politiche. C’è ancora un grave ritardo italiano, anche della Cgil. La Fiom ha assunto spesso questo ruolo, ma occorre un passo in più. E arrivare a una grande mobilitazione di tutto il mondo del lavoro; non di una sigla, ma un vero sciopero generale che blocchi il paese. E quindi deve comprendere anche i precari.

(Da controlacrisi.org 29/03/2012)

Dieta Monti (più lavori meno mangi !)

Grazie al governo tecnico si sperimenta nel Paese la dieta Monti (più lavori meno mangi)
Primi effetti della cura Monti, meno distrazioni e tutti più sani e snelli. Arriva la recessione? Non fateci caso anche se lo scetticismo non arriva solo dai comunisti. i risparmi sono un ricordo del passato ora si cerca di tirare la cinghia, c’è ancora chi può modificare il proprio stile di vita e chi ormai riduce anche le spese alimentari.

Grazie presidente Monti, grazie ministro Fornero, finalmente quest’anno saremo in tanti a superare facilmente la prova costume iniziando già da questo mese. Paolo Ferrero, segretario del Prc, parla espressamente di un nuovo tipo di busta paga, introdotta prima ancora della controriforma:«Si lavora, si lavora ma non si porta a casa nulla – insiste Ferrero – dopo l’aumento della benzina, la stangata sulle pensioni, nella trepida attesa del 16 giugno, quando ci sarà la stangata Imu sulla prima casa, Monti ci sta effettivamente cambiando la vita, in peggio. Tutto questo perché il governo non ha voluto colpire la speculazione finanziaria e non hanno voluto far pagare ai ricchi la patrimoniale». Ferrero non perde l’occasione per ringraziare i 3 perni su cui poggia il governo, Alfano, Bersani e Casini. La busta paga di marzo, come annunciato da tempo sarà più leggera, per molti quasi evanescente, quindi ci si prepari a stringere la cinghia di un paio di buchi. Facile dire che si tratta della solita tiritera comunista, poi uno va a leggere i sondaggi di chi la crisi la legge dalla parte del capitale e scopre curiose congruenze. Altro che risparmiare: il 75% degli italiani quando arriva la busta paga (il 27 del mese) ha già finito i soldi dell’assegno precedente. E solo oggi ha fatto i conti con le nuove addizionali comunali e regionali. Quindi 9 su 10 sono costretti a rivedere il loro stile di vita (per esempio nel 53% dei casi tagliando le spese per attività ricreative). È quanto emerge dalla ricerca effettuata su un campione di 100 italiani da Careerbuilder.it, il sito italiano per la ricerca di lavoro di proprietà di Gannett Co., Inc., Tribune Company e The Mc Clatchy Company, quotate a Wall Street. Il sondaggio mette in luce le ‘strategiè per la ‘difesa del portafoglio più adottate: tagli alle attività ricreative, ma anche utilizzo di buoni sconto e coupon (49%). C’e però anche chi con il ‘caro – benzina decide di guidare meno (41%) e quindi di usare i trasporti pubblici (21%). Ma c’e anche chi è pronto a cancellare servizi considerati ‘di lussò come la televisione via cavo etc..(15%). E i risparmi? Il 39% dei lavoratori dichiara di non essere in grado di risparmiare nulla, il 9% risparmia meno di 60 euro al mese e il 25% meno di 120 euro al mese. Questo accade a 9 italiani su 10 ed al netto delle nuove mazzate in arrivo. I bolscevichi con tendenza al lusso della Federconsumatori e di Adusbef calcolano invece che nel 2012 il solo aumento delle tasse peserà per 1133 euro a famiglia per questo osano chiedere di annullare l’aumento dell’iva previsto per settembre e la restituzione alle famiglie a reddito fisso di quanto si incamererà con la lotta all’evasione. E parliamo dei fortunati, di quelli che ancora hanno un reddito ed un lavoro, di quelli e quelle che un lavoro anche sotto pagato lo hanno trovato. Per gli altri la miseria è già entrata in casa e non tende ad uscire, ma per fortuna le manovre del governo tecnico si ha ancora il coraggio di definirle eque.

 27/03/2012 18:07 | LAVOROITALIA | Fonte: controlacrisi | Autore: stefano galieni

Ottimo risultato di Izquirda Unida in Asturia e Andalusia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27/03/2012 11:35 | POLITICAINTERNAZIONALE | Fonte: rifondazione.it

Si sono svolte domenica 25 marzo le elezioni nelle regioni spagnole dell’Andalusia e delle Asturie.

Nella regione di Siviglia, governata fino ad ora dal Psoe che alle scorse elezioni del 2008 con il 48 % dei voti aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi (56 su 109), il dato più significativo riguarda l’astensione. 3 milioni novecentomila votanti contro i 4 milioni e mezzo del 2008 con una perdita secca di più di dieci punti percentuali (dal 72 al 62 %). Per la prima volta il Partido Popular diventa la prima forza politica in voti, percentuali e seggi, nonostante la perdita di 170mila voti. Ottiene, infatti, 1 milione 570mila voti (pari al 40,66 % e 50 seggi) contro il milione 730mila voti (pari al 38,45 % e 47 seggi) del 2008. Si può ben dire che il risultato strettamente elettorale del PP sia tale soprattutto per la debacle del PSOE, fortissimamente colpito dall’astensione, ma che l’obiettivo della maggioranza assoluta dei seggi e del governo sia abortito.

Il Psoe, nonostante la forte polarizzazione bipartitica e la nuova collocazione di opposizione al governo nazionale del PP, continua a pagare le sue politiche neoliberiste nazionali passando da 2 milioni 180mila voti (pari al 48,41 % e 56 seggi) del 2008 a 1 milione 520mila voti (pari al 39,52 e 47 seggi) di domenica 25 marzo. Ottimo successo di Izquierda Unida che passa da 317mila voti (pari al 7,06 % e 6 seggi) del 2008 agli attuali 437mila voti (pari al 11,34 % e 12 seggi). La nuova formazione di centro Union Progreso y Democracia, nonostante la quintuplicazione dei voti (da 27mila a 130mila e dallo 0,62 al 3,35 %) non ottiene nessun seggio. Fallimento anche del nuovo partito verde EQUO con uno scarsissimo 0,53 %. Insignificanti i risultati degli immancabili piccoli partiti comunisti, PcPE (0,10 %) e UCE (0,02 %).

Ora si apriranno le trattative del PSOE con Izquierda Unida per la eventuale formazione del nuovo governo. Non si annunciano facili sia per il giudizio molto duro che IU ha dato dell’esperienza del governo andaluso del PSOE sia per la distanza programmatica che divide ancora i due partiti, nonostante la svolta a sinistra del Psoe in campagna elettorale e contro il governo nazionale. Izquierda Unida, che ha fatto una campagna elettorale esplicita contro il bipartitismo e affinché il Psoe non potesse continuare a governare da solo, è sostanzialmente la vera vincitrice delle elezioni. È presumibile, se non sicuro, che i contenuti della campagna elettorale di IU diventino oggetto di una difficile trattativa politica per costituire una maggioranza di governo. Vanno dalla creazione di una banca pubblica andalusa con l’obiettivo di finanziare un piano capace di dimezzare subito la disoccupazione nella regione (arrivata alla cifra stratosferica del 29 %) ad un reddito sociale garantito per eliminare la povertà. Oltre ad una riforma fiscale consistente e ad una persecuzione durissima dell’evasione. Da un forte incremento della spesa per l’istruzione e per la sanità ad una legge che promuova la partecipazione popolare permanente alle attività istituzionali.

Anche nella piccola regione del Principato delle Asturie, dove si è votato dopo solo dieci mesi dalle ultime elezioni a causa dell’impasse del governo di minoranza del partito locale di destra FAC (Foro de Ciudadanos), ha trionfato l’astensionismo. Da 600mila elettori del 2011 a 500mila di domenica 25 marzo e dal 67 % al 56 % dei votanti. Punito il FAC che perde 50mila voti e passa dal 30 al 25 % e da 16 a 13 seggi. Pur perdendo diverse migliaia di voti aumentano rispettivamente il Psoe (da 180mila voti a 160mila) e dal 29,92 % e 15 seggi del 2011 al 32,01 % e 16 seggi di domenica 25 marzo, e il PP (da 120mila voti a 108mila) e dal 19,95 % e 10 seggi al 21,53 % e 10 seggi. Anche qui forte affermazione di Izquierda Unida che nelle Asturie, nonostante la componente verde abbia scelto di abbandonarla a favore di Equo (0,50 %), ottiene 69mila voti (pari al 13,78 % e 5 seggi) contro i 62mila voti (pari al 10,28 % e 4 seggi) del 2011. Con quasi 19mila voti e il 3,75 % (contro il 2,44 % dell’anno scorso) il partito centrista UPyD conquista un seggio ed entra per la prima volta nel parlamento regionale.

Si può dire che nelle Asturie, come l’anno scorso, la maggioranza degli elettori ha votato a destra. Ora bisogna vedere se il FAC e il PP saranno in grado, al contrario che nella scorsa legislatura, di produrre un accordo.

Martedì 27 Marzo 2012 (Controlacrisi.org)

Fiat, quando l’azienda è la fedele imitazione del Gulag

La testimonianza di un’operaia

26/03/2012 09:34 | AMBIENTEITALIA | Fonte: infiltrato.it | Autore: Viviana Pizzi

 

 

 

 

 

 

 

 

È Stefania Fantauzzi, rappresentante sindacale della Fiom Cgil,a spiegarci tutto quello che in Fiat, a Termoli e in Italia, sta cambiando in peggio. Impossibile ammalarsi, impossibile dissentire dalle prescrizioni del nuovo contratto aziendale voluto da Marchionne e impossibile essere mamma, voler seguire i propri figli e rispettare tutte le regole che l’azienda impone. Stefania ci ha parlato anche di articolo 18 definendo le sue modifiche “la fine della democrazia”

Figli da seguire, orari di fabbrica da rispettare e operaie da ascoltare. È questa in sintesi la vita di una sindacalista Fiom Cigl della Fiat di Termoli. E Stefania Fantauzzi ha voluto proprio denunciare tutto quello che accade all’interno della fabbrica di Rivolta del Re e in generale anche negli altri stabilimenti Fiat italiani. Una situazione che nessuno oserebbe immaginare perché in pochi hanno il coraggio di parlare. Con i nuovi contratti che Marchionne ha fatto firmare, così ha esordito Stefania “è vietato dissentire, chi lo fa rischia quotidianamente di andare a casa”. “Un bel giorno – ci ha raccontato con la rabbia di chi vuole che le cose cambino – ci hanno messi davanti a uno schermo e ci hanno illustrato i nuovi contratti. Lo hanno fatto gente con la giacca e la cravatta che non si è mai sporcata, come me e come tanti altri, le mani con i macchinari della catena di montaggio”.

La nostra curiosità è andata naturalmente sul tipo di contratto che è stato somministrato agli operai. E la nostra donna coraggiosa, senza peli sulla lingua, ci ha spiegato tutto.

“Ci hanno chiesto maggiore flessibilità tutto questo con un numero minore di operai in fabbrica. Hanno aumentato la possibilità di fare ore di straordinario, da 40 di prima alle 120 di oggi. Ma la cosa strana è che te le possono chiedere anche durante la pausa mensa se dovessero servire. Con il contratto vecchio venivano pagate il 50% in più rispetto a quelle ordinarie. Ora, mentendo, hanno detto che verranno aumentate al 70%. Ma questo avviene soltanto se arrivi alle terza ora della giornata. Le prime due hanno una maggiorazione del solo 25%. Tutto questo togliendo il tempo al recupero fisico di cui ciascun operaio ha bisogno. Usano una nuova metodologia imparata in Giappone dove sul posto di lavoro bisogna tenere tutto a portata di mano per stancarsi di meno. Ma questo serve soltanto ad aumentare la produzione non ad agevolare il lavoro degli operai della catena di montaggio. Noi siamo stati robotizzati. Ogni giorno quando si va sul posto di lavoro c’è una voce meccanica che ti dice tutto quello che devi fare. E’ un qualcosa che nessuno avrebbe immaginato anni fa prima che arrivasse Marchionne”.

Dopo dichiarazioni forti come queste era logico chiedere alla nostra operaia cosa pensasse lei e quale fosse la posizione del suo sindacato sulla riforma dell’articolo 18 che tutela(va) i lavoratori dai licenziamenti facili.

“Qua di sicuro si vuole imbrogliare qualcuno. Questa riforma è la fine di un percorso di azioni illegittime del Governo Monti. Si crea così una società dove non esiste la democrazia. L’articolo 18 dovrebbe proteggere dai licenziamenti arbitrari e discriminatori. Era nato per difendere tre operai di Melfi licenziati senza giusta causa reintegrati a lavoro da una sentenza del Tribunale. Questa è una situazione che non va bene non soltanto per gli operai Fiat ma per tutti quelli che ogni giorno devono poter garantire la propria sopravvivenza e quella della loro famiglia. La cosa scandalosa è che si può licenziare se la fabbrica ha problemi economici. Altrettanto grave è il taglio che si fa sugli ammortizzatori sociali. Con le leggi precedenti si veniva assistiti per sette anni ora dopo due anni, se non trovi altra occupazione, non puoi più vivere. Non si tratta di benessere ma di pane quotidiano. Ora è più grave rispetto agli anni 40. In quei tempi se si veniva licenziati ci si dedicava all’agricoltura. Dopo 70 anni abbiamo venduto anche le terre e senza lavoro si rischia di non poter sfamare la nostra famiglia. Con il nuovo articolo 18 accade anche un’altra cosa gravissima. Prima era il giudice a decidere se reintegrare o meno il lavoratore. Ora è l’azienda che può licenziare arbitrariamente, solo se un operaio (a responsabilità individuale) sceglie di non condividere alcune parti del proprio contratto di lavoro. A venir penalizzato è soprattutto il sindacalista che lotta. Il quale difficilmente viene reintegrato dopo essere stato licenziato. Se fai parte di un sindacato dissidente come la Fiom nelle commissioni di fabbrica dove ci sono i sindacati aziendali nemmeno ti ascoltano”.

Ad una donna così non potevamo non chiedere se esistono differenze di trattamento sul posto di lavoro tra operai e operaie. Stefania non si smentisce e anche su questo argomento mostra tutta la sua grinta di lottatrice.

“È ovvio che sia così. Innanzitutto gli uomini finiscono di lavorare e vanno a dormire per noi il recupero fisico è più difficile. Per questo riscuotiamo meno fiducia da parte del capo quando si tratta di far carriera. Solo il fatto che noi possiamo decidere di avere un figlio li spaventa. Ma io sono convinta di una cosa, i nostri figli sono il futuro della nostra società. Trascurare un bambino oggi significa creare un uomo con problemi domani. Non stargli accanto significa non rispettarlo. Un’operaia come me guadagna mille euro al mese. Per far stare bene i miei figli ho dovuto mandarli negli asili privati di Termoli, dove la retta costa 350 euro al mese per ognuno di loro. Per fortuna i miei tre bambini hanno età diverse e quindi non dovevano stare all’asilo tutti e tre insieme. In passato per il fatto di essere mamma ho avuto un’agevolazione di orario. Iniziavo a lavorare alle 7.45 e smettevo alle 16.15 Anche con quegli orari avevo difficoltà ad accompagnare mia figlia a scuola. A Termoli in nessun istituto scolastico le lezioni iniziano prima delle 8. Non esisteva modo di far collimare gli orari con quelli della Fiat. Ma ora per le donne Fiat è tutto finito nonostante siamo solo il 10% quelle con figli che avrebbero bisogno di questi orari. Nessuno capisce che è difficilissimo far lavorare una mamma su tre turni. Lavorare di notte significa far dormire i propri bambini da soli e dormire solo tre ore per poterli seguire. Andare in fabbrica nel turno pomeridiano invece vuol dire non vederli uscire da scuola (si inizia a lavorare alle 13.30) e non poterli seguire nelle loro attività”.

Ma la novità delle ultime ore è che in Fiat è vietato ammalarsi. È la stessa Stefania che ci illustra il problema dopo aver preso confidenza con il nostro organo di stampa

“Ora ci sono nuovi turni e nuovi metodi di lavoro che hanno abbassato la possibilità di assentarsi dalla fabbrica. Il numero massimo di assenze tollerate si è notevolmente abbassato. La novità è che si riunisce una commissione sulla malattia che valuta situazione per situazione. E per chi chiede un numero di giorni inferiore ai sei è solo l’Inps a pagare la sua quota. Quello che spetta all’azienda viene scalato dallo stipendio. Ma accade anche che chi si ammala per periodi lunghi non ha diritto al premio di produzione di 600 euro che la Fiat mette a disposizione”.

Le situazioni appena descritte non lasciano spazio a dubbi. La maggiore azienda automobilistica italiana ha cambiato il modo di rapportarsi con i propri dipendenti. Ai lettori tocca ora capire se in bene o in male.

(Da Controlacrisi.org)

 

24 marzo 1944

VIATORI ASSETATI DI LIBERTA’
FVMMO A CASO RASTRELLATI
NELLE STRADE E NEL CARCERE
PER RAPPRESAGLIA
GETTATI IN MASSA
TRVCIDATI MVRATI IN QVESTE FOSSE
ITALIANI NON IMPRECATE
MAMME SPOSE NON PIANGETE
FIGLI PORTATE CON FIEREZZA
IL RICORDO
DELL’OLOCAVSTO DEI PADRI
SE LO SCEMPIO SV DI NOI CONSVMATO
SARA’ SERVITO AL DI LA’ DELLA VENDETTA
A CONSACRARE IL DIRITTO DELL’VMANA ESISTENZA
CONTRO IL CRIMINE DELL’ASSASSINO

Il 24 marzo del 1944 trecentrotrentacinque padri, fratelli, figli, antifascisti, uomini furono vilmente trucidati in una vergognosa rappresaglia.  A distanza di sessantotto anni ci resta il ricordo di una delle pagine più buie e orribili della nostra storia. La memoria di questi martiri civili – scusate la retorica – è perennemente intaccata dall’ignoranza e da chi vuole arbitrariamente attribuire delle colpe a chi non ne ha.

Nel rispetto di queste trecentotrentacinque vite falcidiate non si deve scordare che la vera causa di quella rappresaglia è la violenza irrispettosa dei soldati fascisti e non la lotta liberatrice delle forze partigiane.
Questo vuole essere un piccolo post it per ricordare un momento purtroppo importante!
(ps. a distruggere a Roma una lapide commemorativa nel 2008 furono dei pacifici cittadini che scrissero queste parole a rivendicazione del fatto: Il popolo di Ostia inneggia al Duce!)

La diversità di Landini è la nostra diversità

di Claudio Grassi

In un editoriale dall’inequivocabile titolo “Il freno della Fiom”, apparso su Repubblica giovedì 22 marzo, Piero Ottone ci spiega che Landini è diverso dagli  altri sindacalisti perché non accetta il mondo così come lo conosciamo,  ostinatamente convinto che non si possa ridurre il tutto a strappare qualche  briciola dalla ineluttabile legge della domanda e dell’offerta in un contesto, come dice lo stesso Ottone, “manipolato da personaggi poco raccomandabili”. Ma Landini, secondo l’editoriale, è colpevole di un’altra grave diversità: vorrebbe imporre un mondo diverso, che non parta dalla comprensione della crisi prodotta dalla globalizzazione ma dalla difesa della centralità della Costituzione che indica che l’Italia è fondata sul lavoro. E poi, opponendosi ad una legge di natura, ovvero il capitalismo, il leader della Fiom non potrà impedire che gli altri sindacalisti vincano, semmai ne ritarderà l’azione. Infine,la sentenza: Landini è un idealista, un rivoluzionario che vuole cambiare il mondo.

È il liberismo che ha fallito, non le idee di Landini

Landini non ha necessità di difendersi da queste parole, anzitutto perché meritano semmai di essere confermate. Basta la constatazione di quanto accaduto nel mondo proprio a partire da quella citata globalizzazione e cosa è stato prodotto dalle “leggi naturali” del capitalismo negli ultimi tempi. Negli anni Novanta dello scorso secolo i profeti del neoliberismo ci avevano spiegato che il lavoro come lo conoscevamo era un residuo storico di altri tempi, che la globalizzazione avrebbe portato benessere e democrazia, che il privato era bello e il pubblico doveva abdicare a qualsiasi ruolo e lasciare finalmente che la mano invisibile del mercato facesse il suo compito. E queste cose ci venivano spiegate con lo stesso tono utilizzato da quelli che oggi ci vogliono convincere che competizione non fa rima con Costituzione. Quello che si è materializzato in questi anni, invece, è stata anzitutto la rincorsa delle imprese alla compressione del costo del lavoro, producendo la delocalizzazione di intere economie, magari dopo aver beneficiato per anni di contribuzione pubblica. L’esportazione della democrazia con la forza militare ha conosciuto la sua teorizzazione proprio a partire dal concetto che nessun altro sistema economico e politico può essere previsto e quello presente deve essere difeso e imposto. I Paesi emergenti, da terre di conquista dove poter sfruttare risorse e lavoro, sono divenuti minacce ai diritti e all’ambiente solo quando hanno iniziato a rivendicare il loro ruolo nello scacchiere globale. Si è verificata una incredibile verticalizzazione, sia nella distribuzione della ricchezza, sia nella determinazione delle scelte politiche, riducendo di fatto ad un numero esiguo di soggetti multinazionali le decisioni strategiche fondamentali. La disoccupazione (in particolare delle donne e dei giovani) vede oggi toccare dei punti di non ritorno per intere generazioni. La speculazione è arrivata a livelli inimmaginabili. E si potrebbe continuare con le promesse mancate dalle privatizzazioni di parti consistenti di beni comuni, con i  continui attacchi a welfare e salari, con la precarietà dell’esistenza.

La “diversità” di Landini è la nostra “diversità”

Tutto ciò non è stato prodotto da una legge di natura, ma da un preciso sistema economico e sociale che persegue un preciso obiettivo, ponendo strutturalmente il mercato sopra ogni cosa. Senza gli idealisti, i rivoluzionari, i comunisti, il nostro Paese non avrebbe conosciuto le pagine migliori della propria storia recente, dalla Resistenza alla rivendicazione dei diritti sociali e del lavoro. E anche in quegli anni veniva sempre richiamato il rispetto ad una legge di natura; per esempio, era una legge naturale che le donne non potessero votare ed era una follia anche solo immaginare questa possibilità, così come era assurdo che anche l’operaio voleva il figlio dottore. In definitiva, qualsiasi movimento di emancipazione che la storia conosca parte proprio dal mettere in discussione una situazione data per unica ed immodificabile: la lotta per un mondo differente, invece, questa diversità inaccettabile dal capitalismo, non solo è possibile ma è anche necessaria ed attuale. Alla luce di ciò, noi confermiamo tutto. La “diversità” di Landini è la nostra  “diversità”, la lotta della Fiom per il lavoro, i diritti e la democrazia è la  nostra lotta, lo sciopero generale sarà la risposta di tutte e tutti per difendere la centralità del lavoro.

(dal blog di Claudio Grassi)

STOP DEFINITIVO PORTOGALLO A PROGETTO TAV CON SPAGNA

 

 

 

 

 

 

 

22/03/2012 12:01 | AMBIENTEINTERNAZIONALE

Il governo portoghese del premier Pedro Passos Coelho ha deciso di «sospendere definitivamente» il progetto di treno ad alta velocità fra Lisbona e Madrid, che secondo le previsioni avrebbe dovuto essere pronto per il 2013. Una prima sospensione della parte portoghese del progetto era stata decisa l’anno scorso, subito dopo la formazione del nuovo governo di centrodestra, nel quadro delle misure antideficit. La parte spagnola, fra Madrid e Badajoz, alla frontiera con il Portogallo, è già in corso di realizzazione. Secondo la Corte dei conti portoghese i contratti firmati dal governo precedente del socialista Josè Socrates con il consorzio Elos per la realizzazione della prima tratta portoghese della Tv Lisbona-Madrid non rispettavano le condizioni fissate dall’esecutivo.

(Da Controlacrisi.org)

 

 

 

 

 

Articolo 18, il bottino che vogliono portare a casa

21/03/2012 14:11 | POLITICAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: Alberto Piccinini

 

 

 

 

 

 

Cosa prevede l’articolo che il governo vuole cancellare alle voci licenziamento discriminatorio, licenziamento disciplinare, per motivi economici e organizzativi

Cercando di districarsi nella girandola di informazioni che noi comuni mortali ritroviamo nei vari organi di stampa, un primo punto sembra incontroverso: i nemici da sempre dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori ritengono di avere l’opportunità di portare a casa un ricco bottino. Nonostante questo rivelano un’incontenibile avidità che sembrerebbe non farli accontentare neppure di risultati fino a pochi mesi fa assolutamente impensabili. Ma andiamo ad esaminare nel dettaglio le tre fattispecie sulle quali ruotano le più disparate ipotesi di «manutenzione» (= depotenziamento) dell’art. 18.

Licenziamento discriminatorio
Su questo anche i più agguerriti falchi sono disposti a concedere la sopravvivenza della reintegrazione nel posto di lavoro, così come prevista dall’attuale articolo 18. Non si illuda l’ingenuo lettore che si tratti di una generosa concessione: in tutti i Paesi del mondo i comportamenti discriminatori sono sanzionati pesantemente e per quanto riguarda, nello specifico, il licenziamento disciplinare, va detto che in concreto i casi in cui un giudice abbia potuto accertare la natura discriminatoria del recesso sono rarissimi. L’onere di dimostrare l’intento discriminatorio incombe infatti sul lavoratore, che in un atto individuale non può neppure fare ricorso ai dati statistici, utilizzabili invece nelle sole discriminazioni collettive. Bisogna quindi aver la piena consapevolezza che questa «concessione» altro non è che uno specchietto per le allodole.

Licenziamento disciplinare
Con questo termine si intendono quei licenziamenti che i tecnici definiscono per giustificato motivo soggettivo e/o per giusta causa, riconducibili a presunti inadempimenti contrattuali o comportamenti illeciti del lavoratore.
Attualmente il giudice, ove ritenga che i fatti addebitati siano inesistenti, ovvero che il licenziamento sia una sanzione non proporzionata all’infrazione, nelle aziende con più di 15 dipendenti ordina la reintegrazione, mentre in quelle con meno di 16 condanna ad un’indennità non superiore alle 6 mensilità.
Due sono le soluzioni «manutentive» che ad oggi risultano prospettate, in caso di accertamento della illegittimità del licenziamento: 1) che sia il giudice a decidere se applicare la reintegrazione o disporre un risarcimento solo economico; 2) che vi sia solo il risarcimento economico. Sulla prima la mia personale opinione, per quanto poco conti, è che non vi sono ragioni collegabili alla crisi economica in atto per una modifica dell’attuale normativa. Ma è la seconda soluzione che desta gravissime preoccupazioni, perché foriera di abusi sfacciati. Per un datore di lavoro, infatti, che si volesse liberare di un dipendente per le più svariate ragioni (ad esempio perché si assenta troppo dal lavoro per sottoporsi a cicli di chemioterapia) basterebbe contestare allo stesso di aver guardato male il caporeparto, licenziarlo per motivi disciplinari (palesemente illegittimi) e investire un piccolo capitale per liberarsi del dipendente «improduttivo»

Licenziamento per motivi economici ed organizzativi
Si chiede con forza una maggiore flessibilità in uscita per queste causali, prospettando falsamente l’attuale impossibilità dell’imprenditore di ridurre il proprio personale in presenza di un calo di ordini, di una contrazione del fatturato e, in genere, per mancanza di lavoro dovuta alla crisi economica. I politici che continuano a sbandierarci questa drammatica situazione gettano solo del fumo negli occhi, in quanto questi licenziamenti già comunemente avvengono nella vigenza dell’art. 18, applicabile, giova ripeterlo, solo ai licenziamenti ingiustificati.
La novità che si vorrebbe introdurre, da parte di alcuni, è quella dell’automatica applicazione di una sanzione economica, in sostituzione della reintegrazione: soluzione che avrebbe il vantaggio – per il datore di lavoro – di poter preventivare in linea di massima i costi della riduzione di personale, senza il rischio che le lungaggini di un processo gonfino in maniera esorbitante il costo di una scelta sbagliata.
Essa, tuttavia, inevitabilmente comporta un’equiparazione tra i licenziamenti giustificati e quelli ingiustificati, tramutandosi per entrambi, nella sostanza, in un allungamento dell’indennità sostitutiva del preavviso. Per questo l’ipotesi trova voci di dissenso persino nel fronte imprenditoriale, laddove si evidenzia che, in una situazione di crisi, aumenterebbero i costi, rispetto all’attuale normativa, anche per i licenziamenti giustificati.
Anche qui però vale quanto detto per i licenziamenti disciplinari: prevedere la sola sanzione economica in luogo della reintegrazione lascia spazio a facili abusi, potendosi “battezzare” come licenziamenti economici anche quelli che trovano invece le loro ragioni altrove. Consentendo invece al giudice di verificare la genuinità della motivazione economica addotta (senza ovviamente entrare nel merito della scelta imprenditoriale, come peraltro è già oggi), l’accertamento della insussistenza di valide ragioni “economiche” trasformerebbe il licenziamento in qualcosa di diverso, che non si vede perché non debba essere sanzionato con la reintegrazione.
E’ quindi assolutamente indispensabile che intervenendo – come ormai pare inevitabile – su questa fattispecie, il legislatore non sottragga al giudice la possibilità di esaminare la legittimità dell’atto del datore applicando, se necessario, l’articolo 18.

(Alberto Piccinini è avvocato giuslavorista)

 ( Da  Controlacrisi.org)

Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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