Concetto Marchesi maestro di libertà

Concetto Marchesi maestro di libertà

Cercare degli eroi, dei Padri della Patria e formare così dei miti di fondazione è una caratteristica saliente di tutte le culture. L’anno scorso, non senza polemiche, abbiamo celebrato il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, il fatto ha avuto giustamente una grande diffusione mediatica, ma, a mio parere, ci si è scordati di sottolineare un aspetto molto importante: i veri momenti natali della nostra Patria sono la Resistenza e la stesura della Costituzione (come non possono venire in mente le belle e celebri parole di Calamandrei?). La lotta contro il fascismo è frutto del sangue di molti eroi, ricordarli tutti sarebbe troppo lungo ed è naturale che si elevino le figure di alcuni personaggi simbolo, che rappresentano l’unità delle buone caratteristiche di quel dato fenomeno.
Questo lungo preambolo per dire che vorrei ricordare in questo luogo un grande personaggio, che ha dato una spinta alla Resistenza e ha scritto la Costituzione: Concetto Marchesi.

Concetto Marchesi fu un latinista e accademico di grande complessità e dalle molte sfaccettature, per ricordare la sua figura e mettere in risalto pochi tratti salienti mi rifarò principalmente alla bella voce del Dizionario biografico degli italiani scritta da Luciano Canfora. Vorrei cercare di mettere in luce le più evidenti caratteristiche della sua personalità politica, del suo essere stato un grande comunista…
In francobollo celebrativo del 2008 emesso dalla Repubblica di San Marino accanto al ritratto di Concetto Marchesi appare questa scritta: Maestro di libertà e signore del latino, sopra vengono riportate le parole evocative del filosofo Seneca: speravit libertatem futuram (sperò in una libertà futura), da queste due frasi voglio partire, già da sole tratteggiano il grande personaggio.
Concetto nacque a Catania nel 1878, il primo di febbraio e già dagli anni dell’adolescenza rivela un carattere particolarmente anticonformista, ironico e teso verso valori di giustizia sociale, democrazia e libertà. Ancora sedicenne nel 1894 pubblica con alcuni anarchici catanesi un giornalino di carattere scientifico e sociale: il Lucifero,  già dal titolo appare la carica eversiva e anticlericale che una pubblicazione del genere poteva avere in una zona di periferia quale Catania. A meno di un mese dalla sua apertura il giornale fu chiuso dalle autorità dello Stato essendo ritenuto pericoloso e sovversivo, Concetto Marchesi fu condannato a un mese di reclusione, pena che scontò al suo diciottesimo anno di età quando venne prelevato e arrestato in università. Una tra le più importanti letture del giovane Marchesi fu il Manifesto del partito Comunista, testo da lui ritenuto molto importante per la sua formazione e paragonato ad un raggio di sole. Nel 1895 si iscrive ufficialmente all’allora Partito Socialista, nel 1899 si laurea in lettere a Firenze. Sotto il profilo intellettuale Marchesi fu uno spirito vivissimo, che rifuggiva ogni erudizione, ma non per questo fu privo di dottrina e metodo. Si può dire che parte della sua sensibilità politica sia maturata anche dall’assidua frequentazione con i classici latini, che interpretò in saggi ancora oggi attuali. Benché anticlericale Marchesi fu un studioso libero da preconcetti e questa cosa non gli impedì di studiare con profitto anche autori della latinità cristiana.
Alcuni anni dopo la laurea, nel 1906, incomincia ad insegnare al liceo classico di Pisa, nel 1915 vince un concorso a cattedra a Messina e nel 1923, laureatosi in giurisprudenza timoroso di perdere la cattedra per le idee antifasciste, viene trasferito a Padova dove rimane fino alla fine della sua carriera.
Sul piano politico il 1921 è un anno importante per Marchesi (e per ogni comunista italiano!): in seguito al Congresso di Livorno Marchesi aderisce al nascituro Partito Comunista d’Italia. Per l’Italia sono anni drammatici, che già preludevano alla “rovina della Patria”, per usare delle parole di un valente allievo di Concetto Marchesi. Nei suoi interventi politici di quegli anni, contenuti nella Rassegna comunista, Marchesi denuncia la sostanziale equivalenza di fascismo e democrazie borghesi. Nell’impegno teorico di quegli anni è ben evidente una sua tendenza anticlericale, già emersa nel Lucifero e mai assopita. In un altro intervento non risparmia una pesante critica al Partito Popolare: “In un luogo è con gli agrari, in un altro è coi contadini; qui è coi fascisti, là è coi socialisti” (ahimè attualissima, benché siano cambiati i “referenti” di tale cambiamento). Con trasferimento a Padova e il completamento della carriera accademica, l’impegno politico “pubblico” del grande latinista pare si fosse assopito, tornò comunque a risvegliarsi nel 1943! In quell’anno i contatti con membri militanti del Partito si fecero più assidui: venne contattato da Giorgio Amendola. A maggio comunicò a Maria José la disponibilità del Partito Comunista ad appoggiare un governo antifascista, durante l’estate di quell’anno Marchesi partecipò a numerosi incontri segreti tra gli esponenti della varie correnti del regime volti a delineare la fisionomia del Paese dopo la caduta del Regime. A settembre accadono eventi importanti nella vita di Marchesi: l’uno riceve la carica di Magnifico Rettore dell’Università di Padova, carica che inizialmente rifiuterà e il dieci fonda il comitato del CLN del Veneto. La questione del rettorato è molto dibattuta, dopo una prima rinuncia della carica, Marchesi accetta sotto le spinte dell’allora ministro repubblichino Alberto Biggini. Tale scelta fu criticata molto dai suoi compagni, ma si rivelò molto saggia: Marchesi come condizione per l’accettazione pose la garanzia del rispetto dell’immunità dell’Università. Nel frattempo Marchesi segretamente nel rettorato coordina le azioni del CLN anche grazie ai suoi collaboratori: il socialista Meneghetti e l’azionista Trentin. La fine di quell’anno fu molto turbolenta: a Padova gli studenti si scontravano e lui fu costretto a muoversi prima a Firenze, per poi tornare ancora a Padova, successivamente a Milano e poi in Svizzera, dove coordinò con molti sforzi le attività militari antifasciste. Al primo di dicembre si data il giustamente noto appello agli studenti, testo attualissimo, che si merita di essere citato…

Studenti dell’Università di Padova!

Sono rimasto a capo della Vostra Università finche speravo di mantenerla immune dall’offesa fascista e dalla minaccia germanica; fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio ed al segreto. Tale proposito mi ha fatto resistere, contro il malessere che sempre più mi invadeva nel restare a un posto che ai lontani e agli estranei poteva apparire di pacifica convivenza mentre era un posto di ininterrotto combattimento.
Oggi il dovere mi chiama altrove.
Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l’ordine di un governo che – per la defezione di un vecchio complice – ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori. Nel giorno inaugurale dell’anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell’Aula Magna, travolti sotto l’immensa ondata del vostro irrefrenabile sdegno. Ed io, o giovani studenti, ho atteso questo giorno in cui avreste riconsacrato il vostro tempio per più di venti anni profanato; e benedico il destino di avermi dato la gioia di una così solenne comunione con l’anima vostra. Ma quelli che per un ventennio hanno vilipeso ogni onorevole cosa e mentito e calunniato, hanno tramutato in vanteria la disfatta e nei loro annunci mendaci hanno soffocato il loro grido e si sono appropriata la vostra parola.
Studenti: non posso lasciare l’ufficio di Rettore dell’Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria. Traditi dalla frode, dalle violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costruire il popolo italiano.
Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.
Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina; per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignoranza, aggiungete al labaro della Vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.

Rientrato a Roma nel gennaio del 1945, riprese attivamente l’attività politica nel PCI e ricoprì cariche pubbliche, facendo tra l’altro parte dell’Alta Corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo. Nel 1946 fu eletto alla Costituente; è famoso lo sdegno con il quale reagì contro l’inserimento nella Costituzione dei Patti Lateranensi: il suo intransigente anticlericalismo lo portò a dissidere con Togliatti con il quale intrattenne comunque rapporti di stima e amicizia. Dopo l’esperienza della Costituente, Marchesi nel ’48 fu eletto deputato del PCI (meriterebbe un contributo a pare l’analisi dei suoi discorsi parlamentari editi dalla Camera dei Deputati) e parallelamente si concluse la carriera accademica, rimase deputato fino alla morte avvenuta nel 1957. Nel concludere questo intervento su quello che fu definito da Calvino il “più pessimista e solitario di tutti i comunisti” vorrei tornare alle parole sempre molto attuali scritte da lui in un articolo ai giovani del 1944, riferendosi alla ferocia del fascismo dice: l’impunità fu accordata al pugnale dell’assassino, mentre fumavano gli incendi delle Camere del Lavoro e delle Cooperative operaie, e gli uomini venivano massacrati sotto gli occhi delle loro donne dalle eroiche schiere degli squadristi armati con le armi del regio esercito […] il mondo intellettuale e accademico, come quello padronale – dal grande al piccolo padrone – fu quasi tutto al servizio della smisurata vergogna: e per più di vent’anni si mantenne animato da una mai svigorita libidine di servitù. Sprecherei il vostro tempo dicendo per filo e per segno come queste parole siano ancora attuali. Benché i tempi siano mutati, esse sono un monito vivissimo contro le degenerazioni violente del potere e contro tutte quelle azioni materiali e intellettuali volte a indebolire e distruggere le fasce meno protette della società. Marchesi fu un vero patriota, anche se non è generalmente conosciuto, il suo contributo fu vitale per la formazione della nostra Patria (mi ostino a usare questo termine spogliandolo di ogni connotazione ideologica, ma riferendomi, come ho detto all’inizio, al risultato della lotta di migliaia di persone volonterose e coraggiose!). La sua figura di grande comunista, intellettuale e abile politico non può che essere un “baluardo morale” contro tutti gli esempi negativi che giungono dai nostri governanti, questa non è retorica passatistica, ma seria e sincera ammirazione per un personaggio che parla e insegna ancora oggi… Il suo impegno politico concretizzatosi nella stesura della Costituzione e sulle riflessioni sul mondo della scuola e dell’università sono ancora condivisbili. In un momento di generale crisi della scuola e della cultura sono interessati i suoi moniti a tener vivo l’interesse su materie quali il latino, così capaci di formare l’intelligenza delle persone. Tutti coloro i quali criticano alla sinistra un’eccessiva banalizzazione della scuola dovrebbero leggere le parole di Marchesi: egli sosteva la necessità di una scuola difficile, ma aperta tutti! Scuola difficile non significava esclusione di coloro che non avevano i mezzi materiali, ma strumento di riscatto e garanzia di valorizzazione del merito (parole ora trite e ritrite, ma lontane!). Il già citato Luciano Canfora disse: la scuola facile è un regalo avvelenato alle classi popolari,  l’estrema sensibilità del comunista Concetto Marchesi lo capì molto prima!  Ci sarebbe ancora molto da dire sul suo assetto politico e sui suoi rapporti non sempre positivi con i compagni di partito, ma si rischia di invadere il campo invalicabile e insondabile della vita personale di un uomo. Da strenuo difensore della condizione di indispensabilità del comunismo Marchesi ebbe una visione particolare – forse influenzata dai suoi studi di latinista – delle vicende dell’URSS e di Stalin considerato da lui un valoroso condottiero, che fece dell’URSS una potenza militare che incute rispetto. Molti pensano che la lunga astensione dalla vita politica (dal 1924 al 1942) tagliò fuori Marchesi dalla conoscenza delle turbolente vicende politiche dell’URSS e lo portò ad avere quella particolare visione di Stalin. Infine, concludendo assolutamente, a Marchesi si deve la correttezza stilistica e la bella forma della nostra Costituzione, che è in alcune sue parti quasi un testo poetico!

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