Archivio per 4 gennaio 2012

Pensioni, ADDIO! Grazie PD per avercele tolte!

Con l’ultima manovra economica del nuovo governo Monti, ha avuto compimento il disegno, iniziato nel 1992, di scardinare il sistema pensionistico per portarlo ad un livello insignificante ed inutilizzabile. Insomma è stato conseguito il loro obbiettivo iniziale di distruggere il sistema pensionistico.

Il tutto ovviamente a vantaggio delle assicurazioni private e delle banche che, proprio in questo momento, si stanno ben bene sfregando le mani, pronte a contare i lauti guadagni che i prossimi anni gli porteranno.

Mentre da un lato si continuano a pagare baby pensioni, vedi per esempio quelle dei parlamentari – inutile approfondire perchè tutti ormai sanno -, dall’altro si riducono drasticamente i parametri di calcolo per la pensione e contemporaneamente si elimina la pensione di anzianità, oltre che aver inalzato gli anni minimi di contribuzione a 42 anni ed 1 mese. Per ora. Perchè dal prossimo anno ci sarà il costante adeguamento, in crescendo, per l’aumento dell’aspettativa di vita. Aumento di 3 mesi di contibuti ogni due anni. Una bella beffa nella beffa dentro la beffa.

In sostanza chi, per esempio come me lavora da quando aveva 17 anni (il sito INPS non lo prevede e “decide” che devi aver inziato a lavorare ad almeno 18 anni), sarà costretto a da andare in pensione quando ne avrà 66. Quindi con 49 anni di lavoro effettivo.

Vabbè, a riuscire ad arrivarci a quell’età, con lo stress quotidiano cui siamo sottoposti, uno potrebbe anche farcela a lavorare. Ma a ben pensarci, chi ti vuole più a lavorare dopo una certa età? Soprattutto se non hai particolari ed elevate specializzazioni. Ho di fronte a me l’esperienza attuale e drammatica di diversi amici, cassaintegrati o licenziati per crisi o bancarotta delle aziende (che dopo aver fatto bottino per anni alle prime difficoltà se la squagliano lasciando tutti sul lastrico), in umile ricerca di un qualsiasi lavoro e nessuno che li vuole prendere a lavorare con sè. Nonostante l’esperienza che anni di lavoro ha loro procurato, sono troppo vecchi e quindi poco malleabili. Hanno dai 45 ai 55 anni.

Ma tutto questo in realtà cela, dietro di sè, una grande oscura manovra: l’instaurazione di un sistema pensionistico privato.

Non ci sono completamente riusciti con l’istituzione delle pensioni integrative di categoria, con le quali si sono FREGATI il TFR dei lavoratori, ed allora hanno ben pensato a qualcosa di più sottile e congeniale che si sviluppa su due linee parallele.

La prima che obbligherà i lavoratori, anche coloro che non lo hanno ancora fatto, ad aderire in modo forzoso ad una di queste forme di pensione privata, in modo da vedersi coprire gli anni bui che gli spetteranno quando prima o poi si vedranno, in età avanzata, proiettati (per non dire espulsi) fuori dal sistema di lavoro senza alcuna possibilità di reintegro.

La seconda obbligherà gli stessi a computare una forma di risparmio forzoso per garantirsi un cuscinetto economico per la dissocupazione di cui sopra e quindi favorendo ancora una volta le banche detentrici finali del risparmio effettivo, col quale portanno tornare a far respirare i loro profitti.

Insomma, una bella truffa realizzata coi guanti di velluto.

Oltre a tutto questo e dulcis un fundo, si parla ora di mettere mano al sogno di Berlusconi: l’ARTICOLO 18. Forse è ancora una volta, come per le pensioni, la sua lunga manina che guida tutti questi burattini.

O forse, con somma tristezza, è la doppia mano carpiata PDL-PD che ha portato al compimento totale del duopolio che loro hanno sempre voluto. E forse ci sono riusciti. Sulle spalle di tutti i lavoratori.

La bancarotta dello stato era forse la soluzione meno traumatica, almeno dal punto di vista dell’equità.

Ma forse è giunta l’ora della RIBELLIONE, nobile parola che ci conduce ad un dissenso vero che ci induce ad urlare un forte NO, una delle parole più semplici e corte del vocabolario, la parola più urgente ed essenziale, forse la più selvaggia. Un NO alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano. Contro queste cose, il NO non è mera negazione: il NO assume un forte valore propositivo, costruttivo e creativo.

Ci dispiace solo per gli amici del PD che, assieme ai benpensanti del parlamento hanno approvato, ed approveranno, le manovre del governo dei BANCHIERI.

NO col sistema NON ci STO!

Banche 2012. N. 1: a cosa servono?

… e cosa non ha funzionato? Una guida per capire perché le banche sono troppo importanti per essere lasciate ai banchieri

Sebbene sia un luogo comune asserire che i processi di liberalizzazione favoriscano la concorrenza fra imprese a vantaggio dei consumatori, la liberalizzazione dell’industria bancaria1 viene sempre più additata come la causa scatenante della grave crisi in corso.

Che cos’è che non ha funzionato?

Cercheremo di riflettere su alcune caratteristiche dell’industria finanziaria che la differenziano dalle altre industrie di produzione di beni e di servizi, per concludere sulla necessità di tornare a maggiori regolamentazioni in questo settore.

La natura della produzione bancaria

L’industria bancaria è la sola che produce un output uguale al suo input: denaro.

In qualunque altro settore, la produzione finale è il risultato di un processo di trasformazione tecnica degli input, questo vale sia per la produzione di beni che di servizi 2.

Le banche fondamentalmente acquistano denaro e vendono denaro o meglio acquistano l’uso del denaro e vendono l’uso dello stesso denaro, attività che non richiede da parte della banca né la proprietà né il possesso del denaro stesso.

La vendita dell’uso del denaro implica il trasferimento del denaro stesso dal venditore al compratore, senza possibilità di controllarne la destinazione: una volta che il denaro entra nelle disponibilità del debitore, è praticamente impossibile. In termini più tecnici, potremmo dire che non esistano contratti completi in grado di regolare la certezza di adempimento del contratto di prestito.

In questo modo però il rischio non riguarda solo il prezzo per l’uso del denaro (rischio in c/interessi), ma la restituzione del denaro stesso (rischio in c/capitale).

Nelle altre forme di contratto d’uso (leasing o affitto di un immobile) se l’acquirente non paga il corrispettivo, il venditore si riappropria fisicamente del bene.

Lo stesso però non avviene nel caso di compra-vendita dell’uso del denaro 3.

L’attività bancaria, diversamente da qualsiasi altra attività, ha quindi una esposizione al rischio più alta del valore della transazione avviata 4.

Nelle altre attività economiche, il venditore può cercare di evitare qualunque rischio ottenendo il prezzo della compravendita contestualmente alla consegna del bene ceduto o anche farsi pagare anticipatamente la prestazione di un servizio. L’attività bancaria è l’unica dove, anche in caso di pagamento anticipato della transazione, resta un rischio multiplo del valore della transazione stessa.

La natura del tasso di interesse

Ora se la banca vende ciò che compra, senza alcuna trasformazione fisica o spostamento materiale del bene oggetto della propria attività, come può praticare due prezzi diversi per lo stesso oggetto, ovviamente al netto dei costi per la gestione del denaro?

Il costo unitario del denaro è il tasso di interesse.

I tassi di interesse non sono uniformi a parità di quantità di denaro prestata e la differenza dipende dalla rischiosità delle operazioni realizzate dalla banca rappresentabile come:

– capacità del prenditore di denaro di pagarne l’uso (interesse) e di restituirlo a scadenza;

– durata nel tempo (scadenza del finanziamento) che aumentando accresce il rischio dell’operazione.

Quindi, la banca per realizzare un profitto, deve modificare il profilo del rischio delle operazioni che esegue. In altri termini la banca per guadagnare deve produrre rischio.

Trasferendo il rischio a livelli sempre più alti, aumenta il differenziale fra i tassi, passivi ed attivi, che la banca pratica alla propria clientela e, se il rischio non si trasforma in perdita, gli utili sono maggiori.

La produzione bancaria consiste quindi in un riposizionamento del rischio fra il denaro preso a prestito e quello dato a prestito, per qualità della clientela e per durata dell’operazione. Se la banca non fosse disponibile a differenziare i livelli di rischio, verrebbe meno la stessa attività creditizia.

Più alti sono i profitti che vuole ottenere, più alto è il rischio che la banca deve correre.

Per i depositanti (ma anche per gli obbligazionisti) la prima fonte di garanzia resta il patrimonio netto della banca stessa. La garanzia dipende allora dal volume fra prestiti e patrimonio che la banca realizza. Questo rapporto fra debiti e patrimonio (leverage) è uno degli indici più comuni per valutare la solvibilità di una società, al pari dell’indice di disponibilità che misura crediti e debiti in funzione della loro scadenza.

Utilizzando entrambi gli indici le banche risultano essere le imprese più rischiose: hanno leverage altissimi ed il loro riposizionamento del rischio (le cui possibilità sono aumentate con la deregolamentazione degli anni ’80 e ’90) si basa anche sullo scarto temporale crescente fra operazioni di raccolta a breve ed operazioni di impiego a medio lungo.

Le banche per misurare le perdite probabili sui dei propri investimenti fanno affidamento sulla legge dei grandi numeri, secondo la quale la probabilità e la frequenza di un evento tendono a convergere. Fondamentalmente è la tecnica usate dalle assicurazioni per valutare eventi come il rischio di un incidente stradale o di una malattia, di un evento atmosferico e della nostra speranza di vita. Ma questo metodo è assai discutibile per calcolare il rischio di insolvenza su un finanziamento concesso. Valutare questo rischio estrapolando le serie storiche può essere quanto mai distorsivo se il passato è una fase ascendente del ciclo, mentre il futuro potrebbe essere una fase discendente, o viceversa. Nel primo caso il rischio di insolvenza viene sottostimato, mentre nel secondo caso viene sovrastimato.

Se, poi, i decisori ottengono retribuzioni incentivanti rispetto ai profitti, i rischi assunti saranno ancora maggiori. In altre parole, se incentivo le retribuzioni dei banchieri legandole ai profitti che sono correlati positivamente ai rischi assunti, in sostanza li sto incitando ad assumere rischi sempre maggiori. Inoltre mentre i profitti li registro con scadenze ravvicinate, la maggior parte delle perdite di insolvenza le registro alla scadenza del contratto (o anche dopo se debbo realizzare le garanzie eventualmente ricevute). La rilevazione contabile dei ricavi è allora anticipata rispetto ai costi di insolvenza.

La critica contro i bonus dei banchieri è stata prevalentemente di carattere etico e morale. Pochi hanno attirato l’attenzioni se, per le banche, i bonus connessi ai profitti non fossero un incentivo monetario distorcente. (segue)

1 Uso il termine “banca” per indicare ogni intermediario finanziario seguendo R. Posner (Un fallimento del capitalismo – 2011 – Codice edizione). Al pari, quando intendo fare riferimento ad una banca in senso tradizionale, uso il termine “banca commerciale”.

2 A volte la trasformazione può essere minima, puramente estetica, ma percepita diversamente dal consumatore, oppure un trasferimento nel tempo e nello spazio di un bene.

3 Una società immobiliare che gestisca l’affitto di abitazioni sa che l’affittuario può danneggiare l’abitazione stessa, per cui spesso pretende una cauzione. Ma in ogni caso il valore della cauzione non potrà mai essere pari al valore dell’abitazione perchè il rischio che l’affittuario demolisca l’abitazione è considerato nullo. Nell’attività finanziaria il rischio che la banca assume è, al limite, proprio quello che il prenditore di denaro “demolisca l’abitazione”.

4 Se una banca presta 100 € al tasso del 5%, dopo un anno, se il debitore fosse totalmente inadempiente, la banca registrerebbe una perdita di 105, pari a 21 volte il costo della transazione. Anche nel caso la banca si fosse cautelate con garanzie, il costo finale sarebbe sicuramente più alto del rischio in c/interesse.

(dal sito www.sbilanciamoci.info)


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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