Archivio per novembre 2011



TRAMONTI E LE PENSIONI FUTURE

Fonte: LIBERAZIONE

L’Europa ci chiede di alzare ulteriormente l’età pensionabile. La politica italiana, di centrodestra come di centrosinistra, si allinea. Un dibattito ideologico tutto teso a far pagare la crisi ai lavoratori, nasconde così la vera sfida che attende la nostra previdenza: la possibilità che i giovani lavoratori di oggi, per non parlare dei precari, accedano prima o poi a questo diritto. Presentato spesso come uno scontro generazionale, il tema delle pensioni evoca invece la necessità di un adeguamento del sistema previdenziale alle nuove forme assunte dal lavoro, senza che a farne le spese siano i diritti acquisiti o le condizioni di vita dei lavoratori di ogni età

Tutto quello che non
ci dicono sulle pensioni
Ma che è utile sapere

Felice Roberto Pizzuti

Fino a prima della scorsa estate, nelle riunioni economiche internazionali per fronteggiare la crisi globale, i rappresentanti italiani, per attenuare la valenza negativa attribuita al nostro debito pubblico, ricordavano giustamente che, in compenso, rispetto agli altri paesi, il nostro debito privato è nettamente inferiore, il nostro sistema bancario è molto meno toccato dal possesso di titoli “tossici” e il sistema pensionistico pubblico, dopo la continua serie di riforme avviate nel 1992, è tra quelli con i conti più in ordine.
Quando però in agosto la crisi si è riacutizzata, aprendo una sua nuova fase con livelli di drammatizzazione crescente e dagli esiti al momento imprevedibili, l’interesse della speculazione e dei responsabili della politica comunitaria si è particolarmente concentrato sul nostro paese e – in modo surrettizio, ma non privo di significato economico e politico – il nostro sistema pensionistico è ritornato nella parte del capro espiatorio.
Nella famosa lettera di Draghi e Trichet inviata il 5 agosto al nostro governo (ma resa pubblica solo di recente), tra i tanti inusuali “consigli”, all’inizio c’era «che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» e «accrescere il potenziale di crescita»; seguivano poi molte indicazioni, tra le quali anche quella di intervenire nuovamente sui criteri per il pensionamento d’anzianità ed equiparare l’età di pensionamento delle donne impiegate nel settore privato a quelle del settore pubblico.
Le manovre economiche decise dal governo dopo quella lettera non hanno fatto nulla né per sostenere la crescita – che effettivamente dovrebbe essere un obiettivo primario – né per aumentare la sua reputazione che, anzi, è in caduta libera: almeno il divario tra i tassi d’interesse dei nostri titoli pubblici e quelli dei titoli spagnoli è dovuto solo alla differente reputazione dei due governi in carica. Però il governo decise di recepire le indicazioni sulle pensioni, nonostante la ritrosia pelosa della Lega (che non aveva avuto nessun problema a penalizzare le donne del pubblico impiego, ma ne ha con quelle del settore privato della “padania” e, da ultimo, ha proposto le “gabbie previdenziali” per favorire i pensionati del Nord!).
Ma quasi non bastasse, dopo le misure previdenziali prese in agosto dal governo, nel clima da “ultima spiaggia” per fronteggiare la particolare situazione critica del nostro paese, sono state presentate molte proposte da prestigiosi commentatori e da giornali economici, da importanti associazioni d’impresa, da esponenti affermati o più o meno emergenti della politica o da chi al momento ancora non è “sceso in campo”: tutte auspicano ulteriori riforme previdenziali, tanto ingiustificate settorialmente quanto improprie ai fini della crescita. Il sistema pensionistico pubblico continua ad essere il settore privilegiato per proporre altri interventi che, con effetti a cascata, sarebbero necessari: a migliorare il nostro bilancio pubblico, alla nostra permanenza nell’euro, alla stessa sopravvivenza della moneta unica europea e della Ue, e a contribuire alla soluzione della crisi globale. E chi più ne ha più ne metta!
Per non rimanere vittima anche del ridicolo di queste posizioni, che però sono pericolose sia dal punto di vista sociale sia da quello economico, è opportuno uscire dai luoghi comuni più o meno strumentali e riportare la questione alle sue dimensioni reali, come emergono dall’analisi dei fatti e dei numeri certificati.
E’ opinione comunemente condivisa tra gli addetti ai lavori che il nostro sistema pensionistico sia strutturalmente in equilibrio attuariale; la fase di transizione prevista per l’applicazione di alcune norme, pur ritardando i loro effetti finanziari che si avranno a regime, non crea uno squilibrio negativo per il bilancio pubblico. Viceversa, dai dati ufficiali emerge che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto effettivamente esce dal bilancio pubblico e entra nelle tasche dei pensionati) è positivo fin dal 1998, a riprova dell’efficacia delle riforme effettuate dal 1992 rispetto all’obiettivo di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema.
Nell’ultimo anno per il quale si dispongono questi dati, il 2009, il saldo è stato di 27,6 miliardi di euro, pari all’1,8% del Pil. Tuttavia, a fronte dei positivi risultati finanziari, le previsione segnalano un forte calo della copertura pensionistica che darà luogo ad un grosso problema sociale che, se non s’interviene, peserà proprio sulle attuali giovani generazioni che andranno in pensione fra qualche decennio. Infatti, già nel 2035, un lavoratore parasubordinato (categoria sempre più in espansione in un contesto di elevata disoccupazione giovanile, prossima al 30%) che riuscisse ad accumulare 35 anni di contributi e andasse in pensione a 65 anni, maturerebbe una pensione pari a circa la metà di quell’80% che era comunemente raggiungibile da un lavoratore a tempo indeterminato che, prima delle riforme contrattuali e pensionistiche avviate negli anni Novanta, poteva accumulare 40 anni di contributi e andare in pensione anche prima di 60 anni.
Si sostiene però che, a causa delle prestazioni opportunisticamente generose concesse in passato (per l’uso del sistema previdenziale a fini clientelari, elettoralistici e di sostegno improprio al reddito), l’attuale spesa pensionistica incida comunque in misura anomala sul Pil. Tuttavia, se si fanno confronti statisticamente omogenei, la superiorità della nostra spesa pensionistica pubblica che emerge dai dati ufficiali dell’Eurostat, si sgonfia sostanzialmente. Infatti, il dato italiano è sovradimensionato dall’indebita inclusione dei trattamenti di fine rapporto (pari a circa un punto e mezzo di Pil) e dalla valutazione delle prestazioni al lordo delle ritenute previdenziali (che in altri paesi sono più basse o assenti come in Germania). Solo la considerazione di questi due elementi di disomogeneità riduce l’incidenza sul Pil della nostra spesa pensionistica al di sotto o in linea con quelle francesi e tedesche. Si aggiunga che in altri paesi ci sono più elevate prestazioni pensionistiche private (naturalmente finanziate con contribuzioni aggiuntive da parte di lavoratori e imprese) che possono spiegare i valori minori di quelle pubbliche le quali, tuttavia, vengono confrontate con quelle italiane dove le pensioni private sono marginali.
Altro punto di critica scarsamente fondato al nostro sistema pensionistico è la bassa età di pensionamento. Allo stato attuale, l’età di vecchiaia degli uomini e delle donne del settore pubblico (a partire dal prossimo gennaio) è ufficialmente di 65 anni, ma con il ritardo di 12 mesi della “finestra” (18 per gli autonomi), è di fatto di 66 – cioè superiore a quella tedesca (65) e francese (62) – e dal 2013 aumenterà automaticamente in connessione all’aumento della vita media attesa, raggiungendo i 67 anni nel 2021 e i 70 nel 2047; per le donne del settore privato è già previsto un rapido aumento dell’età di pensionamento di vecchiaia dai 61 anni effettivi attuali ai 65 nel 2021, poi si uniformerà a quella dei maschi.
Si dice tuttavia che l’altra nostra anomalia sarebbe la pensione d’anzianità. Ebbene, l’età effettiva di pensionamento degli uomini in Italia è di 61,1 anni, cioè poco meno che in Germania (61,8) e più che in Francia (59,1); per le donne il nostro dato (58,7) è inferiore sia a quello tedesco (60,5) che a quello francese (59,7), ma ciò rispecchia la congenita minore partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane e il loro ruolo di supplenza alle carenze assistenziali del nostro sistema di welfare. Comunque, la parificazione della loro età di pensionamento a quella maschile, da poco decisa, eliminerà rapidamente il divario e probabilmente lo invertirà.
A fini comparativi si deve anche tener presente che dal 1992 le nostre prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale. Ce ne siamo accorti poco perché nel frattempo i salari italiani non sono cresciuti e l’inflazione è bassa, ma in Germania – dove secondo alcuni commentatori nostrani i pensionati invidierebbero quelli italiani – le prestazioni pensionistiche non hanno mai smesso di essere indicizzate sia agli incrementi reali dei salari che all’inflazione.
Ma allora perché, anche in ambienti progressisti, incontra favore l’idea di nuovi interventi sulle pensioni?
Il punto è che i maggiori ostacoli a superare questa crisi epocale risiedono non solo nelle difficoltà frapposte dagli interessi economici, politici e culturali collegati al modello produttivo affermatosi nel passato trentennio e adesso entrato in crisi; le ragioni vanno individuate anche nei limiti delle forze progressiste nel saper rinnovare il modello economico-sociale, la mentalità prevalente nell’opinione pubblica e gli equilibri politici.
In questa situazione di stallo economico, intellettuale e politico che caratterizza la fase di transizione che stiamo attraversando, emerge un altro grave rischio che si evidenzia bene proprio in alcune posizioni presenti nel dibattito previdenziale. L’attacco al sistema pensionistico spesso si coniuga con la critica agli anziani che, resistendo al posticipo del pensionamento, si comporterebbero in modo egoistico verso i giovani, assorbendo risorse che potrebbero essere utilizzate in loro favore. Eppure, in un contesto di disoccupazione giovanile di circa il 30%, considerando che l’età di pensionamento è già stata “indicizzata” attuarialmente agli aumenti della vita media attesa, imporre un ulteriore prolungamento della vita lavorativa avrebbe i controproducenti effetti di sottrarre potenziali posti di lavoro ai giovani, di aumentare l’età media degli occupati e il loro costo medio per le imprese, di pregiudicare anche la produttività e la capacità innovativa del sistema produttivo.
Ma gli anziani vengono criticati anche per il contrario, ovvero che resisterebbero a “togliersi di torno” e a lasciare spazio ai giovani, alimentando una deriva gerontocratica. Tuttavia, quando i padri liberano posti, questi spesso o non vengono riassegnati affatto, o vengono coperti con contratti meno appetibili.
In realtà, se i pur pochi giovani che il calo demografico ci offre vengono messi in concorrenza con gli anziani, cui pure si chiede di allungare l’attività, il problema vero è nella scarsa capacità del sistema produttivo di creare buona occupazione e risorse da distribuire tra tutte le generazioni.
Dunque si tratta di un male comune; cosicché diventa paradossale e lesivo della coesione sociale attribuirlo ad un contrasto tra “padri” e “figli”, laddove, nei rapporti tra giovani ed anziani dovrebbe essere sottolineata e incentivata la naturale complementarietà tra la conoscenza e l’esperienza accumulata dai primi e l’entusiasmo, il vigore e la maggiore predisposizione all’innovazione dei secondi.
In ogni caso, si oscura il fatto che i giovani e gli anziani non sono tutti uguali; le condizioni di ciascuno dipendono soprattutto dal ceto sociale, dalla famiglia, dal territorio e dal genere d’appartenenza e, dunque, se rientrano tra i pochissimi favoriti o tra i moltissimi penalizzati dal modello di crescita che si è affermato nell’ultimo trentennio e che ora è entrato in crisi.
Rispetto alla dimensione della crisi anche intellettuale e politica cui prima si faceva cenno, come diceva Keynes, la difficoltà non sta tanto nell’accettare le idee nuove quanto nel liberarsi delle vecchie; ma, al momento, sembrano cumularsi entrambe le difficoltà, a tutto vantaggio dei luoghi comuni, del conformismo intellettuale e della regressiva propensione a rifugiarsi nella saggezza convenzionale alimentata dalla mancanza di alternative che siano anche politicamente credibili.
A questo riguardo, un segnale positivo viene dagli “indignati” di ogni età, e in particolare dai giovani, che stanno scuotendo il mondo. L’attualità politica degli “indignati” sta nel fatto che colgono il carattere epocale della crisi in corso, di cui non vogliono pagare le conseguenze dopo aver subito il dispiegarsi delle sue cause; la natura dell’indignazione è progressista perché la rimozione delle sue origini sanerebbe ingiustizie e inefficienze che non solo pesano sugli “indignati”, ma continuano ad ostacolare il cambiamento economico e sociale necessario a migliorare le condizioni della collettività nel suo insieme.
Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad esempio, lo slogan “la vostra crisi non la paghiamo” non può essere confuso con la sua parodia “il debito non si paga”.
La crisi in atto conferma i guasti drammatici di uno sviluppo economico-sociale che nell’ultimo trentennio è stato affidato in misura crescente ai mercati – dove le decisioni vengono prese da un’infima parte dei partecipanti alla produzione in base alla logica del profitto individuale – svincolandoli progressivamente dalla necessaria e proficua interazione con le istituzioni le cui scelte sono il frutto di una ben maggiore partecipazione collettiva. Per uscire dalla crisi lungo sentieri di maggior progresso economico-sociale c’è bisogno di dare maggiore spazio ai criteri decisionali di tipo democratico, a livello nazionale e sovranazionale; quest’evoluzione è particolarmente urgente in Europa dove la creazione di istituzioni economiche comunitarie rispondenti agli elettori è la chiave di volta per uscire dalla crisi continentale e da quella globale.
Ma, rispetto a questi obiettivi, diventa estremamente contraddittorio sostenere che il “debito non si paga” e auspicare il default delle istituzione della collettività di cui verrebbe stroncata la reputazione a vantaggio del mercato. Come si può, ad esempio, sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e contemporaneamente auspicare il fallimento delle istituzioni collettive che dovrebbero gestirli e amministrarli? Come si può sostenere il rafforzamento del welfare state se il bilancio pubblico fallisce? Se “il debito non si paga”, chi pagherebbe le pensioni? Le quali, non dimentichiamolo, rappresentano un credito maturato dagli anziani verso la collettività nell’ambito del patto sociale intergenerazionale tra giovani e anziani; un patto che, per la sua natura intertemporale, è opportuno e conveniente sia garantito dallo Stato cioè dall’istituzione che rappresenta la collettività anche nel decorso del tempo.

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Un sistema che garantisce chi un lavoro ce l’ha

Fabio Sebastiani

intervista a Luigina De Santis Collegio di presidenza dell’Inca-Cgil

Il sistema previdenziale sta naufragando sotto i colpi del bilancio dello Stato e per le forti distorsioni del mercato del lavoro.
La prima parola che voglio dire è occupazione e non pensione. Perché la pensione è la risultante di quanto lavoro hai effettivamente svolto. Nel sistema previdenziale italiano chi ha lavoro non ha nessun problema. Il processo di riforma dal ’92 con Amato fino alla legge del 2007 di Prodi ha reso molto forte il sistema pensionistico, tanto è vero che tutti gli studi della commissione europea testimoniano una solidità del nostro sistema pensionistico. La spesa pensionistica sul pil è molto più bassa rispetto agli altri paesi. La Francia nel 2020 avrà una percentuale più alta rispetto al pil dell’Italia.

Cosa ha determinato la crisi, non del sistema pensionistico ma la crisi delle risorse?

Un chiarimento, il bilancio dell’Inps è in attivo. L’attivo è più alto di quello che era stato programmato. Ma il bilancio è la risultante di più casse. Visto da vicino, per esempio, il fondo pensioni dei dipendenti è in fortissimo attivo. In deficit sono le casse dei lavoratori autonomi. Un altro fondo in deficit è l’Inpdai. E’ veramente vergognoso che un lavoratore dipendente debba pagare il deficit del’ex fondo dei dirigenti di azienda. In deficit ci sono anche i fondi speciali, come gli elettrici. Lì abbiamo privatizzato in parte l’Enel ma i fondi non sono andati nelle casse previdenziali ma a risanare i conti pubblici. Un altro forte attivo ce l’ha la gestione separata ovvero dei collaboratori a progetto. Così come le prestazioni famigliari. Il bilancio dell’Inpdap è in negativo anche perché alcune aziende che appartenevano alle amministrazioni comunali sono state privatizzate.

Ormai le casse previdenziali sono diventate le casse del ministero del Tesoro.

Sì, è vero. La scelta che ha fatto il governo Berlusconi è stata di trasferire la competenza sulla previdenza dal ministero del Lavoro al ,ministero del Tesoro. L’aspetto più triste è stato proprio questo, che mentre prima c’era uno spazio di dibattito che si poteva configurare come contrattazione sociale oggi l’intervento sulla previdenza è diventato automatico.
L’aumento della speranza di vita e il conseguente allungamento dell’età pensionabile è piovuto in un momento in cui abbiamo una fortissima crisi economica e quindi una fortissima contraddizione tra l’espulsione dal processo produttivo, la mancanza di lavoro per i giovani e la richiesta di alzare l’età lavorativa. Un altro elemento fondamentale è che il lavoro non è tutto uguale. Ci sono delle attività in cui puoi lavorare fino a sessantacinque anni. Ci sono lavori operai usuranti che ancora devono essere adeguatamente riconosciuti. Quella norma varata dal governo di centrodestra dopo il testo elaborato dal minsitro Damiano vale in linea di principio come una innovazione importante. Si può accettare il prolungamento ma deve essere volontario. E comunque dobbiamo togliere da questo meccanismo il lavoro usurante.

Quali limiti ha il sistema contributivo?

E’ uscito lo studio di Patriarca che ha detto che non è vero che il contributivo condanna a delle pensioni basse. Il problema è che le nuove generazioni non stanno lavorando. Non siamo preoccupati perché il meccanismo non funziona. Il problema è che funzionava in una fase in cui c’era lavoro. Il panorama è cambiato.

Quali proposte per i precari?

C’è stata una interessantissima proposta della Cgil per garantire una pensione a chi lavora per 40 anni in modo discontinuo. La copertura nella discontinuità deve essere dell’intero anno. In pratica, deve essere garantita una base di 900 euro. Il lavoro discontinuo non ti deve determinare una contrazione della copertura nell’anno. Un meccanismo come quello che è esistito in passato per i braccianti agricoli. Avevano una copertura dell’intero anno anche quando facevano cento e uno giornate all’anno. Il punto fondamentale è che il lavoro precario non ti deve scoprire nella parte previdenziale.

Questa crisi ha segnato la previdenza complementare?

La previdenza complementare l’avevamo pensata in una fase di lavoro e di produzione che tirava. La previdenza complementare rafforza la posizione di chi ha un’occupazione. I fondi chiusi hanno perso meno dei fondi aperti. A me non interessa del terzo pilastro, l’assicurazione privata. Per me in un paese sano non ci dovrebbe essere l’interesse collettivo sul terzo pilastro. Se mi fossi comperata, oltre alla previdenza pubblica e quella del secondo pilastro, il fondo chiuso contrattuale, un fondo privato di una banca non deve influire sul profilo sociale. Sul terzo pilastro il sindacato europeo ha discusso e non tutti avevano la stessa idea. Qualcuno voleva adottare addirittura un modello di esenzione fiscale.

L’Europa ha sul precariato e la disoccupazione dei numeri importanti. Il problema di una copertura pluridiversificata se lo stanno ponendo.

Ci sono diversi modelli in Europa, tra il modello contributivo e non noi siamo rimasti alla prima alternativa. Per noi il lavoro è un valore fondamentale. Quando ti riconosco solo perché sei un cittadino questo non ti collega al lavoro. Il lavoro ha un valore e deve essere riconosciuto e pesare. In un paese che lavora tanto al nero come l’Italia staccare la rendita previdenziale dal lavoro significa fomentare il lavoro nero. Diamo garanzie ma teniamo forte questo legame.

13/11/2011

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«Per precari e intermittenti impossibile pensare alla pensione»

Andrea Fumagalli Economista dell’Università di Pavia, autore di “La crisi dell’economia globale”
sostiene da tempo la necessità di introdurre nel nostro paese un “reddito di cittadinanza”

Come leggere il dibattito sulle pensioni alla luce delle nuove forme di lavoro e di precarietà che caratterizzano da più di una generazione il panorama sociale (anche) del nostro paese? Abbiamo cercato di farlo con Andrea Fumagalli, docente di Macroeconomia, Teoria dell’impresa e Economia politica all’Università di Pavia, e autore di importanti studi sul nuovo volto dell’economia internazionale e sulle nuove realtà del lavoro, tra cui: Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia (Feltrinelli, 1997), Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza (DeriveApprodi, 1999), Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione (Carocci, 2007) e La crisi dell’economia globale (Ombre corte, 2009).

Il dibattito sulle pensioni nel nostro paese non sembra tener conto del fatto che le carriere lavorative stanno progressivamente cambiando. Come stanno le cose da questo punto di vista?
Se analizziamo la composizione del mercato del lavoro, vediamo come la dinamica occupazionale manifesti una tendenza molto chiara verso una perdita di peso dei settori classici del manifatturiero, a vantaggio dei settori terziari legati soprattutto alla logistica delle merci – trasporto, immagazinamento e distribuzione -, e una dinamica invece consistente, soprattutto in alcune aree del paese, verso l’occupazione nel terziario avanzato di tipo immateriale, legato all’informazione, alla comunicazione, alla linguistica e ai servizi legati alla gestione dell’attività d’impresa. Trent’anni fa si iniziava a lavorare, specie nelle industrie manifatturiere, sotto i vent’anni, e si raggiungeva il periodo della pensione prima dei sessanta. Oggi, invece, la dinamica occupazionale in molti settori è caratterizzata da un processo formativo più lungo e dall’ingresso nel mercato del lavoro circa dieci anni più tardi. Inoltre, spesso, queste attività sono caratterizzate dalla precarietà dei contratti e dall’interruzione temporanea del lavoro.

Se sono sempre di meno i lavoratori che possono vantare nella propria biografia professionale lunghi periodi “da dipendente” all’interno della stessa azienda o che non hanno mai avuto a che fare con qualche forma di precarietà occupazionale, come possono pensare alla loro pensione in base alle regole odierne?
Infatti, già nel contesto che ho descritto fin qui, emerge come sia sempre più difficile immaginare di arrivare all’età della pensione attraverso un lavoro stabile e dopo aver accumulato l’anzianità lavorativa necessaria. Ma anche per chi ci dovesse arrivare, le cose non saranno facili. Grazie agli effetti della riforma Dini, che ha portato nel 1994 al passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, avendo come risultato che il livello di pensione che verrà maturato sarà proporzionale ai contributi versati in tutto l’arco della propria carriera lavorativa, compresi anche gli eventuali “buchi” di non lavoro, in molti si potranno ritrovare con una pensione che non supera il livello entro il quale si parla di “povertà”. Perciò, il vero rischio, è che chi è coinvolto in queste nuove forme di lavoro, non vedrà mai una pensione degna di questo nome.

Per coloro che possono comunque continuare a sperare di accedere alla pensione alla fine del loro percorso lavorativo, si profilano però delle nuove sfide. Da un lato la diminuzione dei coefficienti di rivalutazione dei contributi versati, dall’altro l’aumento considerevole dei costi relativi al “riscatto” di versamenti accantonati presso un altro ente rispetto a quello che dovrà erogare alla fine la pensione. Questi elementi contraddicono palesemente ogni retorica sulla volontà di garantire una pensione anche alle generazioni future, no?
La tendenza in atto è quella di far perdere valore alla previdenza pubblica. Sia perché si cerca di andare verso una privatizzazione del settore, con l’ingresso di realtà finanziarie e assicurative, e diminuendo così il ruolo pubblico nella previdenza, sia perché, proprio con l’abbassamento dei coefficienti di rivalutazione dei contributi, il livello delle pensioni future in termini reali sarà di gran lunga inferiore a quello odierno. A questo si aggiunge il fatto che di fronte a carriere lavorative caratterizzate da intermittenza o elevata mobilità, con contributi gestiti perciò da enti previdenziali diversi, si pone il problema che i costi di transazione, vale a dire i costi che si devono sostenere per arrivare a un calcolo unico di tutti i contributi versati nel corso della propria vita lavorativa, tendono costantemente ad aumentare e sono caricati sul lavoratore e non sul gestore delle pensioni. E questo mi sembra un ulteriore elemento che indica come la direzione in cui si vuole andare sia quello di disincentivare il ricorso alla pensione pubblica. Infatti tutto ciò non accade se si stipula un contratto di previdenza privata con un ente finanziario o assicurativo: in base a questi contratti si paga una quota mensile, semestrale o con altra scadenza, indipendentemente dall’appartenenza a una determinata categoria o settore di lavoro.

In questo contesto, l’unica misura proposta è però da anni, e oggi in maniera ancora più decisa, quella di un progressivo innalzamento dell’età pensionabile. Oltre ad essere ingiusta, che senso ha?
Si devono prima di tutto sfatare alcuni luoghi comuni. Il primo è che l’Inps abbia un bilancio in rosso. In realtà se si scorpora l’attività previdenziale da quella assistenziale, tutta l’area della previdenza mostra già un saldo attivo. Il secondo luogo comune è quello secondo cui in Italia si andrebbe in pensione molto presto. In realtà i calcoli dell’età effettiva di pensionamento nel nostro paese sono di circa sei mesi inferiori a quelli tedeschi e sono invece superiori a quelli francesi: in media parliamo di circa 65 anni per gli uomini e 62 per le donne. Non c’è perciò una differenza sostanziale con gli altri paesi, come non c’è nessuna logica economica, né necessità impellente che giustifichino un innalzamento dell’età pensionabile. Questo progetto viene però giustificato spiegando che aumentando l’età si riduce il numero delle persone che vanno in pensione nei prossimi anni, dato che continuano a lavorare per qualche anno in più, e questo consente di “fare cassa”. Inoltre, a differenza di ciò che viene affermato abitualmente, l’allungamento dell’età pensionabile è già in atto: si è cominciato con la riforma Dini e poi via via fino allo “scalone” introdotto da Maroni e agli “scalini” decisi successivamente, per l’età in cui si può andare in pensione c’è già un meccanismo di modifica progressiva.

Già da diversi anni lei è tra coloro che propongono un redditto di cittadinanza, sganciato dal lavoro, come risposta alle forme di esclusione sociale generate dalla ristrutturazione dell’economia capitalista. Si può immaginare di riflettere allo stesso modo anche sul tema delle pensioni?
Partiamo dal chiarire una cosa. La proposta di un reddito di base non significa certo voler sostituire per questa via il reddito da lavoro, né le pensioni: si deve infatti tener conto di come la pensione sia una quota di salario differito. Il reddito di base interviene nella formula di distribuzione del redditto che deve essere gestito a livello di fiscalità collettiva, poi magari strutturato su base regionale, locale – e su questo è in atto un ampio dibattito -, mentre la previdenza si forma sulla base dei redditi da lavoro. Quindi, mescolando i due piani del discorso si rischia di fare solo confusione. Sul tema delle pensioni si può avanzare una proposta di semplificazione e di omogeneizzazione del sistema previdenziale, all’interno di una riforma della regolazione della forma salario, mentre per quanto riguarda il reddito di base, si deve arrivare a definire un reddito minimo incondizionato, sicuramente superiore alla soglia di povertà relativa, grazie a modalità di finanziamento e di strutturazione di altro tipo.
Gu. Ca.

13/11/2011

Da CONTROLACRISI.ORG

LA FOTO STRAPPATA

Con Monti, sebbene per un tempo determinato e per fare la patrimoniale, o contro Monti senza se e senza ma. Le strade della sinistra si potrebbero dividere di nuovo. Ma stavolta lo strappo potrebbe essere irricucibile, come mai nella storia degli ultimi vent’anni della sinistra: o di qua o di là. Di là, insieme al Pdl e a Berlusconi, c’è il segretario del Pd, preoccupatissimo dei costi politici che il suo partito pagherà per l’appoggio al governo Monti. Pier Luigi Bersani avverte gli (ex?) alleati del Nuovo Ulivo che l’appoggio al governo di transizione è la «condicio si ne qua non» si farà l’accordo per le elezioni, quando arriveranno. Di qua ci sono i pochissimi no al governo del neosenatore, la Federazione della sinistra e l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro, non a caso quest’ultimo al centro di un ciclone mediatico con pochi precedenti, forse uno: quello della Rifondazione del ’98. Non a caso Vendola, dal fronte opposto, gli esprime solidarietà.

Per Sinistra ecologia e libertà, benché forza extraparlamentare e quindi non impegnata a votare in parlamento, il sì al governo di transizione è tormentato. Il massacro mediatico a cui viene sottoposto in queste ore Di Pietro fa tornare lo spettro del ’98, quella rottura con il primo governo Prodi che Fausto Bertinotti pagò cara. Nichi Vendola è in visita ufficiale in Cina. La mattina si riunisce la segreteria di Sel. In serata da Pechino parte un videomessaggio che testimonia la strettoia. «L’unica cosa che dovrebbe fare un governo di scopo è imporre all’Italia una patrimoniale pesante. Cioè un discorso che non può essere in continuità con le politiche economiche e sociali del governo Berlusconi». In pochi mesi «si possono fare soltanto alcune operazioni di segno capovolto rispetto a ciò che si è fatto in questi anni, a ciò che ha fatto l’Europa liberista. Mettere al centro delle politiche di risanamento l’equità sociale, stimolare la crescita purché sia una crescita ambientalmente e socialmente sostenibile». Assomiglia al programma di Mario Monti? Sel mette molte condizioni al suo appoggio «esterno»: che il governo si chiuda entro giugno, che faccia la patrimoniale, che non ci siano fra i ministri berlusconiani storici, anche se presentabili. Tutti paletti difficili, forse impossibili. Sel, è la conclusione «non apre ad una soluzione pasticciata», ma «ad un percorso breve, con un obiettivo mirato», «ma la vera medicina è il voto, la democrazia». Di qua, invece, c’è la Federazione della sinistra, che sentenzia un no netto al governo di transizione. La mattina, un sit in di Rifondazione comunista davanti al ministero del Tesoro «contro la speculazione delle banche» e per «elezioni subito». Per il segretario Paolo Ferrero, «la speculazione finanziaria in Europa c’è perché la Bce è l’unica banca centrale del mondo a non comprare direttamente i titoli di Stato. Finché la Bce continuerà a prestare i soldi alle banche private, ma non agli Stati, la speculazione continuerà. Per questo chiediamo che si cambi la politica europea: è la condizione per impedire la speculazione. Di fronte ad un problema del genere bisogna che decida il popolo, non i tecnocrati europei e, sotto dettatura, il Parlamento italiano». Allarme rosso anche per Oliviero Diliberto, segretario del Pdci. «Un governo composto da chi, fino a ieri, si è fatto la guerra in parlamento e nel Paese è una sorta di governo-truffa». Il Pdci propone «un patto di consultazione» alle «forze democratiche dentro e fuori dal parlamento, che sono contrarie al governo tecnico e chiedono elezioni immediate perché hanno a cuore la democrazia e i destini delle masse popolari».Ma dentro il parlamento, a parte la Lega, al momento c’è solo l’Italia dei valori. Di Pietro lo dice, il suo no al governo Monti. Ma lo dice malissimo: Pdl e Pd «si accorgeranno che non possono stare insieme perché due maschi dentro la camera da letto non fanno figli». Battuta impresentabile ma «involontaria», dirà in serata, scusandosi, mentre sul web e sulle agenzie si scatena l’inferno contro di lui, in prima fila le associazioni gay che (giustamente) lo impallinano. Quanto a Monti, stima per l’uomo, dice l’ex pm, l’Idv dice no e poi valuterà i suoi provvedimenti di volta in volta. Ma nel suo partito non la pensano tutti come lui. Domani mattina dovrà convincere i gruppi parlamentari.

(Da CONTROLACRISI.ORG)

I soldi nel materasso

Intervista a Beppe Scienza nella trasmissione di LA7 “l’alria che tira” dell’11 ottobre 2011.

Documento di Circolo – 8° Congresso

E’ stato inserito, in area documenti, il Documento del Circolo di Senago 8° Congresso.

 

Meno dieci… nove… otto… Racconta come festeggerai la fine del Puzzone!

di Alessandro Robecchi

Un grande concorso per tutti i frequentatori di questo piccolo sito. Dite come festeggerete l’addio al governo del signor Silvio Berlusconi. Champagne a go-go nei ristoranti pieni della penisola? Spogliarelli in piazza? Une cena romantica con il vostro compagno? Sesso estremo? Parata militare con lo scolapasta in testa? E’ il momernto per dimostrare la creatività del popolo italiano, finalmente il popolo della libertà, liberato dal peggior ciarlatano che abbia mai calcato la scena politica. Festeggiare vendendo azioni Mediaset, per chi ce le ha, è già un gesto molto diffuso, basta vedere il grafico di quando Ferrara ha parlato di dimissioni e l’impennata del titolo quando Silvio ha smentito: anche nell’ora suprema è riuscito a fare dei soldi. In ogni caso è bene che affluiscano qui tutte le proposte di festeggiamento. Un corteò a suon di clacson come quando si vincono in mondiali? Perché no? La pacifica invasione della Mondadori? Sarebbe un’idea. Naturalmente sono ben accetti anche suggerimenti per il festeggiamento privato, che so, cospargersi di Nutella, mangiare dodici bigné, fare il trenino per casa con trombette e cappellini confezionati con le pagione di Panorama… Qualunque festeggiamento adotterete, naturalmente, tenere a portata di mano carta e penna, servono a prendere i nomi di quelli che dicono: “Io non l’ho mai conosciuto”. Nelle prossime ore saranno migliaia. Coraggio, dunque, dite come festeggerete lo storico evento. Non è che abbiamo tanti motivi d’orgoglio, da queste parti, ma questi giorni possono darcene uno!
Nella foto, Silvio Berlusconi lascia il governo aiutato da alcuni volontari

Nominato il nuovo Segretario del Circolo PRC di Senago

Il 7 novembre 2011 il direttivo, nominato dal congresso, ha eletto nuovo Segretario del circolo:

Andrea Penoni

E- Mail: segretario@rifondazionesenago.org
Tel: 333 9961896

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Il lavoro del Segretario è supportato da una Segreteria così costituitasi:

Andrea Penoni

Roberto Bizzotto

Stefano Palazzolo

E-Mail:   segreteria@rifondazionesenago.org

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Questo il nuovo direttivo eletto durante il congresso del 5 e 6 novembre 2011:

Benaja Giuseppe

Bizzotto Roberto

Carasi Federica

Ferrari Giacomo

Palazzolo Stefano

Penoni Andrea

Togni Luigi

E-Mail:   direttivo@rifondazionesenago.org

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Il Comitato di Garanzia eletto è formato da tre membri:


Bizzotto Adolfo

Cillo Grazia

Tozzi Giovanni

E-Mail:   comitatogaranzia@rifondazionesenago.org

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Per informazioni di qualsiasi natura, per comunicazioni importanti, o semplicemente per scriverci i tuoi pareri o suggerimenti, invia una mail all’indirizzo:

E-Mail:   info@rifondazionesenago.org

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Partecipa agli incontri del nostro “Direttivo di Circolo” che si tengono il lunedì alle ore 21,00 presso la Casa delle Associazioni, SALA BLU, via Risorgimento n.47 a SENAGO. Gli incontri sono aperti a chi desidera approfondire e conoscere da vicino il nostro lavoro. Per sapere di piu’ dei nostri incontri, puoi inivare una e-mail direttamente a:

E-Mail:   circolo@rifondazionesenago.org

John Reed: I dieci giorni che sconvolsero il mondo

Ricorre in questi giorni il 94° anniversario della rivoluzione d’Ottobre. Una buona occasione per tornare a leggere la leggendaria cronaca di quelle giornate scritta dal giornalista americano John Reed e pubblicata nel 1919 con l’entusiastica prefazione di Lenin: I dieci giorni che sconvolsero il mondo fortunatamente disponibile on line.

Alla vicenda straordinaria di John Reed è stato dedicato un film bellissimo, Reds di Warren Beatty, di cui proponiamo un frammento video.

Sul libro di John Reed riproponiamo uno stralcio di un articolo apparso su L’Unità del 2007 dello scomparso Adriano Guerra.

CRONACA DI UN OTTOBRE ROSSO

di Adriano Guerra

Non ci sarebbe stato Stalin, lo stalinismo, il gulag.… Se, se, se. Di nuovo, come era già avvenuto negli anni 70 del secolo scorso dopo che il Pci aveva proclamato con Berlinguer che la democrazia doveva essere considerata un «valore universale», si ricostruisce quel che è avvenuto nella Russia fra il febbraio e l’ottobre del 1917 alla ricerca dell’anello perduto. E di quel che è accaduto – fra spinte liberatorie e paurose involuzioni – in seguito a quella perdita.(…)
Viene da chiedersi, a dispetto di quanti ci invitano a fare un croce sul passato, se il modo più sicuro di preparare il futuro non sia quello di dare risposte ai vecchi interrogativi. Ricorrendo anche, quand’è il caso, a risposte dimenticate. Ritornando per esempio a un libro come questo di John Reed, Il classico I dieci giorni che sconvolsero il mondo e che ci dice come e perché nella Russia del 1917 la grande partita apertasi a febbraio si sia poi decisa, di fatto, già nei primi giorni di Ottobre. All’interno tuttavia di un quadro – dalla guerra mondiale del 1914 alla fine della guerra civile in Russia – caratterizzato da innumerevoli momenti diversi attraverso i quali le varie «alternative storiche» in scena hanno preso forma, si sono intrecciate e divise per poi scomparire, lasciando spazio ad una sola di esse, quella rappresentata da Lenin. La questione della rottura fra rivoluzione democratica e rivoluzione sociale non era infatti inevitabile e del resto non si chiuse nel 1917 (e anche per questo Stalin non è stato semplicemente il continuatore di Lenin): è certo però che nei giorni raccontati da Reed qualcosa di definitivo è accaduto. Ma chi erano i protagonisti della vicenda? Soltanto il governo provvisorio di Kerenskij, i menscevichi, i socialisti rivoluzionari, i cadetti, i liberaldemocratici, e i bolscevichi? Spesso si dimentica l’ampiezza delle forze che hanno partecipato al processo rivoluzionario russo dandogli un carattere straordinario e unico. Si pensi al confluire impetuoso di movimenti spontanei: le masse contadine che chiedevano la terra, le popolazioni – dalla Polonia alla Finlandia, alle aree del Caucaso e dell’Asia centrale – che chiedevano indipendenza, le spinte progressiste, giacobine, femministe, libertarie (si pensi a Bloch e a Majakovskij a Pietroburgo, a Chagall a Vitebsk) che si intrecciavano nelle città. Già nelle prime pagine John Reed documenta come e perché la fragilità delle strutture della democrazia appena nata, le scelte dei partiti, ma soprattutto il continuo crescere del malcontento popolare – mentre in ogni angolo del paese masse crescenti facevano proprie parole d’ordine sempre più radicali, «La terra ai contadini», «Le fabbriche agli operai», e al fronte l’esercito «parlava solo di pace» – abbiano portato all’uscita di scena della prospettiva che avrebbe dovuto aprirsi con l’Assemblea Costituente. Lenin – si dice – ha letto meglio degli altri quel che si nascondeva dietro al caos e per questo ha vinto. Ma a sconfiggere Kerenskij prima ancora di Lenin è stato il suo rifiuto di far proprio il «no» alla guerra che arrivava dal fronte e la richiesta della terra che veniva dai contadini. Tutto questo ha raccontato John Reed con la penna del giornalista e dello scrittore. Di uno scrittore – va aggiunto – «impegnato» che però non ha tenuto nascosta la tessera di partito né l’ha usata per nascondere qualcosa al lettore (i censori verranno dopo, perché nel libro non si rendeva omaggio all’uomo, Stalin, che, seppure durante quei «dieci giorni» si trovasse lontano da Pietroburgo, avrebbe poi impresso il suo segno all’Ottobre). «Quando la causa sposata si identifica con la vita – ha scritto nei giorni scorsi sul Corriere della sera Claudio Magris – allora pure l’impegno può diventare poesia». E per Reed «la poesia non significava solo scrivere parole ma vivere la vita», si legge nel saggio di Max Eastman – amico fraterno e compagno di ideali di Reed divenuto poi un anticomunista dichiarato, anzi un «cacciatore di streghe» (…). Non certo a caso Elio Vittorini («la cultura come vita») ha scelto nel 1946 I dieci giorni per aprire presso Einaudi la Biblioteca del mitico Politecnico. Ma proprio perché pagina di letteratura e di storia, il libro di Reed è stato pubblicato in tutto il mondo dagli editori più diversi: in Italia, oltreché da Einaudi e dagli Editori Riuniti, da Longanesi, tradotto da Orsola Nemi, e da Rizzoli (anche nella Bur con una introduzione di Rossana Rossanda). Questo negli anni 40, 50 e 60 del secolo scorso. Ma a che cosa possono servire oggi le pagine di questo intellettuale americano morto di tifo a Mosca a 33 anni e sepolto – unico straniero – nelle mura del Cremlino? Per cercare una risposta può essere utile chiederci anzitutto cosa può aver spinto Reed a raggiungere Pietroburgo. Occorre per questo ricordare tante pagine dimenticate. Che nel 1905 era stata fondata a Chicago l’Industrial Workers of the World, al quale John Reed si avvicinò da ragazzo. Che a Paterson, nel New Jersey, era scoppiato nel 1913 uno sciopero nei setifici durante il quale Reed fu arrestato insieme a 2.300 operai. Che l’anno successivo i democratici americani guardarono con speranza alla rivoluzione di Pancho Villa nel Messico (raccontata da John Reed in un libro famoso, Messico insorto). Che lo stesso anno nel Colorado uno sciopero di minatori che aveva assunto aspetti di rivolta venne concluso tragicamente il 20 aprile col «massacro di Ludlow»: e a far fuoco con le mitragliatrici contro i lavoratori e i loro famigliari fu la polizia privata dei padroni delle miniere, riuniti nella Rokefeller’s Colorado Fuel and Iron Company (John Reed scrisse un reportage, «La guerra del Colorado», che rimane una delle poche testimonianze su quelle tragiche giornate). Duemilatrecento arrestati a Paterson, decine di vittime a Ludlow. Moti insurrezionali negli Stati uniti. E in Europa la rivolta dei marinai di Wilhemshafen, i moti di Torino, gli scioperi del gennaio 1918 in Austria, la rivoluzione spartachista, la salita al potere di Bela Kun in Ungheria. E poi, a guerra conclusa, la paura. Lloyd George che parlando a Parigi nel gennaio 1919 del sostegno militare che le forze di molti paesi stavano dando all’armata bianca di KolCak, diceva costernato che non era possibile pensare di fermare la rivoluzione russa con le armi: «Se ci proponessimo di mandare altri soldati britannici in Russia i reparti si ammutinerebbero e questo vale anche per le truppe americane e canadesi …». Ecco dunque che cosa è stato l’Ottobre in Russia, ma non solo in Russia. Le speranze, e le paure, con le quali è stato accolto. Ci si può chiedere se John Reed può aver in qualche modo intuito da qualche segno che la via imboccata con quei «dieci giorni» avrebbe portato alle tragedie degli anni 30. Quel che si sa – le testimonianza della moglie di Reed, Louise Bryant, e di Angelica Balabanova sono state raccolte e forse «gonfiate» da Eastman, non però costruite sul nulla – è che nell’estate del 1920 Reed si era dimesso dall’incarico che ricopriva presso l’esecutivo del Comintern perché «amareggiato e deluso». Successivamente a Baku, ove era andato per assistere ai lavori della conferenza indetta per aprire le porte della rivoluzione comunista alle masse musulmane, ebbe uno scontro durissimo con Zinoviev e con Radek. Reed tornò a Mosca «eccitato, arrabbiato e tragicamente scoraggiato… Girò la faccia contro il muro e non parlò quasi più». Lenin, al quale la moglie si rivolse, ordinò che gli venissero assicurati i migliori medici e le migliori cure disponibili, ma fu tutto inutile. Forse è possibile dire che nel corso della sua brevissima esistenza John Reed ha vissuto per intero il grande e tragico dramma che ha coinvolto nel secolo scorso il nostro mondo.

(da L’Unità, 5 novembre 2007)

nella foto: Lenin, Trotzky, Kamenev nel 1917

Lombardia perde terreno agricolo a favore del cemento

Sembrava l’ultima trincea, ma è caduta pure quella. La Lombardia è scesa sotto la soglia psicologica del milione di ettari di territorio agricolo disponibile.

 

Il dato emerge dall’ultimo censimento 2011 sulle aree rurali ed è stato diffuso questa mattina a Milano durante la presentazione del rapporto Ersaf sul consumo di suolo.

 

“Siamo scesi a quota 984 mila ettari” conferma l’assessore regionale all’agricoltura Giulio De Capitani. Intanto su 1.544 comuni lombardi solo il 40 per cento ha un piano di governo del territorio. “I nuovi Pgt – spiega Ettore Prandini, vice presidente regionale della Coldiretti Lombardia – avrebbero dovuto prevedere la salvaguardia del territorio agricolo di particolar pregio, ma non sta avvenendo. E’ un dato preoccupante. Il consumo di suolo sta aumentando e non è giustificato né dal punto vista residenziale nè produttivo, perché questi terreni sono stati spesso occupati da case invendute o da capannoni vuoti e questo ci deve far riflettere sull’utilità di tante costruzioni in aree che non potranno poi più essere recuperare all’utilizzo agricolo e ambientale”.

 

Anche perché sul totale delle superfici consumate, i due terzi riguardano proprio quelle più fertili. Con un impatto – spiega la Coldiretti regionale – sia sulla produzione alimentare che sulla difesa ambientale: ogni anno in Lombardia si perde una potenzialità di produzione pari a 27 mila tonnellate di grano e si riduce di 850 mila tonnellate la capacità del terreno di immagazzinare anidride carbonica che così, in parte, finisce nell’aria che respiriamo. Inoltre il consumo di suolo ha effetti sul clima e sull’evaporazione delle acque, causando l’accumulo in atmosfera di un’energia pari a 5-6 milioni di chilowattora ogni anno (l’energia necessaria al funzionamento di quasi 20 milioni di frigoriferi).

 

Negli ultimi dieci anni – spiega Ersaf – le province che hanno subito di più l’assalto al suolo sono state Lodi, Mantova e Cremona. Mentre il resto del territorio (Milano e la Brianza, Bergamo e Brescia, Varese, Como e Sondrio) era stato già stato colpito in periodi precedenti. E adesso – conclude la Coldiretti Lombardia – c’è anche la spada di Damocle delle grandi autostrade progettate o in costruzione: dalla Pedemontana alla Brebemi fino alle nuove tangenziali milanesi.

 

Fonte: Bresciapoint.it

UN RAGGIO DI SOLE

        Un raggio di sole metalmeccanico

Di Luca Fazio(fonte: IL MANIFESTO)

Piove. Via Melchiorre Gioia è una striscia bagnata più grigia del solito. Ma è andata bene, come sempre. Ma questi metalmeccanici -«che ogni volta mi commuovo quando li vedo ancora lottare con forza» sgrana gli occhi una ragazza felpata FIOM elegante, – fanno sempre uno strano effetto. Nonostante 100 mila cassintegrati lombardi e 24 milioni di ore di cassa integrazione solo nel 2011, nelle manifestazioni si sta sempre al caldo, allegri, pure spocchiosi, eppure anche in diecimila difficilmente si riesce a scrollarsi di dosso un senso di straniante solitudine. Come mai? Basta alzare gli occhi al cielo per registare quel vuoto della politica contro cui sbatte la testardaggine di chi non si è ancora rassegnato a una pericolosa perdita di senso: fino a quando indignarsi, manifestare, se poi i risultati non arrivano mai, se poi nessuno ci ascolta? Ma, almeno qui in mezzo, la sensazione è che deve ancora cominciare la vera partita per difendere diritti e democrazia. Contro questo governo allo sbando, e probabilmente anche contro quello che verrà. «Non basta mandare via Berlusconi», lo sanno gli operai.
Il camioncino bianco della Fiom Lombardia non poteva scegliere luogo migliore (o peggiore) per trasformarsi in palco al termine di un corteo lungo migliaia di metalmeccanici e bandiere rosse: sotto al nuovo grattacielo della Regione Lombardia, da questa angolazione una lama di vetro e acciaio sfigurata dalla piattaforma dove decolla l’elicottero del celeste e irraggiungibile Roberto Formigoni. I metalmeccanici lombardi che ieri hanno scioperato tutto il giorno per la cancellazione dell’articolo 8, per il blocco dei licenziamenti e per riconquistare il contratto nazionale, erano lì anche per lui. Se la Regione Lombardia – che tace, e non è un bel segno in tempo di crisi – non dovesse prolungare gli ammortizzatori per il 2012 sul territorio che produce il 22% del Pil nazionale si verificherebbe un massacro sociale.
Milano non è stata molto calorosa con gli operai lombardi, li ha lasciati sfilare ma distrattamente. In corteo solo qualche studente e pochi politici, fin troppo discreti. Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che all’altezza di Palazzo Marino è stato salutato da Giuliano Pisapia – «bravo, così si fa il sindaco» – alla fine non fatica a scaldare i «suoi» operai con la determinazione di sempre. «Diciamo con chiarezza», ripete più volte. Che «un cassintegrato con questo governo è uguale a un cassintegrato con un governo di segno diverso», come dire che (l’eventuale) centrosinistra dovrà dire se sarà in grado di proporre una ricetta alternativa per uscire dalla crisi. Che guardare avanti significa investire per immaginare un nuovo prodotto industriale all’insegna della riconversione ecologica. Che il centrosinistra deve dire cosa intende fare del famigerato articolo 8 inserito nella finanziaria che cancella il contratto nazionale di lavoro; e che la Fiom è disposta a tutto per arrivare alla cancellazione di quell’articolo, «una raccolta di firme tra gli italiani perché questo non è un problema solo di lavoro ma di civilità», per arrivare anche a un referendum.
E poi, con chiarezza, facendo esplicite aperture anche alle altre forze sindacali, Maurizio Landini ha detto che bisogna arrivare al più presto a un nuovo sciopero generale. Infine, rivolto al ministro Sacconi, «ossessionato dall’idea di licenziare», ha strappato l’applauso dicendo che «il problema non è cancellare l’articolo 18 per rendere licenziabili tutti, al contrario il problema è estendere i diritti a quelli che non ce l’hanno, è superare la precarietà».
Concetto chiave, anche per sentirsi meno soli pur essendo l’unica forza organizzata capace di fare opposizione.
(Da CONTROLACRISI.ORG)

Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi (2° parte)

di Giuseppe Moretti

Qui la prima parte dell’intervista

Parlaci di Avalon e della terra che vi sostiene (Avalon, è uno degli insediamenti degli Elfi in cui vive Mario).

Avalon è difficile da definire perché è un miscuglio di tante cose, di tante attività che si intersecano dando la possibilità ad ognuno di esprimersi. È chiaro, l’attività prevalente, quella che ci dà da magiare, è l’agricoltura. Coltiviamo gli orti con tutte le orticole e le leguminose per il nostro fabbisogno: ci sono 30/40 bocche giornaliere fra adulti e bambini. Ci prendiamo cura degli ulivi, che sono la coltura più intensiva, ma che abbiamo già trovato quando abbiamo preso il podere: 1200 piante distribuite in 5 ha. di terreno, più 1 ha. di bosco. Ma non ci limitiamo a questo, quando le annate sono buone andiamo a raccogliere anche negli uliveti dei vicini, che non hanno manodopera, quindi arriviamo a cogliere anche 3000 piante. L’olio viene distribuito in tutta la valle degli Elfi in base alle necessità della famiglia o del villaggio. Facciamo la raccolta viene tutti insieme, fino a soddisfare il nostro fabbisogno, poi il raccolto viene proseguito da chi ha ulteriori bisogni: per regalare a parenti o amici, o vendere. Il ricavato viene poi suddiviso in base alle giornate lavorate e alla resa a quintale, tolte le spese. Al lavoro agricolo si dedicano tutti (…). Sugli ulivi oramai sono in molti che hanno fatto pratica e che sono in grado di potare o di impostare la raccolta, così, l’anno che ci sono olive si raccoglie e si pota contemporaneamente, grazie al particolare microclima che ci permette di fare le due operazioni contemporaneamente. Abbiamo anche una mucca, Macchia, il cui latte giornaliero viene impiegato per fare yogurt e formaggi. Una mucca dolcissima, che viene portata al pascolo da chiunque e munta da chi è capace, alternandosi.
Non c’è specializzazione del lavoro o suddivisione in ruoli, ognuno segue le proprie attitudini ed inclinazioni, basta darsi da fare e collaborare per il bene comune. Non c’è dunque una forma organizzata, non si procede per turni, si segue l’autodisciplina e la spontaneità – quando non funziona cerchiamo di parlarne per trovare di nuovo l’armonia, l’equilibrio tra il dovere ed il piacere, tra i bisogni individuali e collettivi, tra la spontaneità e l’organizzazione (…). Questo è il bello della comune, ognuno è libero e spontaneo, ma deve sentirsi di appartenere alla comunità ed al luogo, dove impiegare parte della sua creatività ed energia per il benessere collettivo, per la crescita in tutti i sensi. Altrimenti non funziona. Altrimenti troppi sono i problemi da affrontare, se ognuno mette avanti i propri e non ascolta e non vede i problemi degli altri, non c’è il gruppo, ma l’individualismo, l’educazione, la cultura della società in cui viviamo, che ha uniformato le menti ed i bisogni rendendoli funzionali al suo sistema economico. Mentre, da noi, ciò che meno importa è il denaro: ognuno viene considerato non in base a ciò che porta, ma in base a ciò che è e dimostra. Il valore affettivo e la solidarietà umana, sono l’aspetto prevalente.
In altre parole, ci vogliamo bene, siamo una famiglia senza vincoli parentali, dove i confini non sono ben definiti e non esistono regole sancite ufficialmente, ma esiste una regola superiore, che è il rispetto e l’amore per la terra, per la natura in tutte le sue manifestazioni, per la persona, per gli animali. Quando ognuno di noi avrà acquisito consapevolmente questa conoscenza, si accorgerà che la natura collabora e la terra è il paradiso a cui tanto agogniamo, che è già qui e non occorre andarlo a cercare altrove. Ho trascurato di parlare delle altre attività perché non ne sono direttamente responsabile, sono felice che ci siano e che altri si esprimono in quelle ma, io, ne ho già abbastanza, al momento non desidero dedicarmi altro che alla terra ( e alla politica per essa e per il sociale).
C’è il laboratorio della tessitura, in cui Nicol crea prototipi di capi di abbigliamento che verranno poi fabbricati in serie; c’è il laboratorio del cuoio dove si fanno scarpe semplici, bisacce, portafogli, etc.; c’è la falegnameria, che usano un po’ tutti: è il passatempo preferito dai bambini, ed è difficile da tenere in ordine per questo. C’è l’erboristeria dove vengono messe a seccare le erbe officinali, si fanno tinture, oleoliti, fiori di Bach, creme, saponi, oli essenziali. Sono Teresa ed Erika che se ne occupano, ma anche altre donne partecipano ogni tanto alla raccolta e alla preparazione dei prodotti.
Noi ci curiamo principalmente con esse, tranne nei casi in cui riconosciamo che non siamo capaci e ricorriamo al medico naturopata, o anche alle medicine allopatiche, se è il caso. L’ultima parola spetta al malato, è lui che deve decidere.
E altri laboratori quali la danzaterapia, col metodo di Maria Fux. Barbara è una formatrice abilitata all’insegnamento. Altre attività sono la giocoleria, la meditazione, la pranoterapia etc., solo per citarne alcuni che riguardano la salute e la crescita interiore, ma ce ne possono essere mille, basta proporle, proporsi e trovare l’interesse del gruppo.

Come siete organizzati con i bambini: quale educazione, quale comunicazione sociale e quale futuro immaginate per loro?

Bella domanda che merita una risposta altrettanto bella.
Proprio questo è il punto in cui ci misuriamo nel prossimo futuro; è un terreno ancora difficile da sviscerare poiché incontriamo ancora molte difficoltà. Una cosa è la teoria, un’altra la pratica. Sulla teoria siamo abbastanza chiari e consapevoli, nella pratica è difficile coniugare tutte le esigenze e mettersi alla pari con i bambini: ascoltare, rispettare i loro bisogni, mantenere vivo il loro interesse, la loro innata vivacità, la loro curiosità e sete di conoscenza.
Ogni genitore queste cose le sa, ma si scontra con le esigenze della vita quotidiana, con il lavoro nell’orto, gli animali, la preparazione dei pasti etc. Ogni giorno, ogni ora ci sono molte cose da fare: relazionarsi tra adulti, visitatori, spettacoli, cerimonie, incontri… Insomma la vita non è assolutamente monotona. Ma i figli in tutto questo cosa c’entrano, non l’hanno mica chiesto loro. Quali sono le loro esigenze? Allora partiamo da lì: capire quello che ci stanno chiedendo.
I° segreto della relazione: l’ascolto, la nostra disponibilità. Quando c’è questo il bambino non fa i capricci, non piange per attirare l’attenzione, non si ribella, è contento.
II° segreto: segue il tuo esempio. Se dici una cosa poi ne fai un’altra, non capisce o, perlomeno capisce così. Non c’è identità tra quello che uno dice e poi fa, c’è schizofrenia. Questo succede tante volte ed è difficile ammetterlo, giustificare e dare spiegazioni.
III° segreto: non sentirsi in colpa, non abbassare la propria autostima. Sì, è vero, se ho sbagliato l’ho fatto per rabbia, per errore, per distrazione, per… E’ sempre un motivo che il bambino può capire, che fa parte della relazione tra umani, dell’intimità, della solidarietà, della complicità, della sincerità. Lui queste cose le ha ben chiare e le accetta. Ammettere il proprio errore è un atto di umiltà che lo fa sentire importante.
IV° segreto: manifestarsi per quello che si è, in modo autentico e naturale. Non atteggiarsi e non modificare la propria voce perché si è in presenza di un bambino. E’ una persona come noi, capace in tutti i sensi, più sviluppato nell’introspezione, nel percepire interiormente al di là delle parole e dei gesti; capisce qual è il tuo reale sentimento, se condividi, accetti o se fai il contrario, capisce il tuo animo. Non fingere perché gli insegni a non essere vero, gli insegni la falsità.
V° segreto: l’umiltà, lo spazio per il dubbio. Non dire sempre è così o si fa così, senza ombra di dubbio, con una determinazione e risolutezza che non ammette repliche. Riceve come messaggio la presunzione, l’arroganza, l’intolleranza verso la diversità. Il mondo non è unipolare, è multiforme, multicolore, è un arcobaleno di ideali, ognuno possiede una parte di verità, bisogna imparare ad accettare e a rispettare anche quella degli altri.
VI° segreto: non pretendere che egli diventi come te, come tu vorresti, che abbracci quella filosofia, quella religione, quella tendenza. Egli è se stesso e sa cosa scegliere. Se cerchi di influenzarlo lo spingi verso l’opposto di quel che vorresti, gli neghi o metti in dubbio la sua capacità-dignità. Devi dargli informazioni nel modo più neutro possibile, lasciarlo libero di scegliere.
Allora, organizzarsi per “educarli” a modo nostro in base a questi principi, non richiede l’ufficializzazione del momento scuola, né l’intervento della supposta autorità, il maestro che si accolla tale incarico. Ogni momento è valido ed è nel rapporto quotidiano con la vita, con l’esperienza, con gli adulti, con gli altri bambini. E’ creare opportunità per l’apprendimento, è farlo crescere sano e felice in un ambiente che riflette queste condizioni, è fargli vivere relazione umane, affettive degne di questo nome, è volergli bene come si è capaci di fare, spontaneamente, ma anche restando critici verso se stessi.
Educare il bambino significa in primo luogo educare se stessi, i genitori. Egli assorbe ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio, ti mette alla prova, ti stimola fino a farti perdere la calma, vuol provare i tuoi limiti. A volte ti senti impotente, incapace, non hai l’energia, non ce la fai. Sono tutte prove che ognuno deve attraversare per affermare che: “adesso so come comportarmi, ho capito il suo messaggio, sono pronto al dialogo senza perdere la calma”, riconoscendo il suo bisogno di affetto, tenerezza, e intimità, di un suo spazio nella relazione dove entrare dolcemente, per sentire la sua gioia. Penso che tutto questo sia la cosa più incoraggiante per un genitore, di simili momenti dovrebbe essere piena la vita, di questo cibo ci dovremmo nutrire ogni giorno, noi e i bambini.
Poi viene l’istruzione, imparare a leggere e scrivere, la matematica, la storia, la geografia, l’arte, la musica… Non sono cose morte che gli devono entrare per forza in testa, non richiedono l’imposizione coercitiva, di essere rinchiusi dentro quattro mura scolastiche, non sono soltanto un dovere. Bisogna comprendere che si possono trasformare, che possono essere gradevoli come un gioco, tutto dipende dal modo in cui le poniamo.
Avere la capacità di renderle vive ed attuali, coniugandole con la vita reale, la praticità di tutti i giorni. Così si impara a contare i semi, la distanza tra una fila e l’altra, ad aggiungere o togliere, a moltiplicare; si imparano le figure geometriche: il quadrato, la forma del campo, il lato, il perimetro etc. Si impara che un popolo, una nazione ha una storia, che esistono diversi popoli, che tutti ci cibiamo dei frutti della terra … Partendo da semplici cose si arriva ai grandi concetti, per diletto non per dovere. Se si è costretti ad imparare si dimentica subito o si nutre una parte sola del nostro essere, il cervello. L’esperienza rimane relegata ad un ambito teorico. Noi non facciamo scuola da tal ora a tal ora, facciamo scuola sempre, da quando il bambino è nato a quando si confronta con l’istituzione scuola-società-lavoro fino a raggiungere l’autosufficienza sia materiale che psicologica. Ogni tanto capita di formalizzare il momento scuola, di sedere intorno ad un tavolo per scrivere, disegnare, fare i laboratori d’arte, cartapesta, argilla… Ma lo si fa senza interrompere la vita quotidiana. Cerchiamo di dare loro le nostre conoscenze, ciò che ognuno di noi conosce meglio ed è in grado di trasmettere. Tutta la comunità è coinvolta, siamo padri e madri di tutti i bambini, la loro crescita e l’armonia dipendono da tutti. Se un padre o una madre sono stressati faranno ricadere anche sugli altri il loro umore ed allora il problema diventa di tutti. Comprendere queste cose e trovare gli strumenti per relazionarsi fa parte della crescita del gruppo, forgia la comunità, unisce nello spirito. I problemi materiali diventano secondari e si risolvono certamente se si riescono a risolvere quelli relazionali.
E’ lì che la comune si evolve, cresce, sperimenta, non c’è altro modo, poiché le dinamiche sono interpersonali, ed è importante la specificità di ognuno. Come il bambino, anche l’adulto ha la sua esperienza, il suo vissuto (…) per potercisi relazionare profondamente va accettato com’è per poi trasformare insieme quel che c’è di contorto, se possibile, piano, piano.
Quindi, ognuno di noi applica il proprio metodo, insegna quel che gli piace sapendo che gli altri hanno fiducia in lui-lei, ma sono anche vigili nello stesso tempo affinché non si infliggano al bambino punizioni che non si merita. Spesso il bambino non fa altro che dimostrare il suo disappunto quando non viene ascoltato e non viene preso in considerazione. Bisogna stare attenti a non scaricare su di lui il nostro stato d’animo, il nervosismo, la rabbia, il malessere di cui lui non ha colpa. In quel caso gli altri interverranno per farci capire la nostra proiezione e si relazioneranno con l’adulto con amore capendo il bambino ferito che c’è in lui, non mortificandolo a sua volta com’era stato da parte dei suoi genitori, o dalla maestra o autorità.
Quindi, la scuola è la vita, fa parte del processo di crescita, di presa di coscienza del rapporto non solo tra l’adulto e il bambino, ma tra l’individuo e l’intera società, da cui poi dipenderà il comportamento dell’individuo futuro (…). Abbiamo l’intelletto per questo, non per divorare gli altri, diventare aguzzini, carnefici o vittime impotenti. Per cui, se siamo concentrati sulla crescita equilibrata di mente-corpo-psiche e spirito, non avremo (e non avranno i nostri figli) paura di affrontare la società, non avremo (avranno) paura di affrontare il futuro perché saremo (saranno) coscienti delle nostre (loro) azioni (…).
Quale futuro per i nostri figli? Quello che loro vorranno. Sapranno farsi valere nella vita. Molta strada l’abbiamo già percorsa assieme, la nostra aspirazione è che vadano oltre. Un genitore può solo accompagnare il figlio fino a che lui non è sicuro di se stesso, poi lo deve lasciare andare per la sua strada. Deve sperimentare, deve sbagliare per poi capire e correggersi. Più cerchi di influenzarlo, più lui farà l’opposto di quel che desideri. Va lasciato libero di percorrere la sua strada, qualunque essa sia – bisogna accettarla.
Dudu, uno dei nostri figli, un giorno ci ha detto: “Voi ci avete insegnato l’amore, noi ce lo portiamo con noi ovunque andiamo”. Penso sia la cosa più bella che un genitore può sentirsi dire da un figlio.

Infine, cosa manca al Movimento per essere più presente e incisivo in questa società al pre-collasso?

Non sono un traumatologo che sa dare delle ricette per ogni male. Istintivamente mi viene da rispondere niente. Quello che possiamo fare facciamo. I risultati non si vedono immediatamente. Il problema della società che sta collassando è dovuto al sistema di vita basata sulla rapina e sullo sfruttamento delle risorse naturali ed umane. Ormai siamo giunti al termine, si è finalmente capito che questo porta all’autodistruzione. Quindi si sta formando una nuova coscienza, una nuova (antica) visione del mondo, della vita, delle relazioni, rispettosa di se stessi e dell’ambiente. Questa coscienza da sola è in grado di trasformare il mondo perché comporta proprio il cambiamento dello stile di vita, non più energivoro, che dissipa le risorse in nome di un benessere fittizio ed irresponsabile (e che ha come conseguenza un’alienazione sempre maggiore). Una nuova visione elastica, di interdipendenza di tutte le cose, nutrita dalla consapevolezza che le risorse sono limitate e dalla condivisione: siamo tutti uniti dallo stesso destino e siamo figli della stessa Madre Terra. Lei non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo a lei.
La nuova rivoluzione è culturale, appartiene alla coscienza, è politica, ma non si fregia di alcun potere, è necessario che raggiunga le masse, ma che non diventi una moda. Come è stato per il biologico: all’inizio era solo espressione di alcuni visionari, poi è diventato patrimonio della maggioranza. Acquistando i prodotti biologici si è creata una tale richiesta da influenzare il mercato e la produzione, tant’è vero che oggi anche le multinazionali fanno il biologico, per questo ha perso il suo valore intrinseco, che era legato allo stretto rapporto con l’ambiente e quindi alle produzioni su piccola scala. Oggi, la stessa rivoluzione va fatta acquistando solo prodotti locali, direttamente dal produttore se possibile, per questo sono nati i gruppi di acquisto. La loro espansione produrrà il cambiamento sociale perché ci farà tornare al localismo e quindi alla coscienza del luogo in cui abitiamo e alle relazioni connesse.
Non si può essere alternativi solo a parole, è la pratica quotidiana di ogni singola persona che fa l’insieme, la società in cui viviamo. Non ci si può lamentare di come vanno avanti le cose, se poi con i nostri acquisti alimentiamo il sistema, ne siamo complici.
Questa rivoluzione non appartiene a nessun partito, a nessuna ideologia, poiché è patrimonio di tutta l’umanità, ed appartiene alla sfera intima di ogni persona, al suo rapporto con la natura, con la Madre e quindi può nascere solo dalla consapevolezza che a lei dobbiamo tutto e che dobbiamo esserle riconoscenti, amarla, rispettarla


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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