Archivio per 14 novembre 2011

Ventiduesimo secolo – 2012

Il Dio denaro, l’egoismo personale, i politici corrotti (di qualsiasi colore essi siano), incapaci, boriosi e supponenti, hanno cancellato tutto quanto i nostri padri avevano creato dopo la guerra. L’Italia non esiste più, l’Europa è una chimera, cosa è rimasto adesso?
Odio, rancore, povertà, giovani senza lavoro o decisi a sopprimere i loro simili più miti, in nome della loro superiorità vigliacca.
Persone che vivono nella ricchezza più sfrenata sfruttano la povertà altrui.
Magistrati che condannano innocenti per la loro personale gloria temporanea.
Tutto è corrotto, tutto è distrutto.
E’ il caos, non esiste più nessuna legge, in nome dell’Euro e del cosidetto PIL.
Il popolo si sta impoverendo sempre più, mentre in parlamento i vari gruppi politici pensano esclusivamente ai loro egoistici e personali interessi.
Un giorno di cinquantasei anni fa avevo giurato fedeltà all’Italia ed ero pronto  difendere i “sacri” confini della patria, ora invece siamo invasi dalla globalizzazione senza volto e senza morale.
L’Euro, le banche, lo sfruttamento oltre ogni limite delle risorse della terra, le guerre in nome o contro false religioni, ci hanno ridotti in braghe di tela e condotti l’uno contro l’altro.
Dio ha creato il mondo, noi lo stiamo distruggendo.

Riflettiamo finchè siamo in tempo!

A. P.

(lettera di un nostro lettore)

 

TRAMONTI E LE PENSIONI FUTURE

Fonte: LIBERAZIONE

L’Europa ci chiede di alzare ulteriormente l’età pensionabile. La politica italiana, di centrodestra come di centrosinistra, si allinea. Un dibattito ideologico tutto teso a far pagare la crisi ai lavoratori, nasconde così la vera sfida che attende la nostra previdenza: la possibilità che i giovani lavoratori di oggi, per non parlare dei precari, accedano prima o poi a questo diritto. Presentato spesso come uno scontro generazionale, il tema delle pensioni evoca invece la necessità di un adeguamento del sistema previdenziale alle nuove forme assunte dal lavoro, senza che a farne le spese siano i diritti acquisiti o le condizioni di vita dei lavoratori di ogni età

Tutto quello che non
ci dicono sulle pensioni
Ma che è utile sapere

Felice Roberto Pizzuti

Fino a prima della scorsa estate, nelle riunioni economiche internazionali per fronteggiare la crisi globale, i rappresentanti italiani, per attenuare la valenza negativa attribuita al nostro debito pubblico, ricordavano giustamente che, in compenso, rispetto agli altri paesi, il nostro debito privato è nettamente inferiore, il nostro sistema bancario è molto meno toccato dal possesso di titoli “tossici” e il sistema pensionistico pubblico, dopo la continua serie di riforme avviate nel 1992, è tra quelli con i conti più in ordine.
Quando però in agosto la crisi si è riacutizzata, aprendo una sua nuova fase con livelli di drammatizzazione crescente e dagli esiti al momento imprevedibili, l’interesse della speculazione e dei responsabili della politica comunitaria si è particolarmente concentrato sul nostro paese e – in modo surrettizio, ma non privo di significato economico e politico – il nostro sistema pensionistico è ritornato nella parte del capro espiatorio.
Nella famosa lettera di Draghi e Trichet inviata il 5 agosto al nostro governo (ma resa pubblica solo di recente), tra i tanti inusuali “consigli”, all’inizio c’era «che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» e «accrescere il potenziale di crescita»; seguivano poi molte indicazioni, tra le quali anche quella di intervenire nuovamente sui criteri per il pensionamento d’anzianità ed equiparare l’età di pensionamento delle donne impiegate nel settore privato a quelle del settore pubblico.
Le manovre economiche decise dal governo dopo quella lettera non hanno fatto nulla né per sostenere la crescita – che effettivamente dovrebbe essere un obiettivo primario – né per aumentare la sua reputazione che, anzi, è in caduta libera: almeno il divario tra i tassi d’interesse dei nostri titoli pubblici e quelli dei titoli spagnoli è dovuto solo alla differente reputazione dei due governi in carica. Però il governo decise di recepire le indicazioni sulle pensioni, nonostante la ritrosia pelosa della Lega (che non aveva avuto nessun problema a penalizzare le donne del pubblico impiego, ma ne ha con quelle del settore privato della “padania” e, da ultimo, ha proposto le “gabbie previdenziali” per favorire i pensionati del Nord!).
Ma quasi non bastasse, dopo le misure previdenziali prese in agosto dal governo, nel clima da “ultima spiaggia” per fronteggiare la particolare situazione critica del nostro paese, sono state presentate molte proposte da prestigiosi commentatori e da giornali economici, da importanti associazioni d’impresa, da esponenti affermati o più o meno emergenti della politica o da chi al momento ancora non è “sceso in campo”: tutte auspicano ulteriori riforme previdenziali, tanto ingiustificate settorialmente quanto improprie ai fini della crescita. Il sistema pensionistico pubblico continua ad essere il settore privilegiato per proporre altri interventi che, con effetti a cascata, sarebbero necessari: a migliorare il nostro bilancio pubblico, alla nostra permanenza nell’euro, alla stessa sopravvivenza della moneta unica europea e della Ue, e a contribuire alla soluzione della crisi globale. E chi più ne ha più ne metta!
Per non rimanere vittima anche del ridicolo di queste posizioni, che però sono pericolose sia dal punto di vista sociale sia da quello economico, è opportuno uscire dai luoghi comuni più o meno strumentali e riportare la questione alle sue dimensioni reali, come emergono dall’analisi dei fatti e dei numeri certificati.
E’ opinione comunemente condivisa tra gli addetti ai lavori che il nostro sistema pensionistico sia strutturalmente in equilibrio attuariale; la fase di transizione prevista per l’applicazione di alcune norme, pur ritardando i loro effetti finanziari che si avranno a regime, non crea uno squilibrio negativo per il bilancio pubblico. Viceversa, dai dati ufficiali emerge che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto effettivamente esce dal bilancio pubblico e entra nelle tasche dei pensionati) è positivo fin dal 1998, a riprova dell’efficacia delle riforme effettuate dal 1992 rispetto all’obiettivo di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema.
Nell’ultimo anno per il quale si dispongono questi dati, il 2009, il saldo è stato di 27,6 miliardi di euro, pari all’1,8% del Pil. Tuttavia, a fronte dei positivi risultati finanziari, le previsione segnalano un forte calo della copertura pensionistica che darà luogo ad un grosso problema sociale che, se non s’interviene, peserà proprio sulle attuali giovani generazioni che andranno in pensione fra qualche decennio. Infatti, già nel 2035, un lavoratore parasubordinato (categoria sempre più in espansione in un contesto di elevata disoccupazione giovanile, prossima al 30%) che riuscisse ad accumulare 35 anni di contributi e andasse in pensione a 65 anni, maturerebbe una pensione pari a circa la metà di quell’80% che era comunemente raggiungibile da un lavoratore a tempo indeterminato che, prima delle riforme contrattuali e pensionistiche avviate negli anni Novanta, poteva accumulare 40 anni di contributi e andare in pensione anche prima di 60 anni.
Si sostiene però che, a causa delle prestazioni opportunisticamente generose concesse in passato (per l’uso del sistema previdenziale a fini clientelari, elettoralistici e di sostegno improprio al reddito), l’attuale spesa pensionistica incida comunque in misura anomala sul Pil. Tuttavia, se si fanno confronti statisticamente omogenei, la superiorità della nostra spesa pensionistica pubblica che emerge dai dati ufficiali dell’Eurostat, si sgonfia sostanzialmente. Infatti, il dato italiano è sovradimensionato dall’indebita inclusione dei trattamenti di fine rapporto (pari a circa un punto e mezzo di Pil) e dalla valutazione delle prestazioni al lordo delle ritenute previdenziali (che in altri paesi sono più basse o assenti come in Germania). Solo la considerazione di questi due elementi di disomogeneità riduce l’incidenza sul Pil della nostra spesa pensionistica al di sotto o in linea con quelle francesi e tedesche. Si aggiunga che in altri paesi ci sono più elevate prestazioni pensionistiche private (naturalmente finanziate con contribuzioni aggiuntive da parte di lavoratori e imprese) che possono spiegare i valori minori di quelle pubbliche le quali, tuttavia, vengono confrontate con quelle italiane dove le pensioni private sono marginali.
Altro punto di critica scarsamente fondato al nostro sistema pensionistico è la bassa età di pensionamento. Allo stato attuale, l’età di vecchiaia degli uomini e delle donne del settore pubblico (a partire dal prossimo gennaio) è ufficialmente di 65 anni, ma con il ritardo di 12 mesi della “finestra” (18 per gli autonomi), è di fatto di 66 – cioè superiore a quella tedesca (65) e francese (62) – e dal 2013 aumenterà automaticamente in connessione all’aumento della vita media attesa, raggiungendo i 67 anni nel 2021 e i 70 nel 2047; per le donne del settore privato è già previsto un rapido aumento dell’età di pensionamento di vecchiaia dai 61 anni effettivi attuali ai 65 nel 2021, poi si uniformerà a quella dei maschi.
Si dice tuttavia che l’altra nostra anomalia sarebbe la pensione d’anzianità. Ebbene, l’età effettiva di pensionamento degli uomini in Italia è di 61,1 anni, cioè poco meno che in Germania (61,8) e più che in Francia (59,1); per le donne il nostro dato (58,7) è inferiore sia a quello tedesco (60,5) che a quello francese (59,7), ma ciò rispecchia la congenita minore partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane e il loro ruolo di supplenza alle carenze assistenziali del nostro sistema di welfare. Comunque, la parificazione della loro età di pensionamento a quella maschile, da poco decisa, eliminerà rapidamente il divario e probabilmente lo invertirà.
A fini comparativi si deve anche tener presente che dal 1992 le nostre prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale. Ce ne siamo accorti poco perché nel frattempo i salari italiani non sono cresciuti e l’inflazione è bassa, ma in Germania – dove secondo alcuni commentatori nostrani i pensionati invidierebbero quelli italiani – le prestazioni pensionistiche non hanno mai smesso di essere indicizzate sia agli incrementi reali dei salari che all’inflazione.
Ma allora perché, anche in ambienti progressisti, incontra favore l’idea di nuovi interventi sulle pensioni?
Il punto è che i maggiori ostacoli a superare questa crisi epocale risiedono non solo nelle difficoltà frapposte dagli interessi economici, politici e culturali collegati al modello produttivo affermatosi nel passato trentennio e adesso entrato in crisi; le ragioni vanno individuate anche nei limiti delle forze progressiste nel saper rinnovare il modello economico-sociale, la mentalità prevalente nell’opinione pubblica e gli equilibri politici.
In questa situazione di stallo economico, intellettuale e politico che caratterizza la fase di transizione che stiamo attraversando, emerge un altro grave rischio che si evidenzia bene proprio in alcune posizioni presenti nel dibattito previdenziale. L’attacco al sistema pensionistico spesso si coniuga con la critica agli anziani che, resistendo al posticipo del pensionamento, si comporterebbero in modo egoistico verso i giovani, assorbendo risorse che potrebbero essere utilizzate in loro favore. Eppure, in un contesto di disoccupazione giovanile di circa il 30%, considerando che l’età di pensionamento è già stata “indicizzata” attuarialmente agli aumenti della vita media attesa, imporre un ulteriore prolungamento della vita lavorativa avrebbe i controproducenti effetti di sottrarre potenziali posti di lavoro ai giovani, di aumentare l’età media degli occupati e il loro costo medio per le imprese, di pregiudicare anche la produttività e la capacità innovativa del sistema produttivo.
Ma gli anziani vengono criticati anche per il contrario, ovvero che resisterebbero a “togliersi di torno” e a lasciare spazio ai giovani, alimentando una deriva gerontocratica. Tuttavia, quando i padri liberano posti, questi spesso o non vengono riassegnati affatto, o vengono coperti con contratti meno appetibili.
In realtà, se i pur pochi giovani che il calo demografico ci offre vengono messi in concorrenza con gli anziani, cui pure si chiede di allungare l’attività, il problema vero è nella scarsa capacità del sistema produttivo di creare buona occupazione e risorse da distribuire tra tutte le generazioni.
Dunque si tratta di un male comune; cosicché diventa paradossale e lesivo della coesione sociale attribuirlo ad un contrasto tra “padri” e “figli”, laddove, nei rapporti tra giovani ed anziani dovrebbe essere sottolineata e incentivata la naturale complementarietà tra la conoscenza e l’esperienza accumulata dai primi e l’entusiasmo, il vigore e la maggiore predisposizione all’innovazione dei secondi.
In ogni caso, si oscura il fatto che i giovani e gli anziani non sono tutti uguali; le condizioni di ciascuno dipendono soprattutto dal ceto sociale, dalla famiglia, dal territorio e dal genere d’appartenenza e, dunque, se rientrano tra i pochissimi favoriti o tra i moltissimi penalizzati dal modello di crescita che si è affermato nell’ultimo trentennio e che ora è entrato in crisi.
Rispetto alla dimensione della crisi anche intellettuale e politica cui prima si faceva cenno, come diceva Keynes, la difficoltà non sta tanto nell’accettare le idee nuove quanto nel liberarsi delle vecchie; ma, al momento, sembrano cumularsi entrambe le difficoltà, a tutto vantaggio dei luoghi comuni, del conformismo intellettuale e della regressiva propensione a rifugiarsi nella saggezza convenzionale alimentata dalla mancanza di alternative che siano anche politicamente credibili.
A questo riguardo, un segnale positivo viene dagli “indignati” di ogni età, e in particolare dai giovani, che stanno scuotendo il mondo. L’attualità politica degli “indignati” sta nel fatto che colgono il carattere epocale della crisi in corso, di cui non vogliono pagare le conseguenze dopo aver subito il dispiegarsi delle sue cause; la natura dell’indignazione è progressista perché la rimozione delle sue origini sanerebbe ingiustizie e inefficienze che non solo pesano sugli “indignati”, ma continuano ad ostacolare il cambiamento economico e sociale necessario a migliorare le condizioni della collettività nel suo insieme.
Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad esempio, lo slogan “la vostra crisi non la paghiamo” non può essere confuso con la sua parodia “il debito non si paga”.
La crisi in atto conferma i guasti drammatici di uno sviluppo economico-sociale che nell’ultimo trentennio è stato affidato in misura crescente ai mercati – dove le decisioni vengono prese da un’infima parte dei partecipanti alla produzione in base alla logica del profitto individuale – svincolandoli progressivamente dalla necessaria e proficua interazione con le istituzioni le cui scelte sono il frutto di una ben maggiore partecipazione collettiva. Per uscire dalla crisi lungo sentieri di maggior progresso economico-sociale c’è bisogno di dare maggiore spazio ai criteri decisionali di tipo democratico, a livello nazionale e sovranazionale; quest’evoluzione è particolarmente urgente in Europa dove la creazione di istituzioni economiche comunitarie rispondenti agli elettori è la chiave di volta per uscire dalla crisi continentale e da quella globale.
Ma, rispetto a questi obiettivi, diventa estremamente contraddittorio sostenere che il “debito non si paga” e auspicare il default delle istituzione della collettività di cui verrebbe stroncata la reputazione a vantaggio del mercato. Come si può, ad esempio, sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e contemporaneamente auspicare il fallimento delle istituzioni collettive che dovrebbero gestirli e amministrarli? Come si può sostenere il rafforzamento del welfare state se il bilancio pubblico fallisce? Se “il debito non si paga”, chi pagherebbe le pensioni? Le quali, non dimentichiamolo, rappresentano un credito maturato dagli anziani verso la collettività nell’ambito del patto sociale intergenerazionale tra giovani e anziani; un patto che, per la sua natura intertemporale, è opportuno e conveniente sia garantito dallo Stato cioè dall’istituzione che rappresenta la collettività anche nel decorso del tempo.

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Un sistema che garantisce chi un lavoro ce l’ha

Fabio Sebastiani

intervista a Luigina De Santis Collegio di presidenza dell’Inca-Cgil

Il sistema previdenziale sta naufragando sotto i colpi del bilancio dello Stato e per le forti distorsioni del mercato del lavoro.
La prima parola che voglio dire è occupazione e non pensione. Perché la pensione è la risultante di quanto lavoro hai effettivamente svolto. Nel sistema previdenziale italiano chi ha lavoro non ha nessun problema. Il processo di riforma dal ’92 con Amato fino alla legge del 2007 di Prodi ha reso molto forte il sistema pensionistico, tanto è vero che tutti gli studi della commissione europea testimoniano una solidità del nostro sistema pensionistico. La spesa pensionistica sul pil è molto più bassa rispetto agli altri paesi. La Francia nel 2020 avrà una percentuale più alta rispetto al pil dell’Italia.

Cosa ha determinato la crisi, non del sistema pensionistico ma la crisi delle risorse?

Un chiarimento, il bilancio dell’Inps è in attivo. L’attivo è più alto di quello che era stato programmato. Ma il bilancio è la risultante di più casse. Visto da vicino, per esempio, il fondo pensioni dei dipendenti è in fortissimo attivo. In deficit sono le casse dei lavoratori autonomi. Un altro fondo in deficit è l’Inpdai. E’ veramente vergognoso che un lavoratore dipendente debba pagare il deficit del’ex fondo dei dirigenti di azienda. In deficit ci sono anche i fondi speciali, come gli elettrici. Lì abbiamo privatizzato in parte l’Enel ma i fondi non sono andati nelle casse previdenziali ma a risanare i conti pubblici. Un altro forte attivo ce l’ha la gestione separata ovvero dei collaboratori a progetto. Così come le prestazioni famigliari. Il bilancio dell’Inpdap è in negativo anche perché alcune aziende che appartenevano alle amministrazioni comunali sono state privatizzate.

Ormai le casse previdenziali sono diventate le casse del ministero del Tesoro.

Sì, è vero. La scelta che ha fatto il governo Berlusconi è stata di trasferire la competenza sulla previdenza dal ministero del Lavoro al ,ministero del Tesoro. L’aspetto più triste è stato proprio questo, che mentre prima c’era uno spazio di dibattito che si poteva configurare come contrattazione sociale oggi l’intervento sulla previdenza è diventato automatico.
L’aumento della speranza di vita e il conseguente allungamento dell’età pensionabile è piovuto in un momento in cui abbiamo una fortissima crisi economica e quindi una fortissima contraddizione tra l’espulsione dal processo produttivo, la mancanza di lavoro per i giovani e la richiesta di alzare l’età lavorativa. Un altro elemento fondamentale è che il lavoro non è tutto uguale. Ci sono delle attività in cui puoi lavorare fino a sessantacinque anni. Ci sono lavori operai usuranti che ancora devono essere adeguatamente riconosciuti. Quella norma varata dal governo di centrodestra dopo il testo elaborato dal minsitro Damiano vale in linea di principio come una innovazione importante. Si può accettare il prolungamento ma deve essere volontario. E comunque dobbiamo togliere da questo meccanismo il lavoro usurante.

Quali limiti ha il sistema contributivo?

E’ uscito lo studio di Patriarca che ha detto che non è vero che il contributivo condanna a delle pensioni basse. Il problema è che le nuove generazioni non stanno lavorando. Non siamo preoccupati perché il meccanismo non funziona. Il problema è che funzionava in una fase in cui c’era lavoro. Il panorama è cambiato.

Quali proposte per i precari?

C’è stata una interessantissima proposta della Cgil per garantire una pensione a chi lavora per 40 anni in modo discontinuo. La copertura nella discontinuità deve essere dell’intero anno. In pratica, deve essere garantita una base di 900 euro. Il lavoro discontinuo non ti deve determinare una contrazione della copertura nell’anno. Un meccanismo come quello che è esistito in passato per i braccianti agricoli. Avevano una copertura dell’intero anno anche quando facevano cento e uno giornate all’anno. Il punto fondamentale è che il lavoro precario non ti deve scoprire nella parte previdenziale.

Questa crisi ha segnato la previdenza complementare?

La previdenza complementare l’avevamo pensata in una fase di lavoro e di produzione che tirava. La previdenza complementare rafforza la posizione di chi ha un’occupazione. I fondi chiusi hanno perso meno dei fondi aperti. A me non interessa del terzo pilastro, l’assicurazione privata. Per me in un paese sano non ci dovrebbe essere l’interesse collettivo sul terzo pilastro. Se mi fossi comperata, oltre alla previdenza pubblica e quella del secondo pilastro, il fondo chiuso contrattuale, un fondo privato di una banca non deve influire sul profilo sociale. Sul terzo pilastro il sindacato europeo ha discusso e non tutti avevano la stessa idea. Qualcuno voleva adottare addirittura un modello di esenzione fiscale.

L’Europa ha sul precariato e la disoccupazione dei numeri importanti. Il problema di una copertura pluridiversificata se lo stanno ponendo.

Ci sono diversi modelli in Europa, tra il modello contributivo e non noi siamo rimasti alla prima alternativa. Per noi il lavoro è un valore fondamentale. Quando ti riconosco solo perché sei un cittadino questo non ti collega al lavoro. Il lavoro ha un valore e deve essere riconosciuto e pesare. In un paese che lavora tanto al nero come l’Italia staccare la rendita previdenziale dal lavoro significa fomentare il lavoro nero. Diamo garanzie ma teniamo forte questo legame.

13/11/2011

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«Per precari e intermittenti impossibile pensare alla pensione»

Andrea Fumagalli Economista dell’Università di Pavia, autore di “La crisi dell’economia globale”
sostiene da tempo la necessità di introdurre nel nostro paese un “reddito di cittadinanza”

Come leggere il dibattito sulle pensioni alla luce delle nuove forme di lavoro e di precarietà che caratterizzano da più di una generazione il panorama sociale (anche) del nostro paese? Abbiamo cercato di farlo con Andrea Fumagalli, docente di Macroeconomia, Teoria dell’impresa e Economia politica all’Università di Pavia, e autore di importanti studi sul nuovo volto dell’economia internazionale e sulle nuove realtà del lavoro, tra cui: Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia (Feltrinelli, 1997), Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza (DeriveApprodi, 1999), Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione (Carocci, 2007) e La crisi dell’economia globale (Ombre corte, 2009).

Il dibattito sulle pensioni nel nostro paese non sembra tener conto del fatto che le carriere lavorative stanno progressivamente cambiando. Come stanno le cose da questo punto di vista?
Se analizziamo la composizione del mercato del lavoro, vediamo come la dinamica occupazionale manifesti una tendenza molto chiara verso una perdita di peso dei settori classici del manifatturiero, a vantaggio dei settori terziari legati soprattutto alla logistica delle merci – trasporto, immagazinamento e distribuzione -, e una dinamica invece consistente, soprattutto in alcune aree del paese, verso l’occupazione nel terziario avanzato di tipo immateriale, legato all’informazione, alla comunicazione, alla linguistica e ai servizi legati alla gestione dell’attività d’impresa. Trent’anni fa si iniziava a lavorare, specie nelle industrie manifatturiere, sotto i vent’anni, e si raggiungeva il periodo della pensione prima dei sessanta. Oggi, invece, la dinamica occupazionale in molti settori è caratterizzata da un processo formativo più lungo e dall’ingresso nel mercato del lavoro circa dieci anni più tardi. Inoltre, spesso, queste attività sono caratterizzate dalla precarietà dei contratti e dall’interruzione temporanea del lavoro.

Se sono sempre di meno i lavoratori che possono vantare nella propria biografia professionale lunghi periodi “da dipendente” all’interno della stessa azienda o che non hanno mai avuto a che fare con qualche forma di precarietà occupazionale, come possono pensare alla loro pensione in base alle regole odierne?
Infatti, già nel contesto che ho descritto fin qui, emerge come sia sempre più difficile immaginare di arrivare all’età della pensione attraverso un lavoro stabile e dopo aver accumulato l’anzianità lavorativa necessaria. Ma anche per chi ci dovesse arrivare, le cose non saranno facili. Grazie agli effetti della riforma Dini, che ha portato nel 1994 al passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, avendo come risultato che il livello di pensione che verrà maturato sarà proporzionale ai contributi versati in tutto l’arco della propria carriera lavorativa, compresi anche gli eventuali “buchi” di non lavoro, in molti si potranno ritrovare con una pensione che non supera il livello entro il quale si parla di “povertà”. Perciò, il vero rischio, è che chi è coinvolto in queste nuove forme di lavoro, non vedrà mai una pensione degna di questo nome.

Per coloro che possono comunque continuare a sperare di accedere alla pensione alla fine del loro percorso lavorativo, si profilano però delle nuove sfide. Da un lato la diminuzione dei coefficienti di rivalutazione dei contributi versati, dall’altro l’aumento considerevole dei costi relativi al “riscatto” di versamenti accantonati presso un altro ente rispetto a quello che dovrà erogare alla fine la pensione. Questi elementi contraddicono palesemente ogni retorica sulla volontà di garantire una pensione anche alle generazioni future, no?
La tendenza in atto è quella di far perdere valore alla previdenza pubblica. Sia perché si cerca di andare verso una privatizzazione del settore, con l’ingresso di realtà finanziarie e assicurative, e diminuendo così il ruolo pubblico nella previdenza, sia perché, proprio con l’abbassamento dei coefficienti di rivalutazione dei contributi, il livello delle pensioni future in termini reali sarà di gran lunga inferiore a quello odierno. A questo si aggiunge il fatto che di fronte a carriere lavorative caratterizzate da intermittenza o elevata mobilità, con contributi gestiti perciò da enti previdenziali diversi, si pone il problema che i costi di transazione, vale a dire i costi che si devono sostenere per arrivare a un calcolo unico di tutti i contributi versati nel corso della propria vita lavorativa, tendono costantemente ad aumentare e sono caricati sul lavoratore e non sul gestore delle pensioni. E questo mi sembra un ulteriore elemento che indica come la direzione in cui si vuole andare sia quello di disincentivare il ricorso alla pensione pubblica. Infatti tutto ciò non accade se si stipula un contratto di previdenza privata con un ente finanziario o assicurativo: in base a questi contratti si paga una quota mensile, semestrale o con altra scadenza, indipendentemente dall’appartenenza a una determinata categoria o settore di lavoro.

In questo contesto, l’unica misura proposta è però da anni, e oggi in maniera ancora più decisa, quella di un progressivo innalzamento dell’età pensionabile. Oltre ad essere ingiusta, che senso ha?
Si devono prima di tutto sfatare alcuni luoghi comuni. Il primo è che l’Inps abbia un bilancio in rosso. In realtà se si scorpora l’attività previdenziale da quella assistenziale, tutta l’area della previdenza mostra già un saldo attivo. Il secondo luogo comune è quello secondo cui in Italia si andrebbe in pensione molto presto. In realtà i calcoli dell’età effettiva di pensionamento nel nostro paese sono di circa sei mesi inferiori a quelli tedeschi e sono invece superiori a quelli francesi: in media parliamo di circa 65 anni per gli uomini e 62 per le donne. Non c’è perciò una differenza sostanziale con gli altri paesi, come non c’è nessuna logica economica, né necessità impellente che giustifichino un innalzamento dell’età pensionabile. Questo progetto viene però giustificato spiegando che aumentando l’età si riduce il numero delle persone che vanno in pensione nei prossimi anni, dato che continuano a lavorare per qualche anno in più, e questo consente di “fare cassa”. Inoltre, a differenza di ciò che viene affermato abitualmente, l’allungamento dell’età pensionabile è già in atto: si è cominciato con la riforma Dini e poi via via fino allo “scalone” introdotto da Maroni e agli “scalini” decisi successivamente, per l’età in cui si può andare in pensione c’è già un meccanismo di modifica progressiva.

Già da diversi anni lei è tra coloro che propongono un redditto di cittadinanza, sganciato dal lavoro, come risposta alle forme di esclusione sociale generate dalla ristrutturazione dell’economia capitalista. Si può immaginare di riflettere allo stesso modo anche sul tema delle pensioni?
Partiamo dal chiarire una cosa. La proposta di un reddito di base non significa certo voler sostituire per questa via il reddito da lavoro, né le pensioni: si deve infatti tener conto di come la pensione sia una quota di salario differito. Il reddito di base interviene nella formula di distribuzione del redditto che deve essere gestito a livello di fiscalità collettiva, poi magari strutturato su base regionale, locale – e su questo è in atto un ampio dibattito -, mentre la previdenza si forma sulla base dei redditi da lavoro. Quindi, mescolando i due piani del discorso si rischia di fare solo confusione. Sul tema delle pensioni si può avanzare una proposta di semplificazione e di omogeneizzazione del sistema previdenziale, all’interno di una riforma della regolazione della forma salario, mentre per quanto riguarda il reddito di base, si deve arrivare a definire un reddito minimo incondizionato, sicuramente superiore alla soglia di povertà relativa, grazie a modalità di finanziamento e di strutturazione di altro tipo.
Gu. Ca.

13/11/2011

Da CONTROLACRISI.ORG


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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