Archivio per 8 novembre 2011

Meno dieci… nove… otto… Racconta come festeggerai la fine del Puzzone!

di Alessandro Robecchi

Un grande concorso per tutti i frequentatori di questo piccolo sito. Dite come festeggerete l’addio al governo del signor Silvio Berlusconi. Champagne a go-go nei ristoranti pieni della penisola? Spogliarelli in piazza? Une cena romantica con il vostro compagno? Sesso estremo? Parata militare con lo scolapasta in testa? E’ il momernto per dimostrare la creatività del popolo italiano, finalmente il popolo della libertà, liberato dal peggior ciarlatano che abbia mai calcato la scena politica. Festeggiare vendendo azioni Mediaset, per chi ce le ha, è già un gesto molto diffuso, basta vedere il grafico di quando Ferrara ha parlato di dimissioni e l’impennata del titolo quando Silvio ha smentito: anche nell’ora suprema è riuscito a fare dei soldi. In ogni caso è bene che affluiscano qui tutte le proposte di festeggiamento. Un corteò a suon di clacson come quando si vincono in mondiali? Perché no? La pacifica invasione della Mondadori? Sarebbe un’idea. Naturalmente sono ben accetti anche suggerimenti per il festeggiamento privato, che so, cospargersi di Nutella, mangiare dodici bigné, fare il trenino per casa con trombette e cappellini confezionati con le pagione di Panorama… Qualunque festeggiamento adotterete, naturalmente, tenere a portata di mano carta e penna, servono a prendere i nomi di quelli che dicono: “Io non l’ho mai conosciuto”. Nelle prossime ore saranno migliaia. Coraggio, dunque, dite come festeggerete lo storico evento. Non è che abbiamo tanti motivi d’orgoglio, da queste parti, ma questi giorni possono darcene uno!
Nella foto, Silvio Berlusconi lascia il governo aiutato da alcuni volontari

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Nominato il nuovo Segretario del Circolo PRC di Senago

Il 7 novembre 2011 il direttivo, nominato dal congresso, ha eletto nuovo Segretario del circolo:

Andrea Penoni

E- Mail: segretario@rifondazionesenago.org
Tel: 333 9961896

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Il lavoro del Segretario è supportato da una Segreteria così costituitasi:

Andrea Penoni

Roberto Bizzotto

Stefano Palazzolo

E-Mail:   segreteria@rifondazionesenago.org

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Questo il nuovo direttivo eletto durante il congresso del 5 e 6 novembre 2011:

Benaja Giuseppe

Bizzotto Roberto

Carasi Federica

Ferrari Giacomo

Palazzolo Stefano

Penoni Andrea

Togni Luigi

E-Mail:   direttivo@rifondazionesenago.org

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Il Comitato di Garanzia eletto è formato da tre membri:


Bizzotto Adolfo

Cillo Grazia

Tozzi Giovanni

E-Mail:   comitatogaranzia@rifondazionesenago.org

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Per informazioni di qualsiasi natura, per comunicazioni importanti, o semplicemente per scriverci i tuoi pareri o suggerimenti, invia una mail all’indirizzo:

E-Mail:   info@rifondazionesenago.org

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Partecipa agli incontri del nostro “Direttivo di Circolo” che si tengono il lunedì alle ore 21,00 presso la Casa delle Associazioni, SALA BLU, via Risorgimento n.47 a SENAGO. Gli incontri sono aperti a chi desidera approfondire e conoscere da vicino il nostro lavoro. Per sapere di piu’ dei nostri incontri, puoi inivare una e-mail direttamente a:

E-Mail:   circolo@rifondazionesenago.org

John Reed: I dieci giorni che sconvolsero il mondo

Ricorre in questi giorni il 94° anniversario della rivoluzione d’Ottobre. Una buona occasione per tornare a leggere la leggendaria cronaca di quelle giornate scritta dal giornalista americano John Reed e pubblicata nel 1919 con l’entusiastica prefazione di Lenin: I dieci giorni che sconvolsero il mondo fortunatamente disponibile on line.

Alla vicenda straordinaria di John Reed è stato dedicato un film bellissimo, Reds di Warren Beatty, di cui proponiamo un frammento video.

Sul libro di John Reed riproponiamo uno stralcio di un articolo apparso su L’Unità del 2007 dello scomparso Adriano Guerra.

CRONACA DI UN OTTOBRE ROSSO

di Adriano Guerra

Non ci sarebbe stato Stalin, lo stalinismo, il gulag.… Se, se, se. Di nuovo, come era già avvenuto negli anni 70 del secolo scorso dopo che il Pci aveva proclamato con Berlinguer che la democrazia doveva essere considerata un «valore universale», si ricostruisce quel che è avvenuto nella Russia fra il febbraio e l’ottobre del 1917 alla ricerca dell’anello perduto. E di quel che è accaduto – fra spinte liberatorie e paurose involuzioni – in seguito a quella perdita.(…)
Viene da chiedersi, a dispetto di quanti ci invitano a fare un croce sul passato, se il modo più sicuro di preparare il futuro non sia quello di dare risposte ai vecchi interrogativi. Ricorrendo anche, quand’è il caso, a risposte dimenticate. Ritornando per esempio a un libro come questo di John Reed, Il classico I dieci giorni che sconvolsero il mondo e che ci dice come e perché nella Russia del 1917 la grande partita apertasi a febbraio si sia poi decisa, di fatto, già nei primi giorni di Ottobre. All’interno tuttavia di un quadro – dalla guerra mondiale del 1914 alla fine della guerra civile in Russia – caratterizzato da innumerevoli momenti diversi attraverso i quali le varie «alternative storiche» in scena hanno preso forma, si sono intrecciate e divise per poi scomparire, lasciando spazio ad una sola di esse, quella rappresentata da Lenin. La questione della rottura fra rivoluzione democratica e rivoluzione sociale non era infatti inevitabile e del resto non si chiuse nel 1917 (e anche per questo Stalin non è stato semplicemente il continuatore di Lenin): è certo però che nei giorni raccontati da Reed qualcosa di definitivo è accaduto. Ma chi erano i protagonisti della vicenda? Soltanto il governo provvisorio di Kerenskij, i menscevichi, i socialisti rivoluzionari, i cadetti, i liberaldemocratici, e i bolscevichi? Spesso si dimentica l’ampiezza delle forze che hanno partecipato al processo rivoluzionario russo dandogli un carattere straordinario e unico. Si pensi al confluire impetuoso di movimenti spontanei: le masse contadine che chiedevano la terra, le popolazioni – dalla Polonia alla Finlandia, alle aree del Caucaso e dell’Asia centrale – che chiedevano indipendenza, le spinte progressiste, giacobine, femministe, libertarie (si pensi a Bloch e a Majakovskij a Pietroburgo, a Chagall a Vitebsk) che si intrecciavano nelle città. Già nelle prime pagine John Reed documenta come e perché la fragilità delle strutture della democrazia appena nata, le scelte dei partiti, ma soprattutto il continuo crescere del malcontento popolare – mentre in ogni angolo del paese masse crescenti facevano proprie parole d’ordine sempre più radicali, «La terra ai contadini», «Le fabbriche agli operai», e al fronte l’esercito «parlava solo di pace» – abbiano portato all’uscita di scena della prospettiva che avrebbe dovuto aprirsi con l’Assemblea Costituente. Lenin – si dice – ha letto meglio degli altri quel che si nascondeva dietro al caos e per questo ha vinto. Ma a sconfiggere Kerenskij prima ancora di Lenin è stato il suo rifiuto di far proprio il «no» alla guerra che arrivava dal fronte e la richiesta della terra che veniva dai contadini. Tutto questo ha raccontato John Reed con la penna del giornalista e dello scrittore. Di uno scrittore – va aggiunto – «impegnato» che però non ha tenuto nascosta la tessera di partito né l’ha usata per nascondere qualcosa al lettore (i censori verranno dopo, perché nel libro non si rendeva omaggio all’uomo, Stalin, che, seppure durante quei «dieci giorni» si trovasse lontano da Pietroburgo, avrebbe poi impresso il suo segno all’Ottobre). «Quando la causa sposata si identifica con la vita – ha scritto nei giorni scorsi sul Corriere della sera Claudio Magris – allora pure l’impegno può diventare poesia». E per Reed «la poesia non significava solo scrivere parole ma vivere la vita», si legge nel saggio di Max Eastman – amico fraterno e compagno di ideali di Reed divenuto poi un anticomunista dichiarato, anzi un «cacciatore di streghe» (…). Non certo a caso Elio Vittorini («la cultura come vita») ha scelto nel 1946 I dieci giorni per aprire presso Einaudi la Biblioteca del mitico Politecnico. Ma proprio perché pagina di letteratura e di storia, il libro di Reed è stato pubblicato in tutto il mondo dagli editori più diversi: in Italia, oltreché da Einaudi e dagli Editori Riuniti, da Longanesi, tradotto da Orsola Nemi, e da Rizzoli (anche nella Bur con una introduzione di Rossana Rossanda). Questo negli anni 40, 50 e 60 del secolo scorso. Ma a che cosa possono servire oggi le pagine di questo intellettuale americano morto di tifo a Mosca a 33 anni e sepolto – unico straniero – nelle mura del Cremlino? Per cercare una risposta può essere utile chiederci anzitutto cosa può aver spinto Reed a raggiungere Pietroburgo. Occorre per questo ricordare tante pagine dimenticate. Che nel 1905 era stata fondata a Chicago l’Industrial Workers of the World, al quale John Reed si avvicinò da ragazzo. Che a Paterson, nel New Jersey, era scoppiato nel 1913 uno sciopero nei setifici durante il quale Reed fu arrestato insieme a 2.300 operai. Che l’anno successivo i democratici americani guardarono con speranza alla rivoluzione di Pancho Villa nel Messico (raccontata da John Reed in un libro famoso, Messico insorto). Che lo stesso anno nel Colorado uno sciopero di minatori che aveva assunto aspetti di rivolta venne concluso tragicamente il 20 aprile col «massacro di Ludlow»: e a far fuoco con le mitragliatrici contro i lavoratori e i loro famigliari fu la polizia privata dei padroni delle miniere, riuniti nella Rokefeller’s Colorado Fuel and Iron Company (John Reed scrisse un reportage, «La guerra del Colorado», che rimane una delle poche testimonianze su quelle tragiche giornate). Duemilatrecento arrestati a Paterson, decine di vittime a Ludlow. Moti insurrezionali negli Stati uniti. E in Europa la rivolta dei marinai di Wilhemshafen, i moti di Torino, gli scioperi del gennaio 1918 in Austria, la rivoluzione spartachista, la salita al potere di Bela Kun in Ungheria. E poi, a guerra conclusa, la paura. Lloyd George che parlando a Parigi nel gennaio 1919 del sostegno militare che le forze di molti paesi stavano dando all’armata bianca di KolCak, diceva costernato che non era possibile pensare di fermare la rivoluzione russa con le armi: «Se ci proponessimo di mandare altri soldati britannici in Russia i reparti si ammutinerebbero e questo vale anche per le truppe americane e canadesi …». Ecco dunque che cosa è stato l’Ottobre in Russia, ma non solo in Russia. Le speranze, e le paure, con le quali è stato accolto. Ci si può chiedere se John Reed può aver in qualche modo intuito da qualche segno che la via imboccata con quei «dieci giorni» avrebbe portato alle tragedie degli anni 30. Quel che si sa – le testimonianza della moglie di Reed, Louise Bryant, e di Angelica Balabanova sono state raccolte e forse «gonfiate» da Eastman, non però costruite sul nulla – è che nell’estate del 1920 Reed si era dimesso dall’incarico che ricopriva presso l’esecutivo del Comintern perché «amareggiato e deluso». Successivamente a Baku, ove era andato per assistere ai lavori della conferenza indetta per aprire le porte della rivoluzione comunista alle masse musulmane, ebbe uno scontro durissimo con Zinoviev e con Radek. Reed tornò a Mosca «eccitato, arrabbiato e tragicamente scoraggiato… Girò la faccia contro il muro e non parlò quasi più». Lenin, al quale la moglie si rivolse, ordinò che gli venissero assicurati i migliori medici e le migliori cure disponibili, ma fu tutto inutile. Forse è possibile dire che nel corso della sua brevissima esistenza John Reed ha vissuto per intero il grande e tragico dramma che ha coinvolto nel secolo scorso il nostro mondo.

(da L’Unità, 5 novembre 2007)

nella foto: Lenin, Trotzky, Kamenev nel 1917


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