Archivio per ottobre 2011

Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi (1ma parte)

Questa è la prima parte di una lunga intervista a cura di Giuseppe Moretti, pubblicata sul numero 35 di Lato Selvatico. L’intervista è qui riproposta quasi integralmente, con pochi tagli e modifiche e spero sia il primo articolo di una serie dedicata all’esperienza degli ecovillaggi e dei felici esperimenti di vita comunitaria, che sussistono nel nostro paese. Questi possono essere condivisibili o meno, ma è certo che testimoniano della possibilità di altri modelli sociali, per un’esistenza se non migliore almeno più coerente con i propri principi e con la propria intrinseca diversità. (fm).

di Giuseppe Moretti

Mario Cecchi è un anziano del “movimento comunitario italiano”. Il suo nome è indissolubilmente legato alla Comunità degli Elfi, di cui fu tra i fondatori nei primi anni ’80, una delle comunità italiane più longeve ed in continua espansione. A quasi trent’anni di distanza la Comunità comprende più di una mezza dozzina di insediamenti, tutti sull’Appennino Pistoiese. Mario, vive in quello di “Avalon” e oltre a lavorare per l’autosufficienza della comunità nei campi, orti, negli uliveti e nei boschi, tiene i contatti con il più ampio mondo alternativo, infatti è attivo sia nel movimento Rainbow che nella Rete degli Ecovillaggi, nella Rete delle Comunità Intenzionali, nei nuovi contadini del C.I.R e nella Rete Bioregionale.

Raccontaci come sei diventato Mario degli Elfi.

Il mio approccio alla terra ha inizio nella primissima infanzia. Vivevo a Genova con i miei genitori ma, d’estate, finita la scuola, venivo affidato ai miei nonni che vivevano in campagna, in condizioni simili alle nostre di adesso: un’ora di cammino a piedi dalla stazione dei treni, riscaldamento e per cucinare a legna, senza luce elettrica. Lì stavo bene, ero libero, quando potevo aiutavo nell’orto, a fare il fieno, a fare le fascine per la capra e i conigli, nella vendemmia ecc.
Mio nonno mi aveva preparato degli attrezzi proporzionati alla mia statura e, per me, lavorare era un divertimento, non ero costretto come i figli dei contadini. A volte, per stare in compagnia, non avevo altro modo che lavorare con loro. Lavoravo con gioia, gratificato dall’apprezzamento degli adulti. Era anche un sentirmi utile per la comunità in cui vivevo.
Mio nonno aveva una fattoria piccolina: 1 mucca, 1 maiale, 1 capra, 6 ettari di terreno, equamente distribuito per soddisfare tutte le necessità della famiglia, tanto che non comprava quasi nulla tranne il sale e l’olio. Per averli si recava una volta al mese in paese, il giorno del mercato, così aveva occasione di scambiare opinioni e pettegolezzi con i suoi amici. Era per lui un giorno straordinario, poiché il resto del tempo lo impegnava esclusivamente in campagna a lavorare, con un ritmo molto lento, ma costante. Il tempo libero era dedicato oltre che a riposarsi all’osservazione: molte delle sue conoscenze derivavano dall’osservazione della natura. D’estate si alzava alle 4 del mattino, appena cominciava ad albeggiare, poi si recava nell’orto a fare i lavori pesanti poiché di giorno faceva troppo caldo e dopo pranzo era solito riposare almeno fino alle 4. Costringeva anche me a dormire, sebbene non ne avessi voglia, e spesso scappavo per andare in giro nonostante la calura.
Di quell’epoca ho un ricordo meraviglioso, ero affascinato da tutto quello che mi circondava: gli animali, la natura, il senso di libertà e di intima soddisfazione; cosa che spariva quando ritornavo in città ed ero costretto ad andare a scuola, racchiuso tra quattro mura, tutte le mattine, per imparare cose che non mi interessavano. Spariva la gioia e l’appetito, cominciava la ribellione, il rifiuto, l’apatia.
Da lì il passo è stato breve, ritornare a vivere in campagna è stato come ricongiungermi alla mia infanzia felice, all’autogestione del mio tempo, ad organizzare il lavoro e gli spazi come più mi piace, senza un padrone, condividendo tutto con gli amici che poi sono diventati gli Elfi.

E gli Elfi chi sono, come e perché sono nati e come sono organizzati?

Gli Elfi sono nati nel 1980, da un gruppo di quattro persone che, stanche della vita cittadina e di scelte a metà, decisero di andare a vivere a Pesale (nome elfico Gran Burrone), un paesino abbandonato dell’Appennino tosco- emiliano, a ottocentottanta metri d’altezza, raggiungibile solo a piedi. Subito ci fu il contrasto con i carabinieri, che intimarono loro di andarsene e diedero il foglio di via obbligatorio alle persone presenti durante la perquisizione. Questi, invece di rinunciare nei loro propositi, raccolsero qualche centinaio di firme a loro favore tra la popolazione dei paesi limitrofi, ed ottennero dal proprietario un foglio che legittimava l’occupazione, in attesa di poter un giorno comprare il terreno. Così il magistrato revocò i fogli di via e l’occupazione si estese in poco tempo ad altri villaggi della zona: Piccolo Burrone, Case Sarti, Pastoraio.
Gli altri tentativi da parte del comune e della comunità montana di integrare in un progetto produttivo ed istituzionale la comunità, sono stati sempre respinti dagli Elfi, che tenevano in grande considerazione la propria autonomia ed autosufficienza. Per interloquire con le istituzioni, non come singoli ma come aggregazione, gli Elfi hanno creato due associazioni: “Il Popolo Elfico della Valle dei Burroni”, associazione di tipo non riconosciuta, retta da un comitato di gestione, e “Il Popolo della Madre Terra”, associazione di utilità sociale senza scopo di lucro.

Dal lontano 1980, gli Elfi si sono diffusi in tutta la montagna, hanno riabitato le case abbandonate, da ruderi le hanno trasformate in case comode e confortevoli, consone al loro stile di vita: senza strada, elettricità, gas. Utilizzano per la cucina e il riscaldamento il fuoco a legna ed illuminano con i pannelli solari e le candele.
Nell’arco della loro esperienza hanno dato alla luce più di centoventi elfetti (il più grande ha ora ventitre anni), che riempiono di allegria quei luoghi altrimenti condannati alla desolazione, se non fosse per la presenza degli Elfi, che li abitano, li amano, li custodiscono, li coltivano, e li hanno fatti ritornare alla loro antica dimensione vitale.
I rapporti con la gente intorno sono di buon vicinato, frequenti sono gli scambi di cortesie e gli aiuti reciproci, anche se per un periodo durato più di dieci anni c’è stata una guerra senza esclusione di colpi con i cacciatori della zona, che si sono sentiti defraudati di parte del loro territorio di caccia, dalla presenza massiccia degli Elfi. Per fortuna ora è da parecchio tempo che non accade nulla e sembra che la ragione abbia prevalso sull’intolleranza. Molte persone ci stimano per la scelta coraggiosa che abbiamo fatto, ma a nostro avviso ci vuole più coraggio a vivere nelle città, in quegli appartamenti di pochi metri quadri, soffrendo d’inedia e di solitudine, assillati dal problema economico, sempre in fretta per arrivare in tempo; che a vivere in libertà in mezzo ai boschi, cibandosi dei frutti freschi della terra.
Gli Elfi adesso sono più di duecento persone distribuite in trenta ubicazioni, tra villaggi e case sparse. Hanno mantenuto il loro stile di vita frugale pur non mancando loro nulla dell’essenziale. Non si sono lasciati intrappolare dalle mode e dalla tendenza imperante del consumismo. Una strada lunga cinque e più chilometri a piedi in mezzo ai boschi li separa dalla “civiltà”, i loro figli frequentano con buoni risultati la scuola media o superiore di Pistoia o Porretta, la scuola elementare la fanno a casa; non si sentono assolutamente isolati o fuori dal mondo, anche se conducono una vita diversa e non accettano la logica della competitività o del massimo profitto, del lavoro-consuma-crepa, dello sviluppo illimitato a discapito della Madre Terra e della natura umana.
Nessuno ha un lavoro fisso, alle spese della comunità e dei villaggi si rimedia con gli introiti ricavati dalle pizze che sfornano durante i festival o le manifestazioni a prezzo politico, per le spese individuali ognuno provvede da sé, salvo chiedere un contributo alla Valle quando non riesce a guadagnare abbastanza per far fronte ad una necessità contingente. Vige un rapporto di fratellanza e di reciprocità tra tutti gli Elfi e non Elfi che vengono a trovarci: basta inserirsi nell’onda magica della condivisione che esiste nella natura dell’uomo, quando non è traviato dall’individualismo e dall’egoismo della società attuale, che ha eletto il denaro a suo unico Dio e si è dimenticata i valori spirituali ed umani alla base della convivenza “civile”, almeno dal nostro punto di vista.
Le decisioni vengono prese con il consenso di tutti, mai con votazioni a maggioranza, ma tramite il cerchio, la forma di come ci si dispone per parlare, a dimostrazione che non esiste un capo, ma che siamo tutti equidistanti dal centro, sede del potere o del grande Spirito. Si attua un meccanismo di discussione e confronto che coinvolge tutti i membri interessati della comunità, si parla uno alla volta quando arriva il “Bastone Sacro della Parola”, che gira in senso circolare sino a che non si dipanano tutte le questioni e si raggiunge l’accordo (che non implica l’unanimità – qualcuno può anche dissentire inizialmente, ma ciò non blocca la decisione degli altri). Questo metodo è sempre stato utilizzato all’interno del cerchio degli Elfi senza mai avere una forma codificata, ma funzionando sulla fiducia, poiché le persone sono stimolate a parlare dal cuore e non secondo un calcolo.
Una storiella che rappresenta molto bene il succo della vita e il modo di pensare Elfico è: …..un uomo d’affari vide con fastidio che il pescatore, sdraiato accanto alla propria barca fumava tranquillamente la pipa.

Perché non stai pescando? Domando l’uomo d’affari
– Perché ho già pescato abbastanza pesce per tutto il giorno.
– Perché non ne peschi ancora?
– E cosa ne farei?
– Guadagneresti più soldi. Allora potresti avere un motore da attaccare alla barca per andare al largo e pescare più pesci. Così potresti avere più denaro per acquistare una rete di nailon, e avendo più pesca avresti più denaro. Presto avresti tanto denaro da poterti comprare due barche o addirittura una flotta. Allora potresti essere ricco come me.
– E a quel punto cosa farei?
– Potresti rilassarti e goderti la vita.
– Cosa credi che stia facendo ora?

(tratto da “Elogio alla Semplicità” di John Lane, edizioni Il Libraio delle Stelle)

Qual è il significato del modo di essere elfico nella moderna società di oggi?

L’esperienza degli Elfi ha un’importanza che travalica il suo stesso marginalismo, perché si propone (per il fatto stesso di esserci) come modello di società post-industriale, post-capitalista, sostenibile, compatibile con l’ambiente e vivificante per l’uomo stesso.
In un periodo storico ancora dominato dall’avidità capitalista, che sta distruggendo l’ecosistema terrestre mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie umana, si fa strada un altro paradigma fondato sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla solidarietà, sulla cooperazione e sull’evoluzione spirituale dell’essere umano, come valori fondamentali per una nuova rinascita in tutti i campi della vita sociale. Mentre un modello di “sviluppo”, un certo tipo di “civiltà” e di “progresso”, sono destinati al collasso ed andranno incontro ad una crisi senza precedenti, dall’altro lato si sta affermando una coscienza ed una ri-conoscenza delle antiche leggi di natura e della spiritualità connessa, che presuppongono un rispetto degli equilibri naturali ed un’interazione che tiene conto delle necessità biologiche di ogni specie, per il mantenimento della biodiversità.
L’uomo non è il padrone assoluto del pianeta, ma ne è ospite gradito o inopportuno (Questo dipende da noi, adesso, alle soglie della catastrofe ecologica, sappiamo che tipo di impatto ambientale abbiamo prodotto!). “Se vuoi preservare la vita sulla terra insegna ai tuoi figli ad amare tutti gli esseri dal più grande al più piccolo, e ricorda sempre loro che l’uomo è soltanto un filo nella matassa della vita.* (1)
Da li parte la valutazione che noi Elfi non siamo più gli utopici hippy avventurieri fuori dal mondo e dalla storia, ma un baluardo di resistenza culturale, umana e naturalistica che incarna il bisogno della terra e del genere umano per una riconciliazione. La terra non parla, ma si esprime in altri modi ancor più eloquenti, e diventa comprensibile per ogni individuo non completamente accecato dal denaro (uguale potere), che ora ci sta chiedendo di cambiare strada, cambiare il nostro stile di vita, il nostro atteggiamento mentale, oltre che il nostro sistema economico, politico e sociale.
Quindi noi non abbiamo fatto altro che incarnare questo bisogno creando una microsocietà fondata su altri valori, quali l’uguaglianza tra i sessi, la condivisione dei beni e dei mezzi di produzione, l’annullamento dei ruoli, la famiglia allargata, la centralità della terra, della montagna e della “contadinità”, quali risorse primarie per risolvere i bisogni elementari, ma anche quali valori intrinseci di un corretto rapporto uomo-natura e cultura, nella salvaguardia e nella gestione dell’ambiente in modo da preservarlo per le generazioni future. Una microsocietà in cui vengono rispettati i principi elementari degli uomini/donne quali la parità di diritti (e doveri) e la partecipazione alle scelte della comunità attraverso un processo decisionale che coinvolge tutti i membri in una discussione franca e pacata (senza lo stress dell’urgenza o dell’emergenza).
Una microsocietà dove gli anziani trovano una loro naturale collocazione nel tramandare i saperi e rendendosi utili come possono, e i bambini non vengono manipolati fin dall’infanzia per le esigenze di una società competitiva e produttivistica, ma vengono invece rispettate le loro inclinazioni ed i loro tempi di apprendimento, dando pari importanza allo sviluppo intellettuale e pratico.
Nella creazione di un’altra economia si privilegia il baratto, lo scambio o il dono, che non seguono leggi di mercato bensì il valore d’uso, quando l’affettività o la relazione amicale non superano anche il rapporto dare-avere.
L’economia svolge una funzione minima in quanto ogni comunità tende verso la propria autonomia ed autosufficienza, oppure consuma prodotti provenienti da una zona vicina, in modo da sprecare meno energia per il trasporto e poter esercitare un controllo sulle merci (filiera corta). Poiché è importante sapere da dove viene il cibo, come è prodotto e perché: dalla scelta consapevole si può orientare il mercato e la produzione verso un’etica di rispetto dell’ambiente e dei diritti umani (Pensare globalmente, agire localmente).
Per ridurre l’impatto ambientale è necessario eliminare lo spreco, ogni materia è fonte di energia e va utilizzata fino al limite del suo ciclo, mentre in questa società viene scartata come rifiuto e distrutta negli inceneritori, anche se ancora valida, quando potrebbe essere data ai non abbienti o alle popolazioni del sud del mondo.
Tante e tali sono le contraddizioni e le ipocrisie della società attuale che oramai ci vuole poco a riconoscere gli errori (viste le conseguenze), ma è difficile cambiare poiché il sistema politico-economico-militare delle multinazionali del potere è entrato ovunque, con qualsiasi mezzo per scardinare o corrompere la vita sana e naturale delle comunità locali (…). Tuttavia quando la coscienza collettiva dell’umanità avrà raggiunto la consapevolezza che non è possibile continuare così – e i cataclismi che la natura mette in atto ce lo faranno capire – allora, se saremo ancora in tempo, cambieremo il nostro stile di vita e non daremo più retta all’illusione del progresso e dello sviluppo illimitato. La natura e la pazienza hanno un limite. Un modo diverso di vivere è possibile, anzi già esiste…
“O Madre cosmica, Madre amata, tu permetti la nostra vita nel tuo corpo, grazie perché mi dai l’opportunità di essere qui, grazie perché mi alimenti, grazie perché mi proteggi” (2)

(1)(2) le citazioni sono tratte da “La donna dalla coda d’argento” di Herman Mamani, editore Mondatori.

Ci puoi parlare dei Rainbow gathering, del movimento degli Ecovillaggi e del CIR, di cui sei membro attivo. Cosa li differenzia e cosa li accomuna?

La famiglia Rainbow propone un nuovo modo di vivere. Senza tanti ideologismi o teorie si basa su una visione di vita armonica in cui tutte le diversità possono coabitare, come i colori dell’arcobaleno, appunto. Non c’è competizione, ma l’amore è quello che ci diamo reciprocamente quando ci incontriamo nei raduni dell’arcobaleno.
Si cerca un posto che abbia le caratteristiche adatte, selvatico, lontano dalle strade, raggiungibile solo a piedi in un’ora, un’ora e mezzo di cammino, con legna secca e acqua a sufficienza, una piana dove incontrarci, una buona relazione con la gente: i pastori o i proprietari del luogo che ospita l’incontro. Quando un gruppo di persone è andato a vederlo e ha dato il consenso, allora viene comunicato ai “focalizzatori” (una decina in Italia), che diramano l’informazione ai simpatizzanti, che a loro volta faranno risonanza.
Nell’incontro non si fa commercio, ognuno porta quello che può, la spesa per ogni necessità viene sostenuta dal “cappello magico”, raccolta di soldi effettuata a fine pranzo, dove ognuno mette a suo piacimento. Non ci sono capi né organizzatori, ognuno è promotore e porta il suo contributo, la propria energia, esperienza e conoscenza. Tutto si fonde nell’armonia del gruppo. Come nel calderone delle verdure che unendosi assieme vanno a preparare dell’ottimo minestrone (…) Ognuno si porta la propria ciotola e sacco a pelo, può trovare ospitalità nei tepee della famiglia, se non ha tenda propria; ci si arrangia e si impara a vivere semplicemente anche con le risorse del selvatico che il luogo offre, attribuendo maggior importanza alle relazioni, all’affettività ed al rapporto con la Madre Terra, che non al materialismo fine a se stesso, sinonimo del possedere. Siamo tutti fratelli e apparteniamo alla stessa Madre Terra e, grazie alla nostra cultura, non faremo mai la guerra.
Per cambiare il mondo, trasformiamo noi stessi, questa è la migliore rivoluzione che si possa fare, ed il maggior contributo che possiamo dare.
La R.I.V.E (Rete Italiana Villaggi Ecologici) è un’associazione di promozione sociale, con una struttura verticistica, ma in pratica funzionante come organizzazione orizzontale, in cui ogni ecovillaggio partecipa attraverso una o più persone delegate. E’ importante che chi vi partecipa dia una continuità di presenza agli incontri, in modo da consentire una miglior crescita del gruppo. L’organo sovrano è l’assemblea dei soci, che si riunisce una volta all’anno per ratificare tutte le decisioni prese dal consiglio direttivo oltre che il bilancio, l’ingresso o la recessione dei soci. Possono farne parte come sostenitori anche singoli ed enti.
Ormai la R.I.V.E ha superato il decennale di vita, nel tempo si è consolidata l’amicizia tra i membri e grazie agli incontri si è raggiunto un ottimo livello nella comunicazione e nel prendere le decisioni. Questo è stato possibile poiché abbiamo scelto di fare le riunioni con un facilitatore esterno, il quale ha la capacità, grazie alla sua formazione ed al potere che noi gli riconosciamo, di mantenere la discussione entro i tempi ed i binari prestabiliti, favorendo il confronto e la sintesi. Altrimenti, le decisioni vengono prese col metodo del consenso, che ho spiegato sopra.
Esistono varie tipologia di ecovillaggio, ma tutte coniugano quattro dei filoni fondamentali dell’esistenza: ecologia, comunità, cultura e spiritualità, e si caratterizzano a seconda dell’importanza che diamo ai singoli fattori. In ognuno di questi filoni l’ecovillaggio cercherà criteri e soluzioni nuove per vivere insieme conformemente alle proprie necessità, nel rispetto della persona e della dialettica interna, su basi paritarie di solidarietà e fratellanza.
L’ecovillaggio è quindi un laboratorio, un luogo di sperimentazione dove si privilegia il bene comune e individuo e comunità collaborano tra loro, interagiscono reciprocamente fino a trovare il giusto equilibrio.
Il CIR è nato durante la fiera dell’autogestione a San Martino in Rio (RE) nel ’95. Un gruppo di rurali si è incontrato ed ha dato origine al bollettino che ha preso, appunto, il nome di CIR (Corrispondenze e Informazioni Rurali), che è lo strumento di divulgazione e di propagazione della rete creatasi intorno al progetto di mettere insieme ed organizzare un bagaglio di conoscenze, vissuti e produzioni del “popolo contadino”.
“Un popolo che viene da molto lontano ed ha l’ambizione di andare avanti”.
Ogni anno si fanno un paio di incontri in posti sempre diversi, e in quella sede ci si organizza per dare il nostro apporto alle battaglie più importanti contro le biotecnologie o contro le multinazionali del transgenico: Monsanto, Novartis, Bayer etc..,che minacciano la preservazione dell’ambiente, la biodiversità, la salute umana e del pianeta.
Ha cercato di sollevare la pietra sui “beni comuni” propugnando il ritorno alla terra, l’affidamento ai giovani delle terre demaniali e di uso civico, il ritorno alle comunità rurali e al localismo quale unica fonte per la salvaguardia del territorio, per arrivare all’autosufficienza, alla sovranità alimentare, allo scambio e all’autoproduzione delle sementi, al rapporto diretto tra produttore e consumatore.
Ma, l’impegno sociale-pratico-organizzativo di partecipare alle iniziative che vanno sempre più aumentando, si scontra con la realtà quotidiana di chi vive sulla terra e abbisogna della sua presenza costante ogni giorno o quasi, quindi, per molte persone è stato ed è difficile mantenere una costanza nell’attivismo se non a discapito della propria vita. Per questo e per altre contraddizioni sorte in seno al gruppo promotore, il CIR si è molto indebolito sebbene rimanga pur sempre valido e sentito l’intento, tant’è vero che si sono create diverse filiazioni o aggregazioni simili a livello regionale.
La diversità tra un organismo e l’altro consta proprio nella modalità di approccio alle tematiche, che pur essendo simili per tutte e tre le reti, occupano ognuna uno spazio diverso rispetto alle esigenze espresse dalle persone.
Il Rainbow è principalmente un incontro estivo prolungato anche per più di un mese, ed un incontro primaverile organizzativo breve. Il CIR è sempre due volte all’anno per un tempo breve, 3 o 4 giorni, ma con una finalità di intervento nelle battaglie politiche in difesa della ruralità ecologica. La R.I.V.E, si occupa principalmente della rete degli ecovillaggi o delle comunità esistenti o in formazione, promuovendone la nascita e lo sviluppo. Sono reti simili ed è giusto quindi che comincino a collaborare tra loro.

Fra le tante cose ti occupi anche dei cosiddetti “usi civici” delle terre, un antichissimo ordinamento giuridico che garantisce il diritto di coltivazione, pascolo, legnatico, e raccolta dei frutti selvatici su certe aree alla gente che ne ha bisogno per la propria sopravvivenza. Purtroppo, pur essendo un diritto tutt’ora valido, pochi oggi ne sono a conoscenza, lasciando così ampia libertà alle amministrazioni pubbliche di farne l’uso che vogliono. A che punto è il movimento per la riappropriazione degli usi civici, ci sono speranze per il futuro di quei giovani che vogliono ritornare alla terra facendo affidamento su questi usi, sanciti giuridicamente, ma burocraticamente così difficili da ottenere?

È vero, fra le tante cose di cui mi occupo, vi sono anche gli usi civici. Inutile ripetere cosa sono, lo hai già accennato nella domanda. L’importanza che io attribuisco agli usi civici è quella che attribuisco ai “beni comuni”, in antitesi con la proprietà privata e con la proprietà pubblica, dello Stato o delle Regioni, che si comporta alla stessa maniera di quella privata. I beni comuni sono beni condivisi, vanno gestiti insieme a tutti i residenti o gli aventi diritto. Ne esistono di diverse specie e, a seconda della Regione, assumono nomi diversi: Laudo, Universalitas, Comunanze etc. Hanno un comune denominatore: per utilizzarli vanno stabilite delle regole, che devono essere approvate, condivise da tutto il popolo residente.
Non si possono vendere né alienare, ed è per questo che esistono tutt’oggi, altrimenti sarebbero finiti in pasto agli innumerevoli sciacalli. Infatti, così è stato per tanti usi civici che sono stati usurpati dalla speculazione privata o dai comuni, laddove il popolo che li usava non c’è più, si è disperso, dimenticandosi dei suoi diritti su quelle terre.
La legge Serpieri del 1927 ha riconosciuto la legittimità di quelli esistenti, ma ha impedito la costituzione di nuovi. In deroga a questa legge noi abbiamo chiesto di poter collocare sotto tale forma giuridica le terre da noi occupate o comprate, ma l’iter è parlamentare e quindi non se ne parla nemmeno con la sensibilità politica che c’è oggi. Chiunque sia a conoscenza di dove tali diritti permangono, può farne richiesta (prendendo la cittadinanza nel comune) di utilizzo e vantarne il diritto d’uso insieme agli altri residenti: poiché può essere un erede degli eredi, degli eredi… di chi li utilizzava.
La loro natura è agro-silvo-pastorale: erano stati concepiti per la sussistenza del popolo “minuto”, e tali devono rimanere per impedire le speculazioni. Dove sono stati considerati adatti per l’edilizia, state tranquilli li hanno già utilizzati in tale senso, privatamente o tramite appalti comunali. A nulla sono valse le istruttorie intentate dai vari commissari “ad acta” per gli usi civici. Sono rimaste lettera morta, nonostante la legislazione in materia: il codice degli usi civici, che andrebbe fatto rispettare, ma la giustizia è quella che è, siamo in uno stato di diritto quando fa comodo ai potenti, in uno stato che abiura il diritto, anzi usa dei codicilli per insabbiare lo stesso, quando nuoce ai loro interessi. Così nell’agropontino, nel Lazio, sono state costruite più di 200 case abusive, ma le denunce rimangono infossate nello stagno della burocrazia. I giovani, che speranze volete che abbiano: dovranno seguire l’iter burocratico e scontrarsi con l’apparato politico-istituzionale, con quali risultati? Provate ad immaginare: uno su mille forse ci riesce.

(continua)

Nell’immagine: l’entrata del villaggio di Avalon. Fotografia presa dal blog Selvatici

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DOPO IL 15 OTTOBRE

DOPO IL 15 OTTOBRE
Il 15 ottobre, centinaia di migliaia di lavoratori, studenti, disoccupati, precari, pensionati e chi ne ha più ne metta, hanno attraversato il centro di Roma per manifestare contro il capitalismo e i suoi padroni, le banche in primo luogo, ma soprattutto perché vogliono una credibile alternativa di sistema.
Da questo punto di vista, il corteo è stato un successo e soprattutto è stata una manifestazione politica e combattiva e non rituale, dove non ci si accontenta più della marcia colorata con i palloncini dopo la quale, spesso, si torna a casa senza aver concluso nulla: la gravità della crisi che stiamo vivendo modifica qualitativamente la coscienza della massa e quindi anche cortei non sono più delle belle passeggiate per le vie della Capitale a suon di musica, ma diventano un momento di confronto politico e di lotta.
Ma è stato anche un passo avanti. I cortei hanno lo scopo di far prendere coscienza, a chi li anima, della propria forza collettiva: persone che tutti i giorni lottano isolate nella propria scuola, facoltà, azienda, si rendono conto che sono parte di una classe sociale che se lotta insieme ha la forza di rovesciare il sistema oppressore che tutti subiamo.
Ovviamente, di questo, nessun telegiornale ne ha parlato. I media hanno preferito concentrarsi sui “violenti” che hanno sfasciato le vetrine e bruciato le auto.
Su questo punto abbiamo l’obbligo di spendere qualche parola, anche cercando di capirne le ragioni.
C’è chi si oppone agli scontri perché denuncia l’uso della violenza in quanto tale; è una lettura superficiale e vanno chiariti alcuni punti. È o non è violenza sottoporre una persona a un lavoro sottopagato e senza diritti, far morire mediamente 5 persone al giorno sul posto di lavoro, bombardare popoli per il profitto di pochi, licenziare, negare un’istruzione, un lavoro, un futuro? La risposta è si: questo sistema si basa su una violenza che viene esercitata da pochi contro troppi, violenza che verrà utilizzata dagli stessi pochi ogni qualvolta sentono che il sistema è minacciato, perciò quando scendiamo in piazza, dobbiamo essere consapevoli di ciò che potrebbe accadare ed essere pronti all’autodifesa.
Bisogna, a questo punto, fare un distinzione fondamentale e cioè tra la violenza delle devastazioni di qualcuno e la resistenza di massa in piazza alla repressione poliziesca. La differenza è qualitativa: l’autodifesa del movimento e dei suoi partecipanti fatta dal movimento stesso è sacrosanta! Tutta la retorica sulla non-violenza, in questo caso decade: presentarci con le mani alzate davanti ai cordoni della polizia mentre carica non è che convince la polizia a non attaccare per chissà quale atto caritatevole. Loro attaccheranno e noi ci difenderemo con tutti i nostri mezzi.
Con un servizio d’ordine politico e organizzato sarebbe andata diversamente. Il servizio d’ordine ha infatti un duplice ruolo: da un lato, respinge gli attacchi della polizia o di chi si infiltra, dall’altro, frena anche chi all’interno del movimento fa provocazioni o “atti vandalici” di qualsiasi tipo. Guardacaso, i provocatori hanno agito senza problemi proprio negli spezzoni dove non c’era un servizio d’ordine; dove invece era presente (spezzone di Rifondazione, Fiom) sono stati subito allontanati o non hanno neanche provato a entrarvi.
Ed è proprio questo che è mancato: un servizio d’ordine per tutto il corteo, organizzato e preparato.
La gestione della Piazza del 15 ottobre, da parte delle forze dell’ordine ha preso la direzione della ricerca dello scontro con i manifestanti usando come pretesto i vandalismi di via Cavour, che non sono un problema, ma una risorsa (per loro) e infatti sono stati una scusa per attaccare il corteo già arrivato in Piazza San Giovanni con il lancio di lacrimogeni, idranti e caroselli di blindati lanciati a tutta velocità sulla folla.
Ma queste sono solo alcune delle conseguenze dei vandalismi di Via Cavour, perché ovviamente sono iniziate le percuisizioni nelle case degli attivisti, una campagna mediatica contro il movimento, il blocco dei cortei nel I Municipio di Roma per 30 giorni (anche la manifestazione che la FIOM doveva fare venerdi 21 è stata negata, permettendo soltanto un presidio) a cui si sommano proposte di legge iper-repressive, come la Legge Reale, la legge che allarga le libertà repressive della polizia consentendo anche l’uso delle armi da fuoco contro i manifestanti, una legge che dal 1974 al 1989 ha causato 254 morti e 371 feriti (Libro Bianco sulla Legge Reale).
Proposte, queste che sono arrivate dall’”opposizione parlamentare” (!), cioè dal PD e IdV con l’assenso di Vendola; Maroni intanto pensa a misure come l’arresto preventivo, il Daspo, tentando di fare esattamente come ha fatto per gli stadi (perché allora non fare, già che ci siamo, anche la “Tessera del Manifestante” o i tornelli d’ingresso alle piazze da dove partiranno i prossimi cortei?!?).
Rifondazione Comunista, giustamente, si oppone alle proposte di queste misure, sia quelle di Maroni sia quelle dell’IdV e PD.
Infine, come detto all’inizio, cerchiamo di capire le regioni delle devastazioni. Gli arrestati o fermati erano tutti giovani sotto i 30 anni, che cercano una via d’uscita, disperata, a un sistema che non offre loro nulla. La risposta è sbagliata, ma il problema esiste. E spesso, le risposte delle organizzazioni politiche e sindacali non sono adeguate (governo di centrosinistra che porta avanti le stesse politiche sotto un’altra bandiera, tavoli di trattativa con Confindustria che non concede nulla –e perché dovrebbe farlo, poi, dato che difende gli interessi della borghesia-). Finchè le proposte in campo saranno queste, atti di questo tipo ci saranno sempre.
Allora, a partire da Rifondazione Comunista, offriamo vere prospettive di lotta, impostiamo il conflitto di classe nelle scuole e nelle aziende e rompiamo frontalmente con il sistema capitalista, fino ad arrivare, in ultima analisi, a una vera e credibile alternativa a questo sistema.


REPRESSIONE GLOBALE

E’ PARTITA LA REPRESSIONE GLOBALE CONTRO L’INDIGNAZIONE POPOLARE

In Italia, a differenza degli altri paesi la piazza che poteva diventare la più grande al mondo per denunciare l’infamia delle politiche liberiste è stata sgomberata preventivamente con autoblindo ed idranti lanciati i manifestanti che hanno resistito come hanno potuto. Negli USA a Oakland si è iniziato a fare il lavoro sporco, sgomberando il presidio e tirando lacrimogeni ad altezza uomo che hanno ferito gravemente un ex veterano dell’iraq che partecipava alle manifestazioni. Nei prossimi giorni anche in Inghilterra si annuncia che il campo dell’indignazione di St Paul potrebbe essere sgoberato utilizzando la scusa che i commercianti della zona stanno perdendo clienti. Alla fine della fiera ci pare che un sistema in declino ed in piane crisi abbia deciso di rispondere con l’unico mezzo che gli appartiene nei differenti contesti con differenti gradazioni. L’utilizzo della forza e della repressione verso i movimneti sociali che non sono compatibili è quindi la risposta che si va delineando. Prima le classi dominanti hanno salutato positivamente il fenomeno degli indignados cercando di cavalcarne gli elementi più morbidi per una possibile riforma del capitalismo. Quando hanno iniziato però a capire che le richieste mettono in discussione i principi fondamentali del sistema arriva puntuale la repressione. Ci troviamo di fronte al riaccendersi di un movimento transnazionale che contesta il liberismo ed il capitalismo partendo dalla dimensione materiale della crisi stessa. E’ un movimento costituente che nasce dentro il terreno della crisi del liberismo in forma spontanea, ed è un movimento in opposizione alla ristrutturazione che le classi dominanti stanno producendo utilizzando la crisi stesssa come leva per sfondare sul piano dei diritti. E’ inoltre un movimento che ha capito e colto la profonda scissione tra democrazia e capitalismo, denunciando in Europa quello che è un vero e proprio colpo di stato monetario che accentra il potere in organismi tecnico politici che sono sganciati da ogni processo di sovranità democratica. Per questi motivi gli indignati fanno paura, per questi motivi gli indignati sono sotto il fuoco della repressione, per questi motivi gli indignati resisteranno.
(da CONTROLACRISI. ORG 27.10.2011)

VIII CONGRESSO CIRCOLO DI SENAGO


Senago 25 Ottobre 2011

Dal 2 al 4 dicembre a  Napoli si svolgerà l’ VIII  Congresso Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista aderente alla Federazione della Sinistra.

Un congresso che cade in una situazione di progressiva e pesante crisi economica politica e sociale che si ripercuote drammaticamente sui lavoratori, pensionati e ancora più pesantemente sui giovani e le donne.

Su questi temi è convocato il congresso di circolo che si terrà nei giorni  4 e 5 novembre presso la Casa delle Associazioni, sala blu, in via Risorgimento 47,  scuola Salvatore Allende a cui anche  i cittadini interessati sono invitati a partecipare.

 

CALENDARIO DEI LAVORI CONGRESSUALI    

Venerdì 4 novembre  Ore 21.00  Apertura congresso

Elezione presidenza

Relazione della segreteria del circolo

Illustrazione dei documenti  congressuali

Elezione delle commissioni: Verifica poteri,Elettorale e

Politica

Interventi altre forze politiche e invitati

Sabato 5 novembre    Ore 9.00  Apertura dibattito sui documenti  congressuali

Ore 12.00 Votazione sui documenti congressuali

Ore 12.30  Elezione delegati al congresso provinciale e elezione del gruppo

                                              dirigente del circolo

 

La Segreteria del Circolo del PRC  di Senago                

 

 

                          

 

Senago, le vasche e la politica

Apprezziamo come la politica a Senago stia pian piano uscendo dall’angolo del settarismo di partito ed inizi a schierarsi su un argomento, quale quello delle vasche, che è davvero di prioritario interesse per la nostra comunità.

Rifondazione Comunista è già stata puntuale a rispondere all’appello lanciato tempo fa da parte del Comitato Senago Sostenibile, sostenendone la causa e mobilitandoci, com’è nostra consuetudine, nella raccolta firme e nella campagna informativa direttamente sul territorio e coinvolgendo le nostre rappresentanze istituzionali, quali il consigliere provinciale Massimo Gatti.

Ora altre forze, come per esempio l’UDC, si schierano appieno e pubblicamente a fianco del Comitato, sostenendolo attivamente e prodigandosi affinchè la questione sia affrontata al livello più alto possibile, interpellando il proprio consigliere regionale Enrico Marcora e appellandosi affinchè tutti i partiti di Senago si uniscano per la medesima battaglia a sostegno ed a fianco del Comitato.

Altri partiti, pur rimanendo in una posizione di opinabile cautela,  hanno espresso a parole la loro posizione ed il loro convincimento a sostenere la causa “NO VASCHE”, riconoscendo anch’essi al Comitato il ruolo di interlocutore principale, che ha avuto la capacità di affrontare e far emergere la problematica che rischiava di passare in sordina e lontano dalla conoscenza di tutti.

In questo mosaico che inizia a districarsi, manifestiamo una certa perplessità circa le timide posizioni contro le vasche espresse dal PD di Senago. Perplessità che s’insinuano innanzitutto nella debolezza delle loro comunicazioni e nella mancanza di qualsiasi ruolo attivo, ma soprattutto nelle contraddizioni interne al partito, ben rese evidenti dagli articoli recenti, a firma Cominesi – ex candidato a Sindaco e consigliere comunale del PD -, dove egli assume una posizione distinta di netto favore alle vasche, producendo paragoni, come quello della vasca di Bresso cinquanta volte più piccola di quella che vogliono fare a Senago, che per sua stessa natura non può entrare in alcun confronto di rapporti ed effetti.

Non ultima, e certamente più importante, è la posizione del consigliere regionale del PD Franco Mirabelli che è oramai impegnato a tempo pieno nella sua determinata battaglia a volere ad ogni costo le vasche a Senago, in totale simbiosi con la posizione dell’assessore della Lega Belotti.

Strana accoppiata questa e strana quindi la posizione assai ambigua del PD di Senago, totalmente incapace di mobilitarsi e di schierarsi senza pregiudizi contro le vasche.

Pregiudizi, e forse anche altro, che sono ben evidenti nella Lega di Senago. Da un lato e solo a parole contro le vasche, nei fatti invece totalmente incapaci di una qualsiasi azione ed altrettanto incapaci di interloquire coi loro rappresentanti in Regione, a partire dal leghista Boni che iniziò e trascrisse la volontà di insidiare le vasche a Senago – leggi l’atto integrativo all’accordo di programma del 23/10/2009 a firma Boni e dove si affermano come “urgenti e non differibili le vasche a Senago” – in quella data la Lega governava Senago ma non fece nulla per impedire questo -, fino all’attuale Assessore al Territorio Belotti – sempre leghista – che ha espresso il suo “dovere morale” a portare a compimento quest’opera, in un perfetto concerto di continuità.

Ma evidentemente questa strana coppia – il PD e la Lega di Senago – vive le medesime frustrazioni: da una lato il non dover contraddire, per evidenti ragioni opportunistiche, i propri organi dirigenziali che vogliono le vasche; dall’altra non riuscire a condurre una battaglia della cittadinanza a fianco dei cittadini e per i cittadini.

Davvero un bel guaio per la nostra comunità.

 

DIAMOCI UN TAGLIO – 23 ottobre appuntamento a Giaglione

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Diamoci un taglio
A mani nude, a volto scoperto, a testa alta

 

Il 23 ottobre 2011 la Val di Susa sarà nuovamente protagonista: taglierà le reti che la vedono ostaggio della lobby del TAV dicendo no ai tagli allo stato sociale, alla sanità, alla cultura.

Da quattro mesi una parte della valle è militarizzata, una vasta area è off-limits per i cittadini, recintata e protetta da reti posate illegalmente e difese da centinaia di poliziotti che proteggono un “cantiere che non ‘c’è”.
Da quattro mesi chi denuncia questa situazione e protesta davanti alle recinzioni è bersaglio di migliaia di candelotti lacrimogeni al CS (un gas tossico vietato dalle convenzioni internazionali) e non si contano le intimidazioni a singoli cittadini e all’intero movimento notav.

Oggi appare sempre più evidente la follia di un progetto TAV Torino-Lione non solo per la sua inutilità dal punto di vista trasportistico, ma anche e soprattutto per l’enorme spreco di risorse sottratte alla collettività: a nessuno può sfuggire la volontà criminale di una classe politica incapace e corrotta, al servizio di quel sistema di “finanzieri senza volto” rappresentato dalle grandi banche e dai fondi di gestione, che non mostra alcun pudore a voler imporre l’opera mentre taglia pesantemente i servizi ai cittadini.

Il TAV è la punta dell’iceberg di questa follia imposta da governi che non rispondono più ai propri elettori (in Val di Susa viene negata ogni minima forma di dissenso politico) ma a quel mondo opaco che specula sulla crisi economica. E’ lo stesso mondo pronto a prestare i capitali necessari alla realizzazione del TAV costringendo tutti i cittadini italiani a nuovi sacrifici per rimborsare quei prestiti e a subire nuovi tagli ad uno stato sociale ormai al collasso.

Le reti illegali che in Val di Susa delimitano un cantiere che non c’è difendono in realtà questo sistema.

In Val di Susa sono sospesi i diritti, la democrazia è ferita,  le reti delimitano un’area di illegalità mentre una Procura della Repubblica strabica si scatena alla ricerca di improbabili sovversivi e criminali al di fuori delle reti: nei loro confronti usa le denunce e il carcere per intimorire un’intera valle e nel frattempo le ditte che manovrano ruspe e trivelle (alcune delle quali in evidente odor di mafia) si sentono protette e il partito degli affari si sente autorizzato a sperare che prima o poi partano i cantieri.

Il 23 ottobre La Val di Susa dimostrerà loro che aprire i cantieri è una speranza vana: migliaia di cittadini marceranno per tagliare le reti, per aprire varchi nel recinto, per riaprire spiragli di democrazia.
In migliaia dimostreremo a testa alta che con la forza ed il sopruso non è possibile aprire alcun cantiere, né oggi né mai.
Lo faremo a mani nude, portando solo gli strumenti per abbattere le reti; lo faremo a volto scoperto perché non abbiamo nulla da nascondere, ognuno mostrerà la sua faccia pulita che chiede soltanto rispetto. Daremo un taglio alle reti e non porteremo alcuna offesa a chi dovrebbe difendere la legalità ed è mandato invece a coprire l’illegalità di recinti abusivi che offendono la nostra dignità.

In migliaia taglieremo le reti invitando chi sta dall’altra parte a desistere da violenze e rappresaglie, dal lancio di lacrimogeni e quant’altro: se l’invito non verrà accolto ci difenderemo dai gas, e chi dovesse dare l’ordine di aggredire cittadini pacifici che chiedono giustizia se ne assumerà la responsabilità di fronte al paese che ci guarda.

Migliaia di cittadini mostreranno che sono loro dalla parte della legalità e non hanno paura di difendere il loro futuro, che la loro è una lotta per la difesa dei beni comuni.

Il 23 ottobre sarà una giornata di resistenza attiva che coinvolgerà un’intera valle.
A tutti coloro che condividono le nostre ragioni e ci sostengono, chiediamo di dare visibilità alla nostra azione, a tutti chiediamo di comprendere il valore del nostro gesto, di rispettare il nostro modo di protestare civilmente.

Aprire varchi nelle reti, mostrare che non ci rassegniamo alla cancellazione di spazi di partecipazione democratica è il nostro obiettivo. Il risultato di questa giornata non si misurerà in metri di recinzione abbattuti ma sarà nella determinazione, visibile e forte, di una popolazione che non si rassegna al silenzio; sarà la dimostrazione che questo folle progetto TAV non potrà che rimanere sulla carta; il suo valore sarà nell’azione di massa coraggiosa, pacifica ma determinata a dare un taglio alle reti e agli  inganni di una politica che chiede voti pensando solo alle tangenti generosamente offerte dall’alta velocità. L’Europa ne prenda atto, governo, partiti e lobby si rassegnino e non abbiano paura di perdere la faccia: noi  la nostra faccia ce la mettiamo sempre e continueremo a farlo.

La lotta della Val di Susa non appartiene solo a noi, in questi anni ne abbiamo avuto continue conferme: è diventata anch’essa un bene comune da difendere.

Il movimento NO TAV

DA PORTA A PORTA

Caro Polito, Ti scrivo per proporti una sfida. Lunedì sera a Porta a Porta, quando ho proposto che la BCE acquistasse direttamente i titoli degli stati europei al fine di mettere fine alla speculazione, in studio siete insorti e la gente da casa non ha capito nulla.
Io penso che siate insorti perché sapete benissimo che ho ragione e che quella soluzione potrebbe bloccare la speculazione sui debiti sovrani europei e indicare una prospettiva completamente diversa dalla distruzione dei diritti sociali nei vari paesi.

La presente lettera è quindi una sfida: Ti sfido a discutere in pubblico la mia tesi, dove ritieni più opportuno, in modo che si possano mettere a confronto ricette economiche effettivamente alternative e non la solita minestra riscaldata delle politiche neoliberiste che caratterizza gli attuali dibattiti televisivi.

La mia tesi è semplicissima: La Banca Centrale Europea è l’unica banca centrale nell’’Universo e nella storia dell’Umanità che presti i soldi alle banche private al tasso di sconto ufficiale (o addirittura a meno) e che obblighi gli stati membro ad approvvigionarsi sul mercato, facendoli così diventare prede della speculazione finanziaria. La BCE quindi presta soldi agli speculatori e non agli stati. In altre parole io penso che la speculazione finanziaria sui debiti sovrani europei è frutto diretto della folle politica della BCE e che il taglio del welfare, dei salari ed in generale dei diritti dei lavoratori non serva a nulla, letteralmente a nulla, per fermare la speculazione. Ovviamente propongo anche altre misure ma il punto delle politiche della BCE è quello centrale.

Caro Polito, mi rivolga a te non solo per la polemica diretta che abbiamo avuto in trasmissione su questo punto, ma perche sei un operatore dell’informazione e hai un accesso ben maggiore del mio sui grandi mezzi di comunicazione di massa. Confido quindi sulla tua volontà di non far cadere nel nulla questa mia sfida.

Un caro saluto, Paolo Ferrero

RODOTA’ : LA DEMOCRAZIA NON HA PREZZO

La fidejussione anti-violenza proposta da Maroni rivela casualità mentre sarebbero stati necessari freddezza e rigore

La qualità della politica e dei politici si misura nelle situazioni difficili. Grave è sicuramente quel che è avvenuto sabato a Roma, e proprio per questo sarebbe stato indispensabile, da parte di tutti, reagire senza emotività, senza cedere alla tentazione di sfruttare la situazione per catturare qualche facile consenso.
E senza proporre misure che poi, in concreto, possono rivelarsi pericolose e pure scarsamente efficaci. Qualche memoria in questo senso dovremmo averla, a cominciare da quella legge Reale così incautamente evocata. E dovremmo aver capito, proprio perché abbiamo attraversato il dramma del terrorismo, che la forza della democrazia sta nella capacità di utilizzare fermamente la legalità ordinaria, senza precipitarsi ad invocare leggi eccezionali appena ci si trova di fronte a qualche difficoltà. La fuga nella legislazione eccezionale è stata troppe volte la via per apprestare alibi, per coprire inefficienze. Ed è stata pagata assai cara, perché le istituzioni hanno presentato una inutile faccia feroce, mentre tardavano nel mettere a punto le adeguate misure organizzative. Scrivere una norma è facile. Ben più arduo, ma indispensabile, è proprio predisporre strutture in grado di fronteggiare tempi mutati e difficili.
Il ministro dell´Interno, Maroni è apparso dimentico di tutto questo, preso da una voglia di fare che lo ha spinto a formulare proposte che, una volta di più, dimostrano quanto sia debole nell´attuale ceto di Governo la cultura della Costituzione. Rivelatrice è quella che vuole introdurre l´obbligo per gli organizzatori dei cortei di fornire una garanzia economica per risarcire gli eventuali danni arrecati da chi scende in piazza. Lasciamo da parte le enormi difficoltà tecniche e pratiche di una garanzia del genere (ma chi diavolo sono i consiglieri dei nostri governanti?). Consideriamo l´incidenza che essa avrebbe su uno dei diritti politici fondamentali, quello di manifestare in pubblico. Certo, questo deve avvenire “pacificamente e senza armi”, come vuole l´articolo 17 della Costituzione.
Ma è arbitrario aggiungere a queste parole la formula “e avendo adeguata capacità patrimoniale”. Un diritto fondamentale della persona diverrebbe così appannaggio di chi può pagarselo. Stiamo per tornare ai tempi della cittadinanza censitaria? Mai incostituzionalità è apparsa tanto clamorosa.
Vi è poi un bricolage di altre proposte specifiche, saltando dall´arresto in flagranza differita, a nuovi reati associativi, all´estensione ai manifestanti delle misure previste per i violenti nelle manifestazioni sportive (Daspo). Misure che dimostrano casualità e improvvisazione, proprio quando sarebbero stati necessari freddezza e rigore. Mi limito qui a ricordare la fatica con la quale la Corte costituzionale ha salvato il Daspo, e la possibilità di ritrovare nel fin troppo ricco armamentario penalistico indicazioni per qualificare i comportamenti violenti in modo tale da renderli concretamente perseguibili, senza tuttavia entrare nel territorio minato del “tipo d´autore”, per cui si rischia di trasformare il fatto di manifestare in comportamento criminoso.
La democrazia, dovremmo saperlo, è un regime difficile, dove la stessa salvezza della Repubblica non può mai essere pagata con il sacrificio di diritti fondamentali. Ma proprio qui sta la sua forza profonda, perché può opporre la sua fiducia nella libertà anche a chi la nega. E così può sfuggire alla trappola nella quale i violenti vorrebbero chiuderla: obbligarla a negare se stessa, per divenire in tal modo più agevolmente attaccabile. Questo è il garantismo dei tempi difficili, votato alla difesa dei principi e non strumentalizzato per la difesa di interessi personali.

| Fonte: la Repubblica | Autore: Stefano Rodotà

(DA CONTROLACRISI.ORG)


IL FALLIMENTO DEL 15 OTTOBRE

E’ inutile nasconderlo o minimizzarlo: il 15 ottobre c’è stata in Italia la più grande manifestazione tra quelle realizzate in tutto il mondo ed è finita in un disastro.

Noi  (FIOM) che siamo tra coloro che l’hanno promossa e organizzata, abbiamo il dovere di scusarci con tutte e tutti coloro che sono venuti lì per manifestare e basta. Non siamo stati in grado di garantire ad essi l’esercizio di questo loro diritto. Una minoranza, non è importante quanto vasta, ma comunque nettamente tale, si è impadronita della manifestazione e l’ha trasformata sul piano militare, sul piano mediatico e su quello politico in un’altra cosa.

Questo è per me il punto centrale, poi naturalmente ci sono le singole responsabilità, gli atti di devastazione inaccettabili, così come anche gli scontri in piazza San Giovanni, ove le cariche della polizia hanno finito per coinvolgere tutte e tutti coloro che volevano manifestare. Se vogliamo fare una riflessione politica, dobbiamo sottolineare che questo è stato il senso della giornata: un esproprio di democrazia, coperto dagli scontri, quando doveva essere esattamente il contrario.

Per questo sono contrario a minimizzare, così come respingo le reazioni ipocrite del palazzo. L’Italia è un paese con una democrazia malata, dove nelle istituzioni, nel parlamento, stanno persone incriminate per reati gravissimi, che considerano la magistratura una forza eversiva. L’illegalità in questo paese comincia dall’alto e, senza per questo giustificare nulla, è evidente che questo apre la via alla rottura e alla sfiducia anche violente. Per questo la risposta non può essere la negazione della realtà. I giovani che sfasciavano tutto, e che hanno aggredito prima di tutto il corteo e la manifestazione, vanno affrontati prima di tutto come un problema politico. Sono assolutamente contrario alla proposta di Di Pietro e Maroni di nuove leggi di polizia, questo sì sarebbe il modo per precipitare in rotture da fine anni Settanta. E’ evidente che chi ha provocato gli incidenti aveva una totale sfiducia nella funzione e nella efficacia delle grande manifestazione. E’ di questo che bisogna discutere, naturalmente con tutto il rigore necessario.

Bisogna che i movimenti sappiano validare con una discussione democratica le scelte che compiono. Bisogna che ci siano le assemblee, le sedi aperte e trasparenti ove si decidono quali sono i criteri e le forme organizzate delle manifestazioni e ove si chiarisce che chi non li rispetta è estraneo ad essa. Questa è la questione di fondo, rispetto alla quale non ci sono scorciatoie. O sappiamo affrontare questa crisi dei nostri movimenti e delle nostre lotte con un confronto aperto e con una pratica democratica vera, oppure rischiamo di veder travolte la nostra forza e le nostre ragioni. E’ molto facile, di fronte a questa crisi economica, alla disperazione che produce, alla chiusura e alla crisi della nostra democrazia, che cresca lo spazio per azioni di carattere disperato. Se vogliamo impedirlo dobbiamo maturare in fretta e, senza ipocrisie, assumerci la responsabilità dei fallimenti. E il 15 ottobre in Italia lo è stato.

Giorgio Cremaschi

(17 ottobre 2011)

CONTROLACRISI.ORG

Circolo PD Enrico Berlinguer aperto ai comunisti

CIRCOLO PD ENRICO BERLINGUER
“È ufficiale: il PD apre le sue porte ai comunisti, e si impegna a garantire i suoi iscritti dalle infiltrazioni di ex DC e reduci del PSI… almeno a livello locale. Grazie al potere tecnologico delle autointercettazioni possiamo annunciare ai nostri lettori l’esistenza di un feudo che resiste con orgoglio al tramonto delle ideologie. È il circolo PD “Enrico Berlinguer”, guidato dall’intrepido signor Roberto, che si impegna ad accogliere a braccia aperte tutti i comunisti che vorranno iscriversi, e garantisce che non dovranno mischiarsi con gente che vuole intitolare strade a Craxi, negare diritti civili agli omosessuali o fare inciuci con ex fascisti. Iscrivetevi in massa e non lasciatelo solo”.

(tratto dal sito de “IL MALE” www.ilmale.net)

 


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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