Possiamo unirci tra comunisti diversi?

Visto la piena riuscita dello sciopero e delle manifestazioni odierne indette dalla CGIL e da sindacati diversi proviamo a guardare più avanti

per farlo proviamo a prendere spunto dall’ articolo che segue scritto da compagni tra loro molto diversi.

Dalle proteste all’alternativa politica

di Luca Casarini e Gianni Rinaldini

su il manifesto del 30/08/2011

La manovra rafforza un trend globale: la fine dello stato sociale, l’aumento delle diseguaglianze, l’attacco ai diritti. Solo una grande mobilitazione sociale può rovesciare il governo e le regole del gioco

La portata epocale di quello che sta accadendo nel mondo non è talmente evidente da non aver ha bisogno di essere ribadita. La crisi capitalistica complessiva, che ha nei crolli finanziari e nel default dei bilanci degli stati la sua caratteristica più evidente, si è talmente consolidata da divenire sistema. Il sistema della crisi è economico, sociale, politico. La ricchezza prodotta collettivamente è sottratta con violenza alla maggioranza dei cittadini, e si concentra in poche mani, non viene reinvestita in alcun processo produttivo ma alimenta la rendita e la speculazione. Siamo in presenza di un modello vorace, ingiusto, che crea infiniti problemi di vivibilità a milioni di persone in Europa, a miliardi nel mondo.
La manovra agostana del governo conferma e rafforza, anche per l’Italia, una tendenza globale ed europea: la cancellazione attraverso i tagli e le privatizzazioni dell’idea stessa di stato sociale, sacrificato dal dirottamento di soldi pubblici al pagamento di un debito che nessuno sa più in virtù di cosa sia stato contratto, e soprattutto per quale maledetta ragione debba essere pagato, e a chi, dai singoli stati. Ma vi è un’altra fondamentale operazione contenuta nella manovra bis. È quella che cancella il contratto nazionale e i diritti del lavoro. In questo modo tutte le lavoratrici e i lavoratori sono messi sotto ricatto. Dunque il sistema della precarietà, che tutti dicevano di voler combattere, ha fatto scuola. Dopo un anno di lotte, dalle fabbriche all’Università, la risposta è stata questa. Il fatto che il governo si sia limitato a mettere in pratica e peggiorare ulteriormente ciò che per iscritto gli è stato impartito dalla Banca centrale europea, conferma che il processo in atto è politico, finalizzato a determinare la cancellazione di qualsiasi parvenza di sovranità, popolare, nazionale, continentale. La stessa democrazia liberale cade sotto il tiro pesante delle centrali della speculazione privata.
È in atto e rischia di travolgerci uno tsunami, qualcosa di inimmaginabile fino a non molto tempo fa. Se la portata dell’attacco alla democrazia, alle tutele e ai diritti, alla società del welfare è storica, storica potrebbe però essere, per noi, anche l’opportunità. Che nessuno sia autosufficiente lo andiamo dicendo da un anno con il percorso di uniticontrolacrisi e ci conforta che in tanti l’abbiano capito. Le vecchie certezze identitarie le possiamo usare come ninnoli per far addormentare i bambini, agitarle non serve ad altro. Oggi, contro questa manovra bisogna far partire il processo costituente dell’alternativa. Una mobilitazione permanente che dal 5 di settembre sotto piazza Navona con la Fiom, si allarghi a uno sciopero generale, quello di lunedì 6, che alimenti e diffonda l’idea che insieme possiamo farcela. E continui con la maniferstazione contro la Lega il 17 settembre a Venezia, e poi nelle università, nelle scuole, con il Cile a far da lezione anche qui da noi. E ancora, le mille lotte per i beni comuni, per difendere ciò che viene devastato dalle grandi opere inutili.
Ma tutte queste lotte, questa resistenza, questa sacrosanta rabbia, può non diventare mai alternativa politica? Possiamo continuare ciascuno a far finta di fare la sua parte, ordinatamente, pensando al posizionamento politico, sia di autorappresentanza che di rappresentanza, mentre i signori della finanza formano e disfano governi, e stracciano le nostre vite? Se il momento è storico, nel male come nel bene, dobbiamo essere capaci di qualcosa di nuovo e di grande. La mobilitazione non può che essere finalizzata a far cadere il governo, il prima possibile. Una cosa diversa, enormemente diversa, è la fine naturale del ciclo politico berlusconiano dalla caduta di un governo grazie alla mobilitazione sociale nel paese. Dobbiamo pretendere elezioni subito, contro qualsiasi ipotesi di governissimi, governi tecnici o di unità nazionale. Elezioni subito, anticipate da primarie. Primarie vere, costruite attraverso spazi pubblici di formazione del programma, nei quali chi si è mobilitato e continua a farlo possa, nella reciproca autonomia con i diversi soggetti politici, contribuire attivamente sottoponendo a tutti i cittadini i programmi insieme all’assunzione di responsabilità di chi si impegna a portarli a termine, chiedendo di conseguenza il voto per cambiare. Mobilitazione e programma debbono tornare a essere due aspetti comunicanti tra loro: dobbiamo sapere perché scendiamo nelle strade e dobbiamo permettere che anche altri milioni di persone, come con i referendum, lo capiscano, possano condividere la mobilitazione.
E proprio su questo cammino cambiano i ruoli, si mescolano le competenze: sull’economia, che vogliamo improntata sulla possibilità di generare un sistema giusto e di redistribuzione equa della ricchezza prodotta, su cosa produrre e come, verso una società ecologica e rinnovabile, sul reddito di cittadinanza e la protezione collettiva dei beni comuni, e su molto altro, i primi a scrivere le possibili vie d’uscita dalla crisi sono proprio coloro che si stanno impegnando a resistere al saccheggio. La mobilitazione permanente per la caduta di Berlusconi e contro le manovre del suo governo, commissariato o meno che sia, potrebbe sfociare in una grande, unitaria e trasversale manifestazione dell’alternativa. Per il 15 ottobre è già stata proposta dalle realtà spagnole del movimento degli indignados una mobilitazione europea.
È utile e importante ri-fare l’Europa. Ma la maniera migliore di contribuire è ri-facendo innanzitutto l’Italia. Vi sono condizioni storiche, politiche e di fase nel nostro paese che consentono di immaginare che da qui, come si è visto con i referendum, una anomalia sociale e istituzionale potrebbe concretizzarsi, e sarebbe utilissima anche a tutti i movimenti che si battono nel continente. Per capirci, se il 15 ottobre in Italia diventasse una cosa di popolo, se a Roma convergessimo da mille storie e posizioni diverse, allora potremmo dare una mano alla nuova Europa.
Per fare questo dovremmo imprimere un moto virtuoso, largo, coinvolgente, non settario alla costruzione unitaria di questa scadenza. Bisogna saper essere semplici e concreti, perché questo treno non passa due volte.

* uniticontrolacrisi

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