Italian Revolution

il manifesto del 03/06/2011
Da Bologna a Roma cresce il movimento dei giovani «senza bandiera» che chiedono lavoro, casa, rispetto e politiche dal basso. Con metodi improntati alla democrazia partecipata e alla non-violenza, in connessione con Madrid, Atene ma anche con le «primavere arabe». Intanto a Barcellona, dopo gli sgomberi, riprendono slancio gli «indignados»

Si chiama Italian revolution, per ora, la piattaforma con cui sono presenti in alcune grandi e piccole città gli indignados italiani. Sulle orme dei primi messaggi apparsi su facebook il 19 maggio in appoggio alla grande manifestazione indetta a Barcellona, si erano dati appuntamento per il giorno seguente in Piazza Maggiore a Bologna. Tutto era partito da un gruppo di studenti Erasmus spagnoli che volevano esprimere, com’era accaduto in altre piazze europee, solidarietà al movimento 15-M (dalla data del 15 maggio), altrimenti chiamato DRY (da democracia real ya). Piano piano, con l’avvicinarsi di tante persone, parlando parlando erano emersi i problemi analoghi vissuti in Italia, per cui si è costituito da quel giorno di maggio anche a Bologna «un posto per tutti per parlare di politica». Dove per politica, si badi bene, si intende il suo significato originario, polis ovvero comunità (dal greco), e i due giovani incontrati precisano che «l’immagine guida è la polis e l’agorà, ma liberate dallo schiavismo di un tempo». Lavorare tutti/e, lavorare meno, per avere tutti/e il tempo di dedicarsi anche alla politica in segno della multiculturalità, essendo le strutture oggi presenti non più sufficienti per affrontare la situazione.
Preferiscono non usare i termini usati dai partiti per parlarne, piuttosto chiamano in causa con nome e cognome coloro che gestiscono (male) le risorse. Così nelle assemblee, rigorosamente in cerchio, seduti per terra (per essere tutti/e allo stesso livello) con liste di interventi rispettate e richieste di contributi costruttivi, commentati con segni del linguaggio dei sordo-muti per non interrompere con applausi eventuali flussi di coscienza-pensiero, si toccano argomenti scottanti come l’Hera (società che gestisce gas, acqua, luce e raccolta rifiuti in Emilia-Romagna), l’Atc (società di trasporto pubblico che da poco ha aumentato il biglietto), ma anche la precarietà, gli affitti troppo alti, l’immigrazione, i beni comuni non privatizzabili, i referendum del 12/13 giugno, i tagli all’istruzione.
Chiedono ascolto a Bologna e non solo, perché nel corso delle assemblee, a cui partecipano dalle cento alle trecento persone, tra giovani e anziani, donne e uomini e persino bambini, ci si collega via internet (nel centro di Bologna c’è la rete wireless pubblica) per interfacciarsi con le altre piazze italiane a Torino, Milano, Venezia, Firenze, Pisa, Padova. E a Roma, dove c’è stata un’evoluzione simile al capoluogo emiliano-romagnolo: dalle quaranta persone in Piazza Bologna il 20 maggio si è arrivati alle oltre 400 tra giovani e meno giovani, precari e studenti, di domenica scorsa in Piazza San Giovanni. Primo passo per la costruzione di un’assemblea permanente, anche lì, come a Bologna, dove ormai si raggiungono le 300 ore consecutive (con una ventina di persone che dormono anche in piazza ben tollerati dai vigili urbani), e le parole d’ordine sono sempre confronto, lucidità e non violenza. Citiamo un fatto accaduto a Firenze: la polizia aveva vietato la distribuzione dei volantini che ogni giorno vengono preparati dal gruppo comunicazione (perché hanno anche una ferrea struttura organizzativa le diverse assemblee) per far conoscere alla gente gli argomenti discussi la sera, e come risposta i creativi indignados molto indignati hanno lanciato in aria duecento palloncini con scritti i punti dell’ordine del giorno.
Così come colpisce durante gli interventi il silente assenso mimato con le mani in alto sbattendole come farfalle in volo, che ci fa venire in mente la frase di Lao-tse che dice che un battito d’ali di farfalla qui, può provocare un terremoto in un altro punto del mondo. E se fosse davvero così, visto che dal 29 maggio già si parla di European Revolution? A Bologna ci si connette anche con Barcellona, Berlino o Atene, ma anche con le «primavere arabe», per discutere in contemporanea le questioni più urgenti, e fare quindi delle tecnologie un uso funzionale dal basso per connettere il local al global. Chiedono – abbiamo detto – di rispettare almeno i diritti previsti dalla costituzione (festeggiata in pompa magna più che mai quest’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia). Chiedono la «coscientizzazione» della cittadinanza riguardo alle questioni ambientali, indicono gruppi di lavoro e workshop sui temi emersi le prime sere come una vera e propria «pioggia di idee», e ai quali sono benvenuti uomini e donne anche di associazioni e/o di partiti, basta che parlino a nome personale e non dell’organismo di cui fanno parte, per apportare il sapere in una realtà apartitica ma a forte carattere socio-politico-culturale. Perché per ribaltare questo sistema in agonia a livello mondiale non bastano più gli scioperi e le manifestazioni: Piazza Tahrir, Plaza Catalunya, Plaza del Sol, e da poco Piazza Syntagma, insegnano a riprendersi lo spazio pubblico e privato a suon di corpi e di cervelli. A Barcellona parlano professori universitari in piazza, si tengono persino alcune lezioni, mentre le (per ora) piccole piazze attive in Italia sono assolutamente ignorate dai media (tranne dalle radio indipendenti). «Il lavoro non è una merce», si è sentito dal microfono qualche sera fa in tutta la piazza a Bologna, e verso mezzanotte l’associazione Ca’ Rossa insieme alla Compagnia dei 13 hanno dato voce poeticamente alla precarietà con Flexible parafrasando l’Amleto shakespeariano: «Essere o non essere… precario, questo è il problema, sentirsi o non sentirsi precario, questo è il vero problema».

Per info: sul profilo fb italianrevolution o sul sito italiarevolution.it

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