Archivio per giugno 2011

Dalla val Susa a Genova 2001 – 2011

Da: Simone Oggionni

Cambiamo noi stessi per entrare in sintonia con il cambiamento. Uniamo le lotte e costruiamo, a partire da Genova 2011, un nuovo Patto di Lavoro.

Che il Paese stia cambiando è fuori discussione. Con le elezioni amministrative, i ballottaggi e, ancora di più, la vittoria dei referendum ci siamo rimessi in cammino. Dopo due anni di lotte dure, da Pomigliano a Mirafiori, dalle mobilitazioni degli studenti al protagonismo delle donne, fino allo sciopero generale, il movimento ha seminato e il cambiamento ha iniziato a piantare le sue radici. In queste ore chi resiste contro la Tav lo sta facendo con il consenso di un popolo vasto, che reclama dignità, diritti e tutela dell’ambiente. L’epoca berlusconiana sta finendo e, dal suo seno e dalle acutissime contraddizioni che ha prodotto, ne sta nascendo una nuova.

Ma è proprio questa la fase in cui dobbiamo avere ben chiaro il rischio che corriamo, e che per paradosso – in un contesto così espansivo – potrebbe condannarci alla marginalità definitiva. Il rischio è che, nell’opinione diffusa di questo popolo della sinistra che cresce e torna ad esprimere, vincendo, soggettività e protagonismo, si consolidi un immaginario da cui la nostra identità e ciò che rappresentiamo siano espunti o comunque largamente minoritari. Questo avverrebbe se il nostro partito non riuscisse ad entrare in connessione reale con questo cambiamento, con le sue istanze e i suoi linguaggi.

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Rifondazione è con il comitato “NO TAV”

Sono queste le Grandi Opere che hanno in mente: distruggere, aggredire, violentare.
L’illegalità è la loro bandiera, l’impunità è la loro speranza. Parlavano di progetto da realizzare “con il consenso della popolazione”: ecco cosa avevano in mente.

Con lo sgombero del presidio della Maddalena è iniziata il 27 Giugno 2011 una nuova fase di RESISTENZA per fermare la distruzione, per denunciare l’aggressione e la violenza, per fermare l’illegalità. E’ una lotta di resistenza che riguarda tutti, non solo i valsusini, è una battaglia di civiltà in difesa della democrazia.

 

PSICODRAMMI

PSICODRAMMI

Le dichiarazioni di Di Pietro hanno scatenato il solito psicodramma autolesionista del centrosinistra. Basta! I partiti devono prendere atto che l’opposizione a Berlusconi è fatta in larga parte dalla società civile e che quindi lo schieramento da opporre a Berlusconi deve essere costruita coinvolgendo la società. Per questo occorre aprire subito la discussione sul programma, coinvolgendo tutte le forze politiche e sociali disponibili e occorre dirimere i contenziosi organizzando Primarie sul programma che devono essere accettate da tutti. Berlusconi è stato indebolito nel paese, non nel parlamento ed è nel paese che bisogna discutere cosa sostituire a Berlusconi.”

Paolo Ferrero, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

APPLAUSI

Un lungo, lunghissimo applauso della Direzione del Pd ha salutato la notizia dell’avvenuta nomina di Mario Draghi alla guida della Bce. C’è veramente di che riflettere quando accadono queste cose. «Non dimentichiamo che oggi in Europa arriva un volto dell’Italia, cosa alla quale non siamo abituati negli ultimi tempi» Ha detto Bersani. «Grandissima soddisfazione» è stata espressa da Enrico Letta. «Oggi è un grande giorno e l’Italia è più forte. Oggi si dimostra che con il ‘metodo Draghi’ l’Italia ha molto da dire all’Europa» ha continuato.
Mario Draghi ha contribuito in questi anni a costruire il profilo politico della BCE su ferree basi monetariste, ed ha sempre appoggiato la linea tedesca che di fatto ha finito per schiantare la Grecia e l’irlanda. Come molti politici europei si è fatto le ossa nella Goldman Sachs, (la banca che avrebbe contribuito a falsare i conti in Grecia) ed ha condotto il più grande processo di privatizzazione del nostro paese dopo la fine della prima repubblica, svendendo di fatto la nostra economia nazionale. Davvero uno si chiede: ma mi spiegate cari dirigenti del PD cosa cavolo applaudite? Draghi difende gli interessi delle banche mica quelli dei lavoratori. Vedremo alla prossima finanziaria di Tremonti, impacchettata dall’unione europea e dalla BCE, se gli applausi saranno gli stessi…

Piobbichi Francesco per controlacrisi.org

EVENTO

Evento_110627_v3_loc UNITI CONTRO LE MAFIE

Rivoluzione in Europa: Non pagare

di Giorgio Cremaschi (articolo pubblicato oggi, 22 giugno 2011, su “Liberazione”)
Perché i lavoratori, i cittadini, il popolo greco dovrebbero impiccarsi alla corda degli strozzini di tutta Europa? Perché la Grecia dovrebbe rinunciare a stato sociale, diritti, regole, sicurezza; vendere all’incanto i propri beni comuni, a partire proprio dall’acqua, per far quadrare i conti delle grandi banche europee e americane? Questa è la domanda di fondo che si pone oggi in quel paese e, a breve in tutta Europa. (…)
Si dice che i debiti devono essere sempre pagati, e così quello pubblico della Grecia. Tuttavia quando due anni e mezzo fa le principali banche occidentali rischiavano il fallimento, i governi stanziarono da 3.000 a 5.000 miliardi di euro, secondo le diverse stime, per salvare le banche private ed i loro profitti. Oggi si nega alla Grecia da un trentesimo a un cinquantesimo di quella cifra, se non vende tutto, comprese le sue belle isole come sostengono alcuni quotidiani economici tedeschi.
I banchieri e i grandi manager occidentali hanno visto, grazie al colossale intervento pubblico, aumentare del 36% in un anno i propri già lauti guadagni, mentre il reddito medio dei lavoratori greci è calato del 25%. Questa è la realtà su cui sproloquiano gli innamorati dell’Europa delle banche e del rigore. Quei falsi profeti che con l’euro sono riusciti nella magica operazione di svalutare tutte le retribuzioni dei lavoratori europei e di rivalutare tutti i profitti dei loro padroni.
Sì, certo, nelle buone intenzioni l’euro doveva servire ad unificare l’Europa. Nella pratica concreta dei patti di stabilità, di Maastricht, delle politiche liberiste dei governi – di tutti i governi di destra e di sinistra – ha però in realtà distrutto l’unità sociale e persino quella democratica del Continente. Oggi i governi eletti dai cittadini non decidono nulla sull’economia. Sono i tiranni di Francoforte e di Bruxelles che decretano quello che si deve o non si deve fare. Questo è a tal punto vero che il Belgio sta sperimentando l’assenza di un governo democratico da quasi due anni. Ormai quel paese è direttamente amministrato dai commessi, dai funzionari, dai manager dei poteri europei. Abbiamo già scritto che questa Europa fa schifo. Essa è in grado di fare la guerra in Libia, e su questo ha solo torto il Presidente della Repubblica a voler andare avanti, ma non di varare una politica sociale comune, né per i migranti né per i suoi più antichi cittadini. La più importante conquista civile e democratica dopo la sconfitta del fascismo, il patrimonio che l’Europa oggi potrebbe consegnare all’umanità – lo stato sociale, i diritti di cittadinanza, la partecipazione democratica – viene sacrificato sull’altare delle banche e della finanza.
Questa Europa va rovesciata. Non in nome delle piccole patrie razziste e xenofobe, delle ridicole padanie capaci solo di rivendicare targhette per i ministeri e spietatezza con i poveri, soprattutto se vengono da fuori. L’Italia ha cominciato a liberarsi di Berlusconi e di Bossi, ed è forse più avanti nel capire che non è il populismo razzista l’alternativa al potere liberista europeo, anzi, è semplicemente la faccia più sporca di quella stessa medaglia. L’Italia ha cominciato a liberarsi, ma questa liberazione sarà vera quando verrà rovesciato il potere degli usurai che in tutta Europa stanno imponendo il massacro sociale, con il ricatto del mercato selvaggio e della globalizzazione. Occorre una rivoluzione democratica e sociale dei popoli europei che rovesci l’Europa delle banche, della finanza, dei ricchi. Bisogna non pagare questo debito e far invece cadere, finalmente, i costi della crisi su chi l’ha provocata. Il piccolo popolo islandese ha già votato in un referendum il mandato ai propri governi di non pagare il debito per salvare la speculazione mondiale. Questo chiedono gli indignados spagnoli, così come i cittadini greci davanti al loro parlamento totalmente esautorato di ogni reale potere. Dalla Grecia, che ha inventato la parola democrazia, deve partire la riscossa democratica di tutti i popoli d’Europa.
Giorgio Cremaschi

 

EUROCAPPIO ? NO GRAZIE !

Siamo allo sprint finale di quello che abbiamo chiamato golpe monetario, il Parlamento europeo a breve approverà un pacchetto «sostanzialmente rafforzato» per la governance economica dell’Unione europea. La presidenza ungherese ha comunicato che l’Ecofin ha adottato le proposte che danno un ruolo maggiore al Parlamento e alla Commissione europea in tutte le tappe del processo di coordinamento delle politiche economiche e fiscali dei 27. Sul piatto c’è ancora incertezza su di un tema controverso, il grado di «automaticità» delle sanzioni per i governi che non rispettano i parametri dell’Euro Plus Pact, parametri che in qualche modo determineranno l’austerity in forma meccanica qualsiasi sia il colore del governo. Secondo la presidenza ungherese, il Consiglio dei ministri finanziari ha dato l’assenso a una proposta di compromesso che «espande» l’applicazione del meccanismo, una proposta che permetterebbe di bloccare le sanzioni proposte dalla Commissione solo con una maggioranza qualificata contraria, il che comunque sarebbe difficilissimo. Secondo altre voci non confermate il compromesso sul tavolo prevedrebbe che tale meccanismo entri in vigore solo al momento della revisione dell’intero pacchetto prevista fra tre anni, come dire, i conti li facciamo alla fine, ma comunque li faccimao. Nella bozza di accordo annunciata dalla presidenza ungherese sembrerebbero entrare, come se non bastassero ulteriori «sanzioni aggiuntive» per tutti gli Stati che violano la Procedura per i deficit eccessivi. Sul testo del compromesso domani sarà chiamata ad esprimersi la Commissione parlamentare per gli affari economico-finanziari (Econ). Mercoledì il dibattito passerà in aula nella plenaria del Parlamento a Bruxelles e giovedì il testo andrà in votazione. In caso di approvazione del compromesso annunciato oggi dalla presidenza ungherese, l’intero pacchetto potrebbe entrare rapidamente in vigore. E’ bene vedere come si comporteranno i nostri rappresentanti dell’opposizione su questa vicenda, se approveranno il pacchetto o si asterranno, si legheranno mani e piedi all’albero dell’austerity. Diventerebbe poi complicato dire a Tremonti che sbaglia la manovra… caro Bersani e caro Di Pietro, mercoledì state attenti a come votate in Europa, noi vi osserveremo attentamente.

controlacrisi.org

…e se fosse la volta buona ?

Non è ancora terminata l’entusiasmante cavalcata referendaria che, come in uno straordinario e gioioso effetto domino, ha travolto il governo delle destre italiane subito dopo la sconfitta nei ballottaggi nelle principali città italiane. Milano libera dalle giunte di centro-destra dopo vent’anni ed oggi l’Italia intera libera dall’incubo del nucleare e pronta a vigilare sul rispetto della proprietà pubblica dell’acqua e sull’impossibilità per i privati di fare profitti sui beni comuni. Perchè ci sarà da vigilare rispetto a chi cerca di salire sul carro del vincitore dopo aver privatizzato e liberalizzato il servizio idrico in alcune realtà locali nelle quali amministra la cosa pubblica. Ogni riferimento al PD di Bersani è voluto e cercato e per nulla casuale ed involontario.

In questa prospettiva i cittadini hanno voluto rimarcare finalmente il proprio protagonismo riappropriandosi del diritto a scegliere ed a fare politica con scelte operate in prima persona. Non ancora spenti questi entusiasmi e già si affaccia una nuova campagna che vede rilanciare proposte di referendum sulla legge elettorale. Purtroppo dai tempi di quella che chiamano con un termine quanto mai inopportuno e sbagliato prima repubblica quando si è messo mano alla legge elettorale lo si è fatto per tagliare margini e spazi di democrazia. Ricordiamo tutti l’inebriante e salvifica campagna che voleva abbattere il sistema elettorale proporzionale con i referendum voluti da Mario Segni. Il maggioritario prometteva governabilità, diminuzione del numero dei partiti e drastica riduzione del potere decisionale delle segreterie dei partiti a vantaggio di una tanto ventilata quanto falsa ed ingannevole democrazia diretta. Tutti gli obiettivi del sistema maggioritario vennero puntualmente disattesi.

Qualcuno ha provato nel recente passato a cancellare il residuo di quota proporzionale attraverso un referendum abrogativo, ma il tentativo fallì miseramente perchè, come in molti casi negli ultimi 15 anni, la consultazione non raggiunse il quorum. Infine solo per una mera convenienza personale il terzo governo Berlusconi ha elaborato il famigerato “porcellum” che ha dalla sua l’unico merito di essere una legge a base proporzionale, ma con tutta una serie di correttivi che hanno portato all’esclusione di forze politiche importanti del paese.

Questa legge introdusse nell’ordine:

– un premio di maggioranza per la coalizione vincente consegnando il governo del paese ad una minoranza

– una soglia di sbarramento differenziata per partiti presenti in coalizione e per partiti che facevano corsa solitaria

– le liste bloccate che sancivano l’impossibilità ad esprimere qualsiasi preferenza

– una indicazione sulla scheda elettorale del candidato a Presidente del Consiglio

Oggi un nuovo comitato referendario (http://www.referendumleggeelettorale.it/) prova ad affacciarsi alla ribalta proponendo alcuni quesiti con cui abolire quegli aspetti deleteri di una legge elettorale che in Parlamento non può essere modificata perchè sono troppe e troppo divergenti le proposte dei partiti. Sappiamo infatti che il PD, ma è solo un esempio, è ancora infatuato del sistema maggioritario/uninominale dove nei collegi i candidati sono scelti sulla base di accordi tra le segreterie dei partiti.

I quesiti referendari chiedono per l’appunto la cancellazione dei 4  punti più impresentabili del famigerato porcellum; dalle liste bloccate all’eliminazione del premio di maggioranza passando per la cancellazione delle diverse soglie di sbarramento lasciandone solo una al 4% ed annullando infine l’indicazione del candidato Presidente del Consiglio perchè l’Italia è una repubblica parlamentare e non presidenziale come alcuni vorrebbero.

E se questa volta fosse quella buona per votare un referendum di matrice elettorale che può introdurre qualcosa che più di tutti somiglia al sistema elettorale tedesco ? E se dopo tante proposte tese ad eliminare il sistema proporzionale o comunque a diminuire gli spazi di rappresentanza oggi provassimo a riprenderci uno spazio di democrazia per contare di più ?

Andrea

Solidarietà ai NO TAV

Esprimiamo solidarietà ad Albero Perino ed agli esponenti di Askatasuna che stamane hanno ricevuto la visita della Digos con annessa perquisizione delle proprie abitazioni.
Le ipotesi di reato addebitate, tendono a ridurre la ventennale lotta della Val di Susa contro l’inutile e dannosa “grande opera” che si chiama TAV a quattro ipotesi di reato, interruzione di pubblico servizio, istigazione a commettere reati, resistenza aggravata e violenza privata. Sarebbero sessantacinque gli avvisi di reato per i fatti della notte
del 23 Maggio a Chiomonte e per i vari presidi del 2010.
Considerando l’enorme partecipazione popolare che il movimento No Tav sta catalizzando in val di Susa e nel resto del paese, il successo oltre ogni aspettativa del presidio di Chiomonte, ci pare poco utile un iniziativa giudiziaria che cerca di identificare “responsabilità” di pochi , per scoraggiare molti.
La tradizionale forza pacifica e determinata dei No Tav, saprà dimostrare le proprie ragioni in ogni sede.
Nulla ha da temere chi agisce sempre alla luce del sole, con il pieno appoggio popolare, senza alcuno scopo se non quello di ricondurre nel sentiero della giustizia sociale una vicenda viziata da enormi interessi economici di pochi e di danno generale per tutto il paese.

Renato Patrito

Segretario Provinciale PRC

LA VITTORIA ? BENE !

  Il risultato dei referendum è chiaro. Non c’è bisogno di descriverlo. I quesiti erano chiari ed inequivocabili. Il Governo Berlusconi ha perso nettamente sul nucleare e sul legittimo impedimento. Ma sui due quesiti riguardanti l’acqua hanno perso tutti quelli che per quasi vent’anni hanno sostenuto e proposto la privatizzazione della gestione dell’acqua. Hanno cambiato opinione? Bene! Hanno deciso di votare si solo per non entrare in contraddizione con il loro elettorato e/o per sfruttare i referendum sull’acqua per mettere in difficoltà il governo in carica? Benino! Hanno, coma già fa Bersani, votato si ma ora dicono che è stata sventato l’obbligo a privatizzare e che gli enti locali possono, se lo vogliono, privatizzare? Male! Malissimo! Nelle prossime settimane, passata l’euforia, bisogna sapere che si giocherà una battaglia forsennata, anche se i talk show non ne parleranno o ne parleranno invitando i soliti voltagabbana e presunti esperti, perché in gioco ci sono cifre da capogiro dal punto di vista delle multinazionali che hanno già messo e vogliono mettere le mani sull’acqua. Spero che la battaglia si svolga nella chiarezza. E che i contenuti dei referendum sull’acqua non vengano sacrificati sull’altare della perniciosa e vomitevole dialettica bipolare. Perché molti, troppi, sono stati favorevoli alla privatizzazione, anche se oggi cantano vittoria. Spero, ma so che è una speranza pressoché infondata, che a chi ha vinto veramente, perché da sempre contrario alla privatizzazione dell’acqua, venga riconosciuto il lavoro svolto in tutti questi anni. E spero che la litania antiberlusconiana o, peggio ancora, quella della società civile contrapposta ai partiti, non cancelli i meriti di chi in tutti questi anni ha onorato il compito di lottare dentro e fuori le istituzioni, insistendo sulla necessità di salvaguardare i beni comuni dal mercato e dal profitto, raccogliendo le firme per i referendum. Parlo del mio partito.
Essendomene occupato allora mi è tornato alla mente il dibattito che si fece in parlamento sulla famosa Legge Galli. Nel 1993. Un secolo fa. Quando eravamo soli a sostenere la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua. Quasi soli. Perché oltre a Rifondazione solo il MSI votò contro, anche se per motivi diversi. Mentre Verdi e PDS furono favorevoli. La legge Galli è stata citata mille volte in queste ultime settimane. Ma nessun santone televisivo o giornalistuncolo si è preso la briga di rileggere quel dibattito. Anche solo per dare conto di chi fu favorevole e chi contrario alla privatizzazione. Così, giusto per amore di verità e per informare.
Lo faccio io. Rimettendo qui la mia dichiarazione di voto finale sulla legge Galli. Ed invitando chi lo volesse fare a rileggersi gli interventi di Edo Rochi a nome dei Verdi che ignorò totalmente la questione della privatizzazione. E quello di Valerio Calzolaio a nome del PDS (oggi SEL) di cui pubblico subito un piccolo passo. Eccolo: “Così, alla pubblicità delle risorse, delle priorità e dei criteri di utilizzo, può corrispondere anche la privatizzazione di questa o quella gestione. Noi non abbiamo timori: le gestioni pubbliche possono e debbono riconquistarsi sul campo la riconferma di un ruolo. Occorre garantire al cittadino, un servizio efficiente e a basso prezzo, non sostenere ad ogni costo che il servizio lo deve dare lo Stato.”

Lo stenografico delle dichiarazioni di voto finali lo si può leggere integralmente qui, dalla pagina 18588 in poi:
http://legislature.camera.it/_dati/leg11/lavori/Stenografici/Stenografico/34842.pdf#page=16&zoom=95,0,70

Questo il mio intervento a nome di Rifondazione Comunista.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l’onorevole Ramon
Mantovani. Ne ha facoltà.

RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, colleghe, colleghi, all’originaria proposta di legge dell’onorevole Galli, nel corso della discussione in Commissione, sono stati apportati
molti e notevoli miglioramenti.
È stato sventato il reiterato tentativo di mettere in discussione il comma 1 dell’articolo
1, nel quale si afferma la pubblicità di tutte le acque; sono state accolte le nostre
proposte circa il risparmio idrico; sono state introdotte norme che prevedono una certa
— solo una certa — unificazione della gestione dei sistemi idrici, una maggiore tutela
dall’inquinamento, uno stimolo alla depurazione delle acque con il vincolo dei fondi ai
quali affluiscono le tariffe per la depurazione e un maggiore, anche se assolutamente
insufficiente, equilibrio tariffario.
Tuttavia, noi voteremo contro il provvedimento perché, accanto ai principi generali che
noi stessi abbiamo sollecitato, difeso e voluto e che costituiscono un importante passo in avanti, soprattutto dal punto di vista culturale, c’è l’operazione che porta dritto alla tendenziale privatizzazione della gestione del sistema idrico.
Nei fatti si sancisce che il profitto, che al comma 2 dell’articolo 13 viene eufemisticamente definito adeguata «remunerazione del capitale investito», possa essere — anzi, è — il fine perseguito dai soggetti gestori. Si tenta comunque — e noi, in via subordinata, abbiamo a ciò contribuito — di imbrigliare la più che probabile logica intrinseca dei soggetti privati, che per loro natura non possono che considerare la difesa di una risorsa scarsa come l’acqua, la salvaguardia dell’ambiente, il soddisfacimento del bisogno di acqua potabile e la tutela della salute umana, come variabile dipendente rispetto ai conti economici dell’azienda e al profitto.
Ma è prevedibile che, come in tante altre occasioni, ad essere premiato sarà l’interesse
privato e non quello collettivo ed ambientale.
Basta leggere l’articolo 16 per rendersi conto di come un comune, un’amministrazione
comunale, venga messo sullo stesso piano di un soggetto gestore privato. Un comune, secondo l’articolo 16, non può realizzare un acquedotto od una fognatura senza aver prima stipulato una convenzione con il soggetto gestore, il che significa, pari pari, che un’azienda privata che gestisce può ostacolare le opere che dal punto di vista dei suoi conti economici consideri superflue, anche se sono utili sul piano sociale ed ambientale.
Come se non bastasse, all’articolo 13, che noi consideriamo deleterio, si stabilisce che
con la tariffa si devono coprire tutti gli investimenti, compresi quelli per la realizzazione delle opere. È come dire che non si paga più solo il servizio e che le infrastrutture non sono più realizzate con i soldi dello Stato, vale a dire con i fondi provenienti dalle tasse dei cittadini, ma che a questi ultimi spetta, oltre al pagamento delle innumerevoli tasse, anche l’onere di pagare, attraverso le tariffe, tutte le infrastrutture: acquedotti, fogne, depuratori, eccetera. Andando avanti di questo passo un altro novello De Lorenzo stabilirà che con i ticket bisognerà pagare le spese per la costruzione degli ospedali o qualcun altro proporrà che, oltre alle tasse scolastiche, gli studenti paghino per la costruzione delle scuole.
Ci si è resi conto, anche perché lo abbiamo ripetuto fino alla noia, che in questo modo si sarebbero create gravissime sperequazioni tra zona e zona del paese, con un’insopportabile penalizzazione delle aree più povere di acqua e di infrastrutture, come il meridione, o più inquinate, come, ad esempio, la Lombardia. Per questo sono state messe alcune pezze, come la tariffa di riferimento ed altro, ma non si è fatta la cosa più semplice: una tariffa unica per l’acqua in tutto il paese, una variabile interna alla tariffa entro limiti prefissati riguardante la gestione del servizio e, infine, gli investimenti
infrastrutturali a carico dello Stato e degli enti locali. Ma tutto questo, me ne rendo
conto, sarebbe stato semplicemente incompatibile con la filosofia liberista delle privatizzazioni.
Qualcuno potrebbe pensare che, per lo meno, tutto si semplifichi e diventi efficiente.
Non è così: permane una straordinaria frammentazione della gestione delle competenze.
Tralasciando, infatti, quelle dello Stato, permangono quelle delle regioni, degli enti locali, dei loro consorzi, dei soggetti gestori — pubblici o privati che siano —,
delle autorità di bacino, eccetera. Non a caso è stato necessario inventarsi un’ulteriore
autorità superiore con il relativo osservatorio, e lo si è fatto in modo tale da sollevare
le ire della Commissione lavoro, ire che noi abbiamo considerato del tutto giustificate.
E ancora: gli ambiti territoriali ottimali, pur se rivedibili ogni triennio, presentano
una scarsa flessibilità. Investimenti, decisioni, organizzazione di utenze delicate e complesse come quelle idriche non potranno essere rivoluzionati ogni tre anni; seguiranno
criteri derivati dalla situazione esistente e finiranno, come abbiamo già detto, anche
per un motivo organizzativo, per soggiacere rispetto ai fattori economici, finanziari, industriali ed agricoli e non rispetto ai tanto proclamati, quanto traditi, obiettivi di salvaguardia dell’ambiente e delle risorse idriche.
Nella stesura di questa proposta di legge si sono fatte sentire in forze le lobbies degli
agricoltori e degli industriali, abituati da sempre a considerare l’acqua come una
risorsa ed una materia prima a costo zero.
Ed ecco gli articoli del provvedimento sui canoni per gli usi agricoli ed industriali,
contro i quali hanno votato quelle forze che sono libere da pressioni e che in qualche
modo, anche se a volte illusoriamente, hanno a cuore l’ambiente.
Troviamo francamente incomprensibile e sbagliato che non si sia accettata la nostra
proposta — per quanto attiene specificatamente ai tassi di inquinamento — di introdurre
una novità importantissima: vale a dire, la misurazione e la regolazione non solo assoluta, ma anche nell’unità di tempo, delle sostanze inquinanti che vengono introdotte
nell’ambiente e nell’acqua.
Per concludere, come si sarà capito dai nostri voti sugli articoli, consideriamo questa
legge alquanto contraddittoria. Da una parte vi è un’ottima impostazione delle questioni
di principio, a cominciare dalla pubblicità delle acque, ma dall’altra un’incoerente,
e per alcuni versi contraria, impostazione del sistema della gestione delle risorse idriche. Ma giacché sappiamo molto bene che la salvaguardia delle acque si fa
con il governo del territorio e con la gestione delle risorse e non con le proclamazioni retoriche e di principio, non ci resta che votare contro. E, credetemi, lo facciamo veramente a malincuore.

(Applusi dei deputati del gruppo di rifondazione comunista)

Da Controlacrisi.org (15/06/2011)


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