Archivio per 24 Mag 2011

Giovani e azzerati

Intervista da IL MANIFESTO  a Ferrarotti: “I nostri giovani azzerati,produciamo richezza come cadaveri”
di FRANCESCO PATERNÒ – IL MANIFESTO del 24 MAGGIO 2011
800 mila le donne licenziate o messe in condizione di doversi dimettere a causa di una gravidanza. Si tratta dell’8,7% delle madri che lavorano o che hanno lavorato in passato. Il sociologo Franco Ferrarotti: «Fino a quando reggeranno le fa. «Il paese è affetto da una crisi di orientamento. E basta col tabù del lavoro intellettuale-manuale»

Il sociologo Franco Ferrarotti ha anticipato la fotografia Istat della situazione del nostro paese – e dei suoi giovani in particolare – nel suo ultimo recente libro, dal titolo fin troppo eloquente: «La strage degli innocenti».

Professore, che cosa lo ha più ha colpito dell’ultimo rapporto Istat sull’Italia?

Quello che tutti sanno: che l’Italia è ferma, che non si produce ricchezza o se ne produce pochissima, più o meno quella fisiologica che producono anche i cadaveri. Siamo in una posizione grave, perché non producendo ricchezza non si amplia il ciclo economico e non ci sono nuovi posti di lavoro. E dunque cosa succede in un simile momento che prevedo per altro molto lungo, forse un lustro o due? Chi ha il posto se lo tiene, e giustamente dal loro punto di vista i sindacati proteggono questa fascia sociale. Però qui c’è un’intera generazione che cerca di entrare nel mercato del lavoro e non ce la fa. Tra i 18 e 25 la disoccupazione è del 30%, più di tre volte del dato nazionale. Stiamo per diventare l’unico paese tra quelli tecnicamente progrediti che sta azzerando una generazione di giovani da cui dipende il suo futuro.

Cosa ci tiene ancora in piedi?

Mi chiedo: come mai non si ribellano i giovani, quantomeno come stanno facendo in Spagna? Perché in Italia c’è un ammortizzatore segreto che si chiama famiglia allargata, fatta di zii e nonni oltre che di genitori. Ma è una situazione che sta in piedi fino a quando i risparmi familiari reggeranno. L’1% della popolazione possiede il 5% della ricchezza, la maggioranza della popolazione è sempre più povera. I dati ci dicono che c’è una proletarizzazione del ceto medio, ceto che pur di non confondersi con l’inferno dell’egualitarismo socialista, continua a votare il centrodestra, un segno di analfabetismo politico che fa paura. Non ci sono nuovi investimenti, chi ha ricchezza la porta all’estero, le rendite finanziarie sono le meno tassate del mondo e nemmeno c’è obbligo di dichiararle. Insomma, tra i paesi sviluppati l’Italia è l’unico dove si può essere nullatententi ad altissimo reddito.

E domani?

Molti giovani cercano un posto a tempo indeterminato e trovano solo call center con contratti di tre mesi. Non si può vivere così. Ormai, di questi tre milioni di giovani disoccupati, più di un milione ha rinunciato a cercar lavoro. Io credo che ci sia un problema molto serio, non solo di coesione sociale immediata, ma anche di formazione del cittadino. Siamo in presenza di un governo che non governa, che mira a durare e non a dirigere. Sono d’accordo sull’importanza di tenere in ordine i conti pubblici, ma non si possono tenere a posto i conti di un povero cadavere, cioè di una intera popolazione. Abbiamo pure gli stipendi più bassi d’Europa. Pensi che l’altro giorno negli Stati Uniti il presidente Obama ha concesso una franchigia a 4 milioni di dollari per le eredità venture, cioè soldi non tassabili in modo che li diano ai figli. Significa che bisogna trovare un compromesso positivo fra la difesa dei conti pubblici, ma anche operare degli investimenti per dare speranze e lavoro ai giovani. Il paese è affetto da una crisi di orientamento.

Lei ha insegnato per più di cinquant’anni: oggi consiglierebbe ai suoi studenti di andare all’estero?

I miei sempre cari giovani devono in primo luogo capire che non ci sono più studenti italiani, greci, tedeschi. Siamo cittadini europei, bisogna sapere le lingue europee e capire che la vecchia frattura tipicamente italiana tra lavoro intellettuale e lavoro manuale non ha più senso. Ogni attività lavorativa è degna, il lavoro non è merce, qui invece siamo in qualche modo condizionati dalla qualità del lavoro. Bisogna far cadere questi tabù. E capire che casa e bottega non è più possibile, che bisogna andare là dove c’è lavoro. Essere nello stesso tempo abitanti del villaggio e cittadini del mondo.

L’Istat segnala un peggioramento della «qualità dell’occupazione». Come legge questo dato?

Oggi, evidentemente, il laureato non solo del Mezzogiorno è il morto in casa, aspetta di trovare chissà che lavoro. Mentre in realtà, grazie alla immigrazione del sommerso, l’economia italiana ha ancora un certo grado di mobilità di cui ha estremo bisogno. Esempi? Fonderie nel nord est, verniciature delle scocche di automobili al Lingotto, pomodori in Puglia, olive in Calabria. Chi li fa questi lavori? Conosco bene gli Stati Uniti: lì in estate i ragazzi di qualunque famiglia si guadagnano da mangiare facendo i lavori più strani. Come accadeva una volta, si riconosce dignità anche al lavoro qualunque. Questo nella struttura italiana non ha fatto breccia: mi chiedo se non ci sia anche una responsabilità sindacale. Certamente c’è una responsabilità culturale: vale a dire la mitizzazione della laurea, del pezzo di carta. Credo che in Italia si stia tornando a queste vecchie stratificazioni che non hanno più senso.


Rifondazione c’è!

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