Intervista a Massimo Rossi (Portavoce FdS)

Cara Sinistra, soltanto la partecipazione diretta

ti salverà  dal politicismo  !!

Sezione | Interviste
Intervista a Massimo Rossi (da controlacrisi.org 28/03/2011).

di Stefano Galieni

Massimo Rossi, un passato nella nuova sinistra, poi fra i fondatori del Prc e da venerdì portavoce nazionale della Federazione era ieri in piazza, con i movimenti per la difesa dell’acqua come bene comune e per ribadire il suo no al nucleare e alla guerra. Ha assunto questo ruolo in un momento difficile e impegnativo tanto per la Fds quanto per il contesto politico e sociale.

«C’è la necessità di far partire davvero la Federazione. Quando è nata è stata, secondo me il giusto tentativo di mettere insieme forze politiche e movimenti che non si ritrovano nel pensiero unico dominante. Sapevamo che sarebbe stato inevitabile un processo in cui gruppi dirigenti e base avrebbero avuto un ruolo diverso. Ora, e in tal senso intendo il mio incarico, si tratta di riuscire ad allargarsi alle tante soggettività collettive e individuali sapendo che si sta costruendo un lavoro in comune e non un partito. Lo possiamo fare prendendo di petto la crisi della forma partito e della rappresentanza per cercare soluzioni creative e non distruttive, partendo da quello che c’è ma sapendo che c’è una società in fermento da intercettare».

Si parte dalla piazza sapendo che ti aspetta una agenda politica molto impegnativa

Venerdì sera ho ricevuto migliaia di complimenti e di incoraggiamenti, ma la risposta che davo era comune. Si tratta di un lavoro collettivo che inizia da subito. Quindi tutti in piazza con la testa o almeno con il cuore per le legittime e condivise rivendicazioni di questi movimenti di cui facciamo parte, mi sembra un buon modo per inaugurare questa impresa. Mi piacerebbe anche partendo da questo riuscire a portare una ventata di novità e dimostrare, con l’aiuto di tutte e di tutti che si possono fare grandi passi.

Ti sei presentato come un “sindaco di movimento”

Di fatto sembra si sia dimostrato, che è possibile ed efficace anche in termine di qualità dei risultati e rispondendo alle attese, amministrare stando dentro ai conflitti e non soffocandoli o tentando di anticiparli. Solo la partecipazione diretta delle persone produce secondo me cambiamento, ci può togliere di dosso le tossine di un modello culturale oltre che politico ed economico. Credo sia un metodo da perseguire anche internamente. I soggetti politici devono superare la modalità dello scontro, la logica di maggioranza e minoranza, la costruzione di fragili equilibri. Bada bene, questo per la mia esperienza è un problema che attraversa tanto i partiti quanto alcuni percorsi nei movimenti. Il movimento per l’acqua ci ha dato una grande prova di capacità do risultare efficace lavorando non sulla base di rapporti di forza ma sull’unità nella priorità dei contenuti. Credo che questo sia fondamentale, anche sapendo che crea discriminanti positive, solchi salutari, opzioni politiche. A mio avviso la guerra, e i piani di Marchionne sono due elementi imprescindibili a cui opporsi, soprattutto in questa crisi dove non ci si può limitare alla difesa. Dobbiamo delineare collettivamente una alternativa e praticarla a dove è possibile per indicare un altra ipotesi di futuro, rivendicando autonomia dal centro sinistra. Basta guardare le realtà locali, spesso le amministrazioni governate da queste coalizioni fanno scelte diverse da quelle che spetterebbero alla sinistra. Non si tratta secondo me di non cercare convergenze, la difesa della costituzione e della democrazia sono fondamentali, ma di difendere la costituzione reale, quella messa sotto attacco da Marchionne contro i lavoratori, quella violata dall’ennesima guerra. Non possiamo limitarci a difendere lo status quo ma lavorare avendo in mente che il problema non è solo Berlusconi ma la mortificazione dei principi fondanti della democrazia e della nostra costituzione. Per questo è importante essere in piazza il 2 aprile contro la guerra, il 6 maggio nello sciopero generale della Cgil e in tutte le vertenze locali e nazionali che abbiano queste caratteristiche.

Nelle ultime elezioni regionali solo nelle Marche si è realizzata una alleanza con Sel. Come è stato possibile?

L’importante è partire da ciò che si pratica. Nei territori diventa più facile valorizzare ciò che c’è nel sociale superando le resistenze e i tatticismi delle segreterie politiche. Noi abbiamo costruito alleanze in campo aperto. Abbiamo nelle Marche riunito non solo le forze politiche ma i comitati ambientalisti, i collettivi studenteschi, i singoli cittadini, creando un contesto da cui era impossibile sfilarsi. Avrebbe significato non condividere le ragioni per cui si faceva politica. Si è rivelato un modo per costruire una unità “per” invece che una unità “di”. Ci hanno favorito le tante persone che avevamo davanti e che ci chiedevano di costruire partecipando.

Questo è un paese in forte fermento ma c’è sfiducia nella politica e spesso prevale un senso di irrappresentabilità.

Hanno buone ragioni a dire che la politica è lontana, ci abbiamo messo tutti del nostro per far maturare questa sfiducia. Dobbiamo però tentare di superarla e non di eluderla, in maniera innovativa. La società deve cambiare dal basso ma se non ci si proietta su dinamiche più globali si rischia la sterilità. Occorre pazienza, capacità di ascolto, voglia di riconoscere nella sfiducia gli elementi costruttivi ma anche quelli distruttivi. Anche le assemblee spesso diventano però spazi di leaderismo e su questo bisogna agire anche perché visto che il tema della rappresentanza è serio, non è possibile che si finisca con affidarci a soggetti conformi al modello di sviluppo imperante e meno alternativi di ciò che sembrano. Conto molto sui tanti lavoratori e sulle loro vertenze, sui gruppi di acquisto solidali, sull’agricoltura delle filiere corte, sul mondo variegato di chi si da da fare. Se ci chiudiamo al nostro interno rischiamo di fare una battaglia navale in un bicchiere d’acqua.

Cosa vuoi dire a chi non ha partecipato alla tua elezione?

Si tratta di dinamiche dovute a problemi interni o di tipo organizzativo, per utilizzare una metafora letteraria, “di configurazione della nave”. Secondo me il problema di costruire bene la nave si pone figuriamoci, e dobbiamo lavorarci tutti ma dobbiamo pensare di più all’oceano da attraversare, provare la “nostalgia” dell’oceano.

C’è chi nella Federazione critica molto il suo carattere monosessuato.

Vorrei evitare di dire cose scontate ma so che su questo versante scontiamo un grave ritardo. Dobbiamo recuperarlo insieme valorizzando e costruendo le soluzioni, praticando le regole senza deroghe o promuovendo principi ancora più stringenti Non amo la politica degli annunci, voglio contribuire anche su questo versante a praticare cambiamento anche nei territori. Dai movimenti femministi dobbiamo imparare come si superano le logiche di dominio che hanno inquinato e inquinano le organizzazioni politiche. Lo ritengo un contributo fondamentale sia per ragioni di giustizia, sia perché fra le compagne trovo più facilmente un approccio diverso e più avvezzo alla condivisione e alla partecipazione che sono i cardini del mio fare politica.

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