Archivio per febbraio 2011



Gelmini bocciata !!

 

La Corte costituzionale dichiara illegittima la legge salva-precari del 2009 che obbligava l’inserimento in coda dei prof in arrivo da altre province. Il ministero: “Ora decreto nel Milleproroghe per congelare tutto”

ROMA – Le graduatorie “sono da rifare, la Consulta ci ha dato ragione”. Così il sindacato Anief (Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione) comunica alla Dire l’esito del ricorso (coinvolti 15 mila precari) contro la legge cosiddetta salva-precari del 2009. Il sindacato si è opposto da subito all’inserimento in coda nelle graduatorie di tre province oltre a quella di appartenenza del lavoratore decisa dal ministro. “I precari andavano inseriti a pettine, in base al merito e al loro punteggio. La Corte costituzionale ci ha dato ragione- spiega il presidente Marcello Pacifico- il ministro ha sbagliato, chiediamo le sue dimissioni”.

La legge fu approvata dal Parlamento su iniziativa del governo e del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini: un docente che chiedeva l’inserimento nella graduatoria di un’altra provincia doveva essere inserito in coda ad essa, a prescindere dal merito e dai titoli, con l’evidente danno per i prof del Sud pronti a trasferirsi al Nord.

La sentenza della Corte di cui parla l’Anief è la 41 del 9 febbraio 2011 e “dichiara la illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 4-ter, del decreto legge 25 settembre 2009, n. 134 (Disposizioni urgenti per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo per l’anno 2009-2010), aggiunto dalla legge di conversione 24 novembre 2009, n. 167”. A sollevare il dubbio di costituzionalità del salva-precari è stato il Tar Lazio. La Consulta si è pronunciata, dichiarando appunto illegittima la norma contenuta nel provvedimento che prevede l’inserimento in coda dei precari che, invece, vanno inseriti a pettine secondo i giudici. L’aggiornamento delle graduatorie, infatti, serve di solito ai docenti per far valere gli eventuali titoli precedentemente non valutati, ovvero quelli conseguiti successivamente all’ultimo aggiornamento, in modo da migliorare la loro posizione. Ora, però, si apre la questione della validità delle nomine conferite in base alle graduatorie fatte secondo criteri censurati dai giudici.

“POSSIBILI 15 MILA RICORSI” – “Ora- sottolinea Pacifico- più di 15.000 ricorrenti iscritti al nostro sindacato possono reclamare il ruolo. La norma salva-precari cade sotto la scure dei giudici costituzionali”.

IL MINISTERO: “DECRETO NEL MILLEPROROGHE PER CONGELARE IL MECCANISMO” – “Sarà inevitabile rifare le graduatorie e stiamo preparando un emendamento da inserire nel milleproporoghe che, rifatte le graduatorie, congeli il meccanismo”. A parlare così a Radio 24 è il capo dipartimento del ministero della Pubblica Istruzione, Giovanni Biondi, dopo la bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge salva-precari. “Rispettiamo la sentenza- prosegue Biondi-, ma quello che non è stato valutato approfonditamente nella sentenza è che queste sono graduatorie ad esaurimento, quindi il principio del merito, che viene invocato nella sentenza, vale per graduatorie dinamiche in cui un insegnante può poter aggiornare i suoi titoli continuamente. Pensiamo che le graduatorie chiuse invece, che contiamo di esaurire con la progressiva entrata in ruolo degli insegnanti, non dovesse essere sottoposto a questo principio”.

Fonte: http://www.dire.it (Controlacrisi.org 09/02/2011)

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FACINOROSI AD ARCORE

Facinorosi, è stato detto. Parola che sa un po’ di anni 50 anche se viene ripescata spesso. Ma suona ancora più stonata con quanto visto nella giornata di protesta ad Arcore. In piazza Vincenzo Vela durante il pomeriggio sono arrivati almeno cinquemila manifestanti. Indignati, ma anche ironici, goliardici perfino. Dai tanti “dimettiti” a una bambola gonfiabile che chiedeva: “Già che ci sei metti anche me in Parlamento”. Uomini con parrucche colorate e grandi tette finte. Operai in lotta per l’occuapzione come quelli della Yahama di Gerno. E tanti, tantissimi, arrivavano e si spostavano dalla piazza nella adiacente via San Martino, verso la villa appunto. Fino al blocco di polizia e carabinieri. Chiedevano di poter manifestare proprio davanti alla casa di Berlusconi. “Mafiosi e puttane possono entrare e noi no?” chiedevano. Un gruppo di donne proponeva ai poliziotti: “noi ve li diamo i documenti, mica come le prostitute che entrano senza controlli”. Tanti stavano lì un po’ e se andavano in piazza, magari per tornare dopo. C’erano centri sociali, come quelli del Cantiere, ma anche le “agende rosse” e le sciarpe Viola. Persino uno vestito da Obelix, appaluditissimo. Ed è questo l’elemento nuovo e importante delle manifestazioni di questi giorni: in piazza arrivano persone singole e di diverse appartenze politiche, oltre la sigla o le sigle che hanno indetto la manifestazione. Il funzionario digos che cercava un interlocutore, sempre nella traversa di via San Martino, si è trovato davanti un giovane di Lecco che gli ha snocciolato le rivendicazioni: “siamo arrabbiati, stiamo male, ti rendi conto che siamo stufi?” Ma quelli che proprio non se ne volevano andare, neanche dopo i diversi episodi di spintoni e manganellate, e neanche dopo la prima carica seria, erano alcune decine di ragazzi e ragazze dei paesi della zona.Che poi , quando era già buio, hanno pure bloccato il traffico della strada statale che attraversa Arcore, vicino alla stazione. Lì c’è stata l’ultima carica, i due arresti e le identificazioni di altri manifestanti.

nota inviataci da Letizia Mosca(Da RP a Controlacrisi.org 07-02-2011)

20 ANNI

Vent’anni fa: Rifondazione Comunista

di Paolo Ferrero

Vent’anni fa, domenica 3 febbraio 1991, una novantina di delegati abbandonarono la sala del XX congresso del PCI, che si teneva a Rimini, per non partecipare allo scioglimento del PCI e alla nascita PDS.

Immediatamente convocarono una Conferenza Stampa in cui Sergio Garavini, Armando Cossutta, Lucio Libertini, Ersilia Salvato e Rino Serri annunciarono la decisione di dar vita ad una formazione comunista.

I cinque, insieme a Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi, si recarono quindi dal notaio per registrare il simbolo del PCI, segnalando anche sul piano legale la volontà di proseguire l’impegno politico in quanto comunisti e comuniste.

Una settimana dopo, al teatro Brancaccio di Roma, migliaia di compagni e compagne parteciparono alla prima assemblea di massa di quello che divenne il Movimento per la Rifondazione Comunista. Al Brancaccio venne esposta una enorme bandiera rossa, realizzata cucendo insieme centinaia e centinaia di bandiere e costruendo così, da basso, la più grande bandiera rossa mai realizzata.

Credo che oggi a quegli uomini e quelle donne che hanno dato vita a rifondazione comunista debba andare il nostro ringraziamento. Innanzitutto per il coraggio di andare controcorrente in una fase in cui dopo la caduta del muro di Berlino il capitalismo sembrava aver vinto la partita definitiva. Erano gli anni in cui Fukujama proclamava la “fine della storia” e in cui il capitalismo veniva presentato, prima ancora che invincibile, come un dato naturale. Se l’anticapitalismo non è stato soffocato in Italia è stato anche grazie a quella scelta.

Penso che il nostro ringraziamento vada espresso anche per il nome scelto: rifondazione comunista. Tanti erano i nomi possibili e forti erano le spinte a caratterizzare una nuova formazione comunista semplicemente come la prosecuzione dell’esperienza precedente. Nella scelta del nome rifondazione comunista, vi fu invece una precisa scelta politica che riteniamo valida ancor oggi. Comunista, perché siamo comunisti e comuniste che si battono per una società di liberi e di eguali che si può realizzare solo superando il capitalismo. Rifondazione perché consapevoli che nella sua storia il movimento comunista ha fatto molti errori ed in particolare che le esperienze del socialismo reale sono fallite, dando vita a regimi che contraddicevano radicalmente gli ideali comunisti. Non quindi semplicemente la ricostruzione di un partito comunista ma Rifondazione Comunista nella consapevolezza che i due termini si qualificano a vicenda, nella consapevolezza che solo una rifondazione teorica e pratica del comunismo avrebbe potuto porsi efficacemente l’obiettivo di superare “sul serio” il capitalismo. In questo senso rifondazione comunista non ha dato vita solo ad un partito ma ha esplicitato una indicazione generale, chiara sulla necessità della rifondazione del comunismo.

Accanto ai primi soci fondatori molti e molte altre si aggiunsero nei mesi successivi e Rifondazione divenne un crogiuolo in cui diversi spezzoni ed esperienze politiche della sinistra di classe e comunista confluirono. La costruzione del Movimento prima e del Partito poi, fu una grande esperienze di dialogo e riconoscimento che riguardò in primo luogo decine e decine di migliaia di militanti che provenendo da storie diverse impararono a dialogare, a confrontarsi, a cercare collettivamente nuove strade.

Questo elemento della partecipazione dal basso è un elemento caratterizzante non solo la nascita ma tutta l’esperienza di rifondazione. Nel bene e nel male rifondazione non è stato solo un fenomeno politico ma è stata una esperienza di popolo, uno spazio pubblico si direbbe oggi. Lo voglio ricordare perché la storia di rifondazione rappresenta l’esemplificazione di uno degli slogan che il movimento si dette sin dall’inizio: liberamente comunisti. Credo che in nessun partito italiano gli iscritti, la cosiddetta base, abbia contato quanto ha contato in rifondazione. In tutti i momenti di scelta e di scontro – e non sono stati pochi – alla fine ha sempre prevalso l’orientamento dei compagni e delle compagne iscritte anche sulle prese di posizione dei massimi dirigenti. Se vogliamo ricercare una conferma che il termine rifondazione è stato preso sul serio possiamo trovare proprio qui la conferma, nel non identificare il partito con i suoi gruppi dirigenti e nel mettere al centro della vita del partito la partecipazione.

Oggi, a distanza di vent’anni, vedendo com’è finto il PDS e poi DS e poi PD, si può apprezzare fino in fondo la giustezza della scelta dei fondatori di rifondazione. La ragione di esistenza di rifondazione comunista non sta però solo nel fallimento delle esperienze politiche nate dallo scioglimento del PCI o nel nostro essere soggettivamente comunisti e comuniste. La ragione di fondo della nostra esistenza la troviamo al di fuori di noi e precisamente nella crisi capitalistica che è li a ricordarci come il capitalismo non sia il migliore dei mondi possibili. Il fondamento ultimo della nostra esistenza come Partito della Rifondazione Comunista sta proprio li, nell’incapacità strutturale del capitalismo a dare una risposta ai bisogni dell’umanità e alla coniugazione del vivere civile con la limitatezza delle risorse del pianeta su cui viviamo. La drammatica alternativa tra socialismo e barbarie che si ripresenta oggi, ci dice di come l’esigenza del superamento del capitalismo sia più urgente che mai. Per questo noi, uomini e donne liberamente comunisti, vogliamo proseguire quel cammino della rifondazione comunista.

I mille volti e risvolti del berlusconismo

E’ certamente innegabile che Berlusconi ed il suo governo stiano in questi giorni attraversando una fase travagliata e non godano di ottima salute. Come diversi sondaggisti ci spiegano non siamo comunque alla fine del periodo che dal 1994 ad oggi, con diverse sfaccettature possiamo definire berlusconismo. Una categoria, si badi bene, che non avrà necessariamente termine alla fine dell’ultimo esecutivo presideuto da Silvio Berlusconi. Inoltre, una definitiva uscita di scena dalla politica italiana di un ingombrante personaggio quale è l’attuale presidente del Consiglio non sembra possa avvenire in modo così pacifico e tranquillo. Quanto meno è decisamente poco mansueto l’atteggiamento del primo ministro che appare sempre più come un despota autoritario in perfetto stile sudamericano avvinghiato al potere e lontano anni luce dalle necessità e dai bisogni del paese reale.

Ad oggi, più che per mozioni di sfiducia dei vecchi e nuovi oppositori o situazioni che hanno molto a che vedere più con il codice penale che con l’amministrazione responsabile di un paese non sembrano emergere motivazioni che portino alla caduta immediata del quarto governo Berlusconi. La crisi è però sempre dietro l’angolo e probabilmente sarà la Lega Nord a cogliere l’occasione di fare lo sgambetto finale al governo per i noti problemi che l’approvazione del federalismo sta attraversando. Sarebbe poi utile analizzare quali danni subiremmo, anche a Senago, dall’approvazione di una riforma federale come quella voluta dalla maggioranza. Quanto meno registreremmo ovunque un netto aumento della pressione fiscale.

Ma ammettendo anche l’imminente tramonto di Berlusconi cosa rimane del berlusconismo ? Rimane la leva autoritaria di chi governa un paese con la logica di un consiglio di amministrazione e che non consente che le decisioni possano essere messe anche minimamente in discussione. Rimane Marchionne che è l’altra faccia della medaglia del berlusconismo padronale che abbatte ogni regola nel mondo del lavoro. Rimane la Confindustria che sembra rammaricarsi di una fuoriuscita di Fiat da Federmeccanica, ma poi coglie la palla al balzo, dopo Pomigliano e Mirafiori, per ritenere l’accordo, o meglio il ricatto imposto ai lavoratori, un modello esportabile da usare in tutte le future trattative. C’è in gioco, e non solo alla FIAT, la fine del contratto nazionale. Rimane un modello di contratto di lavoro in cui lo sciopero è proibito, la rappresentanza sindacale concessa solo a chi si sottomette e gli orari di lavoro assolutamente una esclusiva decisione del potere padronale.

Fortunatamente resta la FIOM e la resistenza di quei lavoratori che hanno bocciato il ricatto che alla fine passa soltanto per i voti di chi non vedrà, almeno in prima persona, stravolti i propri ritmi di vita. Questa vicenda, diretta emanazione di un modo di governare autoritario e assolutamente lontano dal dialogo ci lascia anche il fronte di una opposizione sempre più debole. Un Partito Democratico in totale crisi di identità che balbetta qualche piccola rimostranza, ma poi si allinea al voto positivo sia per Pomigliano che per Mirafiori. Un Partito Democratico che, dopo le primarie di Napoli, non può certo ergersi a modello alternativo.

Rimane anche la speranza che sta negli occhi di chi aspetta i risultati al di fuori dei cancelli FIAT e di chi crede ancora che la Repubblica Italiana è e rimane fondata sul lavoro e non sulle logiche del mercato. Rimangono coloro i quali difenderanno la Costituzione da strappi e stravolgimenti in ogni sua parte.  I comunisti sono e saranno sempre con queste lotte e queste speranze.


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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