Cuore Italiano

 

di Dino Greco
E’ passato sotto traccia e senza suscitare eccessivo scalpore l’incontro di sabato scorso fra i vertici della Fiat, il governo e i rappresentanti della regione Piemonte, della provincia e del comune di Torino. L’incontro, ricorderete, era stato convocato dal presidente del Consiglio, resuscitato da un letargico sonno, dopo le dichiarazioni con cui Sergio Marchionne aveva rivelato quanto ogni osservatore non addomesticato alla propaganda padronale aveva capito da tempo, e cioè che il baricentro strategico della Fiat non sarebbe stato più in Italia, a Torino, bensì negli Stati Uniti, a Detroit. Il tardivo confronto sollecitato dal governo italiano avrebbe dovuto dissipare le nubi sempre più minacciose che si addensano sul futuro della produzione automobilistica in Italia, ottenendo indicazioni finalmente chiare sugli investimenti e sul piano industriale, lo strombazzato progetto denominato “Fabbrica Italia”, che dovrebbe razionalizzare e consolidare la presenza della Fiat nel nostro Paese, portando la produzione ad 1 milione e 400 mila vetture l’anno. Ebbene, da quel confronto non è sortito alcun impegno che autorizzi neppure il più prudente ottimismo. Come è noto, Termini Imerese, nei progetti della casa torinese e ancor più nei fatti, non esiste più, mentre dei 20 miliardi che l’azienda ha dichiarato di voler impiegare nel rinnovamento impiantistico e nel lancio di nuovi modelli non è dato sapere alcunché. Non una sola indicazione, capace di conferire sostanza e credibilità a quel progetto, è trapelata dal Presidente e dall’Amministratore delegato della Fiat. I quali, semplicemente, continueranno a fare ciò che a loro pare, sicuri di non trovare nel governo italiano alcuna interferenza disturbante. E’ tuttavia Paolo Romani, prestanome di nessuno, alla guida (?) del Ministero per lo Sviluppo economico, a commentare entusiasticamente il “chiarimento” intervenuto, proclamando che «la Fiat è una grande multinazionale che si sta espandendo nel mondo, ma che rimane con un cuore italiano». Un cuore italiano: una battuta che sembra una cartolina, un aforisma da Baci Perugina, uno spot pubblicitario come quello interpretato, per una nota azienda di pelati, dal bravo e simpatico Gerard Depardieu.
Sergio Marchionne e John Elkann non hanno concesso nulla ai loro pavidi interlocutori. Anzi: hanno ribadito quello che in questi mesi è stato da loro imposto attraverso i dicktat di Pomigliano prima e Mirafiori poi, destinati ad essere in seguito applicati in tutti gli stabilimenti del gruppo, da Melfi a Cassino, e a fare scuola anche oltre i confini dell’auto e del settore metalmeccanico.
La contrattazione collettiva è per costoro un retaggio da archeologia industriale. Da rottamare. Le condizioni di lavoro non devono essere frutto di procedure pattizie, fra attori sociali distinti, bensì atti unilaterali che l’azienda, di volta in volta, impone ai lavoratori a propria discrezione. Il corrispettivo della prestazione di lavoro, le modalità nelle quali essa si svolge non possono essere negoziabili perché, nel nuovo modello di relazioni sindacali, esse sono funzioni della competitività. Per altro non c’è posto. E Maurizio Sacconi, ministro del lavoro sporco, lo dice con parole che non ammettono repliche: le sole «relazioni industriali costruttive» sono per lui quelle che assicurano alla Fiat (e, per induzione, a tutte le aziende) «la piena governabilità degli stabilimenti». La modernità è quella che ricaccia la Costituzione fuori dei luoghi del lavoro, dove essa fece irruzione con le lotte degli anni Sessanta e Settanta; la modernità è quella che si libera di pastoie legislative come lo Statuto dei Lavoratori; quella, infine, che rimuove «la libertà, la sicurezza, la dignità dei cittadini» dal posto sovraordinato che la Carta riserva ad esse, subordinando al rispetto di questi fondamentali diritti sociali l’esercizio della libertà di impresa.
Sulle pareti degli opifici del ventennio fascista si potevano leggere scritte ammonitrici come «Qui si lavora, non si fa politica». E’ a questo modello, neppure troppo mimetizzato, che si ispirano – perfettamente coese – la borghesia industriale e il personale politico che per conto di essa governa il Paese. Di questa materiale sostanza sono fatti i rapporti sociali che nutrono un pensiero politico ancora largamente maggioritario nel parlamento, tanto nel governo quanto, in termini appena dissimulati, in buona parte dell’opposizione. Un pensiero, tuttavia, forse non più così egemone e incontrastato nel Paese, dove sono avvertibili segni incoraggianti di risveglio che vanno coltivati con cura, per evitare che la politica continui a occuparsi di tutto meno che dei rapporti di classe, fingendo che questi siano già dati e scolpiti nelle leggi di natura.
(Da Liberazione 15/02/2011)
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