Archivio per 1 febbraio 2011

I mille volti e risvolti del berlusconismo

E’ certamente innegabile che Berlusconi ed il suo governo stiano in questi giorni attraversando una fase travagliata e non godano di ottima salute. Come diversi sondaggisti ci spiegano non siamo comunque alla fine del periodo che dal 1994 ad oggi, con diverse sfaccettature possiamo definire berlusconismo. Una categoria, si badi bene, che non avrà necessariamente termine alla fine dell’ultimo esecutivo presideuto da Silvio Berlusconi. Inoltre, una definitiva uscita di scena dalla politica italiana di un ingombrante personaggio quale è l’attuale presidente del Consiglio non sembra possa avvenire in modo così pacifico e tranquillo. Quanto meno è decisamente poco mansueto l’atteggiamento del primo ministro che appare sempre più come un despota autoritario in perfetto stile sudamericano avvinghiato al potere e lontano anni luce dalle necessità e dai bisogni del paese reale.

Ad oggi, più che per mozioni di sfiducia dei vecchi e nuovi oppositori o situazioni che hanno molto a che vedere più con il codice penale che con l’amministrazione responsabile di un paese non sembrano emergere motivazioni che portino alla caduta immediata del quarto governo Berlusconi. La crisi è però sempre dietro l’angolo e probabilmente sarà la Lega Nord a cogliere l’occasione di fare lo sgambetto finale al governo per i noti problemi che l’approvazione del federalismo sta attraversando. Sarebbe poi utile analizzare quali danni subiremmo, anche a Senago, dall’approvazione di una riforma federale come quella voluta dalla maggioranza. Quanto meno registreremmo ovunque un netto aumento della pressione fiscale.

Ma ammettendo anche l’imminente tramonto di Berlusconi cosa rimane del berlusconismo ? Rimane la leva autoritaria di chi governa un paese con la logica di un consiglio di amministrazione e che non consente che le decisioni possano essere messe anche minimamente in discussione. Rimane Marchionne che è l’altra faccia della medaglia del berlusconismo padronale che abbatte ogni regola nel mondo del lavoro. Rimane la Confindustria che sembra rammaricarsi di una fuoriuscita di Fiat da Federmeccanica, ma poi coglie la palla al balzo, dopo Pomigliano e Mirafiori, per ritenere l’accordo, o meglio il ricatto imposto ai lavoratori, un modello esportabile da usare in tutte le future trattative. C’è in gioco, e non solo alla FIAT, la fine del contratto nazionale. Rimane un modello di contratto di lavoro in cui lo sciopero è proibito, la rappresentanza sindacale concessa solo a chi si sottomette e gli orari di lavoro assolutamente una esclusiva decisione del potere padronale.

Fortunatamente resta la FIOM e la resistenza di quei lavoratori che hanno bocciato il ricatto che alla fine passa soltanto per i voti di chi non vedrà, almeno in prima persona, stravolti i propri ritmi di vita. Questa vicenda, diretta emanazione di un modo di governare autoritario e assolutamente lontano dal dialogo ci lascia anche il fronte di una opposizione sempre più debole. Un Partito Democratico in totale crisi di identità che balbetta qualche piccola rimostranza, ma poi si allinea al voto positivo sia per Pomigliano che per Mirafiori. Un Partito Democratico che, dopo le primarie di Napoli, non può certo ergersi a modello alternativo.

Rimane anche la speranza che sta negli occhi di chi aspetta i risultati al di fuori dei cancelli FIAT e di chi crede ancora che la Repubblica Italiana è e rimane fondata sul lavoro e non sulle logiche del mercato. Rimangono coloro i quali difenderanno la Costituzione da strappi e stravolgimenti in ogni sua parte.  I comunisti sono e saranno sempre con queste lotte e queste speranze.

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