Archivio per febbraio 2011

A Torino vince Marchionne

Veltroni in preda all’euforia per la quasi certa schiacciante vittoria di Fassino a Torino propone una legge che imponga a tutti i partiti di svolgere le primarie per scegliere i propri candidati. Repubblica.it plaude al savoir faire dei candidati torinesi e gli interessi forti della città stappano champagne, stanotte si festeggia. A mirafiori invece non ci sono telecamere. L’ordine a Torino regna sovrano, Marchionne dopo aver vinto in fabbrica con il ricatto ha vinto in città senza nemmeno aver bisogno di usarlo. Così tutto si giocherà fra chi, nei due schieramenti maggiori, saprà aggiudicarsi il voto dei moderati e dei poteri forti. Eppure c’è tutto il bisogno di dare a quel NO di Mirafiori la giusta rappresentanza, gli operai che non hanno abbassato la testa se lo meritano.
Da Controlacrisi.org 28/02/2011
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Il pane?

Questa mattina Paolo Ferrero segretario del PRC è stato identificato dai vigili urbani del Comune di Mondovì (Cuneo) durante l’iniziativa dei Gruppi di Acquisto Popolari (GAP) che consiste nell’acquisto collettivo per ridurre i prezzi dei generi di prima necessità contro la crisi e la speculazione.
Il verbale dei Vigili urbani fa seguito all’ordine del giorno approvato dal consiglio comunale a maggioranza leghista che di fatto restringe l’attività dei gruppi di acquisto.
Il Prc contesta la norma e la giudica incostituzionale perchè impedisce di fatto la libera associazione dei cittadini garantita dalla costituzione repubblicana.

N.B. Si distribuiva il pane  a prezzo calmierato.

PRC 26/02/2011

Cgil,sciopero generale…..ma anche no !!

 

A gran voce movimenti, fiom, partiti di sinistra (quella vera) chiedono lo sciopero generale. La cgil rimanda, rimanda e rimanda.
Ancora molti hanno la speranza che qualcosa si muova e si attendono questa benedetta proclamazione. Ma permane l’ambiguità e non c’è ancora questo atto di coraggio da parte del più grande sindacato italiano. Infatti, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha chiesto al direttivo del sindacato di dare mandato alla segreteria per decidere la proclamazione di uno sciopero generale o, in alternativa, di una manifestazione nazionale, da fissare di sabato, per continuare la mobilitazione contro il governo.
Cioè, in alternativa al blocco del Paese contro le politiche di Berlusconi e Marchionne una scampagnata il fine settimana? Per non disturbare troppo i ‘manovratori’ si prega di portare pranzo da casa.
Da Controlacrisi.org, oggi 23/02/2011

La donna tra “festini” e lotta di classe

LA DONNA TRA “FESTINI” E LOTTA DI CLASSE

di Federica Carasi (Giovani Comunisti Milano) 23/02/2011
Da qualche mese a questa parte gli scandali giudiziari e sessuali del Presidente del consiglio sono
riportati praticamente in ogni prima pagina dei quotidiani, oltre che nei telegiornali delle principali
reti televisive.
Ora, alle intercettazioni telefoniche e ai dati sui “salari” percepiti dalle ragazze coinvolte nello
scandalo (per partecipare a una cena veniva dato loro l’equivalente di ciò che in un anno percepisce
un operaio in cassa integrazione), si sono aggiunte anche le foto delle stesse durante i festini di
Arcore o in qualche altra villa del premier sparsa in giro per l’Italia.
Prostituzione minorile (già, non tutte all’epoca dei fatti avevano già compiuto i 18 anni) e
concussione sono i due reati più gravi di questa vicenda. Reati sui quali sono già state aperte
numerose inchieste, con l’invito a Berlusconi e agli altri personaggi coinvolti di presentarsi davanti
ai magistrati.
Fanno francamente ridere i tentativi di difesa messi in campo dagli avvocati del premier, dove le
frasi più ricorrenti sono “Berlusconi è perseguitato dai giudici” oppure “voleva solo aiutare delle
povere ragazze con problemi”.
Giustamente, l’opposizione non ha tardato a farsi sentire ed è scesa in piazza, dove oltre a gridare
allo scandalo, hanno portato parole d’ordine come quelle della moralità e il rifiuto dell’immagine
della donna che ci viene proposta dalla classe dirigente di questo Paese.
È giustissimo affermare che le vere donne sono quelle che dopo il lavoro dedicano altre ore del loro
tempo (14 ore in più rispetto all’uomo) per le faccende domestiche.
Fa specie però pensare che coloro che hanno fatto queste sacrosante affermazioni sono anche coloro
che hanno partecipato attivamente al peggioramento dello stato sociale, senza preoccuparsi
minimamente di attuare serie politiche per l’emancipazione femminile.
Il decadimento della scuola pubblica, consultori che chiudono, rette degli asili nido troppo salate
sono tutte misure che sono state prese dalla classe dirigente per promuovere l’immagine della
donna-angelo del focolare: lei dovrà prendersi cura della casa e dei figli, meglio lasciare all’uomo il
compito di portare lo stipendio a casa.
In realtà, da tutta questa vicenda, chi ne esce peggio è proprio la donna, perché ancora una volta si è
dimostrato che se una donna vuole avere delle possibilità nel mondo del lavoro o nella vita in
generale, non viene giudicata per le proprie capacità ma solo sulla base del proprio corpo.
In Italia solo il 46.4% della popolazione femminile ha un lavoro (stando in ambito europeo, peggio
di noi c’è solo la Turchia, dove sono occupate solo il 25% delle donne). Di queste più dell’80% è
single o non ha famiglia, perciò chi pensa di poter fare una famiglia o chi ne ha già una, non è certo
facilitata.
Poi ci sono le donne che un lavoro ce l’hanno e che lottano per tenerselo stretto. Negli ultimi mesi
abbiamo assistito a grandi lotte operaie, a esempio quelle degli stabilimenti Fiat di Pomigliano e
Mirafiori. Tantissime donne ne hanno preso parte come ne hanno preso parte in passato. Non
dimentichiamoci infatti che le conquiste dei diritti delle donne sono arrivate con le lotte operaie e
sociali che hanno investito in nostro Paese negli anni ’60 e ’70.
Sarà ancora così, perché, in ultima analisi, l’emancipazione femminile passa dalla lotta di classe.
Donne, operaie, lavoratrici: facciamo sentire la voce di chi lavora ad esige con la lotta rispetto,
dignità, salario e stato sociale. Facciamola sentire a tutti quei signori che parlano ma non fanno
nulla. Così ci conquisteremo il diritto a partecipare alla lotta di classe a pari merito dei nostri
compagni maschi.
E lì si che i padroni si spaventano!

Nichi e la sinistra

 

di Alberto Burgio (il manifesto del 22 febbraio 2011)
Come siamo messi a sinistra? Siamo messi male. Non è una novità, certo. Ma, visto che le cose precipitano e ci potremmo trovare in campagna elettorale dall’oggi al domani, vale la pena di dirsi le cose come stanno, senza troppa diplomazia.
Sul manifesto si sono susseguiti in questi mesi gli appelli all’unità delle forze di alternativa. Appelli dettati dalla ragionevolezza e dalla responsabilità, non dall’ingenuità. A nessuno sfuggono le difficoltà del mettere insieme gli spezzoni di una sinistra andata in frantumi. Se si sostiene che, ciò nonostante, ci si dovrebbe sforzare di trasmettere al “popolo della sinistra” un senso di condivisione e di reciproco ascolto, è perché si ritiene che lo spettacolo delle divisioni (per non dire del settarismo e della litigiosità) rischia di respingere potenziali elettori (l’astensionismo è oggi il secondo partito italiano e recluta anche a sinistra) giocando a favore delle forze moderate.
Tutti questi appelli – nessuno escluso – sono sin qui caduti nel vuoto. Chi li ha lanciati ha svolto il frustrante ruolo della voce che urla in un deserto. La cosa appare particolarmente incresciosa adesso, alla luce delle ultime evoluzioni dello scenario politico. Sembra che alle elezioni si presenteranno tre poli. Con la destra berlusconiana e leghista competeranno un centro moderato a dominante destrorsa (Fli, Udc, Api, Mpa) e un centrosinistra a dominante moderata (Pd, Idv, Psi, Sel, Fds, Partito radicale, Verdi). La tripartizione della rappresentanza è un salutare congedo dal bipolarismo che ha prodotto guasti giganteschi negli oltre quindici anni della cosiddetta Seconda Repubblica. Ma la somma algebrica tra i partiti resta favorevole alle forze moderate. C’è da augurarsi che la prossima maggioranza nasca dalla convergenza tra centro e centrosinistra. Ma anche in questa eventualità si tratterà comunque di un governo assai più conservatore di quelli guidati da Romano Prodi (il che è tutto dire). In questa situazione davvero poco entusiasmante (dimostrazione che le condizioni sfavorevoli tendono a riprodursi e che assai raramente si verificano rimbalzi spontanei) chi si augura che il Paese volti pagina e cominci un nuovo cammino auspica che la sinistra aumenti quanto possibile il proprio peso relativo, e questo difficilmente potrebbe accadere qualora andassero dispersi consensi potenzialmente diretti verso Sel o verso la Fds.
Questa è la ratio degli appelli unitari susseguitisi con scarso successo su queste pagine. Ma a questo punto è giusto dire con chiarezza che le responsabilità dell’indifferenza che essi hanno sin qui incontrato non si ripartiscono in parti uguali tra i destinatari. La responsabilità è anche in questo caso proporzionale alla forza. È quindi in primo luogo su Nichi Vendola che incombe, se non altro, l’onere di chiarire il proprio pensiero in tema di unità della sinistra. Ciò, peraltro, lo aiuterebbe a definire con maggior nettezza e coerenza la linea strategica di Sel, evitando gli eccessi tattici che in questi giorni lo hanno portato ad avanzare proposte poco opportune.
Non stupisce che il meritato e travolgente successo della sua figura possa indurre Vendola in tentazione. Ma la troppa spregiudicatezza sul terreno della politica politicante è cattiva consigliera. E le sirene dell’autosufficienza non dovrebbero sedurre un politico navigato, consapevole della volatilità e dell’ambivalenza di un consenso raccolto in una società atomizzata e post-democratica (queste cose non valgono solo per la destra), pervasa (anche a sinistra) dalla subcultura del leaderismo carismatico.
Sta di fatto che l’ostentato silenzio di Vendola per ciò che riguarda le altre forze della sinistra – a cominciare da quella Fds che comprende un partito da lui stesso fondato – rischia di apparire agli occhi di tanti un’incomprensibile manifestazione di chiusura, se non di ostilità. E rischia di alienargli molte simpatie, tanto più che sulle persistenti divisioni a sinistra potrebbero far leva altri partiti (a cominciare dal Pd) giocando l’una contro l’altra le forze di alternativa e sfruttando a danno di tutte il noto meccanismo del «voto utile». Sarebbe davvero un peccato che anche questa speranza di un nuovo inizio venga ostacolata da comportamenti che poco sembrano avere a che fare con la «buona politica» che Vendola con forza invoca.

La svolta di Vendola

La svolta politicista di Vendola

di Paolo Ferrero

Nell’impazzimento della politique politicienne che caratterizza il centro sinistra, l’ultima uscita di Vendola, che propone di andare alle elezioni con Fini, è quella sino ad ora più incredibile.
La proposta, motivata per fare un governo di scopo che dia vita ad una nuova legge elettorale e alla cancellazione delle leggi vergogna, è in realtà del tutto indeterminata proprio sulle questioni che vengono messe al centro della proposta. Qualche giorno fa D’Alema – il primo che ha proposto l’accrocchio elettorale con Fini – ha detto chiaramente che una coalizione di tal fatta dovrebbe dar vita ad una legislatura costituente, cioè che abbia al centro la modifica della Costituzione repubblicana, il federalismo e alcune riforme economiche. E’ questo il profilo che deve avere la coalizione con Fini? Per modificare la Costituzione? E per fare quale legge elettorale visto che Fini si è sempre pronunciato per il bipolarismo e per il presidenzialismo alla francese? Per fare che politica economica e sociale visto che Fini ha votato tutte le leggi di Berlusconi e si proclama iper liberista?
A me pare evidente che una coalizione di questo tipo, lungi dal rappresentare un passaggio necessario per uscire dal berlusconismo, rappresenterebbe l’ennesimo episodio di trasformismo con l’effetto di accentuare ulteriormente la crisi della politica. E non si dica che questo schieramento rappresenterebbe il nuovo Cln. Il Cln non venne costruito con i gerarchi fascisti che avevano messo in minoranza Mussolini nella seduta del gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Il Cln venne formato dai partiti antifascisti e aveva un’ispirazione inequivoca sul piano della costruzione di un’Italia democratica.

La proposta è assurda sul piano elettorale. Come si possa pensare di sommare i voti degli elettori ex missini che sostengono Fini con quelli della sinistra è mistero assai consistente. Per dirla tutta, per come è messa Fli, la scelta di allearsi con Fini e di rompere con la sinistra, non porterebbe alcun vantaggio elettorale per battere Berlusconi. Anzi, rischierebbe di dar luogo ad una coalizione che intercetterebbe meno voti di quella di centrosinistra più la sinistra. Si tratta quindi di una scelta puramente politicista frutto di un modo di ragionare tutto interno dalle dinamiche di Palazzo. Il punto vero è che Berlusconi non è per nulla intenzionato ad andarsene a casa e che quindi le chiacchiere stanno a zero. In questo contesto la nostra proposta è la seguente: proponiamo a Pd, Sel e Idv di promuovere una manifestazione nazionale per il 17 marzo contro il governo, come atto fondativo di una coalizione democratica che si presenti unita alle prossime elezioni.
Per andare alle elezioni è necessario cacciare Berlusconi. Per cacciare Berlusconi gli inciuci di palazzo si sono dimostrati del tutto inefficaci. Occorre costruire una vasta ed unitaria mobilitazione sociale. Per questo proponiamo la manifestazione nazionale, sosteniamo lo sciopero messo in campo dal sindacalismo di base e chiediamo alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale. Occorre dare corpo alla disponibilità alla lotta che le mobilitazioni, a partire da quella delle donne di domenica scorsa, hanno segnalato.
Proponiamo un rapporto unitario a Sel e Idv per redigere una piattaforma comune a partire dalla totale indisponibilità ad un accrocchio con Fini. Basterebbe questo per obbligare il Pd a cambiare linea e a costruire l’alleanza democratica con la sinistra. Nel caso in cui il Pd persistesse nella sua linea centrista proponiamo quindi di andare alle elezioni con un polo della sinistra.
Chiediamo troppo? No, basta essere consapevoli che Berlusconi lo si sconfigge nel Paese, non nel palazzo e che il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il Pd illudendosi di dirigerlo.

PCE

 

Il Cairo, 17 feb. – (Aki) – «Siamo pronti a ritornare nella vita politica in Egitto per contribuire al nuovo corso egiziano». È quanto ha affermato il portavoce del Partito Comunista egiziano, Salah Adli, in un’intervista ad AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL. «Abbiamo intenzione di chiedere il riconoscimento legale del partito – ha affermato – perché abbiamo deciso di venire allo scoperto dopo anni di clandestinità». Il partito comunista egiziano segue, infatti, la linea marxista-leninista ed è sempre stato fuorilegge in Egitto. Oggi il suo gruppo dirigente chiede «una riforma costituzionale completa e la nascita di un governo di unità nazionale, che comprenda tutti i partiti al posto dell’attuale esecutivo troppo colluso con il regime di Hosni Mubarak». Il Partito Comunista si dice comunque pronto a collaborare con il Supremo Consiglio delle forze armate, al potere nel Paese.

Cuore Italiano

 

di Dino Greco
E’ passato sotto traccia e senza suscitare eccessivo scalpore l’incontro di sabato scorso fra i vertici della Fiat, il governo e i rappresentanti della regione Piemonte, della provincia e del comune di Torino. L’incontro, ricorderete, era stato convocato dal presidente del Consiglio, resuscitato da un letargico sonno, dopo le dichiarazioni con cui Sergio Marchionne aveva rivelato quanto ogni osservatore non addomesticato alla propaganda padronale aveva capito da tempo, e cioè che il baricentro strategico della Fiat non sarebbe stato più in Italia, a Torino, bensì negli Stati Uniti, a Detroit. Il tardivo confronto sollecitato dal governo italiano avrebbe dovuto dissipare le nubi sempre più minacciose che si addensano sul futuro della produzione automobilistica in Italia, ottenendo indicazioni finalmente chiare sugli investimenti e sul piano industriale, lo strombazzato progetto denominato “Fabbrica Italia”, che dovrebbe razionalizzare e consolidare la presenza della Fiat nel nostro Paese, portando la produzione ad 1 milione e 400 mila vetture l’anno. Ebbene, da quel confronto non è sortito alcun impegno che autorizzi neppure il più prudente ottimismo. Come è noto, Termini Imerese, nei progetti della casa torinese e ancor più nei fatti, non esiste più, mentre dei 20 miliardi che l’azienda ha dichiarato di voler impiegare nel rinnovamento impiantistico e nel lancio di nuovi modelli non è dato sapere alcunché. Non una sola indicazione, capace di conferire sostanza e credibilità a quel progetto, è trapelata dal Presidente e dall’Amministratore delegato della Fiat. I quali, semplicemente, continueranno a fare ciò che a loro pare, sicuri di non trovare nel governo italiano alcuna interferenza disturbante. E’ tuttavia Paolo Romani, prestanome di nessuno, alla guida (?) del Ministero per lo Sviluppo economico, a commentare entusiasticamente il “chiarimento” intervenuto, proclamando che «la Fiat è una grande multinazionale che si sta espandendo nel mondo, ma che rimane con un cuore italiano». Un cuore italiano: una battuta che sembra una cartolina, un aforisma da Baci Perugina, uno spot pubblicitario come quello interpretato, per una nota azienda di pelati, dal bravo e simpatico Gerard Depardieu.
Sergio Marchionne e John Elkann non hanno concesso nulla ai loro pavidi interlocutori. Anzi: hanno ribadito quello che in questi mesi è stato da loro imposto attraverso i dicktat di Pomigliano prima e Mirafiori poi, destinati ad essere in seguito applicati in tutti gli stabilimenti del gruppo, da Melfi a Cassino, e a fare scuola anche oltre i confini dell’auto e del settore metalmeccanico.
La contrattazione collettiva è per costoro un retaggio da archeologia industriale. Da rottamare. Le condizioni di lavoro non devono essere frutto di procedure pattizie, fra attori sociali distinti, bensì atti unilaterali che l’azienda, di volta in volta, impone ai lavoratori a propria discrezione. Il corrispettivo della prestazione di lavoro, le modalità nelle quali essa si svolge non possono essere negoziabili perché, nel nuovo modello di relazioni sindacali, esse sono funzioni della competitività. Per altro non c’è posto. E Maurizio Sacconi, ministro del lavoro sporco, lo dice con parole che non ammettono repliche: le sole «relazioni industriali costruttive» sono per lui quelle che assicurano alla Fiat (e, per induzione, a tutte le aziende) «la piena governabilità degli stabilimenti». La modernità è quella che ricaccia la Costituzione fuori dei luoghi del lavoro, dove essa fece irruzione con le lotte degli anni Sessanta e Settanta; la modernità è quella che si libera di pastoie legislative come lo Statuto dei Lavoratori; quella, infine, che rimuove «la libertà, la sicurezza, la dignità dei cittadini» dal posto sovraordinato che la Carta riserva ad esse, subordinando al rispetto di questi fondamentali diritti sociali l’esercizio della libertà di impresa.
Sulle pareti degli opifici del ventennio fascista si potevano leggere scritte ammonitrici come «Qui si lavora, non si fa politica». E’ a questo modello, neppure troppo mimetizzato, che si ispirano – perfettamente coese – la borghesia industriale e il personale politico che per conto di essa governa il Paese. Di questa materiale sostanza sono fatti i rapporti sociali che nutrono un pensiero politico ancora largamente maggioritario nel parlamento, tanto nel governo quanto, in termini appena dissimulati, in buona parte dell’opposizione. Un pensiero, tuttavia, forse non più così egemone e incontrastato nel Paese, dove sono avvertibili segni incoraggianti di risveglio che vanno coltivati con cura, per evitare che la politica continui a occuparsi di tutto meno che dei rapporti di classe, fingendo che questi siano già dati e scolpiti nelle leggi di natura.
(Da Liberazione 15/02/2011)

Donne!E’ arrivato l’arrotino

 

di Eleonora Forenza (Liberazione del 13 febbraio 2011)
Eh sì.. l’arrotino deve aver saputo che in piazza ci siamo anche noi, con le nostre parole e le nostre pratiche. Noi che vogliamo affilare le lame della nostra intelligenza e della nostra passione politica perché pensiamo che l’indignazione non basti per produrre una radicale trasormazione. Noi che in piazza porteremo l’ombrello rosso per ripararci dall’ombra, dall’ombra lunga del Cupolone. Noi che speriamo che mille riot ci aiutino a riannodare il filo della “rivoluzione più lunga”, quella femminista, che ha prodotto non solo un avanzamento dal punto di vista legislativo, ma soprattuto un radicale cambiamento nel senso comune: appunto una rivoluzione nella società, nella cultura, nella politca diffusa ancor prima che nelle istituzioni. Noi che, come scriveva Carla Lonzi, «cerchiamo l’autenticità del gesto di rivolta, e non lo sacrificheremo né all’organizzazione né al proselitismo». Tantomento al perbenismo.
Noi che siamo tutte egiziane, perché pensiamo che dalla società, e non dagli accordi di Palazzo, possa partire un cambiamento reale della politica. In Egitto come in Italia. E quindi sentiamo su di noi quotidianamente («se non sempre, quando?» recita giustamente il documento di alcuni collettivi femministi) la responsabilità di agire il cambiamento.
Noi che siamo tutte egiziane, perché non lasciamo sola nessuna, neanche la nipote di Mubarak. Perché rifiutiamo ogni distinzione tra donne perbene e donne permale.
Noi che non siamo indignate, ma furiose tutti i giorni, per i casi di femminicidio relegati alla cronaca nera.
Perché siamo precarie e vogliamo reddito per tutte. Perché siamo anziane, siamo giovani madri e la mancanza di welfare ci toglie libertà. Perché siamo lesbiche, e quindi ci tolgono diritti. Perché ci stuprano in casa, nei Cie, e rispondono “sicurezza”. Perché la violenza maschile è condotta di Stato.
No care, questa non è una mignottocrazia. Magari lo fosse!
No, il problema è il potere dei nani, non la premiata ”buona condotta” delle onorevoli ballerine. La regressione sociale, culturale, politica che viviamo si può capire davvero solo indagando il nesso fra neoliberismo autoritario e nuove forme del dominio maschile, tra crisi del capitalismo e crisi del patriarcato. Come il capitalismo, il maschile in crisi non smette di produrre dominio, anzi diviene più violento proprio perché non più egemone.
Sia chiaro: per noi la fine del governo Berlusconi è esigenza primaria. E infatti vogliamo uno sciopero generale (questo sì, se non ora, quando?)e generalizzato, diffuso, che blocchi i flussi di merci e i flussi di comunicazione, le strade, i binari. La nostra rivoluzione quotidiana non prevede deleghe, ma partecipazione e conflitto nella società, nei luoghi di studio, di lavoro, nei partiti, nelle case. Perché sappiamo che non basta mandare a casa Papi, ma occorre produrre un nuovo senso comune: Berlusconi è una icona del maschio italiano, il berlusconismo è un’autobiografia della nazione, dell’italietta sessista e perbenista. I corpi che diventano merce ci parlano non solo di un processo onnivoro di mercificazione, ma anche di una sessualità maschile incapace di relazione tra soggetti, e che ha bisogno di esibire potere, di renderti oggetto. Per noi la relazione tra i sessi è questione politica, e la questione morale non è indagine scandalistica nel privato, ma connessione tra personale e politico: è critica del potere, trasformazione della politica da luogo di dominio maschile in spazio pubblico, processo di liberazione di donne e uomini.
Vi chiediamo allora, quando passa l’arrotino, di non fare le brave bambine italiane, di non restare in casa, ma di scendere in piazza, affilare gioiosamente le lame, e andare ovunque. Dobbiamo far vibrare tutti i giorni questa oscena italietta con le nostre dita affilate, per etica della responsabilità e principio di piacere. La libertà è sempre nelle nostre mani. Per questo oggi, come sempre, siamo in piazza indecorose, libere e ribelli. Siamo tutte ladies riot, più autoderminate che mai.

VIVA QUESTO FEDERALISMO !!

Federalismo/ Camusso:Ci sarà inasprimento tasse per redditi fissi
Si allargherà la  forbice tra evasori e chi paga le tasse

Roma, 9 feb. (TMNews) – Il federalismo municipale porterà un
inasprimento delle tasse per i redditi fissi e i pensionati con
un allargamento del divario tra chi evade il fisco e chi no. Lo
ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso nel
corso del suo intervento a un convegno del patronato Inca.

“Sul federalismo il governo pensa di andare avanti con quelle
modalità e con quei contenuti – ha affermato riferendosi anche
alla fiducia che il Governo intenzionato a chiedere alla Camera
ma non al Senato – ci misureremo in tutti i comuni con un
inasprimento delle tasse, a causa dello sblocco delle addizionali
Irpef, che riguarder i lavoratori a reddito fisso e i pensionati
aumentando così la forbice tra chi paga le tasse e gli evasori.
Il tutto – ha concluso – in una situazione di stagnazione in cui
si riducono i consumi e gli enti locali hanno sempre meno risorse
per le prestazioni sociali”.Pie091538 feb 11


Rifondazione c’è!

Proposta di legge di iniziativa popolare: FIRMA anche TU!

SinistraSenago: per la Senago che vogliamo!

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