Archivio per 16 gennaio 2011

BENVENUTI A SENAGO città gemellata con Gruyères (Svizzera)

Il benvenuto è già stato messo (come si può vedere dai cartelli affissi ai quattro cantoni della città e scritti in puro dialetto meneghino), il gemellaggio è questione di pochi giorni, giusto il tempo che impiegherà la delegazione della città svizzera di Gruyères, nota per il famoso e gustoso formaggio “Gruviera”, a controllare la costante e continua formazione di genuine buche su tutte le strade del nostro territorio.

Si, è da settembre che le buche incombono indisturbate, giusto i mesi che occorrono al grazioso formaggio per formarsi in tutto il suo gusto, ed alle gentili buche per ampliarsi nella giusta misura che consente ad uno sprovveduto automobilista, motociclista o ciclista, di carambolare a bordo strada rimanendo, nella migliore delle ipotesi, con le ruote ed i cerchioni sfasciati.

Non sappiamo se i nuovi cartelli, che ci aiutano a capire che siamo in territorio leghista, erano nel loro programma, certo è che questa è la prima vera grande opera del nuovo governo a tiratura LEGA-PDL (parafrasando il berluska che ce l’aveva tanto con la metamorfosi del PCI, potremmo dire anche noi, al posto di PDL, “FORZA ITALIA – PARTITO DELLE LIBERTA’ – ITALIA etc.”).

Ecco, forse i leghisti il loro contentino l’hanno avuto, dopo che qualche mese fa la lega aveva pestato i piedi per terra. Ora basta. E lo speriamo anche noi.

Le strade di Senago sono impraticabili dalla quantità indescrivibile di buche che divorano il manto stradale.

Anche per i pedoni è impossibile uscire se cadono due gocce d’acqua, pena dover ritornare a casa annaffiati dalle innumerevoli spruzzate che le auto infliggono ad ogni buca che attraversano.

E mettere le pezze (vedi foto a fianco ripresa in Don Rocca – autore “lox”), come stanno facendo in questi giorni per le voragini maggiori, non serve proprio a nulla: alla prima pioggia zacc! … la buca si riforma più grande di prima.

Insomma, la pratica del non fare o del fare male sembra ben avviata. Peccato che il tutto avviene sulle spalle dei contribuenti ovvero i soliti che pagano l’incapacità di politici inetti a gestire la cosa pubblica.

Ma non è la sola questione.

Per chi si muove a piedi il benvenuto è ben visibile a chiunque. Ogni via della città è bollata dai sacri escrementi canini che proprio la lega stessa aveva voracemente adottato a causa civile per la propria campagna elettorale, propinandosi a paladina della guarra alla merda.

Ma si sa, chi di merda ferisce di merda perisce. Ed oggi più che mai, le vie sono innondate da colate di urine e torte ansimanti sull’asfalto. Ma le famigerate guardie padane (o squadroni – come ai tempi che furono -) dove sono? Noi un suggerimento ce l’avremmo!

Per non restare sul volgare si potrebbe spostare l’argomento sui rifiuti. La città ha sempre sofferto della maleducazione di molti che abusano del territorio spargendo rifiuti in ogni dove. E’ accaduto tante volte e la colpa, in certi casi, non è certo da attribuire agli amministratori che possono solo prendere atto della violenza perpetuata al territorio e mandare le squadre di raccolta a ripulire con molta umiltà.

Quando però questo avviene ad opera dell’amministrazione stessa, che appunto dovrebbe rendere il più alto esempio alla comunità, ciò diviene imperdonabile. Infatti, proprio oggi domenica 16 gennaio 2011, passando di fronte al palazzo del Comune di via San Bernardo, era ben evidente un sacco della raccolta differenziata con improntato un adesivo, posto dagli addetti alla raccolta, con la scritta di “NON CONFORMITA'” del contenuto. BRAVI.

E bravo al cittadino che ha fatto pervenire in redazione la foto del misfatto. Lo stesso cittadino che ha denunciato che proprio nel pomeriggio, ha dovuto aiutare una ragazza in difficoltà che è stata molestata da un automobilista di passaggio, mentre lei stava facendo jogging per le vie della città. Più sicurezza intimavano i LEGHISTI prima di governare questa città. Ora il loro unico obbiettivo raggiunto è stato di aver messo il cartello “SENAGH” ad ogni accesso, quasi un monito più che un segno di benvenuto.

Allora di fronte ai moniti ci spogliamo e ci vestiamo oggi da ebreo, poi da mussulmano, comunista, gay, prete, terrone, nero, protestante, cinese, albanese, insomma, siamo tutto e tutti tranne che essere SENAGHES!

Annunci

Un sindaco Fiom per Torino. Le opposizioni dovrebbero riconoscere nel sindacato un alleato contro il berlusconismo

di Paolo Flores d’Arcais, Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2011

Per vincere un referendum basta un voto oltre il 50 per cento. Ma quello di Mirafiori non era un referendum. Doveva essere un plebiscito. Un plebiscito ottenuto col ricatto, anzi con la rappresaglia preventiva di massa: se vince il No siete licenziati tutti, perché portiamo via la Fiat da Torino. I “sindacati di comodo” avevano perfino fissato l’asticella dell’umiliazione che avrebbe dovuto annientare la Fiom: un 80 per cento di Sì. Sappiamo come è andata. Il Sì ha ottenuto il 54%, ma solo grazie al voto dei quadri e impiegati (che hanno approvato i sacrifici di chi sta alla catena, non i propri!). Fra gli operai avrebbe prevalso di nove voti, e nei reparti dove il diktat si applicherà davvero, lastratura e montaggio, ha vinto nettamente il No.

Questo risultato, comunque modestissimo per la volontà di potenza di Marchionne, è stato ottenuto non solo con l’immondo ricatto di rappresaglia preventiva che abbiamo ricordato, ma con il linciaggio morale che additava nei lavoratori delle carrozzerie i responsabili dei licenziamenti di massa dell’indotto (cinque per ogni licenziato Fiat, si diceva, con linguaggio da decimazione), con l’intimidazione vera e propria ai sindacalisti Fiom che distribuivano volantini (“se vince il No veniamo in massa a casa tua, perché ci dovrai mantenere tu”), con il dispiegamento di tutta la potenza di fuoco mediatica di un regime che si è immediatamente riconosciuto nella prepotenza anti-operaia di Marchionne (il Dna anticostituzionale non è acqua). E con l’ostilità puntuale e masochistica del maggior partito di opposizione (presunta), che si è bensì diviso, ma tra l’infamia del “sì a Marchionne senza se e senza ma” di un puffo rottamatore in foia di carriera, di un sindaco di Torino appiattito sullo slogan padronale degli anni Cinquanta (“ciò che va bene per la Fiat va bene per l’Italia”) e lo slalomismo ponziopilatesco dei big del partito, che comunque “se fossi un operaio Fiat voterei Sì”.
Per non parlare della Cgil e del suo neosegretario generale, Susanna Camusso, che ha bensì alzato la voce contro Marchionne, ma solo in zona cesarini e nel disfattismo di uno sciopero generale rifiutato, benché il suo predecessore e sponsor Epifani lo avesse promesso (a nome della Cgil, non suo personale) a un milione di manifestanti Fiom il 16 ottobre in piazza san Giovanni.

Il risultato del voto è perciò questo: Marchionne non ha più alibi, deve mantenere la solenne promessa dell’investimento annunciato, e articolarla nel piano industriale fin qui custodito come un ennesimo segreto di Fatima. Mentre la Fiom, isolata e aggredita – anche nel mondo del centrosinistra che pure dovrebbe vivere quel sindacato come una propria costola – dimostra non solo di essere in modo schiacciante il sindacato più rappresentativo dei lavoratori, ma raccoglie anche rispetto e consenso crescenti, in modo esponenziale, nella società civile democratica. L’organizzazione di Landini, di Airaudo, di Cremaschi, dimostra di avere la capacità di difendere i sacrosanti diritti degli operai che rappresenta, e al contempo di difendere gli interessi generali costituzionali, a repentaglio definitivo nella convergenza a tenaglia tra concezione padronale dello Stato del Putin di Arcore e concezione aziendale “credere obbedire produrre” dell’italiano di Detroit.

Perché, come è evidente a chi conosca appena le tabelline, il diktat di Marchionne non nasce da calcolo economico. È stato lui stesso, qualche anno fa, a dichiarare che il costo del lavoro incide nel prodotto Fiat per un modestissimo 7%. Se dunque ora gli operai alla catena verranno spremuti anche un 5% in più (il che per la qualità della loro vita sarà tremendo), la competitività dell’auto modello Marchionne aumenterebbe dello 0,35%. Tre o quattro decine di euro per vettura. Niente, insomma. Marchionne non mirava in primo luogo a prodotti più competitivi, ma all’annientamento della Fiom, al dominio in fabbrica senza possibilità di contestazione organizzata e organizzabile, alla “obbedienza pronta, cieca e assoluta” degli operai, ora e sempre, nei confronti delle mutevoli esigenze del padrone.

È quello che NON ha ottenuto. La Fiom è più forte che mai. E lo scontro sul diktat Marchionne, ormai presentato come il modello di tutte le relazioni industriali e anche di quelle costituzionali (“Marchionnizzare l’Italia” è il titolo ormai quasi quotidiano dell’apertura del “Foglio” di Giuliano Ferrara), non può che spostarsi a livelli più generali. Nelle fabbriche, con lo sciopero nazionale dei metalmeccanici del prossimo 28 gennaio. E nel paese, nella politica, nelle vicende elettorali. Perché, se lasciati soli, alla lunga (e anche alla breve, purtroppo), gli operai saranno sconfitti, e con loro i precari, e gli studenti, e tutti i democratici. Ma se le opposizioni riconosceranno nella Fiom la punta di diamante dell’Italia che può risorgere dalle macerie cui l’ha ridotta il berlusconismo, la “vittoria” più che dimezzata di Marchionne potrebbe inaugurare la caporetto anche di Berlusconi. Ecco perché sarebbe auspicabile, e anzi necessario, che un sindacalista Fiom si candidasse alle primarie di Torino contro lo spento e subalterno Fassino, per sconfiggere poi il berlusconian-leghista d’ordinanza. Il nome, sotto la Mole, lo conoscono tutti.

(16 gennaio 2011)


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

Calendario delle pubblicazioni

gennaio: 2011
L M M G V S D
« Dic   Feb »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  
Annunci